Sommario

Capitolo III    Deviazioni dottrinali, attraverso Amoris Laetitia, riguardo alla contrizione e conseguenze gravissime che esse determinano.

Nota preliminare: il testo ufficiale è solo quello in lingua italiana, le varie versioni in altre lingue sono traduzioni automatiche neurali.

Chiediamo anzitutto luce a Dio perché la sua sapienza ci guidi in tutto ciò che stiamo per dire

“Dio dei padri e Signore di misericordia, * che tutto hai creato con la tua parola, che con la tua sapienza hai formato l’uomo,   perché domini sulle creature che tu hai fatto, e governi il mondo con santità e giustizia  e pronunzi giudizi con animo retto,
dammi la sapienza, che siede accanto a te in trono  e non mi escludere dal numero dei tuoi figli, perché io sono tuo servo e figlio della tua ancella,  uomo debole e di vita breve,   incapace di comprendere la giustizia e le leggi. Anche il più perfetto tra gli uomini,  privo della tua sapienza, sarebbe stimato un nulla. Con te è la sapienza che conosce le tue opere,  che era presente quando creavi il mondo; essa conosce che cosa è gradito ai tuoi occhi   e ciò che è conforme ai tuoi decreti. Mandala dai cieli santi,  dal tuo trono glorioso, perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica e io sappia che cosa ti è gradito. Essa tutto conosce e tutto comprende:  mi guiderà con prudenza nelle mie azioni   e mi proteggerà con la sua gloria.” (Sap. 9, 1-6. 9-11)

La strategia papale di “cambiamento di paradigma” di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente, ha prodotto deviazioni molto gravi dalla sana dottrina per quanto riguarda la contrizione e questioni ad essa collegate, come vedremo in questo capitolo in cui parleremo, in particolare, della contrizione, della sua necessità, dei precetti affermativi e negativi della Legge divina e della loro violazione, in particolare dell’adulterio, della legge di gradualità e della gradualità Legge, della assoluzione sacramentale e della sua validità.

1) La dottrina cattolica sulla contrizione.

a) La contrizione nel quadro della dottrina biblica circa la conversione del peccatore.

“Il messaggio dell’Antico e del Nuovo Testamento, che supera ampiamente ogni attesa dell’uomo, è fondamentalmente teocentrico. Il suo contenuto è che siano rivelati l’essere-Dio di Dio e la sua gloria, che venga il Regno, che la sua volontà si compia e che il suo nome sia glorificato (Mt 6, 9 s.; Lc 11, 2). A ciò corrisponde l’inizio del Decalogo: « Io sono il Signore, Dio tuo… » (Es 20, 2; Dt 5, 6).  …  Il peccato, al contrario, è l’atteggiamento e l’azione dell’uomo che non riconosce Dio e il suo Regno. Perciò nella Sacra Scrittura esso viene descritto come disobbedienza, idolatria e assolutizzazione dell’autonomia dell’uomo nella sua pretesa all’autosufficienza. …  Rivolgendosi di nuovo, mediante la conversione, a Dio suo principio e fine, l’uomo ritrova con ciò stesso il senso della propria esistenza.”[1] Il peccato,  è dunque  l’atteggiamento e l’azione dell’uomo che non riconosce Dio e il suo Regno ed è rottura dell’Alleanza con Dio che è Padre pieno di bontà, sposo amante, come spiega qui di seguito la stessa Commissione Teologica:

“Nell’Antico Testamento l’idea di Dio è determinata dalla idea dell’Alleanza. Dio vi viene descritto quale sposo amante, Padre pieno di bontà; egli è dives in misericordia (ricco in misericordia), sempre disposto al perdono e alla riconciliazione, sempre pronto a rinnovare la sua Alleanza…. In questa prospettiva il peccato è descritto come una rottura dell’Alleanza e viene paragonato all’adulterio. Nei profeti, la esperienza nella grazia e la fedeltà di Dio costituiscono la prima e l’ultima parola dell’Alleanza.”[2] Il peccato è un’ infedeltà nei confronti di Dio che è Sposo amante e quindi è adulterio che Dio stesso è sempre pronto a perdonare.  Sottolineo che Dio è sempre pronto a perdonare il peccatore attraverso la conversione di questi e la grazia della conversione, che Dio vuole donare, domanda all’uomo una triplice risposta, come spiega ancora la Commissione Teologica :

“Nell’Antico e nel Nuovo Testamento, sia il peccato sia la conversione dell’uomo non s’intendono in modo puramente individualistico. …  D’altro canto, già i profeti del VII e VI secolo a.C. scoprono la responsabilità personale d’ogni uomo. …  E più in particolare la grazia della conversione domanda dall’uomo una triplice risposta. In primo luogo è necessario un cambiamento reale del cuore … In secondo luogo, vediamo già Geremia aspettarsi dal peccatore una confessione pubblica della propria colpa e la promessa di emendamento « dinanzi al Signore » (Ger 36, 5-7).” Gesù chiede, in questa linea, una fede generosa(cf. Mc 1, 15, Mc. 10,52), una confessione piena di pentimento con la richiesta di perdono (Lc 18, 10-14;)  Infine la penitenza deve esprimersi in un mutamento radicale della vita nel suo insieme e in tutti i suoi settori. ”[3]

La grazia della conversione implica dunque:

1)un cambiamento reale del cuore, uno spirito e un sentimento nuovi” con un radicale orientamento verso Dio e una totale rinuncia al peccato;

2)una confessione pubblica della propria colpa e la promessa di emendamento, che con Cristo diventa fede generosa, confessione di pentimento e richiesta di perdono

3)un radicale cambiamento di vita secondo la Parola di Dio.

Già nei profeti e poi in Cristo l’ appello alla conversione e alla penitenza non chiama  anzitutto a opere esteriori  ma alla conversione del cuore, senza la quale le opere di penitenza rimangono sterili e menzognere e quindi non realizzano la volontà di Dio  (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1430).

Nel libro del profeta Gioele leggiamo al c. 2, vv. 12s : “«Or dunque – oracolo del Signore –, ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso,

lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male». (Gl 2,12-13)

Particolarmente significative per noi sono le espressioni:  ritornate a me con tutto il cuore e laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore, vostro Dio. La conversione è anzitutto un ritorno a Dio, un ritorno umile a Lui, per sottomettersi a Lui e fare la sua volontà.

Nel libro del profeta Isaia leggiamo: “Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova».  (Is 1,16-17)

La conversione interiore riporta l’uomo alla vita secondo la Parola di Dio e lo  spinge, quindi,  alla manifestazione di questo cambiamento interiore con opere di penitenza.

Esempio tipico di conversione vera, nell’ A. T.  è quella che si vede nel profeta Davide dopo il gravissimo peccato da lui compiuto con Betsabea e contro Uria, marito di lei: “Rimproverato dal profeta Natan, Davide accetta di confrontarsi con le proprie malvagità e confessa: «Ho peccato contro il Signore» (2Sam 12,13), e proclama: «Riconosco il mio delitto, il mio peccato mi sta sempre dinanzi» (Sal 51,5); ma prega anche: «Purificami, Signore, e sarò mondo; lavami, e sarò più bianco della neve» (Ps 9), ricevendo la risposta della divina misericordia: «Il Signore ha perdonato il tuo peccato: non morirai» (2Sam 12,13).”[4]

Nel Nuovo Testamento abbiamo molti esempi di conversione vera, si pensi alla peccatrice perdonata (cfr. Lc. 7,1 ss) , si pensi alla conversione di s. Pietro dopo il tradimento (Lc. 22,61ss), si pensi alla conversione di s. Paolo (Atti 9).

Spiega la Commissione Teologica Internazionale riguardo in particolare alla conversione nel N. T. : “Gesù sa che la salvezza recata dal regno di Dio che viene (Lc 10, 23 s) è già presente nella propria esistenza. Per lui, quindi, il centro dell’esigenza di conversione sta nell’accoglienza credente e filiale della salvezza già promessa (Mc 10, 15), nell’adesione piena di fede alla sua Persona (Lc 12, 8 s.), nell’ascolto della sua parola e nella fedele osservanza di essa (Lc 10, 38-42; 11, 27 s.), in altre parole nella sua sequela (cf. Mt 8, 19 s.; 21 s.). … l’obbligo di camminare al seguito di Gesù crocifisso, fondato nel nostro battesimo (cf. Rm 6, 3 ss.), conferisce alla penitenza la sua forma fondamentale.”[5]

Il centro dell’esigenza di conversione nel N. T. sta dunque nell’accoglienza credente e filiale della salvezza già promessa, nell’adesione piena di fede alla Persona di Cristo , nell’ascolto della sua parola e nella fedele osservanza di essa , in altre parole nella sua sequela sulla via della croce partecipando alla sua stessa vita, nella grazia, come spiega la Commissione teologica nel testo che segue : “ …  La penitenza cristiana è una partecipazione alla vita, alla sofferenza e alla morte di Gesù Cristo. E ciò si attua per fidem et caritatem et per fidei sacramenta (S. Thomas Aq., Summa Theol. III, 49, 3.6.). La penitenza cristiana trova il proprio fondamento nel battesimo, sacramento della conversione per la remissione dei peccati (At 2, 38) e sacramento della fede; essa deve determinare l’intera vita del cristiano (cf. Rm 6, 3 ss.). “[6]

Precisa il Catechismo della Chiesa Cattolica a questo riguardo : “  Questo sforzo di conversione non è soltanto un’opera umana. È il dinamismo del « cuore contrito » (Cf Sal 51,19) attirato e mosso dalla grazia (Cf Gv 6,44; 12,32.)”(Catechismo della  Chiesa Cattolica n. 1428)

Il “cuore” di questa conversione è proprio in questo : “cuore contrito”(Cf Sal 51,19) attirato e mosso da Dio attraverso la grazia a rispondere all’amore misericordioso di Dio stesso.

E al n. 1432 dello stesso Catechismo leggiamo: “ … La conversione è anzitutto un’opera della grazia di Dio … ”(Catechismo della  Chiesa Cattolica n. 1432)

Spiega ancora il Catechismo della Chiesa Cattolica: “ Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto.”(Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1430) La contrizione si attua sotto la mozione di Dio con la collaborazione dell’ uomo.

La conversione e quindi la contrizione del cuore è anzitutto opera di Dio, cui, però, noi collaboriamo.

Dio ci illumini.

b) La contritio: dai termini ebraici e greci della Bibbia alla tradizione patristica e quindi alla tradizione teologica, medievale, latina.

Dio ci illumini

Il Salmo 50, che penso sia il testo più conosciuto su questo punto, presentando il pentimento di Davide per il suo peccato e parlando in particolare del cuore dell’uomo pentito dopo aver compiuto il peccato dice che: “Sacrificio a Dio è uno spirito contrito, Dio non disprezza un cuore contrito e umiliato.” (Salmo 50, 19)

Per il testo ebraico  si vedano i seguenti siti : https://www.bibbiaedu.it/EBRAICO/at/Sal/51/

https://www.academic-bible.com/en/online-bibles/biblia-hebraica-stuttgartensia-bhs/read-the-bible-text/bibel/text/lesen/stelle/19/510001/519999/ch/af74244f502aed87555a5e0658385b26/

http://biblehub.com/interlinear/study/psalms/51.htm

Il testo greco, che traduce tale versetto, è il seguente “θυσία τῷ θεῷ πνεῦμα συντετριμμένον, καρδίαν συντετριμμένην καὶ τεταπεινωμένην ὁ θεὸς οὐκ ἐξουθενώσει.” (www.academic-bible.com , Read the Bible text :: academic-bible.com)

Il testo latino in una traduzione riportata da s. Agostino  è il seguente (Psal. 51,19) “Sacrificium Deo spiritus contritus, cor contritum et humiliatum Deus non spernit.”[7]

Il termine ebraico che è tradotto con “contritus” “contritum” è  shabar, questo termine viene dalla radice sbr e indica un cuore e uno spirito rotti, distrutti per aver offeso Dio.

:“La radice sbr nel significato di spezzare ricorre 145 volte nell’A. T. … il vocabolo è impiegato per indicare rottura di oggetti … affondamento di navi … stritolamento di corpi … annientamento dei nemici … In senso traslato si parla di … coraggio e di speranza e di cuore infranti. … A sbr del testo masoretico corrisponde nei LXX   συντρίβω circa 134 volte … la radice ebraica indica in primo luogo fare a pezzi mentre l’accezione fondamentale del termine greco è grattugiare, stritolare. ”[8]

Nella Bibbia la traduzione di sbr con  συντρίβω indica processi di distruzione che giungono fino alla totale distruzione.[9]  Inoltre :“ … vi sono altre 30 e più radici ebraiche che vengono tradotte con   συντρίβω.In singoli casi vengono tradotte o sostituite con συντρίβω … radici di significato affine ad. es. dk’, frantumare … htt, spezzare … Il sostantivo mehittà, terrore, rovina, compare 11 volte nel testo ebraico; nei 5 passi dei Proverbi è sempre reso con συντρίβω.”[10] Sono pure tradotte con συντρίβω radici come : “Ksl,incepiscare … smd, nif’al, venire violentemente spopolato … smd, nif’al, essere sterminato … nps, frantumare … La traduzione di sbr con altri vocaboli greci diversi da συντρίβω si limita a singoli casi …”[11]

Occorre notare che nel testo del Salmo 50(51) al versetto 19 che stiamo esaminando il verbo  shabar è usato due volte ed è rafforzato dal verbo dakah che ugualmente significa frantumare; questi due termini che usano il verbo  shabar sono tutti e due tradotti in greco facendo ricorso a  συντρίβω.

Tra gli enunciati importanti dei LXX, in ordine al N. T., riguardo a συντρίβω  occorre citare in particolare, nel Salmo 68,21  : “ Aquila e Simmaco hanno tradotto correttamente ονειδισμόs sunέtriψεν tήn kardίan μου. I giusti considerano sé stessi come coloro che hanno il cuore infranto. Essi sanno che il Signore è vicino a loro …  Egli accetta come sacrificio uno spirito contrito e non disprezza un cuore infranto”[12] Dio accetta come sacrificio uno spirito contrito e non disprezza un cuore infranto, come affermano il Salmo 50,19 e Dan. 3,39 nella LXX. Inoltre, ancora tra gli enunciati importanti dei LXX in ordine al N. T., va sottolineato che  Dio guarisce,  risana i cuori infranti e fascia le loro ferite (Salmo 146,3 della LXX); Isaia assegna questo compito risanatore all’inviato di Dio (Is. 61,1). Aquila, traducendo in greco Is. 53,5 ha in certo modo elevato a tratto caratteristico del Messia sofferente il suo essere contrito[13]. Ulteriormente, sempre tra gli enunciati importanti dei LXX in ordine al N. T., è da notare che nell’A. T.  συντετριμμέnos e  ταπeινόs cioè contrito e umile divengono sinonimi[14] Il versetto 19 del Salmo 50 nella versione dei LXX nella: “ tradizione protocristiana si trova citato in I Clem. 18,17 ; 52,4; Barn. 2,10. Is. 61,1 è riportato in Barn. 14,9”.[15]

Il verbo  συντρίβω  nella lingua greca appare intorno al V sec. a. C. ed è un composto che significa sfregare due cose una contro un’altra ed indica in alcuni casi una finalità non distruttiva (macinare, grattare etc), in altri casi indica una finalità distruttiva (distruggere, stritolare), in alcuni casi può indicare turbamento o contrizione, nella filosofia ellenistica, anzitutto tra gli epicurei, tale termine inteso come compunzione indica un presupposto necessario per l’ascesa morale[16]

Il verbo  συντρίβω mette in evidenza qualcosa di molto interessante in particolare nel Salmo 50 al versetto 19 e cioè che sono due realtà che agiscono una sull’altra e determinano la contrizione del cuore e dello spirito di Davide e più generalmente del penitente, queste due realtà sono Dio e l’anima umana … Dio frange il cuore e lo spirito e conduce alla conversione.

Il verbo latino, che per noi ha una speciale importanza, e che traduce i termini ebraici e greci appena visti indicanti spezzare, rompere e in particolare quelli indicanti il frangersi del cuore, è contĕro un composto formato da cum e tero che in realtà significa, come συντρίβω , sfregare due cose una contro un’altra e quindi  triturare, polverizzare, pestare,  distruggere; il verbo in questione è estremamente preciso quindi per tradurre  συντρίβω e per metter in evidenza discretamente come appunto sotto l’azione di Dio il cuore umano si converte.

S. Agostino di Ippona riporta alcuni testi in cui possiamo vedere come il verbo contĕro traduce l’ebraico sbr e il greco συντρίβω si pensi , per es. a questo testo citato dal s. Dottore: “ Contritus est malleus universae terrae” (Ier 50, 23)[17] in cui contritus traduce, in particolare, il verbo ebraico  sbr del testo ebraico e il greco συντρίβω della LXX che riporta tale passo in Ger. 27,23 con queste parole πῶς συνεκλάσθη καὶ συνετρίβη ἡ σφῦρα πάσης τῆς γῆς [18]; si pensi in particolare al passo così importante per noi del Salmo 50 versetto 19 che era appunto tradotto in latino così: “Sacrificium Deo spiritus contritus, cor contritum et humiliatum Deus non spernit”[19] in cui contritus traduce il verbo shabar e il verbo greco συντρίβω.

La traduzione di s. Girolamo di Geremia 50,23 è appunto : “ Quomodo confractus est et contritus malleus universae terrae.” (“Liber Ieremiae”, PL 28, 923A) e quella di Salmo 50,19 è : “Sacrificium [h. Sacrificia] Dei spiritus contribulatus [h. contritus]: cor contritum et humiliatum, Deus, non despicies.” (“Liber Psalmorum”, PL 28, 1166C)

S. Ambrogio presenta questa traduzione di Salmo 50,19: “ Sacrificium Deo spiritus contribulatus: cor contritum et humiliatum Deus non spernit (Psal. L, 18 et 19).” (“Apologia Prophetae David”, PL14, 882C) Da contero viene contritus (contrito) e quindi contritio, che in italiano traduciamo con contrizione.

Scrive significativamente s. Ambrogio parlando di giustificazione: “ Publicanus autem praedicatus est, qui a longe stans nolebat oculos ad coelum levare, sed percutiebat pectus suum dicens: Domine Deus, propitius esto mihi peccatori (Luc. XVIII, 13) . Et ideo divina eum sententia praetulit dicens: Quia descendit hic publicanus iustificatus magis, quam pharisaeus (Ibid., 14) . Ille enim iustificatur qui peccatum proprium confitetur, sicut locutus est ipse Dominus: Dic iniquitates tuas, ut iustificeris (Esai. XLIII, 26) . Et David ait: Sacrificium Deo, spiritus contribulatus (Ps. L, 19) . Et iterum: Cor contritum et humiliatum Deus non spernit (Ibid.) . Hieremias quoque ait: Anima in angustiis, et spiritus anxiatus clamat ad te (Baruch. III, 1) ” (“De Cain et Abel”, PL 14, 333D) Questo significa essenzialmente, per il nostro interesse, che è giustificato colui che umilmente contrito confessa il proprio peccato. Il pubblicano di cui parla il Vangelo di Luca al capitolo 18 appunto per l’ umile contrizione con cui riconosce il suo peccato è giustificato.

C’è dunque una buona contrizione, precisa s. Ambrogio che è appunto quella di cui parla Davide nel Salmo 50, 19 e per la quale Dio sana le nostre anime ferite dal peccato : “Est autem bona contritio: cor enim contritum et humiliatum Deus non spernit (Ps. L, 19) . Et alibi: Sana contritiones eius (Psal. LIX, 4)” (Iob et David, PL. 14, 0804B)

E a noi fa evidentemente bene avere un cuore contrito, dice ancora s. Ambrogio: “     Prodest tibi cor habere contritum.”(Enarrationes in XII psalmos Davidicos, PL 14, 0939A)

Il s. Dottore Vescovo di Ippona, s. Agostino,  afferma significativamente, appunto partendo dal Salmo 50,19, sulla contritio  “ Sacrificium Deo spiritus contritus; cor contritum et humiliatum Deus non spernit. Habes quod offeras. Non gregem circuminspicias, non navigia praepares et permees ad extremas provincias unde aromata deferas. Quaere in corde tuo quod gratum sit Deo. Cor conterendum est. Quid times ne contritum pereat? Ibi habes: Cor mundum crea in me, Deus. Ut ergo creetur mundum cor, conteratur immundum.”[20]

Che significa: “ Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore contrito e umiliato Dio non lo disprezza (Sal 50, 19). Ecco dunque che hai che cosa offrire. Non girare lo sguardo in cerca del gregge, non preparare navigli per recarti in lontane regioni onde apportarne aromi. Cerca dentro al tuo cuore cosa ci può essere di gradito a Dio. È il cuore che si deve spezzare. Temi forse che, spezzato, abbia a perire? Ma nello stesso salmo trovi: Crea in me, o Dio, un cuore puro (Sal 50, 12.) . Affinché dunque possa esser creato un cuore puro, bisogna che venga spezzato quello impuro.”[21]

Con la contrizione viene spezzato il cuore impuro perché possa essere creato un cuore puro.

Spiega ancora s. Agostino “Sacrificium Deo spiritus contritus; cor contritum et humiliatum Deus non spernet . Intueamur quem ad modum, ubi Deum dixit nolle sacrificium, ibi Deum ostendit velle sacrificium. Non vult ergo sacrificium trucidati pecoris, et vult sacrificium contriti cordis. Illo igitur quod eum nolle dixit, hoc significatur, quod eum velle subiecit. Sic itaque illa Deum nolle dixit, quo modo ab stultis ea velle creditur, velut suae gratia voluptatis. Nam si ea sacrificia quae vult (quorum hoc unum est: cor contritum et humiliatum dolore paenitendi) nollet eis sacrificiis significari, quae velut sibi delectabilia desiderare putatus est: non utique de his offerendis in Lege vetere praecepisset .”[22]

Dio vuole il sacrificio del cuore contrito e umiliato dal dolore della compunzione.

E ulteriormente dice s. Agostino: “Ci rende santi la confessione e un modo di vivere prudente e umile: pregare con fede, avere il cuore contrito, lacrime sincere sgorganti dall’intimo del cuore, affinché ci vengano rimessi i peccati, che non possiamo evitare nella vita. Riconoscerli è la nostra salvezza, secondo l’espressione dell’apostolo Giovanni: Se riconosciamo i nostri peccati egli è fedele e giusto perché ci perdoni i peccati e ci purifichi da ogni colpa.”[23]

S. Anselmo nella scia di questa tradizione biblica e patristica afferma: “37. Ergo, bone Domine, bone Deus, qui contribulasti capita draconum in aquis, et rogationem contribulati non adiicis, contribula venenatae superbiae meae caput in diluvio lacrymarum, ut tibi sacrificem meum spiritum cum patientia tribulatum, nam et cor contritum , hoc est cum gratia tua tritum vel strictum.” (“Meditatio super Miserere”, PL 158, 0847C) Bellissima preghiera nella quale il santo Dottore chiede a Dio la grazia di stritolare la sua superbia e di offrire il sacrificio a Dio gradito in vera contrizione di cuore, cioè con un cuore stritolato da Dio con la sua grazia .

Riprendendo s. Agostino, Graziano, in una distinzione della “Concordia discordantium canonum” in cui si chiede se basti la sola contrizione con la soddisfazione segreta o occorra la confessione della bocca per dare soddisfazione a Dio per il peccato commesso, cioè per riparare il peccato commesso, scrive:  “C. LXIII. Item Augustinus in sermone de poenitentia, al. lib. de poenitentiae medicina .

Non sufficit mores in melius commutare, et a praeteritis malis recedere, nisi etiam de his, quae facta sunt, satisfiat Deo per poenitentiae dolorem per humilitatis gemitum, per contriti cordis sacrificium, cooperantibus eleemosynis et ieiuniis. ”[24]

Il testo preciso di s. Agostino tradotto in italiano dice: “ Il sacrificio gradito a Dio è lo spirito contrito; Dio infatti non disprezza un cuore affranto e umiliato . Davide dunque non solo fece la sua offerta con animo devoto ma, con tali parole, indicò anche che cosa bisogna offrire. Non basta infatti cambiare in meglio il comportamento e non peccare più; occorre anche, per quello che si è commesso, una riparazione a Dio; il dolore della penitenza, il gemito dell’umiltà, l’offerta del cuore contrito e delle elemosine. Sono infatti beati i misericordiosi perché di essi Dio avrà misericordia.”[25]

Per riparare il peccato occorre la contrizione.

Graziano riporta poi in latino nella stessa distinzione della  “Concordia discordantium canonum”,  una illuminante frase di s. Giovanni Crisostomo a questo riguardo: “C. XL. Item Ioannes Os aureum in hom. de poenitentia, quae incipit: « Provida mente » . “Perfecta poenitentia cogit peccatorem omnia libenter sufferre. Et infra: § 1. In corde eius contritio, in ore confessio, in opere tota humilitas: haec est fructifera poenitentia”.[26]

Che significa essenzialmente che la penitenza perfetta spinge l’uomo a soffrire tutto e che nel cuore suo sono la contrizione, nella sua bocca la confessione, nella sua opera tutta umiltà, questa è la penitenza fruttifera. Una frase illuminante che si ritrova anche nel Catechismo Romano nella parte relativa al Sacramento della Penitenza.

Riportando un altro testo ritenuto allora di s. Giovanni Crisostomo , Graziano scrive: “Item Ioannes Chrysostomus [ id est auctor Operis imperfecti in Matthaeum, homil. 40]. Quis aliquando vidit clericum cito poenitentiam agentem? *Sed* et si deprehensus humiliaverit se, non ideo dolet, quia peccavit, sed confunditur, quia perdidit gloriam suam. …  Gratian. His *auctoritatibus asseritur, neminem sine poenitentia et confessione propriae vocis a peccatis posse mundari. (1554C) Unde praemissae auctoritates, quibus videbatur probari, sola contritione cordis veniam praestari, aliter interpretandae sunt, quam ab eis exponantur.”[27] Per noi questo significa in particolare che la contrizione è necessaria per la salvezza.   Non ci addentriamo nella questione che sta esaminando Graziano in questa distinzione  che verte sulla necessità della confessione insieme alla contrizione per la salvezza dell’anima, vedremo più avanti quello che la dottrina cattolica attuale afferma a riguardo. Qui ci interessa segnalare qualche interessante riferimento patristico presunto tale che Graziano ci offre sulla contrizione e d’altra parte è per noi interessante anche vedere come ai tempi di Graziano era chiara, sulla base della Bibbia e quindi dalle affermazioni dei Padri della Chiesa che l’avevano meditata e interpretata, la fondamentale importanza della contrizione,  per la remissione dei peccati.

Interessante a questo riguardo è una citazione che Graziano fa  di un’affermazione di s. Ambrogio: “  Quod de interiori poenitentia, non exteriori dictum accipitur. De exteriori vero poenitentia Ambrosius ait super epistolam ad Romanos: Gratia Dei in baptismate non quaerit gemitum vel planctum, non opus aliquod, sed solum contritionem cordis, et omnia gratis condonat.[28] Le parole di s. Ambrogio significano che la grazia di Dio nel Battesimo non cerca il gemito o il pianto né qualche opera ma solo la contrizione del cuore e tutto condona gratis.

Nella stessa distinzione e nella stessa opera di Graziano  leggiamo : “ C. XXX. … Voluntas remuneratur, non opus. Voluntas autem in cordis contritione est, opus vero in oris confessione. Gratian. Luce clarius constat cordis contritione, non oris confessione peccata dimitti.[29]

La volontà è premiata, non l’opera. La volontà è nella contrizione del cuore l’opera nella confessione della bocca.

Ancora Graziano scrive su questo argomento  “C. XXXIII. Scindite corda vestra, et non vestimenta. Gratian. Ostendens in contritione cordis, quae in eiusdem scissione intelligitur, non in confessione oris, quae pars est exterioris satisfactionis, quam scissuram vestium nominavit, a parte totum intelligens, peccata dimitti.[30] Che vuole dire essenzialmente, per il nostro scopo, che nella contrizione del cuore i peccati sono perdonati .

Ulteriormente, sulla contrizione Graziano scrive“C. XXXVI. Qui natus est ex Deo, non peccat. Gratian. Ergo nec est filius diaboli.  Solo enim peccato diaboli filii sumus. Ergo de eius regno translati sumus in regnum caritatis filii Dei, et sumus erepti de potestate tenebrarum, et facti filii lucis. Quum ergo ante confessionem, ut probatum est, sumus resuscitati per gratiam, et filii lucis facti, evidentissime apparet, quod sola cordis contritione sine confessione oris, peccatum remittitur.”[31]

Per il nostro scopo questo significa ancora che  per la contrizione il peccato è rimesso.

La fondamentale importanza della contrizione è ribadita da un ulteriore affermazione di Graziano che potete leggere qui di seguito:

“III. Pars. § 9. E contra ea, quae in assertione huius sententiae dicta sunt, partim veritate nituntur, partim pondere carent. Sine contritione etenim cordis nullum peccatum posse dimitti, occulta vero peccata secreta satisfactione, publica quoque manifesta poenitentia expiari debere, firmissima constat ratione subnixum.”[32] Senza la contrizione nessun peccato del cuore può essere perdonato.

Le affermazioni della Scrittura, dei Padri e di Graziano ci hanno indicato la fondamentale importanza  della contrizione per la vera conversione dell’uomo e per la remissione dei suoi peccati: senza la contrizione nessun peccato può essere perdonato.

c) Fondamentali affermazioni di s. Tommaso d’Aquino sulla contrizione.

Dio ci illumini e s. Tommaso preghi per noi.

S. Tommaso tratta ampiamente della contrizione nelle sue opere in particolare nel Commento alle Sentenze, nella Somma contro i gentili, nella Somma Teologica , e nel De Veritate .

La contrizione, secondo il Dottore Angelico, è il dolore per il peccato che avverte colui che ha la grazia e si distingue dall’attrizione che è dolore per il peccato che avverte colui che è privo della carità e della grazia santificante: “ …  omnis dolor  de peccato  in  habente gratiam est contritio: et similiter omnis actus fidei gratiae coniunctus est fidei formatae actus. Ergo actus fidei informis, et attritio, de quibus isti  loquuntur, tempore praecedunt gratiae infusionem.” (De veritate, q. 28 a. 8 co. )

La contrizione è causata dalla carità:  “Ad secundum dicendum, quod timor servilis quem caritas foras mittit, oppositionem habet ad caritatem ratione suae servitutis, qua poenam respicit; sed dolor contritionis ex caritate causatur, ut dictum est; et ideo non est simile.” (Super Sent., lib. 4 d. 17 q. 2 a. 4 qc. 1 ad 2.) Nel Commento alle Sentenze egli dedica alla contrizione una intera quaestio in cui pone la seguente  domanda iniziale  : “Videtur quod contritio non sit dolor pro peccatis assumptus cum proposito confitendi et satisfaciendi, ut quidam definiunt.” Nella risposta, tra l’altro egli afferma : “ …  quia ad dimissionem peccati requiritur quod homo totaliter affectum peccati dimittat, per quem quamdam continuitatem et soliditatem in sensu suo habebat; ideo actus ille quo peccatum remittitur, contritio dicitur per similitudinem.”(Super Sent., lib. 4 d. 17 q. 2 a. 1 qc. 1 co.)

Quindi, secondo s. Tommaso, si parla di contrizione (dal verbo contero che significa  triturare, polverizzare, pestare,  distruggere)  riguardo al peccato perchè essa implica una distruzione dell’affetto che spinge l’uomo a peccare. Dio ci illumini e s. Tommaso preghi per noi.

S. Tommaso, seguendo i santi Padri accetta varie definizioni di contrizione:

“ dolor pro peccatis assumptus cum proposito confitendi et satisfaciendi” (Super Sent., lib. 4 d. 17 q. 2 a. 1 qc. 1 arg. 1 e c.), “dolor voluntarius, semper pro peccato puniens quod dolet commisisse …  compunctio et humilitas mentis cum lacrymis, veniens de recordatione peccati et timore judicii …  dolor remittens peccatum … humilitas spiritus annihilans peccatum, inter spem et timorem.”.(Super Sent., lib. 4 d. 17 q. 2 a. 1 qc. 1 co.) La contrizione, afferma ulteriormente il Dottore Angelico, è il dolore per il peccato che avverte colui che ha la grazia:

“ …  omnis dolor  de peccato  in  habente gratiam est contritio: et similiter omnis actus fidei gratiae coniunctus est fidei formatae actus. Ergo actus fidei informis, et attritio, de quibus isti  loquuntur, tempore praecedunt gratiae infusionem.” (De veritate, q. 28 a. 8 co. )

Per noi è particolarmente importante affermare  che, per s. Tommaso, la contrizione è : “dolor remittens peccatum”(Super Sent., lib. 4 d. 17 q. 2 a. 1 qc. 1 co.) cioè un dolore che rimette il peccato , che annienta il peccato. Senza contrizione non c’è remissione dei peccati. Spiega s. Tommaso: “ …  contritio potest dupliciter considerari; vel inquantum est pars sacramenti, vel inquantum est actus virtutis; et utroque modo est causa remissionis peccati.” (Super Sent., lib. 4 d. 17 q. 2 a. 5 qc. 1 co.) La contrizione è causa di remissione dei peccati sia in quanto è parte del Sacramento, sia in quanto è atto di virtù. In quanto è parte del Sacramento della Penitenza la contrizione opera strumentalmente per la remissione dei peccati, in quanto  è atto di virtù è quasi causa materiale della remissione del peccato.

Senza contrizione non c’è remissione dei peccati:

“contritio, quae hoc significat, importat aliquam rectitudinem voluntatis; et propter hoc est actus virtutis illius cujus est peccatum praeteritum detestari et destruere, scilicet poenitentiae, ut patet ex his quae in 14 dist., qu. 1, art. 1, quaestiunc. 3, dicta sunt.” (Super Sent., lib. 4 d. 17 q. 2 a. 1 qc. 2 co.)  e ulteriormente  “ …  caritas amissa non recuperatur nisi per contritionem de  peccatis praecedentibus, quae est motus poenitentiae virtutis.” (Super Sent., lib. 4 d. 14 q. 1 a. 2 qc. 2 co.)… per la remissione dei peccati occorre la contrizione, la carità non si recupera se non attraverso il movimento della virtù della penitenza che porta quindi alla contrizione per i peccati commessi. Soprattutto capiamo la necessità assoluta della contrizione per la remissione dei peccati allorché s. Tommaso afferma che come l’offesa di Dio ha una certa infinità, così un solo atto di contrizione ha una certa infinità, e quindi determina la remissione del peccato, tanto per la virtù della grazia che dà alle opere un valore infinito, tanto per il merito di Cristo che opera in tutti i Sacramenti e in tutti i meriti    “Ad primum ergo dicendum, quod sicut offensa habuit infinitatem, ita etiam et unus contritionis actus habet quamdam infinitatem, tum ex virtute gratiae quae dat operibus infinitum valorem, ut scilicet per ea homo infinitum bonum mereatur; tum ex merito Christi, quod operatur in omnibus sacramentis, et in omnibus meritis.” (Super Sent., lib. 4 d. 14 q. 1 a. 4 qc. 1 ad 1) Dio ci illumini e s. Tommaso preghi per noi.

Inoltre è particolarmente importante considerare che, secondo le affermazioni di s. Tommaso la contrizione è dolore per i peccati con il proposito di confessarsi e di soddisfare alle esigenze della divina giustizia “ dolor pro peccatis assumptus cum proposito confitendi et satisfaciendi” (Super Sent., lib. 4 d. 17 q. 2 a. 1 qc. 1 arg. 1 e c.). La contrizione è un dolore che annienta il peccato anche perché nel proposito di soddisfare  e di confessarsi ci deve essere il proposito di non peccare più infatti s. Tommaso allorché parla del Sacramento della confessione, nel De articulis Fidei, pars 2 co.  afferma “Quartum sacramentum est poenitentia, cuius quasi materia sunt actus poenitentis, qui dicuntur tres poenitentiae partes. Quarum prima est cordis contritio, ad quam pertinet quod homo doleat de peccato commisso, et proponat se de cetero non peccaturum.” La contrizione dunque include per s. Tommaso il proposito di non peccare. Dio ci illumini e s. Tommaso preghi per noi.

La contrizione è un atto della virtù della penitenza “… contritio est dolor per essentiam, et est actus virtutis poenitentiae.” (Super Sent., lib. 4 d. 17 q. 2 a. 1 qc. 2 ad 1)

Più precisamente : la contrizione è un atto della virtù della penitenza cui spetta di detestare e distruggere il peccato commesso, tale atto implica rettitudine della volontà :“ .. contritio, quae hoc significat, importat aliquam rectitudinem voluntatis; et propter hoc est actus virtutis illius cujus est peccatum praeteritum detestari et destruere, scilicet poenitentiae.” (Super Sent., lib. 4 d. 17 q. 2 a. 1 qc. 2 co.) … e tale rettitudine di volontà implica necessariamente il proposito di non peccare più in futuro, come visto più sopra, infatti una volontà veramente retta , guidata dalla grazia, si propone di vivere sempre secondo la volontà di Dio.

S. Tommaso precisa che alla contrizione, che pure può rimettere i peccati, va fatta seguire necessariamente la confessione e la soddisfazione per essere sicuri della bontà della propria contrizione e perché la confessione e la soddisfazione sono comandate sicché se la persona, potendo, non si confessasse e non soddisfacesse sarebbe un trasgressore : “ Ad octavum dicendum, quod quamvis tota poena possit per contritionem dimitti, tamen adhuc necessaria est confessio et satisfactio: tum quia homo non potest esse certus de sua contritione, quod fuerit ad totum tollendum sufficiens; tum quia confessio et satisfactio sunt in praecepto; unde transgressor constitueretur, si non confiteretur et satisfaceret.” (Super Sent., lib. 4 d. 17 q. 2 a. 1 qc. 1 ad 8)

Commentando il Vangelo di Giovanni s. Tommaso spiega che Cristo assolse l’adultera dal peccato senza imporle nessuna pena perché egli assolvendo esteriormente giustificava interiormente ed Egli poté trasformarla interiormente perché lei attraverso una conveniente contrizione  per i peccati divenisse immune da ogni pena.  “Absolvit autem eam a culpa, non imponendo ei aliquam poenam: quia cum absolvendo exterius iustificaret interius, bene potuit eam adeo immutare interius per sufficientem contritionem de peccatis, ut ab omni poena immunis efficeretur.” (Super Io., cap. 8 l. 1.) Quanto maggiore è la contrizione per i peccati tanto più diminuisce la pena per essi. “ Vel dicendum, quod quanto est major contritio, tanto magis diminuit de poena; et quanto aliquis plura bona facit in peccato existens, magis se ad gratiam contritionis disponit; et ideo probabile est quod minoris poenae sit debitor; et propter hoc debet a sacerdote discrete computari, ut ei minorem poenam injungat, inquantum invenit eum melius dispositum.” (Super Sent., lib. 4 d. 15 q. 1 a. 3 qc. 3 ad 1.)

Per s. Tommaso , si noti bene, come visto, la contrizione si distingue dalla attrizione perché la prima è atto di carità e si compie quando l’anima è in grazia, l’attrizione è atto di dolore per i propri peccati compiuto senza carità e senza grazia, dice infatti il s. Dottore: “Ad sextam quaestionem dicendum, quod contritio potest dupliciter considerari; scilicet quantum ad sui principium, et quantum ad terminum. Et dico principium contritionis cogitationem qua quis cogitat de peccato et dolet, etsi non dolore contritionis, saltem dolore attritionis; terminus autem contritionis est, quando dolor ille jam gratia informatur.” (Super Sent., lib. 4 d. 17 q. 2 a. 2 qc. 6 co.)

La contrizione è un dolore informato dalla grazia , il dolore di attrizione no.  Il principio della contrizione si compie con l’attrizione senza che la persona abbia la grazia ma il termine si compie con la grazia, quindi il moto che conduce attraverso la contrizione al ricupero della grazia può essere schematizzato in questo modo: la persona, mossa dallo Spirito di verità, inizia a riflettere sulla malvagità del peccato commesso e si duole per tali peccati con l’attrizione, quindi interviene la grazia e conduce la persona alla contrizione. Chi si accosta al Sacramento con l’ attrizione diventa contrito attraverso il Sacramento, se non pone ostacolo: “ … quando aliquis accedit ad confessionem attritus, non plene contritus, si obicem non ponat, in ipsa confessione et absolutione, sibi gratia et remissio peccatorum datur.  Unde dicit  Glossa  super illud  Psal.95: confessio  et pulchritudo in conspectu ejus: si amas pulchritudinem,  confitere, ut  sis pulcher, idest rectus.”(Super Sent., lib. 4 d. 22 q. 2 a. 1 qc. 3 co. ) … il che significa che nella stessa confessione e assoluzione l’attrizione diventa contrizione, se la persona non pone ostacolo.

S. Tommaso spiega nella Somma Teologica che sotto l’azione di Dio l’uomo si converte e giunge alla contrizione :“ … cum Deus sit primum movens simpliciter, ex eius motione est quod omnia in ipsum convertantur secundum communem intentionem boni, per quam unumquodque intendit assimilari Deo secundum suum modum. Unde et Dionysius, in libro de Div. Nom., dicit quod Deus convertit omnia ad seipsum. Sed homines iustos convertit ad seipsum sicut ad specialem finem, quem intendunt, et cui cupiunt adhaerere sicut bono proprio; secundum illud Psalmi LXXII, mihi adhaerere Deo bonum est. Et ideo quod homo convertatur ad Deum, hoc non potest esse nisi Deo ipsum convertente. Hoc autem est praeparare se ad gratiam, quasi ad Deum converti, sicut ille qui habet oculum aversum a lumine solis, per hoc se praeparat ad recipiendum lumen solis, quod oculos suos convertit versus solem. Unde patet quod homo non potest se praeparare ad lumen gratiae suscipiendum, nisi per auxilium gratuitum Dei interius moventis.” (I-II q. 109 a. 6)

Dunque è sotto la mozione di Dio che l’uomo si converte e giunge alla contrizione, infatti è necessario che l‘uomo venga indirizzato al fine ultimo dalla mozione, dalla “spinta” della causa prima, e poiché Dio è il primo Motore, dipende dalla sua mozione, dalla sua attrazione, il volgersi di tutte le creature a lui secondo la ragione comune di bene, mediante la quale ogni creatura tende, a suo modo, è attratta, alla somiglianza con Dio.  Dio attrae a sé tutte le cose. Ma gli uomini giusti Dio li attrae a sé come a un fine speciale, al quale essi sono attratti e tendono e al quale desiderano aderire come al proprio bene. Quindi il volgersi dell‘uomo a Dio non può avvenire senza che Dio rivolga l‘uomo verso di sé, attraendolo.  L’uomo non può prepararsi alla grazia se non per l’aiuto gratuito di Dio che muove l’uomo interiormente.[33] Quindi la contrizione, per cui si attua tale volgersi dell’uomo a Dio,  si compie sotto la mozione divina.

Nella Somma contro i Gentili dello stesso santo Dottore leggiamo “ … la nostra anima agisce alle dipendenze di Dio come l’agente strumentale alle dipendenze dell’agente principale. Dunque l’anima non può prepararsi a ricevere l’influsso dell’aiuto di Dio, se non in quanto agisce con la virtù di Dio. Quindi essa è prevenuta dall’aiuto divino nel suo ben operare, piuttosto che prevenire codesto aiuto, col meritarlo in qualche modo, o preparandosi ad esso.… l’anima umana è subordinata a Dio come un agente particolare è subordinato alla causa agente universale. Perciò è impossibile che ci sia in essa un moto virtuoso che non sia prevenuto dall’azione divina. Ecco perché il Signore ha affermato: «Senza di me voi non potete far nulla» (Giov., XV, 5).”[34] Quindi la contrizione, per cui si attua tale volgersi dell’uomo a Dio,  si compie sotto la mozione divina. Dio ci illumini e s. Tommaso preghi per noi.

Continua s. Tommaso dicendo che la conversione dell’uomo a Dio si compie mediante il libero arbitrio, perciò Dio comanda all’uomo di convertirsi a Dio stesso. Il libero arbitrio, però, non può volgersi a Dio, se Dio non converte a sé, secondo la parola del libro di Geremia: “Convertimi, e mi convertirò, perché tu sei il Signore mio Dio”(Ger. 31); ugualmente nel libro delle Lamentazioni leggiamo:”Convertici a te, Signore, e ci convertiremo”.[35]

Il testo latino è il seguente:

“Ad primum ergo dicendum quod conversio hominis ad Deum fit quidem per liberum arbitrium; et secundum hoc homini praecipitur quod se ad Deum convertat. Sed liberum arbitrium ad Deum converti non potest nisi Deo ipsum ad se convertente; secundum illud Ierem. XXXI, converte me, et convertar, quia tu dominus Deus meus; et Thren. ult., converte nos, domine, ad te, et convertemur.”(I-II q. 109 a. 6) Quindi la contrizione, per cui si attua tale volgersi dell’uomo a Dio,  si compie sotto la mozione divina.

Il passo biblico delle Lamentazioni appena citato (Lam 5,21)  lo ritroviamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1432 laddove, come vedemmo, si afferma: “  La conversione è anzitutto un’opera della grazia di Dio che fa ritornare a lui i nostri cuori … ”

Spiega ancora s. Tommaso che l’uomo non può far nulla se non è mosso da Dio, secondo il detto evangelico: “Senza di me voi non potete far nulla”, perciò quando si dice che l’uomo fa quanto è in suo potere, s’intende che ciò è in potere dell’uomo secondo che è mosso da Dio.[36]

Proprio dell”uomo, prosegue il s. Dottore Aquinate, è preparare il suo animo, poiché l’uomo fa questo mediante il suo libero arbitrio, ma  egli non fa questo senza l’aiuto di Dio che muove l’uomo e lo attrae a Dio: “Ad quartum dicendum quod hominis est praeparare animum, quia hoc facit per liberum arbitrium, sed tamen hoc non facit sine auxilio Dei moventis et ad se attrahentis, ut dictum est.”(I-II q. 109 a. 6)

Dio attrae ma noi dobbiamo lasciarci attrarre! Possiamo dire che prepararsi alla grazia e quindi alla contrizione significa lasciarsi attrarre e quindi collaborare con Dio che ci attrae.

In questa linea nel Commento alle Sentenze s. Tommaso aveva precisato che: “Ad sextum dicendum, quod contritio est a Deo solo quantum ad formam qua informatur; sed quantum ad substantiam actus est ex libero arbitrio, et a Deo, qui operatur in omnibus operibus et naturae et voluntatis.” (Super Sent., lib. 4 d. 17 q. 2 a. 1 qc. 1 ad 6)

La contrizione è da Dio quanto alla forma per la quale è informata ma quanto alla sostanza dell’atto è dal libero arbitrio ed è da Dio, che opera in tutte le opere di natura e di volontà. Dio attrae noi a sé ma noi dobbiamo lasciarci attrarre e questo nostro lasciarci si compie collaborando con Dio, Dio opera in noi che collaboriamo con Lui. Dio opera in ogni operante. Ovviamente Dio opera in noi tale contrizione se noi accogliamo tale contrizione; ma se noi la rigettiamo, Dio ha in certo modo le mani legate e la contrizione non si attua in noi. Dio opera in noi la contrizione in quanto noi accogliamo tale operare di Dio in noi e ci lasciamo da Lui muovere alla contrizione.

Spiega ancora s. Tommaso che la contrizione deve rimanere sempre: “ Ad quintum dicendum, quod satisfactio attenditur secundum poenam taxatam, quae pro peccatis injungi debet; et ideo potest terminari, ut non oporteat ulterius satisfacere; haec enim poena praecipue proportionatur culpae ex parte conversionis, ex qua finitatem habet. Sed dolor contritionis respondet culpae ex parte aversionis, ex qua habet quamdam infinitatem; et ita vera contritio debet semper permanere. Nec est inconveniens, si remoto posteriori, maneat prius.” (Super Sent., lib. 4 d. 17 q. 2 a. 4 qc. 1 ad 5.)

La soddisfazione per i peccati commessi può terminare sicché non occorra più soddisfare in questa vita ma il dolore della contrizione ha una certa infinità e quindi deve rimanere sempre.

Aggiunge s. Tommaso in questa linea “ Respondeo dicendum ad primam quaestionem, quod in contritione, ut dictum est, est duplex dolor. Unus rationis, qui est detestatio peccati a se commissi; alius sensitivae partis, qui ex isto consequitur; et quantum ad utrumque, contritionis tempus est totus praesentis vitae status. …  oportet quod semper in vitae hujus tempore status contritionis maneat quantum ad peccati detestationem; similiter etiam quantum ad sensibilem dolorem, …  et propter hoc dicit Hugo de sancto Victore, quod Deus absolvens hominem a culpa et poena aeterna, ligat eum vinculo perpetuae detestationis peccati.” (Super Sent., lib. 4 d. 17 q. 2 a. 4 qc. 1 co.)

Dunque, sintetizzando, nella contrizione vi è un duplice dolore: quello di ragione che è la detestazione del peccato commesso, quello della parte sensitiva che è conseguenza del primo. La vita nostra in questo mondo deve essere tempo di contrizione quanto a tutti e due questi dolori.

Dio ci illumini e s. Tommaso preghi per noi.

d) Illuminanti affermazioni di s. Antonio di Padova sulla contrizione.

Dio ci illumini e s. Antonio preghi per noi.

Nella Domenica I di Quaresima s. Antonio dedica un intero sermone alla contrizione del cuore, che introduce affermando : “E poiché sono arrivati per noi i giorni della penitenza per la remissione dei peccati e per la salvezza delle anime, tratteremo della penitenza, che consiste in tre atti: la contrizione del cuore, la confessione della bocca e l’opera di soddisfazione (riparazione)…  Tutti questi sei argomenti sono desunti dal vangelo di oggi”[37]

Sottolineo che per s. Antonio la contrizione è assolutamente necessaria per la remissione dei peccati infatti dice : “Nel sangue della contrizione tutte le cose vengono purificate, tutto viene perdonato, purché ci sia il proposito di confessarsi. Infatti senza il sangue della contrizione non c’è remissione di peccato.”[38]

Spiega infatti s. Antonio che la contrizione del cuore sfascia le : “..  aspirazioni dei secolari, affinché, trasformati dalla contrizione, non ricerchino il falso godimento, ma quello vero.” [39] La contrizione : “ .. porta in alto la mente (vehemens, vehit sursum mentem), e perché sopprime l’eterno “guai!” (vae àdimit).”[40] La contrizione deve essere universale. Il peccatore deve : “ … struggersi per tutti i peccati commessi, per tutti i peccati di omissione e per quelli dimenticati, per tutti globalmente.”[41] Il peccatore : “ … pianga nel dolore, e si addolori nel pianto, e si dolga maggiormente di un peccato mortale commesso, che non se avesse perduto, dopo esserne venuto in possesso, tutto il mondo e tutto ciò che in esso si trova.”[42]

Dio è Colui che spinge l’uomo alla conversione infatti: “… come dice Isaia: “L’Eccelso e il Sublime, che ha una sede eterna, ha la sua dimora nello spirito contrito e umile, per ravvivare lo spirito degli umili e vivificare lo spirito dei contriti” (Is 57,15). O bontà di Dio! O dignità del penitente! Colui che ha una sede eterna, abita anche nel cuore dell’umile e nello spirito del penitente![43]

S. Antonio di Padova ha poi altre affermazioni mirabili sulla contrizione, per lui essa è “luce” ed è “mattino” “ Questa luce è la contrizione del cuore che illumina l’anima, produce la conoscenza di Dio e della propria infermità, e mostra la differenza tra l’uomo retto e quello malvagio. … “Nel mattino” della contrizione – dice il Profeta – sterminavo tutti i peccatori della terra” (Sal 100,8), reprimevo cioè tutti i moti disordinati della mia carne. … come l’aurora segna l’inizio del giorno e la fine della notte, così la contrizione segna la fine del peccato e l’inizio della penitenza. Perciò dice l’Apostolo: “Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore” (Ef 5,8), e ancora: “La notte è avanzata, il giorno è vicino” (Rm 13,12).”[44]E ancora la contrizione è “erba” da cui nasce la “spiga” della Confessione: “ …  la parola di Dio, seminata nel cuore del peccatore, produce dapprima l’erba della contrizione, della quale è detto nella Genesi: “La terra, cioè la mente del peccatore, germogli l’erba verdeggiante (Gn 1,11), la contrizione; poi la spiga della confessione …”[45] La contrizione è una “lampada” e permette di suonare la “tromba” della Confessione: “Il penitente, attento esploratore, fatto in questo modo il giro, deve subito accendere la lampada che arde e illumina (cf. Gv 5,35); in essa è indicata la contrizione, la quale, per il fatto che arde, per questo anche illumina. … Ecco che cosa fa la vera contrizione. …  tutto ciò che c’è d’immondo, sia nell’anima che nel corpo, viene consumato dal fuoco della contrizione … Ma ecco finalmente il tempo della quaresima, istituito dalla chiesa per espiare i peccati e salvare le anime: in esso è preparata la grazia della contrizione, che ora sta spiritualmente alla porta e bussa; se vorrai aprirle e accoglierla, cenerà con te e tu con lei (cf. Ap 3,20). E allora comincerai a suonare la tromba … La tromba è la confessione del peccatore contrito. ”[46]

S. Antonio, ci ottenga la vera contrizione per i nostri peccati.

e) Fondamentali verità circa la contrizione affermate nei Concili Ecumenici di Firenze e di Trento.

La Croce sia la nostra luce.

Il Concilio di Trento ha affermato riguardo alla contrizione che: sono quasi materia del Sacramento della Penitenza gli atti dello stesso penitente e cioè: la contrizione, la confessione, la soddisfazione. Questi atti poiché si richiedono, nel penitente, per l’integrità del sacramento e per la piena e perfetta remissione dei peccati, per questo sono considerati parti della penitenza.[47]

Inoltre questo famoso Concilio Ecumenico ha affermato:

“Contritio, quae primum locum inter dictos paenitentis actus habet, animi dolor ac detestatio est de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero. ».[48]

La contrizione che ha il primo posto tra gli atti del penitente è il dolore dell’animo e la detestazione del peccato commeso, con il proposito di non più peccare. Il Concilio di Trento ha precisato che questo atto di contrizione è stato sempre necessario per impetrare la remissione dei peccati e nell’uomo caduto in peccato dopo il Battesimo esso prepara alla remissione dei peccati se accompagnato dalla fiducia nella divina Misericordia e dal voto di  adempiere tutto quello che è richiesto per ricevere nel modo dovuto questo Sacramento della Penitenza.[49]

Questa contrizione contiene non solo la cessazione del peccato e il proposito (di una vita nuova) e l’inizio di una nuova vita, ma contiene anche l’odio della vecchia vita, secondo le parole della S. Scrittura: Allontanate da voi tutte le vostre iniquità, con cui avete prevaricato e costruitevi un cuore nuovo ed un’anima nuova(Ez 18, 31).

Certamente colui che riflette su quelle esclamazioni dei santi: “Ho peccato contro te solo ed ho compiuto il male contro di te” (Sal 50, 6.); “sono stanco di gemere, vado lavando ogni notte il mio giaciglio”(Sal 6, 7); “ripenserò a tutti i miei anni, nell’amarezza della mia anima”(Is 38, 15.), e su altre simili, capirà facilmente che esse provenivano da un odio veramente veemente della vita passata e da una grande detestazione del peccato.[50]

La Croce sacra sia la nostra luce.

Insegna, inoltre, il Concilio che, se anche avviene che questa contrizione talvolta possa esser perfetta nell’amore, e  possa riconciliare l’uomo con Dio già prima che questo sacramento realmente sia ricevuto, tuttavia questa riconciliazione non è da attribuirsi alla contrizione senza il proposito di ricevere il sacramento incluso in essa.[51]

Il Concilio di Trento afferma ulteriormente che la contrizione imperfetta, che vien detta ‘attrizione’ perché prodotta comunemente o dalla considerazione della turpitudine del peccato o dal timore dell’inferno e delle pene, se esclude la volontà di peccare con la speranza del perdono, non solo non rende l’uomo ipocrita e maggiormente peccatore, ma è addirittura un dono di Dio ed un impulso dello Spirito Santo, che non abita ancora nell’anima, ma che soltanto la muove, un impulso per cui il penitente, aiutato da Dio, si prepara la via alla giustizia. E quantunque per sé, senza il sacramento della penitenza, tale contrizione imperfetta sia impotente a condurre il peccatore alla giustificazione, tuttavia lo dispone ad impetrare la grazia di Dio nel sacramento della Penitenza. Colpiti, infatti, salutarmente da questo timore, cioè da questa contrizione imperfetta, gli abitanti di Ninive fecero penitenza sotto l’influsso della predicazione di Giona, piena di terrori ed ottennero misericordia da Dio (cfr. Giona 3). Perciò, continua il Concilio, falsamente alcuni accusano gli scrittori cattolici, quasi abbiano insegnato che il sacramento della penitenza conferisca la grazia senza un moto interiore, buono, di chi lo riceve: cosa che la chiesa di Dio non ha mai insegnato e mai creduto. Ma anche questo insegnano falsamente: che, cioè, la contrizione sia cosa estorta e forzata, non libera e volontaria.[52]

Dio ci liberi da ogni errore.

Inoltre lo stesso Concilio afferma che se qualcuno negherà che per la remissione integra e perfetta dei peccati si richiedano, nel penitente, come quasi materia del sacramento della penitenza, questi tre atti: la contrizione, la confessione e la soddisfazione, che sono le tre parti della penitenza o dirà che due sole sono le parti della penitenza, e cioè: i terrori indotti alla coscienza dalla conoscenza del peccato e la fede, concepita attraverso il vangelo o l’assoluzione, per cui una persona crede che gli sono rimessi i peccati per mezzo del Cristo, sia anatema.[53]

Ulteriormente:“ Can. 5. Si quis dixerit, eam contritionem, quae paratur per discussionem, collectionem et detestationem peccatorum, qua quis recogitat annos suos in amaritudine animae suae (Is 38, 15), ponderando peccatorum suorum gravitatem, multitudinem, foeditatem, amissionem aeternae beatitudinis, et aeternae damnationis incursum, cum proposito melioris vitae, non esse verum et utilem dolorem, nec praeparare ad gratiam, sed facere hominem hypocritam et magis peceatorem; demum illam esse dolorem coactum et non liberum ac voluntarium: an. s. [54][55]

Quindi, se qualcuno dirà che quella contrizione, che si ottiene con l’esame (dei peccati), la “raccolta” o meglio il ricordo  (dei peccati fatti), e la detestazione dei peccati, per cui una persona ripensa alla propria vita nell’amarezza della sua anima (cfr. Is 38, 15) valutando la gravità, la moltitudine, la bruttezza dei suoi peccati, la perdita della beatitudine eterna e l’essere incorso nella eterna dannazione, col proposito di una vita migliore , non è un dolore vero ed utile, che non prepara alla grazia, ma che rende l’uomo ipocrita e ancor più peccatore e che, finalmente, essa è un dolore imposto, non libero e volontario, sia anatema.

Mi pare importante sottolineare che, secondo il Concilio di Trento: questo atto di contrizione è stato sempre necessario per impetrare la remissione dei peccati e nell’uomo caduto in peccato dopo il Battesimo esso prepara alla remissione dei peccati se accompagnato dalla fiducia nella divina Misericordia e dal voto di  adempiere tutto quello che è richiesto per ricevere nel modo dovuto questo Sacramento della Penitenza.[56]

Il Concilio di Firenze, circa un secolo prima di quello di Trento, aveva affermato:

“Quartum sacramentum est paenitentia, cuius quasi materia sunt actus paenitentis, qui in tres distinguuntur partes. Quarum prima est cordis contritio; ad quam pertinet, ud doleat de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero. Secunda est oris confessio; ad quam pertinet, ut peccator omnia peccata, quorum memoriam habet, suo sacerdoti confiteatur integraliter. Tertia est satisfactio pro peccatis secundum arbitrium sacerdotis”[57]

Il quarto sacramento è la penitenza, di cui quasi materia sono gli atti del penitente, distinti in tre parti: la prima delle quali è la contrizione del cuore, che consiste nel dolore del peccato commesso, col proposito di non peccare in avvenire; la seconda è la confessione orale, nella quale il peccatore confessa integralmente al suo sacerdote tutti i peccati di cui si ricorda; la terza è  la soddisfazione dei peccati, secondo il giudizio del sacerdote.

La Croce sacra sia la nostra luce.

f) Importanti affermazioni del Catechismo Romano sulla contrizione.

Il Catechismo del Concilio di Trento ha affermato al n. 247s[58] “Come il corpo umano è formato di molte membra, mani, piedi, occhi e simili, di cui nessuna potrebbe mancare senza imperfezione dell’insieme, che diciamo perfetto solo quando le possiede tutte, cosi la Penitenza risulta delle tre suddette parti in modo tale che, sebbene la contrizione e la confessione che giustificano il peccatore, siano le sole richieste assolutamente per costituirla, nella sua assenza essa rimane tuttavia imperfetta e difettosa, quando non include la soddisfazione. Queste tre parti sono dunque inseparabili e così ben collegate tra loro, che la contrizione racchiude il proposito e la volontà di confessarsi e di soddisfare; la contrizione e la soddisfazione implicano la confessione; e la soddisfazione è la conseguenza delle altre due .

Ecco come definiscono la contrizione i Padri del Concilio di Trento: La contrizione è un dolore dell’animo e una detestazione del peccato commesso con il proposito di non più peccare per l’avvenire (Sess. 14, e. 4). Parlando più oltre della contrizione, aggiungono: Questo atto prepara alla remissione dei peccati, purché sia accompagnato dalla fiducia nella misericordia di Dio e dalla volontà di fare quanto è necessario per ben ricevere il sacramento della Penitenza. Questa definizione fa ben comprendere ai fedeli che l’essenza della contrizione non consiste solo nel trattenersi dal peccare, nel risolvere di mutar vita, o nell’iniziare di fatto una vita nuova, ma anche e sopratutto nel detestare ed espiare le colpe della vita passata.”

Al n. 250 del Catechismo Tridentino[59] troviamo scritto :
“Da quanto abbiamo detto è facile dedurre le condizioni necessarie per una vera contrizione, condizioni che devono essere spiegate ai fedeli con la maggiore diligenza, affinché tutti sappiano con quali mezzi possano acquistarla, e abbiano una norma sicura per discernere fino a qual punto siano lontani dalla perfezione di essa. La prima condizione è l’odio e la detestazione di tutti i peccati commessi. Se ne detestassimo soltanto alcuni, la contrizione non sarebbe salutare, ma falsa e simulata, poiché scrive san Giacomo: Chi osserva tutta la legge e in una sola cosa manca, trasgredisce tutta la legge (Gc 2,10). La seconda è che la contrizione comprenda il proposito di confessarci e di fare la penitenza: cose di cui parleremo a suo luogo. La terza è che il penitente faccia il proposito fermo e sincero di riformare la sua vita, come insegna chiaramente il Profeta: Se l’empio farà penitenza di tutti i peccati che ha commessi, custodirà tutti i miei precetti e osserverà il giudizio e la giustizia, vivrà; né mi ricorderò più dei peccati che avrà commesso. E più oltre: Quando l’empio si allontanerà dalla empietà che ha commesso e osserverà il giudizio e la giustizia, darà la vita all’anima sua. E più oltre ancora: Convertitevi e fate penitenza di tutte le vostre iniquità; cosi queste non vi torneranno a rovina. Gettate lungi da voi tutte le prevaricazioni in cui siete caduti, e fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo (Ez 18,21 Ez 18,31). La medesima cosa ha ordinato il Signore stesso nel dire all’adultera: Và e non peccare più (Jn 8,11); e al paralitico risanato nella piscina: Ecco, sei risanato: non peccare più (Jn 5,14). Del resto la natura e la ragione mostrano chiaramente che vi sono due cose assolutamente necessarie, per rendere la contrizione vera e sincera: il pentimento dei peccati commessi, e il proposito di non commetterli più per l’avvenire. Chiunque si vuole riconciliare con un amico che ha offeso, deve insieme deplorare l’ingiuria fatta, e guardarsi bene, per l’avvenire, dall’offendere di nuovo l’amicizia. Queste due cose devono necessariamente essere accompagnate dall’obbedienza, poiché è giusto che l’uomo obbedisca alla legge naturale, divina e umana alle quali è soggetto. Pertanto, se un penitente ha rubato con violenza o con frode qualche cosa al suo prossimo, è obbligato alla restituzione; se ha offeso la sua dignità e la sua vita con le parole o con i fatti, deve soddisfarlo con la prestazione di qualche servizio o di qualche beneficio. E noto a tutti, in proposito, il detto di sant’Agostino: Non è rimesso il peccato, se non si restituisce il maltolto (Epist. CL3,6,20).
Né si consideri come poco importante tra le altre condizioni volute dalla contrizione, il perdonare interamente le offese ricevute, come espressamente ci ammonisce il Signore e Salvatore nostro: Se perdonerete agli uomini le loro mancanze, il vostro Padre celeste vi perdonerà i vostri peccati; ma se non perdonerete agli uomini, nemmeno il Padre vostro perdonerà a voi le vostre colpe (Mt 6,14-15).”[60]

S. Pio V e tutti gli spiriti beati del Cielo preghino per noi e ci ottengano la vera contrizione.

g) Importanti affermazioni del Catechismo Maggiore di s. Pio X e del Catechismo della Chiesa Cattolica sulla contrizione.

Dio ci illumini

Il Catechismo Maggiore di s. Pio X presenta una eccellente trattazione della contrizione , della sua necessità e delle sue parti (in particolare del dolore e del proposito (proponimento). Per il testo del Catechismo Maggiore di Pio X si veda   http://www.maranatha.it/catpiox/01page.htm .

Anzitutto questo importante Catechismo parla della contrizione allorché tratta del Battesimo e in particolare del Battesimo di desiderio” 567 D. Si può supplire in qualche modo alla mancanza del Battesimo? Alla mancanza del sacramento del Battesimo può supplire il martirio, che chiamasi Battesimo di sangue, o un atto di perfetto amor di Dio o di contrizione, che sia congiunto col desiderio almeno implicito del Battesimo, e questo si chiama Battesimo di desiderio.” Quindi un atto perfetto di contrizione può supplire al Battesimo purché sia congiunto con il desiderio implicito del Battesimo.

Invece un atto di contrizione perfetta, normalmente, non basta per ricevere l’Eucaristia in colui che sa di avere commesso un peccato grave, ma occorre che questa persona si confessi:

“630 D. Chi sa di essere in peccato mortale, che cosa deve fare prima di comunicarsi? Chi sa di essere in peccato mortale, deve prima di comunicarsi fare una buona confessione; non bastando l’atto di contrizione perfetta, senza la confessione, a chi è in peccato mortale per Comunicarsi come conviene. 631 D. Perché non basta neppure l’atto di contrizione perfetta a chi sa di essere in peccato mortale, per potersi comunicare? Perché la Chiesa ha stabilito, per rispetto a questo sacramento, che chi é colpevole di peccato mortale non ardisca di fare la Comunione se prima non si e confessato.”

La contrizione è indicata anche come atto che prepara una santa Comunione:“ 638 D. In che consiste la preparazione prima della Comunione? La preparazione prima della Comunione consiste in trattenersi per qualche tempo a considerare chi andiamo a ricevere e chi siamo noi; e in fare atti di fede, di speranza, di carità, di contrizione, di adorazione, di umiltà e di desiderio di ricevere Gesù Cristo.”

A partire dal numero 681 fino al 741 circa  il Catechismo Maggiore di s. Pio X per un lungo tratto spiega a fondo, in modo veramente preciso, cosa è la contrizione e le sue varie parti. Anzitutto, dunque, nel Catechismo di cui stiamo parlando si spiega precisamente cosa è la contrizione: “681. Quante sono le parti del sacramento della Penitenza? Le parti del sacramento della Penitenza sono: la contrizione, la confessione e la soddisfazione del penitente, e l’assoluzione del sacerdote. 682. Che cosa è la contrizione, ossia il dolore dei peccati? La contrizione ossia il dolore dei peccati, é un dispiacere dell’animo, pel quale si detestano i peccati commessi e si propone di non farne più in avvenire. 683.Che cosa vuoi dire questa parola contrizione? La parola contrizione, vuol dire rottura o spezzamento, come quando una pietra è pestata e ridotta in polvere. 684. Perché si dà il nome di contrizione al dolore dei peccati? Si dà il nome di contrizione al dolore dei peccati, per significare che il cuor duro del peccatore in certo modo si spezza per dolore di avere offeso Dio. … 689. Delle parli del sacramento della Penitenza qual’è la più necessaria?Delle parti del sacramento della Penitenza la più necessaria è la contrizione, perché senza di essa non si può mai ottenere il perdono dei peccati, e con essa sola, quando sia perfetta, si può ottenere il perdono, purché sia congiunta col desiderio, almeno implicito, di confessarsi.” … quindi a partire dal numero 707 viene presentata una eccellente  e approfondita trattazione del dolore e del proposito che sono parti essenziali della contrizione che , come appena visto, è appunto: il dolore dei peccati, un dispiacere dell’animo, pel quale si detestano i peccati commessi e si propone di non farne più in avvenire.

“4. – Del dolore

  1. Che cosa il dolore dei peccati?

Il dolore dei peccati consiste in un dispiacere ed in una sincera detestazione dell’offesa fatta a Dio.

  1. Di quante sorta è il dolore?

Il dolore è di due sorta: perfetto, ossia di contrizione; imperfetto, ossia di attrizione.

  1. Qual è il dolore perfetto, o di contrizione?

Il dolore perfetto è il dispiacere di avere offeso Dio, perché infinitamente buono e degno per se stesso di essere amato.

  1. Perché chiamate voi perfetto il dolore di contrizione?

Chiamo perfetto il dolore di contrizione per due ragioni:

  1. perché riguarda esclusivamente la bontà di Dio, e non il nostro vantaggio o danno;
  2. perché ci fa subito ottenere il perdono dei peccati, restandoci però l’obbligo di confessarci.
  3. Dunque il dolore perfetto ci ottiene il perdono dei peccati indipendentemente dalla confessione?

Il dolore perfetto non ci ottiene il perdono dei peccati indipendentemente dalla confessione, perché sempre include la volontà di confessarsi.

  1. Perché il dolore perfetto, o contrizione, produce questo effetto di rimetterci in grazia di Dio?

Il dolore perfetto, o contrizione produce questo effetto, perché nasce dalla carità la quale non può trovarsi nell’anima insieme coi peccato mortale.

  1. Qual’è il dolore imperfetto o di attrizione?

Il dolore imperfetto o di attrizione è quello per cui ci pentiamo di avere offeso Dio, come sommo Giudice, cioè per timore dei castighi meritati in questa o nell’altra vita o per la stessa bruttezza del peccato.

  1. Quali condizioni deve avere il dolore per essere buono?

Il dolore per essere buono, deve avere quattro condizioni: deve essere interno, soprannaturale, sommo e universale.

  1. Che cosa vuoi dire che il dolore deve essere interno?

Vuoi dire che deve essere nei cuore e nella volontà e non nelle sole parole.

  1. Perché il dolore dev’essere interno?

Il dolore deve essere interno, perché la volontà che si è allontanata da Dio col peccato, deve ritornare a Dio detestando il peccato commesso.

  1. Che cosa vuol dire che il dolore deve essere soprannaturale?

Vuol dire che deve essere eccitato in noi dalla grazia del Signore e concepito per motivi di fede.

  1. Perché il dolore dev’essere soprannaturale?

Il dolore deve essere soprannaturale, perché è soprannaturale il fine a cui si dirige, cioè il perdono di Dio, l’acquisto della grazia santificante ed il diritto alla gloria eterna.

  1. Spiegate meglio la differenza tra il dolore soprannaturale e il naturale?

Chi si pente per avere offeso Dio infinitamente buono e degno per se stesso di essere amato, per aver perduto il paradiso e meritato l’inferno, ovvero per la malizia intrinseca del peccato, ha un dolore soprannaturale perché questi sono motivi di fede: chi invece si pentisse solo pel disonore, o castigo che gli viene dagli uomini, o per qualche danno puramente temporale, avrebbe un dolore naturale, perché si pentirebbe solo per motivi umani.

  1. Perché il dolore deve essere sommo?

Il dolore deve essere sommo, perché dobbiamo riguardare e odiare il peccato come sommo di tutti i mali, essendo offesa di Dio sommo Bene.

  1. Pel dolore dei peccati é forse necessario piangere, come alle volte si piange per le disgrazie di questa vita?

Non è necessario che materialmente si pianga pel dolore dei peccati; ma basta che nel cuore si faccia più gran caso di avere offeso Dio, che di qualunque altra disgrazia.

  1. Che vuol dire che il dolore deve essere universale?

Vuol dire che deve estendersi a tutti i peccati mortali commessi.

  1. Perché il dolore deve estendersi a tutti i peccati mortali commessi?

Perché chi non si pente anche di un solo peccato mortale, rimane nemico di Dio.

  1. Che cosa dobbiamo fare per avere il dolore dei nostri peccati?

Per avere il dolore dei nostri peccati dobbiamo dimandarlo di cuore a Dio, ed eccitarlo in noi con la considerazione del gran male che abbiamo fatto peccando.

  1. Come farete per eccitarvi a detestare i peccati?

Per eccitarmi a detestare i peccati:

  1. considererò il rigore della infinita giustizia di Dio e la deformità del peccato che ha deturpato l’anima mia e mi ha reso meritevole delle pene eterne dell’inferno;
  2. considererò che ho perduta la grazia, l’amicizia, la figliuolanza di Dio e l’eredità del paradiso;
  3. che ho offeso il mio dentore che è morto per me, e che i miei peccati sono stati la cagione della sua morte;
  4. che ho disprezzato il mio Creatore, il mio Dio; che ho voltato le spalle a lui, mio sommo bene degno di essere amato sopra ogni cosa e servito fedelmente.
  5. Dobbiamo noi essere grandemente solleciti, quando andiamo a confessarci, d’avere un vero dolore de’ nostri peccati?

Quando noi andiamo a confessarci, dobbiamo essere certamente molto solleciti di avere un vero dolore de’ nostri peccati, perché questa è la cosa più importante di tutte: e se manca il dolore, la confessione non vale.

  1. Chi si confessa di soli peccati veniali deve avere il dolore di tutti?

Chi si confessa di soli peccati veniali, per confessarsi validamente basta che sia pentito di alcuno di essi; ma per ottenere il perdono di tutti è necessario che si penta di tutti quelli che riconosce di aver commesso.

  1. Chi si confessa di soli peccati veniali, e non è pentito neppure di un solo, fa una buona confessione?

Chi si confessa di soli peccati veniali e non è pentito neppure dì un solo, fa una confessione di nessun valore; la quale è inoltre sacrilega, se la mancanza del dolore è avvertita.

  1. Che cosa convien fare per rendere più sicura la confessione di soli peccati veniali?

Per rendere più sicura la confessione di soli peccati veniali, è cosa prudente accusare, con vero dolore, anche qualche peccato più grave della vita passata, benché già confessato altre volte.

  1. E cosa buona fare spesso l’atto di contrizione?

È cosa buona ed utilissima il fare spesso l’atto di contrizione, massime prima di andare a dormire, e quando uno si accorge o dubita di essere caduto in peccato mortale, per rimettersi più presto in grazia di Dio; e giova sopratutto per ottenere più facilmente da Dio la grazia di fare simile atto nel maggior bisogno, cioè nel pericolo di morte.
5. – Del proponimento.

  1. In che consiste il proponimento?

Il proponimento consiste in una volontà risoluta di non commettere mai più il peccato e di usare tutti i mezzi necessari per fuggirlo.

  1. Quali condizioni deve avere il proponimento per essere buono?

Il proponimento, affinché sia buono, deve avere principalmente tre condizioni: deve essere assoluto, universale ed efficace.

  1. Che cosa vuol dire: proponimento assoluto?

Vuol dire che il proponimento deve essere senza alcuna condizione di tempo, di luogo, o di persona.

  1. Che cosa vuol dire: il proponimento deve essere universale?

Il proponimento deve essere universale, vuoi dire che dobbiamo voler fuggire tutti i peccati mortali, tanto quelli già altre volte commessi, quanto altri che potremmo commettere.

  1. Che cosa vuol dire: il proponimento deve essere efficace?

Il proponimento deve essere efficace, vuol dire che bisogna avere una volontà risoluta di perdere prima ogni cosa che commettere un nuovo peccato, di fuggire le occasioni pericolose di peccare, di distruggere gli abiti cattivi, e di adempiere gli obblighi contratti in conseguenza dei nostri peccati.

  1. Che s’intende per abito cattivo?

Per abito cattivo s’intende la disposizione acquistata a cadere con facilità in quei peccati ai quali ci siamo assuefatti.

  1. Che cosa si deve fare per correggere gli abiti cattivi?

Per correggere gli abiti cattivi dobbiamo stare vigilanti sopra di noi, fare molta orazione, frequentare la confessione, avere un buon direttore stabile, e mettere in pratica i consigli e i rimedi che egli ci propone.

  1. Che cosa s’intende per occasioni pericolose di peccare?

Per occasioni pericolose di peccare s’intendono tutte quelle circostanze di tempo, di luogo, di persone, o di cose che per propria natura, o per la nostra fragilità ci inducono a commettere il peccato.

  1. Siamo noi gravemente obbligati a schivare tutte le occasioni pericolose?

Noi siamo gravemente obbligati a schivare quelle occasioni pericolose che d’ordinario ci inducono a commettere peccato mortale, le quali si chiamano le occasioni prossime del peccato.

  1. Che cosa deve fare chi non può fuggire qualche occasione di peccato?

Chi non può fuggire qualche occasione di peccato, lo dica al confessore e stia ai consigli di lui.

  1. Quali considerazioni servono per fare il proponimento?

Per fare il proponimento servono le stesse considerazioni, che valgono ad eccitare il dolore; cioè la considerazione dei motivi che abbiamo di temere la giustizia di Dio e di amare la sua infinità bontà.”

Laddove , poi questo Catechismo parla del momento dell’assoluzione afferma :“768 D. Compita l’accusa dei peccati che cosa resta a farsi?Compita l’accusa dei peccati, bisogna ascoltare con rispetto quello che dirà il confessore; accettare la penitenza con sincera volontà di farla; e mentre egli darà l’assoluzione, rinnovare di cuore l’atto di contrizione.”

Inoltre , appena la persona si accorge di aver peccato è bene che faccia , subito, l’atto di contrizione spiega questo Catechismo al n. 981 “D. Quando uno conosce o dubita d’aver commesso qualche peccato, che cosa deve fare? Quando alcuno conosce o dubita d’aver peccato, deve fare subito un atto di contrizione, e procurare di confessarsene al più presto.” S. Pio X preghi per noi e ci ottenga di conoscere e di vivere sempre meglio la contrizione.

Come si vede, il Catechismo Maggiore di s. Pio X offre della contrizione una trattazione molto approfondita che fa risaltare in modo molto forte l’importanza di tale elemento essenziale della Confessione.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica non sviluppa una trattazione così ampia e approfondita sulla contrizione come quella del Catechismo di s. Pio X ma fa comunque alcune importanti precisazioni su questo argomento.

Dio ci illumini.

Anzitutto mi sembra interessante notare che il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 1492 “Il pentimento (chiamato anche contrizione) deve essere ispirato da motivi dettati dalla fede.” La contrizione è dunque il pentimento.

La contrizione è un dolore e da una tristezza salutari che accompagna la conversione del peccatore (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1431)

La contrizione è uno degli elementi essenziali della Confessione da sempre, la struttura fondamentale di tale Sacramento: “ … comporta due elementi ugualmente essenziali: da una parte, gli atti dell’uomo che si converte sotto l’azione dello Spirito Santo: cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione; dall’altra parte, l’azione di Dio attraverso l’intervento della Chiesa.” (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1448)

La contrizione  ha il primo posto tra gli atti del penitente (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1451)

Riguardo alla contrizione perfetta e a quella imperfetta (attrizione) il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma ai nn. 1452s che è perfetta la contrizione che proviene dalla carità, imperfetta quella che non proviene dalla carità, solo la contrizione perfetta rimette anche i peccati mortali se congiunta al proposito di confessarsi quanto prima.

Il Catechismo Maggiore di s. Pio X precisava , come visto, ai nn. 714 ss. che il dolore richiesto per la contrizione (sia perfetta che imperfetta, evidentemente) deve essere soprannaturale. Il dolore cioè deve essere soprannaturale cioè deve essere eccitato in noi dalla grazia del Signore e concepito per motivi di fede! Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 1492: “Il pentimento (chiamato anche contrizione) deve essere ispirato da motivi dettati dalla fede.” La contrizione di cui parliamo si compie, infatti, come dicemmo, sotto l’azione dello Spirito Santo; la conversione dell’uomo  si compie sotto l’azione di Dio; nella conversione il Signore ci dona un cuore nuovo e ci fa ritornare a Lui nella grazia come spiega molto bene il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1432  Sotto l’azione dello Spirito Santo e con la nostra collaborazione si attua la conversione del cuore, la penitenza interiore, con un radicale nuovo orientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura con il peccato, un’avversione per il male  insieme con la riprovazione nei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesse, con il desiderio e la risoluzione di cambiare vita con la speranza nella misericordia di Dio e la fiducia nell’aiuto della sua grazia e con una salutare afflizione dello spirito, come afferma  il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1431.

Dio ci illumini sempre più e ci renda sempre meglio contriti per i nostri peccati.

g,1) La contrizione deve essere soprannaturale.

Il Concilio di Orange affermò: “Can. 4. Si quis, ut a peccato purgemur, voluntatem nostram Deum exspectare contendit, non autem, ut etiam purgari velimus, per Sancti Spiritus infusionem et operationem in nos fieri confitetur, resistit ipsi Spiritui Sancto per Salomonem dicenti: ‘Praeparatur voluntas a Domino’ (Prv 8, 35 sec. Septg.), et Apostolo salubriter praedicanti: ‘Deus est, qui operatur in vobis et velle et perficere pro bona voluntate’ (cf. Phil 2, 13).”[61]

Sotto l’ispirazione e l’opera dello Spirito Santo noi giungiamo a voler essere purificati,  sotto l’azione dello Spirito Santo si compie in noi la contrizione e quindi la nostra giustificazione infatti sotto l’azione dello Spirito Santo viene corretta la nostra volontà dall’empietà alla pietà e facciamo tutto quello che secondo Dio dobbiamo fare.[62]

Il Concilio di Trento afferma: “3. Se qualcuno afferma che l’uomo, senza previa ispirazione ed aiuto dello Spirito santo, può credere, sperare ed amare o pentirsi come si conviene, perché gli venga conferita la grazia della giustificazione: sia anatema.”[63]

Non possiamo pentirci come si conviene senza l’ispirazione e aiuto dello Spirito Santo. La contrizione che conduce alla liberazione dai peccati si compie sotto l’azione dello Spirito Santo.

Lo stesso Concilio precisa le sue affermazioni in questo modo: “…  negli adulti la stessa giustificazione deve iniziare dalla grazia preveniente di Dio, per mezzo di Gesù Cristo, cioè dalla chiamata, che essi ricevono senza alcun loro merito, di modo che quelli che coi loro peccati si erano allontanati da Dio, siano disposti dalla sua grazia, che sollecita ed aiuta, ad orientarsi verso la loro giustificazione, accettando e cooperando liberamente alla stessa grazia, così che, toccando Dio il cuore dell’uomo con l’illuminazione dello Spirito Santo, l’uomo non resti assolutamente inerte subendo quella ispirazione, che egli può anche respingere, né senza la grazia divina possa, con la sua libera volontà, rivolgersi alla giustizia dinanzi a Dio. Perciò quando nelle sacre scritture si dice: Convertitevi a me, ed io mi rivolgerò a voi(Zc 1, 3) , si accenna alla nostra libertà e quando rispondiamo: Facci tornare, Signore, a te e noi ritorneremo(Lm 5, 21), noi confessiamo di essere prevenuti dalla grazia di Dio.”[64]

La grazia di Dio previene e attira l’uomo alla conversione e alla giustificazione, attraverso la contrizione e, come vedemmo più sopra, e come precisa il Catechismo di s. Pio X, il dolore della contrizione deve essere soprannaturale:  “

718. Perché il dolore dev’essere soprannaturale?

Il dolore deve essere soprannaturale, perché è soprannaturale il fine a cui si dirige, cioè il perdono di Dio, l’acquisto della grazia santificante ed il diritto alla gloria eterna.

719. Spiegate meglio la differenza tra il dolore soprannaturale e il naturale? Chi si pente per avere offeso Dio infinitamente buono e degno per se stesso di essere amato, per aver perduto il paradiso e meritato l’inferno, ovvero per la malizia intrinseca del peccato, ha un dolore soprannaturale perché questi sono motivi di fede: chi invece si pentisse solo pel disonore, o castigo che gli viene dagli uomini, o per qualche danno puramente temporale, avrebbe un dolore naturale, perché si pentirebbe solo per motivi umani.”

Sotto l’azione dello Spirito Santo ci attua in noi questo dolore soprannaturale, superiore alle nostre capacità naturali, perché è soprannaturale il fine a cui si dirige, cioè il perdono di Dio, l’acquisto della grazia santificante ed il diritto alla gloria eterna; è un dolore concepito per motivi di fede.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 1492: “Il pentimento (chiamato anche contrizione) deve essere ispirato da motivi dettati dalla fede.”

In questa linea va anche la condanna di Papa Innocenzo XI a questa affermazione: “Probabile est, sufficere attritionem naturalem, modo honestam.”[65] La frase afferma che basta l’attrizione naturale per la contrizione e giustamente la Santa Sede l’ha condannata perché occorre, per una valida assoluzione, la contrizione (perfetta o imperfetta)  soprannaturale.

Ho voluto sottolineare la necessaria soprannaturalità della contrizione perché di soprannaturale e di contrizione soprannaturale si parla pochissimo in questi nostri tempi, l’ Amoris Laetita non parla di contrizione soprannaturale …

h) Recenti documenti e affermazioni dei Papi e più generalmente della S. Sede che trattano della contrizione.

Dio ci illumini.

Vedemmo più sopra cosa afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato quasi 30 anni fa, della contrizione e della sua importanza, qui esamineremo altri documenti e affermazioni del Papa e più generalmente della Santa Sede degli ultimi decenni che trattano dello stesso argomento.

S. Giovanni Paolo II affermò in un’ importante Enciclica sullo Spirito Santo: “Senza una vera conversione, che implica una interiore contrizione e senza un sincero e fermo proposito di cambiamento, i peccati rimangono «non rimessi», come dice Gesù e con lui la Tradizione dell’Antica e della Nuova Alleanza.” [66]

Senza la contrizione i peccati restano non rimessi! Se manca la contrizione, l’ assoluzione sacramentale è quindi invalida, come vedremo bene più avanti.

Nella Reconciliatio et Paenitentia, al n. 31, s. Giovanni Paolo II scrisse : “Ma l’atto essenziale della penitenza, da parte del penitente, è la contrizione, ossia un chiaro e deciso ripudio del peccato commesso insieme col proposito di non tornare a commetterlo, per l’amore che si porta a Dio e che rinasce col pentimento. Così intesa, la contrizione è, dunque, il principio e l’anima della conversione, di quella «metanoia» evangelica che riporta l’uomo a Dio come il figlio prodigo che ritorna al padre, e che ha nel sacramento della penitenza il suo segno visibile, perfezionativo della stessa attrizione. Perciò, «da questa contrizione del cuore dipende la verità della Penitenza» (Rito della Penitenza 6c).” [67]

Dio ci illumini!

Dalla contrizione del cuore dipende la verità della Penitenza … se manca la contrizione la Penitenza non è vera!

La Congregazione per la Dottrina della Fede scrisse pochi anni fa: “In ogni caso l’assoluzione può essere concessa solo se c’è la certezza di una vera contrizione, vale a dire “il dolore interiore e la riprovazione del peccato che è stato commesso, con la risoluzione di non peccare più” (cfr. Concilio di Trento, Dottrina sul sacramento della Penitenza, c.4). In questa linea non si può assolvere validamente un divorziato risposato che non prenda la ferma risoluzione di “non peccare più” e quindi si astenga dagli atti proprio dei coniugi, e facendo in questo senso tutto quello che è in suo potere.” [68] Senza contrizione non ci può essere valida assoluzione.

Nel Rito della Penitenza  ai nn. 5-6 leggiamo :“6. Il discepolo di Cristo che, mosso dallo Spirito Santo, dopo il peccato si accosta al sacramento della Penitenza, deve anzitutto convertirsi di tutto cuore a Dio. Questa intima conversione del cuore, che comprende la contrizione del peccato e il proposito di una vita nuova, il peccatore la esprime mediante la confessione fatta alla Chiesa, la debita soddisfazione, e l’emendamento di vita. E Dio accorda la remissione dei peccati per mezzo della Chiesa, che agisce attraverso il ministero dei sacerdoti. a) Contrizione . Tra gli atti del penitente, occupa il primo posto la contrizione, che è «il dolore e la detestazione del peccato commesso, con il proposito di non più peccare». E infatti «al regno di Cristo noi possiamo giungere soltanto con la “metànoia”, cioè con quel cambiamento intimo e radicale, per effetto del quale l’uomo comincia a pensare, a giudicare e a riordinare la sua vita, mosso dalla santità e dalla bontà di Dio, come si è manifestata ed è stata a noi data in pienezza nel Figlio suo (cfr. Eb 1, 2; Col 1, 19 e passim; Ef 1, 23 e passim) ».[69]

Tra gli atti del penitente, occupa il primo posto la contrizione, che è «il dolore e la detestazione del peccato commesso, con il proposito di non più peccare». … se manca la contrizione,  l’assoluzione sacramentale è invalida! … e i peccati restano non rimessi!!

In un discorso a gruppi di pellegrini, s.Giovanni Paolo II affermò: “ Per compiere una fruttuosa confessione occorrono infatti una predisposizione interiore, una riprovazione del peccato commesso, col proposito di non peccare più: occorre, in una parola, una vera contrizione, cioè il dispiacere per l’offesa rivolta a Dio e per la maliziosa deformità del peccato.”[70]

In un recente documento della Congregazione per il Culto divino intitolato “Per riscoprire il «Rito della Penitenza»” apparso su Notitiae nel 2015  e che potete trovare a questo indirizzo [71]  possiamo leggere quanto segue: “In assenza della conversione/metanoia, vengono meno per il penitente i frutti del sacramento, poiché: «dipende da questa contrizione del cuore la verità della penitenza» (RP 6).” … senza la conversione e quindi senza la contrizione i frutti del Sacramento vengono meno! … e il penitente rimane nel suo peccato!! La conversione del penitente, come spiega il documento appena citato della Congregazione per il Culto Divino e i Sacramenti, è elemento di tale straordinaria importanza che non solo è il principale tra gli atti del penitente ma è elemento unificante tutti gli atti del penitente stesso costitutivi del Sacramento : “La conversione del cuore non è solo l’elemento principale, è anche quello che unifica tra loro tutti gli atti del penitente costitutivi del sacramento, dato che ogni singolo elemento è definito in ordine alla conversione del cuore: «Questa intima conversione del cuore, che comprende la contrizione del peccato e il proposito di una vita nuova, il peccatore la esprime mediante la confessione fatta alla Chiesa, la debita soddisfazione, e l’emendamento della vita» (RP 6)”[72] Dio ci illumini . Se manca la contrizione,  l’assoluzione sacramentale è invalida, vengono meno per il penitente i frutti del sacramento… e i peccati restano non rimessi!

La necessità assoluta della contrizione in ordine alla salvezza è stata ribadita, nella linea della dottrina tradizionale, dalla Congregazione per il Culto e i Sacramenti  nell’istruzione: “Redemptionis Sacramentum” al n. 81: “ La consuetudine della Chiesa afferma, inoltre, la necessità che ognuno esamini molto a fondo se stesso, (Cf. 1 Cor 11, 28.) affinché chi sia conscio di essere in peccato grave non celebri la Messa né comunichi al Corpo del Signore senza avere premesso la confessione sacramentale, a meno che non vi sia una ragione grave e manchi l’opportunità di confessarsi; nel qual caso si ricordi che è tenuto a porre un atto di contrizione perfetta, che include il proposito di confessarsi quanto prima.(Cf. Codice di Diritto Canonico, can. 916; Conc. Ecum. Trid., Sess. XIII, 11 ottobre 1551, Decr. sulla Ss. Eucaristia, cap. 7: DS 1646-1647; Giovanni Paolo II, Lett. Enc., Ecclesia de Eucharistia, n. 36: AAS 95 (2003) pp. 457-458; S. Congr. dei Riti, Istr., Eucharisticum mysterium, n. 35: AAS 59 (1967) p. 561.)”[73]

Nella  Esortazione Apostolica Reconciliatio et Paenitentia, s. Giovanni Paolo II ha ulteriormente affermato :

“Come si legge nell’istruzione «Eucharisticum mysterium», la quale, debitamente approvata da Paolo VI, conferma in pieno l’insegnamento del Concilio Tridentino: «L’eucaristia sia proposta ai fedeli anche  «come antidoto, che ci libera dalle colpe quotidiane, e ci preserva dai peccati mortali», e sia loro indicato il modo conveniente di servirsi delle parti penitenziali della liturgia della messa. «A colui che vuole comunicarsi venga ricordato… il precetto: L’uomo provi se stesso (1Cor 11,28). E la consuetudine della Chiesa dimostra che quella prova e necessaria, perche nessuno consapevole di essere in peccato mortale, per quanto si creda contrito, si accosti alla santa eucaristia prima della confessione sacramentale. Che, se si trova in caso di necessita e non ha modo di confessarsi, faccia prima un atto di contrizione perfetta”.[74] …. La contrizione e in particolare la contrizione perfetta, è indispensabile per la remissione dei peccati e per il ritorno alla grazia, e quindi per ricevere degnamente l’Eucaristia.

La Croce sacra sia la nostra luce.

2) Come poter verificare che la contrizione, la grazia e la carità siano nell’anima ?

Dio ci illumini sempre più.

Afferma s. Giovanni Paolo II “Il giudizio sullo stato di grazia, ovviamente, spetta soltanto all’interessato, trattandosi di una valutazione di coscienza. “[75] Queste parole del s. Pontefice vanno intese rettamente perché  la grazia non si vede … e la coscienza non è infallibile … per intenderle rettamente ascoltiamo s. Tommaso secondo cui non si può sapere in modo certo ma ci sono dei segni che indicano che probabilmente nell’anima c’è la carità e quindi la grazia: “Hoc autem nullo modo cadit in cognitionem nostram nisi per revelationem. Et ideo nullus certitudinaliter potest scire se habere caritatem; sed potest ex aliquibus signis probabilibus  conjicere.” (Super Sent., lib. 1 d. 17 q. 1 a. 4 co. ) I segni che indicano la presenza della carità sono indicati da s. Tommaso in questo testo:“ Dicendum, quod aliquis habens caritatem potest ex aliquibus probabilibus  signis  coniicere se caritatem habere; utpote cum se ad spiritualia opera paratum videt, et mala efficaciter detestari, et per alia huiusmodi quae caritas in homine facit.” (De veritate, q. 10 a. 10 co.) Sono dunque segni di carità nell’anima il fatto che la persona sia preparata alle opere spirituali e detesti efficacemente il male e altri simili.  Spiega ancora s. Tommaso che segni che indicano la presenza della contrizione in un’anima sono il dolore per i peccati passati e il proposito di non peccare in futuro : “Et in tali casu non peccat sumendo corpus Christi, quia homo per certitudinem scire non potest utrum sit vere contritus. Sufficit tamen si in se signa contritionis inveniat, puta ut doleat de praeteritis et proponat cavere de futuris.” (III, q. 80 a. 4 ad 5) Facciamo notare che per s. Tommaso la contrizione implica la grazia santificante, quindi questi appena indicati sono segni di grazia nella persona e della carità, sono dunque segni che vanno uniti a quelli precedenti per avere un quadro ancora più preciso dello stato di un’anima, per capire se in essa vi sia veramente  la grazia e la carità e la contrizione. In un altro testo s. Tommaso, parlando dell’esame che l’uomo è chiamato a fare per vedere se ha la grazia e la carità e quindi può ricevere l’Eucaristia,  offre la trattazione più completa di questi segni che indicano che la carità e la vita di grazia sono nell’anima: “Probet seipsum homo. Apostolus hic adhibet salutare consilium, ubi tria facit: primo dat consilium, secundo consilii rationem assignat: qui enim manducat, tertio probat rationem ipsam: ideo inter vos. Dicit ergo primo: ex quo periculum imminet si indigne accipiatur corpus Christi, quod est faciendum? Quid? Probet seipsum homo, idest examinet conscientiam suam, Gal. VI: opus suum etc., II Cor. XIII: vosmetipsos probate et cetera. Et nota quod sunt quattuor signa per quae potest homo seipsum probare utrum dignus sit sumere corpus Christi, licet non possit esse certus utrum odio vel amore dignus sit: primum est si libenter audit verba Dei, Io. VIII: qui est ex Deo verba Dei audit; secundum est si inveniatur promptus ad opera caritatis, Io. XIV: si diligitis me, sermo etc.; tertium si detestetur peccata praeterita, Ier.: peccata praeterita non nocent si non placent, Ps.: peccatum meum contra me est semper; quarto si vadit cum proposito non peccandi, Eccli. XXI: fili peccasti et cetera. Et tunc, si haec quattuor signa invenit in se, accedat et de pane illo edat et de calice bibat, Cant. V: comedite amici et cetera.” (Super I Cor., Reportatio Reginaldi de Piperno  cap. 11 v. 28) S. Tommaso nel testo appena presentato ci sta dunque dicendo che l’Apostolo ci offre qui un importante consiglio: occorre esaminare la propria coscienza prima di ricevere l’Eucaristia e il s. Dottore precisa che quattro sono i segni attraverso i quali l’uomo può capire se è degno di ricevere l’Eucaristia: se ascolta volentieri la Parola di Dio perché, secondo il Vangelo, “Chi è da Dio ascolta le parole di Dio.”(Gv. 8,47) ; se si trova pronto alle opere di carità, perché il Vangelo dice :“Se uno mi ama, osserverà la mia parola”(Gv. 14,23) e “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”(Gv. 14, 15); se detesta i peccati passati perché, secondo il Salmo 50, 5,: “peccatum meum contra me est semper”; se procede con il proposito di non peccare perché è scritto nel libro del Siracide: “Figlio, hai peccato? Non farlo più e chiedi perdono per le tue colpe passate. 2 Come davanti a un serpente, fuggi il peccato: se ti avvicini, ti morderà.”(Sir. 21,1-2)

S. Tommaso precisa che sulla base di tali segni di contrizione il sacerdote può assolvere il peccatore “ Constat enim quod dominus Lazarum suscitatum discipulis solvendum mandavit; ergo discipuli absolvunt. Per hoc ergo non ostenditur quod sacerdos dicere non debeat: ego te absolvo, sed quod eum non debeat absolvere in quo signa contritionis non videt, per quam homo vivificatur interius a Deo culpa remissa.” (“De forma absolutionis”, cap. 2 co.). E aggiunge s. Tommaso che a coloro in cui non vede segni di contrizione, che sono dolore per i peccati commessi e proposito di non peccare, il sacerdote non deve dare l’assoluzione “Ex quo etiam patet quod non est periculosum sacerdotibus dicere: ego te absolvo,illis in quibus signa contritionis vident, quae sunt dolor de praeteritis et propositum de cetero non peccandi; alias absolvere non debet.” (“De forma absolutionis”, cap. 3 co.)

Questi segni si trovano in certo modo anche in chi non è pienamente contrito ma solo attrito ma è evidentemente disposto alla perfetta contrizione e quindi attraverso la Confessione riceve la grazia e la carità. Perciò se il sacerdote non nota tali segni nel penitente non può assolverlo.

Chi è ben disposto con l’attrizione e quindi con i segni che abbiamo visto, anche se non è pienamente contrito, può essere assolto e attraverso il Sacramento riceve la grazia santificante e la remissione dei peccati, se non pone ostacolo : “ … quando aliquis accedit ad confessionem attritus, non plene contritus, si obicem non ponat, in ipsa confessione et absolutione, sibi gratia et remissio peccatorum datur.  Unde dicit  Glossa  super illud  Psal.95: confessio  et pulchritudo in conspectu ejus: si amas pulchritudinem,  confitere, ut  sis pulcher, idest rectus.”(Super Sent., lib. 4 d. 22 q. 2 a. 1 qc. 3 co. ) …  In questa linea il Concilio di Trento afferma ulteriormente che la contrizione imperfetta, che vien detta ‘attrizione’ perché prodotta comunemente o dalla considerazione della turpitudine del peccato o dal timore dell’inferno e delle pene, se esclude la volontà di peccare con la speranza del perdono, non solo non rende l’uomo ipocrita e maggiormente peccatore, ma è addirittura un dono di Dio ed un impulso dello Spirito Santo, che non abita ancora nell’anima, ma che soltanto la muove, un impulso per cui il penitente aiutato si prepara la via alla giustizia. E quantunque per sé, senza il sacramento della penitenza, tale contrizione imperfetta sia impotente a condurre il peccatore alla giustificazione, tuttavia lo dispone ad impetrare la grazia di Dio nel sacramento della Penitenza.

Colpiti, infatti, salutarmente da questo timore, gli abitanti di Ninive fecero penitenza alla predicazione di Giona, piena di terrori. Ed ottennero misericordia da Dio (cfr. Giona 3).

Perciò, continua il Concilio, falsamente alcuni accusano gli scrittori cattolici, quasi abbiano insegnato che il sacramento della penitenza conferisca la grazia senza un moto interiore, buono, di chi lo riceve: cosa che la chiesa di Dio non ha mai insegnato e mai creduto.[76]

In conclusione perché una persona, sulla base delle parole di s. Giovanni Paolo II, possa possa dire con retta coscienza, illuminata dalla fede, e con una certa sicurezza, anche se non assoluta, che è in grazia di Dio, occorre che la persona stessa esamini guidata dalla fede vari segni che emergono dalla sua anima e che indicano in essa la presenza appunto della grazia, ugualmente da segni che emergono dall’anima si può vedere se essa è contrita o attrita per i peccati e quindi può essere validamente assolta in Confessione.

In un articolo sull’Amoris Laetitia, quello che viene ritenuto da alcuni il “ghost writer” cioè l’autore nascosto dell’enciclica o uno degli autori nascosti di essa , mons. V. M. Fernández, afferma: “ Si bien la norma es universal, sin embargo, “puesto que el grado de responsabilidad no es igual en todos los casos, las consecuencias o efectos de una norma no necesariamente deben ser siempre las mismas” (AL 300). “Tampoco en lo referente a la disciplina sacramental, puesto que el discernimiento puede reconocer que en una situación particular no hay culpa grave” (nota 336). La pregunta que surge es la siguiente: ¿Se puede discernir esto en el diálogo pastoral? El Papa sostiene que sí, y eso es lo que abre camino a un cambio en la disciplina. …”[77]

Sebbene la norma sia universale, tuttavia, come dice Amoris Laetitia: “ … poiché il grado di responsabilità non è lo stesso in tutti i casi (Relatio finalis 2015, 51), le conseguenze o gli effetti di una norma non dovrebbero necessariamente essere sempre gli stessi (Nemmeno per quanto riguarda la disciplina sacramentale, dal momento che il discernimento può riconoscere che in una situazione particolare non c’è colpa grave. Qui si applica quanto ho affermato in un altro documento: cfr Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 44.47: AAS 105 (2013), 1038-1040.)” (Amoris Laetitia n. 300).  Cioè l’ Amoris Laetitia invita a fare un discernimento per vedere se la persona è in grazia pur trovandosi in situazione di evidente peccato grave oggettivo. Ciò implica che si possa esprimere un giudizio sul proprio stato di grazia. Si può discernere questo nel dialogo pastorale? Fernández dice riprendendo Papa Francesco che tale giudizio è possibile e riprendendo s. Giovanni Paolo II e la dottrina cattolica afferma che tale giudizio deve essere fatto dalla persona stessa e che non è un giudizio assolutamente sicuro, si tratta solo di una certa sicurezza morale, l’unica che può raggiungere qualcuno prima di avvicinarsi per ricevere la comunione. (p. 459-460) Facciamo notare che, significativamente, mons. Fernández che in altri passi riporta s. Tommaso, qui non lo riporta eppure il Dottore Angelico è illuminante su questo punto di dottrina e il Concilio di Trento e s. Giovanni Paolo II, che mons. Fernández cita, non intendevano certo negare ma piuttosto confermare la validità di queste affermazioni di s. Tommaso per le quali la presenza in noi della grazia può essere conosciuta attraverso dei segni tra i quali il proposito di non peccare …   Citare s. Tommaso, però, significava rimandare alla sua dottrina, che abbiamo visto più sopra, per cui quattro sono i segni attraverso i quali l’uomo può capire se è degno di ricevere l’Eucaristia: se ascolta volentieri la Parola di Dio perché, secondo il Vangelo, “Chi è da Dio ascolta le parole di Dio.”(Gv. 8,47) ; se si trova pronto alle opere di carità, perché il Vangelo dice :“Se uno mi ama, osserverà la mia parola”(Gv. 14,23) e “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”(Gv. 14, 15); se detesta i peccati passati perché, secondo il Salmo 50, 5,: “peccatum meum contra me est semper”; se procede con il proposito di non peccare perché è scritto nel libro del Siracide: “Figlio, hai peccato? Non farlo più e chiedi perdono per le tue colpe passate. 2 Come davanti a un serpente, fuggi il peccato: se ti avvicini, ti morderà.”(Sir. 21,1-2) (cfr. Super I Cor., Reportatio Reginaldi de Piperno  cap. 11 v. 28), citare s. Tommaso significava rimandare anche alla sua dottrina per cui se il sacerdote non vede nel penitente il proposito di non peccare e la disposizione a seguire i comandamenti , non deve assolvere il penitente (“De forma absolutionis”, cap. 2 co.),  citare s. Tommaso rimandava alla dottrina per cui mai è lecito compiere adulterio e tutto questo avrebbe dato un colpo mortale al  “cambio di paradigma” che Papa Francesco sta attuando.

La coscienza morale cristiana, quindi, a differenza di quanto emerge da mons. Fernández  giudica circa il suo stato di grazia attraverso segni e questi segni possono essere conosciuti anche dal confessore, e il confessore non deve assolvere se non vede certi segni nell’anima (cfr. “De forma absolutionis”, cap. 2 co.) inoltre mai è lecito compiere adulterio, quindi il penitente non può appellarsi alla sua coscienza per accettare di continuare a compiere adulterio; ulteriormente, è gravemente peccaminoso voler continuare una relazione adulterina e ovviamente il confessore non può assolvere chi non si propone di vivere secondo i comandamenti e quindi di non peccare.

Aggiungo che mons. Fernández in un articolo del 2005 scrisse: “Por otra parte, puesto que no podemos juzgar de la situación subjetiva de las personas (23), y contando con los condicionamientos que disminuyen o suprimen la imputabilidad (cf. CCE 1735), existe siempre la posibilidad de que una situación objetiva de pecado coexista con la vida de la gracia santificante.”[78] Anche qui, come si vede, il teologo argentino non cita s. Tommaso …. purtroppo!

La coscienza morale cristiana giudica circa il suo stato di grazia attraverso segni e questi segni possono essere conosciuti anche dal confessore, e il confessore non deve assolvere se non vede certi segni nell’anima (cfr. “De forma absolutionis”, cap. 2 co.) inoltre mai è lecito compiere adulterio, quindi il penitente non può appellarsi alla sua coscienza per accettare di continuare a compiere adulterio; ulteriormente, è gravemente peccaminoso voler continuare una relazione adulterina e ovviamente il confessore non può assolvere chi non si propone di vivere secondo i comandamenti e in particolare di non commettere adulterio e vuole continuare una relazione adulterina.

Quello che abbiamo già detto sopra ci sembra utile, a questo punto, integrarlo con quanto s. Tommaso afferma nella Somma Teologica laddove si domanda specificamente: l’uomo può conoscere di avere la grazia? Spiega s. Tommaso in questo articolo (I-II q. 112 a.5) che: il fatto che una persona sia in grazia può essere conosciuto per rivelazione o attraverso certi segni. Attraverso certi segni uno può sapere di essere in grazia e cioè perché percepisce di trovare piacere in Dio, di disprezzare le cose del mondo e non ha coscienza di nessun peccato mortale. Tuttavia, spiega s. Tommaso, questa conoscenza attraverso segni è imperfetta. Ecco perché l’Apostolo diceva: “Non ho coscienza di nessuna mancanza, ma non per questo mi sento giustificato” (1 Cor. 4). S. Tommaso precisa che le realtà che si trovano nell’anima per la loro essenza son conosciute con una conoscenza sperimentale, in quanto l’uomo attraverso gli atti sperimenta i principii interiori di tali operazioni. È così che noi conosciamo la volontà attraverso l’atto di volere, e conosciamo la vita attraverso gli atti della vita. Quindi dagli atti conosciamo i principi di tali atti, dagli effetti risaliamo alle cause. (cfr. I-II q. 112 a.5ad 1m)

I passi delle opere di s. Tommaso da noi riportati più sopra ci aiutano a comprendere questo testo della Somma Teologica nel senso che l’affermazione di s. Tommaso per cui la persona in grazia  percepisce di disprezzare le cose del mondo significa tra l’altro che la persona percepisce di proporsi seriamente e radicalmente di non peccare più e di avere una vera detestazione per il peccato. La carità infatti e quindi la contrizione che è un atto della carità se ci porta ad amare Dio ci porta anche ad odiare  il peccato, come appare chiaro da tante affermazioni che abbiamo raccolto in questo libro.

S. Tommaso parla di questo odio al peccato in varie testi, tra i quali il seguente: “Ad octavum dicendum, quod Deus non odit in aliquo quod suum est, scilicet bonum naturale vel quodcumque aliud, sed solum illud quod suum non est, scilicet peccatum; et sic etiam nos in hominibus debemus diligere quod Dei est, et odire quod est alienum a Deo;  et  secundum hoc   dicitur  in   Psalm. CXXXVIII,  22:  perfecto odio oderam illos.” (De virtutibus, q. 2 a. 8 ad 8.)

Afferma il Catechismo Tridentino al n. 249 :“Poiché la perfetta contrizione è un atto di carità che procede dal timore filiale, ne segue che la misura della contrizione dev’essere la carità. Siccome la carità con cui amiamo Dio è la più grande, ne segue che la contrizione deve portar con sé un veementissimo dolore di animo. Se dobbiamo amare Dio sopra ogni cosa, dobbiamo anche detestare sopra ogni cosa ciò che da lui ci allontana.

Giova qui notare che la Scrittura adopera i medesimi termini per esprimere l’estensione della carità e della contrizione. Dice infatti della carità: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore” (Dt 6,5; Mt 22,37; Mc 12,30; Lc 10,27); della seconda il Signore dice per bocca del profeta: “Convertitevi con tutto il vostro cuore” (Gl 2,12).

In secondo luogo, come Dio è il primo dei beni da amare, così il peccato è il primo e il maggiore dei mali da odiare. Quindi, la stessa ragione che ci obbliga a riconoscere che Dio deve essere sommamente amato, ci obbliga anche a portare sommo odio al peccato. Ora, che l’amore di Dio si debba anteporre a ogni altra cosa, sicché non sia lecito peccare neppure per conservare la vita, lo mostrano apertamente queste parole del Signore: “Chi ama suo padre o sua madre più di me, non è degno di me” (Mt 10,37); “Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà” (Mt 16,25; Mc 8,35).”  (Dal  Catechismo Tridentino, ed. Cantagalli 1992, n.249) La carità ci fa amare sommamente Dio e ci fa odiare sommamente il peccato quindi ci fa proporre di mai peccare.

Facciamo quindi notare a mons. Fernández che la carità vera ci fa amare sommamente Dio e ci fa odiare sommamente il peccato quindi ci fa proporre di mai peccare. La carità vera porta il divorziato risposato ad amare sommamente Dio e ad odiare sommamente il peccato e quindi a mettersi in linea con la Legge di Dio … non lo porta a continuare nell’adulterio …

In questa linea occorre rendersi conto che il dolore necessario per essere validamente assolti in Confessione, e il dolore che accompagna la vera carità e la vera contrizione è sommo. La carità porta ad odiare al di sopra di ogni male il peccato e soprattutto il peccato grave, come l’adulterio,, e come vedremo meglio più avanti, porta la persona a proporsi radicalmente di non più peccare e di  fuggire le occasioni prossime di peccato.

Il Catechismo di s. Pio X afferma in questa linea: “720. Perché il dolore deve essere sommo?

Il dolore deve essere sommo, perché dobbiamo riguardare e odiare il peccato come sommo di tutti i mali, essendo offesa di Dio sommo Bene.”

S. Giovanni Paolo II dice: “Quanto all’umiltà, è evidente che senza di essa l’accusa dei peccati sarebbe un inutile elenco o, peggio, una proterva rivendicazione del diritto di commetterli: il “Non serviam”, per cui caddero gli angeli ribelli e il primo uomo perdette sé e la sua discendenza. L’umiltà invero si identifica con la detestazione del male: “Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto; perciò sei giusto quando parli, retto nel tuo giudizio” (Sal 51(50), 5-6).”[79]

S. Alfonso afferma :“ Egli l’Eterno Verbo quanto amava il suo Padre, tanto odiava il peccato, di cui ben conoscea la malizia: onde per togliere il peccato dal mondo e per non vedere più offeso il suo amato Padre, egli era venuto in terra e s’era fatt’uomo, ed aveva intrapreso a soffrire una Passione ed una morte così dolorosa.”[80]

Questo attua in noi la vera carità, un odio sommo al peccato che porta a persona a perdere tutto piuttosto che peccare … e anzi la porta ad accettare terribili sofferenze perché gli altri si convertano dal loro peccato!

Aggiungo in questa linea che s. Paolo nella lettera ai Galati cap. 5 parla dei frutti dello Spirito e dice chiaramente che il frutto dello Spirito Santo:  è carità, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé … Lo Spirito Santo produce in noi buoni e santi frutti, la vita di grazia produce buoni e santi frutti e tra questi frutti non può mancare, con la carità, il santo odio per peccato, il proposito di seguire la volontà di Dio e quindi di non peccare più …

Dio ci illumini! 

3) Un elemento fondamentale della contrizione: il proposito di non peccare e di fuggire le occasioni prossime di peccato.

Da quanto detto nelle pagine precedenti appare evidente la presenza, nella vera conversione e quindi nella contrizione, del proposito di non peccare più.

Il Concilio di Trento, come visto precisa che : “Contritio, quae primum locum inter dictos paenitentis actus habet, animi dolor ac detestatio est de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero. »[81]

La contrizione che ha il primo posto tra gli atti del penitente è il dolore dell’animo e la detestazione del peccato commesso, con il proposito di non più peccare. Questa contrizione contiene non solo la cessazione del peccato e il proposito (di una vita nuova) e l’inizio di una nuova vita, ma contiene anche l’odio della vecchia vita, secondo le parole della S. Scrittura: Allontanate da voi tutte le vostre iniquità, con cui avete prevaricato e costruitevi un cuore nuovo ed un’anima nuova.(Ez 18, 31) [82]

Il Concilio di Trento afferma ulteriormente che la contrizione imperfetta, che vien detta ‘attrizione’ perché prodotta comunemente o dalla considerazione della turpitudine del peccato o dal timore dell’inferno e delle pene, se esclude la volontà di peccare con la speranza del perdono, non solo non rende l’uomo ipocrita e maggiormente peccatore, ma è addirittura un dono di Dio ed un impulso dello Spirito Santo, che non abita ancora nell’anima, ma che soltanto la muove, un impulso per cui il penitente aiutato si prepara la via alla giustizia. E quantunque per sé, senza il sacramento della penitenza, tale contrizione imperfetta sia impotente a condurre il peccatore alla giustificazione, tuttavia lo dispone ad impetrare la grazia di Dio nel sacramento della Penitenza.

Colpiti, infatti, salutarmente da questo timore, gli abitanti di Ninive fecero penitenza alla predicazione di Giona, piena di terrori. Ed ottennero misericordia da Dio (cfr. Giona 3).[83]

Faccio notare che, come dice il Concilio di Trento, la contrizione, e quindi il proposito, deve escludere la volontà di peccare.

Il Concilio Lateranense II affermò: “Can. 22. ‘Sane quia inter cetera unum est, quod sanctam maxime perturbat Ecclesiam, falsa videlicet paenitentia, confratres nostros et presbyteros admonemus, ne falsis paenitentiis laicorum animas decipi et in infernum pertrahi patiantur. Falsam autem paenitentiam esse constat, cum spretis pluribus, de uno solo paenitentia agitur: aut cum sic agitur de uno, ut non discedatur ab alio. Unde scriptum est: ‘Qui totam legem observaverit, offendat autem in uno, factus est omnium reus (Jac 2,10): scilicet quantum ad vitam aeternam. Sicut enim, si peccatis esset omnibus involutus, ita, si in uno tantum maneat, aeternae vitae ianuam non intrabit. Falsa etiam fit paenitentia cum paenitens ab officio vel curiali vel negotiali non recedit, quod sine peccato agi nulla ratione praevalet; aut si odium in corde gestetur, aut si offenso cuilibet non satisfiat, aut si offendenti offensus non indulgeat aut si arma quis contra iustitiam gerat.'”[84] Che significa in particolare, per noi: tra le altre cose una in particolare perturba la Chiesa: la falsa penitenza; i ministri di Dio non permettano che le anime dei laici siano ingannate e spinte all’inferno dai falsi penitenti. La falsa penitenza si compie quando si fa penitenza di un solo peccato e non degli altri o quando ci si allontana solo da qualche peccato e non da tutti . Per questo nella Bibbia leggiamo che : chi osserva tutta la Legge tranne un solo comando, è reo per aver infranto tutta la Legge . Chi, sciolto da tutti i peccati, rimane legato ad un solo peccato non entrerà per la porta della vita eterna.

S. Giovanni Paolo II affermò a questo riguardo “Padre ho peccato… non sono più degno di esser chiamato tuo figlio (Lc 15,21). 4. La Quaresima è il tempo di un’attesa particolarmente amorosa del nostro Padre nei confronti di ciascuno di noi, che, anche se il più prodigo dei figli, si renda tuttavia consapevole della dilapidazione perpetrata, chiami per nome il suo peccato, e si diriga finalmente con piena sincerità verso Dio. Tale uomo deve giungere alla casa del Padre. Il cammino che vi conduce passa attraverso l’esame di coscienza, il pentimento ed il proposito di miglioramento. Come nella parabola del figliol prodigo, sono queste le tappe in pari tempo logiche e psicologiche della conversione.”[85]. Sottolineo che il proposito di cui stiamo parlando è il proposito di vivere come figlio di Dio, è il proposito di migliorare la propria condotta secondo Dio; occorre che tale proposito dell’emenda per l’avvenire sia solido, fermo, generoso e sia accompagnato dalla fiducia di conseguire questa medesima emenda, come precisava s. Giovanni Paolo II “… appare chiaro come la confessione debba essere umile, integra, accompagnata dal proposito solido e generoso dell’emenda per l’avvenire e finalmente dalla fiducia di conseguire questa medesima emenda. ”.[86] Tale fiducia che accompagna il proposito di cui parliamo deve essere non eccessiva e non deve mancare.[87]

Senza proposito di non peccare non prepariamo la via del Signore, non accogliamo la buona novella della salvezza e non vediamo la salvezza di Dio, come spiega s. Giovanni Paolo II: “Vi prego, cari fratelli e sorelle, di accogliere questo invito con tutta la semplicità della vostra fede. L’uomo prepara la via del Signore, e raddrizza i suoi sentieri, quando esamina la propria coscienza, quando scruta le sue opere, le sue parole, i suoi pensieri, quando chiama il bene e il male col loro nome, quando non esita a confessare i suoi peccati nel sacramento della Penitenza, pentendosi di essi e facendo il proposito di non peccare più. Proprio questo significa “raddrizzare i sentieri”. Ciò significa anche accogliere la buona novella della salvezza. Ciascuno di noi può “vedere la salvezza di Dio” nel proprio cuore e nella sua coscienza, quando partecipa al Mistero della remissione dei peccati, come al suo proprio Avvento.”[88]

All’ammirazione per la Redenzione che ci viene offerta da Cristo dobbiamo unire la nostra partecipazione con la contrizione e il proposito di non peccare più: “Per compiere una fruttuosa confessione occorrono infatti una predisposizione interiore, una riprovazione del peccato commesso, col proposito di non peccare più: occorre, in una parola, una vera contrizione, cioè il dispiacere per l’offesa rivolta a Dio e per la maliziosa deformità del peccato.”[89]

Senza proposito di non peccare più e quindi senza contrizione noi non collaboriamo con l’intervento salvifico di Dio nei nostri confronti e non accogliamo la salvezza che Egli ci offre!

Il proposito di correggersi è essenziale, nella Confessione, e la Chiesa difendendo la sana dottrina che esige tale proposito per la confessione, difende il diritto  dei fedeli a un vero incontro con Cristo:  “ …  nella mia prima lettera enciclica ho scritto queste parole: “La Chiesa, quindi, osservando fedelmente la plurisecolare prassi del Sacramento della Penitenza, la pratica della confessione individuale, unita all’atto personale di dolore e al proposito di correggersi e di soddisfare difende il diritto particolare dell’anima umana. È il diritto ad un più personale incontro dell’uomo con Cristo crocifisso che perdona, con Cristo che dice, per mezzo del ministro del Sacramento della Riconciliazione: “Ti sono rimessi i tuoi peccati” (Mc 2,5); “Va’, e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,11)” ([90]  …. dunque chi non si pente, proponendosi di non più peccare, non sarà ricevuto da Cristo!! Dio ci doni la sua luce e ci ottenga di pentirci perfettamente per i nostri peccati.

Papa Benedetto XVI ha affermato in questa linea parlando della Confessione “…  a Cristo stesso,  esprimete il dolore per i peccati commessi, con il fermo proposito di non peccare più in avvenire e con la disponibilità ad accogliere con gioia gli atti di penitenza che egli vi indica per riparare il danno causato dal peccato. Sperimentate così il “perdono dei peccati; la riconciliazione con la Chiesa; il ricupero, se perduto, dello stato di grazia; la remissione della pena eterna meritata a causa dei peccati mortali e, almeno in parte, delle pene temporali che sono conseguenza del peccato; la pace e la serenità della coscienza, e la consolazione dello spirito; l’accrescimento delle forze spirituali per il combattimento cristiano di ogni giorno” (Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, 310)”[91]

S. Antonio di Padova scrisse: “ … le ali della vera contrizione hanno quattro grandi penne. La prima è l’amarezza dei peccati passati, la seconda è il fermo proposito di non ricadervi, la terza è il perdono di ogni offesa dal profondo del cuore, la quarta è la riparazione verso tutti coloro che sono stati offesi.” [92]

Lo stesso s. Dottore aggiunse: “ … la confessione del peccato deve essere totale, con la manifestazione e la precisazione di tutte le circostanze; deve essere cedevole, molle, vale a dire bagnata dalle lacrime; deve essere larga nella riparazione di tutte le offese arrecate, nella restituzione di tutto il mal tolto e nella serietà del fermo proposito di non più ricadere in peccato.”[93]

Afferma ulteriormente il s. Dottore:“ Deponiamo tutto questo nella confessione con il proposito di non ricadervi mai più, e di tutto facciamo una congrua penitenza: quanto più il corpo è insorto e si è ribellato, tanto più umiliamolo nella confessione; quanto più si è abbandonato ai piaceri, tanto più castighiamolo con le sofferenze (cf. Ap 18,7) …”[94]

Ancora s. Antonio afferma: “Osserva che nell’arco ci sono quattro elementi: le due estremità (cornua) flessibili, il centro rigido e inflessibile, e la corda elastica, con la quale le estremità stesse vengono tese. Parimenti nella confessione ci devono essere quattro elementi. Le due punte dell’arco rappresentano il dolore dei peccati passati e il timore delle pene eterne; il centro rigido e inflessibile è il fermo proposito che il penitente deve avere, per non ritornare mai più al vomito; la corda elastica è la speranza del perdono, che realmente piega dalla loro rigidità le due punte del dolore e del timore. Da tale arco quindi vengono lanciate “le frecce acute del potente” (Sal 119,4)”[95]

S. Tommaso allorché parla del Sacramento della confessione afferma nel De articulis Fidei, pars 2 co.  “Quartum sacramentum est poenitentia, cuius quasi materia sunt actus poenitentis, qui dicuntur tres poenitentiae partes. Quarum prima est cordis contritio, ad quam pertinet quod homo doleat de peccato commisso, et proponat se de cetero non peccaturum.” La contrizione dunque include per s. Tommaso il proposito di non peccare. S. Tommaso spiega meglio quanto appena detto laddove afferma “Ad secundum dicendum, quod peccata mortalia sunt in potestate nostra, ut vitentur non solum singula, sed etiam omnia; venialia autem, etsi singula vitari possint, non tamen omnia; quod ex infirmitate naturae contingit: et ideo in contritione de venialibus non exigitur propositum non peccandi venialiter, sicut in contritione de mortali exigebatur; sed quod displiceat ei et peccatum praeteritum, et infirmitas qua ad peccatum veniale inclinatur, quamvis ab eo omnino immunis esse non possit.” (Super Sent., lib. 4 d. 16 q. 2 a. 2 qc. 2 ad 2.) Il proposito di non commettere qualsiasi peccato mortale è necessario per la contrizione, invece chi si confessa di peccati veniali deve essere dispiaciuto per il peccato commesso e per l’infermità per la quale è inclinato al peccato, sebbene da tale peccato veniale non possa essere del tutto immune. Senza proposito di non peccare non si può assolvere il penitente “… non est periculosum sacerdotibus dicere: ego te absolvo, illis in quibus signa contritionis vident, quae sunt dolor de praeteritis et propositum de cetero non peccandi; alias absolvere non debet. Periculose autem solam orationem dicit, quia hoc non est absolvere, sed sub dubio confitentem relinquere. Orare autem pro aliquo ut absolvatur potest sive sit contritus sive non.” (“De forma absolutionis”, cap. 3) La mancanza del proposito di emenda esclude che i peccati siano perdonati: “Offensa autem peccati mortalis procedit ex hoc quod voluntas hominis est aversa a Deo per conversionem ad aliquod bonum commutabile. Unde requiritur ad remissionem divinae offensae quod voluntas hominis sic immutetur quod convertatur ad Deum, cum detestatione praedictae conversionis et proposito emendae. Quod pertinet ad rationem poenitentiae secundum quod est virtus. Et ideo impossibile est quod peccatum alicui remittatur sine poenitentia secundum quod est virtus. Sacramentum autem poenitentiae, sicut supra dictum est, perficitur per officium sacerdotis ligantis et solventis. Sine quo potest Deus peccatum remittere, sicut remisit Christus mulieri adulterae, ut legitur Ioan. VIII, et peccatrici, ut legitur Luc. VII. Quibus tamen non remisit peccata sine virtute poenitentiae; nam, sicut Gregorius dicit, in homilia, per gratiam traxit intus, scilicet ad poenitentiam, quam per misericordiam suscepit foris.” (IIIª q. 86 a. 2 co.) Perché l’uomo sia perdonato da Dio occorre che la volontà umana del peccatore si converta a Dio con il proposito di emendarsi. Senza tale proposito non c’è remissione dei peccati.

Senza contrizione e quindi senza proposito di non più peccare: non c’è perdono dei peccati, non c’è  la riconciliazione con la Chiesa, non c’è  il ricupero dello stato di grazia, non c’è la remissione della pena eterna meritata a causa dei peccati mortali e delle pene temporali che sono conseguenza del peccato, non c’è la pace e la serenità della coscienza, e la consolazione dello spirito, non c’è  l’accrescimento delle forze spirituali per il combattimento cristiano di ogni giorno.
Al proposito di non peccare si lega il proposito di evitare l’occasione prossima di peccato, come diciamo chiaramente nell’atto di dolore:“ … propongo … di fuggire le occasioni prossime di  peccato.”

S. Antonio di Padova afferma: “Chiunque meditasse attentamente sulla sua entrata e sulla sua uscita da questa vita, uscirebbe subito da Sodoma, cioè dal fetore del mondo e del peccato, e salverebbe la sua anima; non si volterebbe indietro, cioè non ritornerebbe ai peccati passati; e non si fermerebbe in nessun luogo all’intorno: si ferma all’intorno colui che dopo aver abbandonato il peccato, non si cura di fuggire anche le occasioni e le fantasie di peccato; ma si salverebbe sul monte, cioè in una vita perfetta.”[96]

Aggiunge il s. Dottore Evangelico ““Siano eliminate dalla vostra bocca le cose vecchie” (1Re 2,3), e il penitente elimini dal suo cuore e dalla sua bocca non solo il peccato, ma anche le occasioni e le pericolose fantasie.”[97]

In questa linea è certamente interessante anche questo testo di s. Antonio in cui nota che  ” Gli occhi sono le prime frecce della lussuria. Poi il cuore si turba e così si accende la febbre della lussuria. Ma per non morire con il consenso della mente o passando all’azione, il cuore viene illuminato … con la settiforme grazia dello Spirito Santo. ” [98]

Per stare lontano dal peccato occorre mortificare la vista.

Più generalmente, per stare lontano dal peccato occorre evitare tutte quelle situazioni che ci portano ordinariamente a peccare.

Notate che è un grave precetto naturale evitare l’occasione prossima volontaria di peccato mortale; si vedano in particolare i testi di  Papa Alessandro VII [99] e di Papa Innocenzo XI [100] che ribadiscono la dottrina della Chiesa circa la necessità di fuggire le occasioni prossime di peccato.

Il  Catechismo di s. Pio X ci offre importanti precisazioni riguardo al proposito e  alla necessità di fuggire le occasioni prossime di peccato ai nn. 731 ss. :

“731. In che consiste il proponimento? Il proponimento consiste in una volontà risoluta di non commettere mai più il peccato e di usare tutti i mezzi necessari per fuggirlo.

  1. Quali condizioni deve avere il proponimento per essere buono? Il proponimento, affinché sia buono, deve avere principalmente tre condizioni: deve essere assoluto, universale ed efficace.
  1. Che cosa vuol dire: proponimento assoluto? Vuol dire che il proponimento deve essere senza alcuna condizione di tempo, di luogo, o di persona.
  1. Che cosa vuol dire: il proponimento deve essere universale? Il proponimento deve essere universale, vuoi dire che dobbiamo voler fuggire tutti i peccati mortali, tanto quelli già altre volte commessi, quanto altri che potremmo commettere.
  1. Che cosa vuol dire: il proponimento deve essere efficace? Il proponimento deve essere efficace, vuol dire che bisogna avere una volontà risoluta di perdere prima ogni cosa che commettere un nuovo peccato, di fuggire le occasioni pericolose di peccare, di distruggere gli abiti cattivi, e di adempiere gli obblighi contratti in conseguenza dei nostri peccati.”  [101]

Mi sembra interessante aggiungere qui che S. Tommaso spiega  che la carità produce in noi necessariamente l’osservanza dei comandamenti : “Secundum quod facit caritas, est divinorum mandatorum observantia. Gregorius: nunquam est Dei amor otiosus: operatur enim magna si est; si vero operari renuit, amor non est. Unde manifestum signum caritatis est promptitudo implendi divina praecepta. Videmus enim amantem propter amatum magna et difficilia operari. Ioan. XIV, 23: si quis diligit me, sermonem meum servabit. Sed considerandum, quod qui mandatum et legem divinae dilectionis servat, totam legem implet. Est autem duplex modus divinorum mandatorum. Quaedam enim sunt affirmativa: et haec quidem implet caritas; quia plenitudo legis quae consistit in mandatis, est dilectio, qua mandata servantur. Quaedam vero sunt prohibitoria; haec etiam implet caritas, quia non agit perperam, ut dicit apostolus I Cor. XIII.” (“Collationes in decem praeceptis”, proemium)  La carità se è davvero nell’anima fa che la persona osservi i comandamenti. La carità, dice s. Tommaso nel testo appena presentato, fa osservare: sia i comandi affermativi perché  la pienezza della Legge che consiste nei comandamenti è la carità per la quale i comandamenti sono osservati, sia i comandamenti negativi, cioè quelli che proibiscono alcune azioni, perché la carità non agisce ingiustamente. Quindi la carità fa proporre alla persona di vivere secondo la Legge di Dio e fa proporre alla persona di non peccare. La carità ci fa agire rettamente ma tale retto agire implica anche rettitudine di intenzione, se una persona si propone commettere peccato e in particolare peccato grave è chiaro che la sua intenzione è malvagia e la sua azione è cattiva; spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1753 : “ …  la presenza di un’intenzione cattiva (quale la vanagloria) rende cattivo un atto che, in sé, può essere buono (quale l’elemosina).” ; al n. 1755 dello stesso Catechismo leggiamo: “ …. L’atto moralmente buono suppone, ad un tempo, la bontà dell’oggetto, del fine e delle circostanze.” Il fine cattivo rende malvagia  l’azione, anche se il suo oggetto, in sé, è buono. La carità ci dona intenzioni rette, ci fa scegliere cose buone e quindi ci dona propositi santi e non malvagi e peccaminosi.

Più precisamente occorre dire che la contrizione perfetta, che contiene il dolore e l’odio del peccato e il proposito di non peccare, è atto di carità … Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma, al n. 1451 che la contrizione perfetta proviene dalla carità e che essa rimette colpe veniali e rimette colpe mortali se unita alla ferma risoluzione di confessarsi appena possibile, possiamo intendere meglio quanto afferma il Catechismo Tridentino al n. 249 :“Poiché la perfetta contrizione è un atto di carità che procede dal timore filiale, ne segue che la misura della contrizione dev’essere la carità. Siccome la carità con cui amiamo Dio è la più grande, ne segue che la contrizione deve portar con sé un veementissimo dolore di animo. Se dobbiamo amare Dio sopra ogni cosa, dobbiamo anche detestare sopra ogni cosa ciò che da lui ci allontana.

Giova qui notare che la Scrittura adopera i medesimi termini per esprimere l’estensione della carità e della contrizione. Dice infatti della carità: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore” (Dt 6,5; Mt 22,37; Mc 12,30; Lc 10,27); della seconda il Signore dice per bocca del profeta: “Convertitevi con tutto il vostro cuore” (Gl 2,12).

In secondo luogo, come Dio è il primo dei beni da amare, così il peccato è il primo e il maggiore dei mali da odiare. Quindi, la stessa ragione che ci obbliga a riconoscere che Dio deve essere sommamente amato, ci obbliga anche a portare sommo odio al peccato. Ora, che l’amore di Dio si debba anteporre a ogni altra cosa, sicché non sia lecito peccare neppure per conservare la vita, lo mostrano apertamente queste parole del Signore: “Chi ama suo padre o sua madre più di me, non è degno di me” (Mt 10,37); “Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà” (Mt 16,25; Mc 8,35).”  (Dal “Catechismo Tridentino”, ed Cantagalli 1992 n.249) La carità ci fa amare sommamente Dio e ci fa odiare sommamente il peccato quindi ci fa proporre di mai peccare.

S. Alfonso M. de’ Liguori afferma in questa linea: “ Dicono i teologi che la contrizione è un atto formale di perfetto amore di Dio; mentre chi ha la contrizione è mosso dall’amore che porta alla bontà di Dio, a pentirsi di averlo offeso; e perciò molto giova a fare un atto di contrizione di far prima un atto di amore verso Dio, dicendo così: Dio mio, perché siete bontà infinita, v’amo sopra ogni cosa: e perché v’amo, mi pento più d’ogni male d’avervi offeso.” [102] La carità ci fa amare sommamente Dio e ci fa odiare sommamente il peccato quindi ci fa proporre di seguire la Legge di Dio, di mai opporci ad essa e quindi di mai peccare.

Voler peccare e quindi proporsi di peccare, è già commettere peccato … ma la carità non ci spinge al peccato, ci spinge alla vita secondo i comandamenti e quindi ci fa proporre di non peccare, ci fa proporre di non compiere atti contrari alla Legge di Dio specialmente ci fa proporre di non compiere atti gravemente contrari alla Legge di Dio, come adulterio, come omicidio, come atti omosessuali, come bestemmia etc..

Se c’è la carità c’è il proposito di non peccare …

S. Alfonso M. de’ Liguori spiega nelle sue opere riguardo al proposito : “ Tre sono le condizioni del vero proposito per la confessione: dee esser fermo, universale, ed efficace.

E per I. dee esser fermo, in modo il penitente abbia animo risoluto di non peccare in qualunque caso. …

Per II. Il proposito dev’essere universale (parlando de’ peccati mortali), come insegnano tutti con s. Tommaso(III q. 87. a. 1. ad 1.)…

Per III. dev’esser efficace, cioè che l’uomo proponga, non solo di non commettere peccati, ma anche di prendere i mezzi opportuni per evitarli, specialmente di rimuovere le occasioni prossime. . ”[103]

In un’altra sua opera s. Alfonso afferma: “ Ora per esser vero il proposito, ha da avere tre condizioni, dee esser fermo, universale ed efficace.

Per 1. dee esser fermo, sì che proponga risolutamente il penitente di patir prima ogni male che di offendere Dio. … il vero proposito, come ho detto di sopra, è una volontà ferma e risoluta di soffrire qualunque male prima che di tornar a peccare. … Dio è più forte del demonio, e coll’aiuto suo possiamo vincere tutte le tentazioni dell’inferno. … Chi nelle tentazioni si raccomanda a Dio, non mai cadrà. …

28.Per 2., il proposito dee essere universale, cioè di evitare ogni peccato mortale. …

… perché in quanto a’ peccati veniali, uno può aver il proposito di fuggire un peccato veniale, ed un altro no, e con tal proposito può esser buona la confessione. .

30.Per 3., il proposito dee essere efficace, viene a dire che ci faccia prendere i mezzi per evitare in avvenire il peccato; ed uno de’ mezzi più necessari per fare un buon proposito è di fuggire l’occasione di tornare a peccare. Attenti a questo punto, perché se gli uomini attendessero a fuggire le male occasioni, da quanti peccati si asterrebbero, e così quante anime non resterebbero dannate! Il demonio senza l’occasione poco guadagna; ma quando la persona volontariamente si mette nell’occasione, specialmente di peccati disonesti, è moralmente impossibile che non vi cada.” [104]

S. Alfonso, prega per noi e in particolare per il Papa.

Il Card. De Paolis ebbe a dire riguardo a questo punto della contrizione, riferendosi in particolare ai divorziati risposati “Una seconda norma di diritto divino è che la sessualità è lecita soltanto tra persone congiunte in matrimonio; questo implica che chi convive con una persona che, secondo le leggi della Chiesa non è coniuge, si trova in una situazione grave di peccato che esclude dall’accesso all’Eucaristia, e non solo, ma non può ricevere neppure il sacramento della penitenza, perché questo implica che il penitente non può essere assolto perché intende e se intende perseverare in quella situazione. Infatti l’assoluzione implica che vi sia il pentimento e il proposito di non ripetere il peccato.” [105]

Ulteriormente lo stesso Cardinale affermò: “Legge divina: il sacramento della penitenza. Qualsiasi peccato per quanto grave esso possa essere, può essere perdonato da Dio e dalla Chiesa. Per ricevere tuttavia l’assoluzione sacramentale si richiede il pentimento per il peccato e il proposito di non ricadere e quindi  di fuggire le occasioni di peccato.”[106]

Concludo con un illuminante testo del Catechismo Romano: “ Che se l’uomo può essere giustificato, e da malvagio divenire buono, anche prima di praticare nelle azioni esterne le singole prescrizioni della Legge; non può pero, chi abbia già l’uso della ragione, trasformarsi da peccatore in giusto, se non sia disposto a osservare tutti i comandamenti di Dio.”[107]

a) Netto contrasto tra alcune affermazioni della lettera dei Vescovi argentini rispetto alla Scrittura, alla Tradizione e al Magistero riguardo al proposito necessario per una valida assoluzione.

La lettera inviata dai Vescovi argentini al Papa, da Lui approvata e  riconosciuta  come Magistero Autentico (AAS , 2016, n. 10, p. 1074), afferma  in particolare riguardo ai divorziati risposati: se possibile, vivano in castità, se tale possibilità non è fattibile è possibile un cammino di discernimento e quindi aggiunge :“ Si se llega a reconocer que, en un caso concreto, hay limitaciones que atenúan la responsabilidad y la culpabilidad (cf. 301-302), particularmente cuando una persona considere que caería en una ulterior falta dañando a los hijos de la nueva unión, Amoris laetitia abre la posibilidad del acceso a los sacramentos de la Reconciliación y la Eucaristía (cf. notas 336 y 351). Estos a su vez disponen a la persona a seguir madurando y creciendo con la fuerza de la gracia.”[108] Tale affermazione appare, purtroppo, in evidente contrasto con quello che  la Congregazione per la Dottrina della Fede scrisse circa 3 anni fa: “In ogni caso l’assoluzione può essere concessa solo se c’è la certezza di una vera contrizione, vale a dire “il dolore interiore e la riprovazione del peccato che è stato commesso, con la risoluzione di non peccare più” (cfr. Concilio di Trento, Dottrina sul sacramento della Penitenza, c.4). In questa linea non si può assolvere validamente un divorziato risposato che non prenda la ferma risoluzione di “non peccare più” e quindi si astenga dagli atti proprio dei coniugi, e facendo in questo senso tutto quello che è in suo potere.”[109] Ancora la Congregazione per la Dottrina della Fede , condannando le affermazioni di suor Farley, nel 2012, ha affermato tra l’altro: “ Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio. Perciò essi non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione. Per lo stesso motivo non possono esercitare certe responsabilità ecclesiali. La riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata se non a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, e si sono impegnati a vivere in una completa continenza»[110].”[111]  La riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata se non a coloro che sono pentiti dei loro peccati e si impegnano a vivere secondo la Legge di Dio …

Il Signore ci illumini, la sua Verità e la sua Carità risplendano nelle nostre menti e nei nostri cuori.

Nella Familiaris Consortio leggiamo al n.84: “ La riconciliazione nel sacramento della penitenza — che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico — può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi»[112] La riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata se non a coloro che sono pentiti dei loro peccati e si impegnano a vivere secondo la Legge di Dio …  S. Giovanni Paolo II, preghi per noi e ci ottenga grande sapienza soprannaturale.

Nel famoso documento della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla possibilità di dare l’Eucaristia a divorziati risposati leggiamo: “Per i fedeli che permangono in tale situazione matrimoniale, l’accesso alla Comunione eucaristica è aperto unicamente dall’assoluzione sacramentale, che può essere data «solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò importa, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumano l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Ibid,. n. 84: AAS 74 (1982) 186; cf. Giovanni Paolo II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, n. 7: AAS 72 (1982) 1082.). In tal caso essi possono accedere alla comunione eucaristica, fermo restando tuttavia l’obbligo di evitare lo scandalo.” [113]  La riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata se non a coloro che sono pentiti dei loro peccati e si impegnano a vivere secondo la Legge di Dio …

Dio ci liberi da ogni errore.

Nella “Sacramentum Caritatis” Benedetto XVI affermò ancora riguardo ai divorziati risposati:  “29.   Infine, là dove non viene riconosciuta la nullità del vincolo matrimoniale e si danno condizioni oggettive che di fatto rendono la convivenza irreversibile, la Chiesa incoraggia questi fedeli a impegnarsi a vivere la loro relazione secondo le esigenze della legge di Dio, come amici, come fratello e sorella; così potranno riaccostarsi alla mensa eucaristica, con le attenzioni previste dalla provata prassi ecclesiale. ”[114]  La riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata se non a coloro che sono pentiti dei loro peccati e si impegnano a vivere secondo la Legge di Dio …  Dio ci doni la sua Luce e ci liberi da ogni errore!

Tra i vari testi importanti che affermano la dottrina appena presentata voglio qui indicare in particolare i seguenti: l’introduzione del Cardinale Joseph Ratzinger al numero 17 della Collana “Documenti e Studi”, diretta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, “Sulla pastorale dei divorziati risposati”, LEV, Città del Vaticano 1998 pp.  7-29  e la lettera inviata dal Card. Ratzinger a “The Tablet” (“The Tablet” 26–10 –1991, pp.1310–11 ); su questi due testi si può anche consultare con frutto un mio articolo [115]  Di particolare importanza per vedere come la Tradizione sia chiara nell’affermare la norma morale presentata da s. Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI appunto in continuità con la Tradizione e la Bibbia riguardo ai divorziati risposati mi pare  l’introduzione del Cardinale Joseph Ratzinger al numero 17 della Collana “Documenti e Studi”, diretta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, “Sulla pastorale dei divorziati risposati”, LEV, Città del Vaticano 1998 pp.  7-29 [116] Dio voglia chiarire sempre meglio in noi la sua Verità e voglia farcela vivere sempre meglio nell’unità della santa carità.

Come è evidente da quanto abbiamo detto finora, la lettera dei Vescovi argentini approvata dal Papa consente, a differenza dei testi magisteriali appena presentati e contro quanto la Chiesa ha fissato sulla base della S. Scrittura, che riceva l’assoluzione sacramentale e poi la Comunione Eucaristica, chi non ha il proposito di non commettere più adulterio. Abbiamo appena visto come il proposito di non peccare e in particolare di non commettere un peccato grave sia necessario per la contrizione che a sua volta è necessaria per la remissione del peccato e in particolare per una valida assoluzione.  Quindi senza proposito, e in particolare senza proposito di vivere i 10 comandamenti e di non commettere atti oggettivamente e gravemente contrari ai comandamenti stessi, come vedremo meglio, non ci può essere assoluzione valida ….

Questo intero capitolo deve servire per capire meglio la sana dottrina sulla contrizione e quindi per comprendere meglio in particolare questo errore e la sua gravità e più generalmente altri errori ad esso legati in vario modo …

Occorre tenere presente peraltro, come detto, che la strategia papale è appunto quella di aprire le porte” al “cambio di paradigma” quindi a deviazioni dalla sana dottrina con il sostegno di Vescovi e teologi  …  Ovviamente, come detto, il Papa non interviene a correggere chi diffonde errori nella linea che il Papa stesso sostiene anzi il Pontefice in alcuni casi interviene, indirettamente o direttamente, ad elogiare e sostenere tali erranti …  qui di seguito vedremo errori che vari importanti prelati hanno diffuso evidentemente nella linea  che lui stesso porta avanti proprio riguardo alla contrizione e che ovviamente, in quanto conosciuti, non sono stati corretti ma anzi, in certo modo, sostenuti dal Papa attraverso i suoi organi di informazione.

Dio ci illumini!

b) Errori sulla contrizione del Card. Coccopalmerio, del Card. Sistach, e di un famoso Arcivescovo molto vicino al Papa … ovviamente il Papa non condanna tali errori …

La Croce sacra sia la nostra luce.

Più direttamente legato all’errore appena presentato circa la contrizione è il gravissimo errore in cui cade il Card. Coccopalmerio nel suo commento al capitolo VIII dell’Amoris Laetitia. (F. Coccopalmerio, Il capitolo ottavo della esortazione post-sinodale Amoris laetitia, Città del Vaticano 2017) Commentando tale errore d. Meiattini afferma: “Per l’autore se i divorziati risposati «hanno coscienza, hanno convinzione, della situazione di peccato oggettivo nella quale attualmente si trovano e, dall’altra, hanno il proposito di cambiare la loro condizione di vita, anche se, in questo momento, non sono in grado di attuare il loro proposito»[117], per loro si aprirebbe la possibilità di accesso ai sacramenti, anche se vivono l’unione non legittima more uxorio, senza ottemperare le condizioni previste da Familiaris consortio n. 84. Ma un proposito emesso nella consapevolezza che non può essere attuato perché al momento non attuabile, come sostiene il cardinale, non può essere sufficiente per un’assoluzione sacramentale.”[118]

Abbiamo visto in precedenza che il proposito per una valida confessione deve essere efficace, serio e universale … e questo significa ovviamente che il penitente deve proporsi di non più peccare dal momento in cui si confessa e deve, come vedremo meglio nelle prossime pagine, proporsi di fuggire le occasioni prossime di peccato. Se manca questo proposito l’assoluzione è invalida, come vedremo meglio più avanti … Proporsi di osservare i comandamenti dopo un certo tempo dalla Confessione significa aprire le porte al peccato fino a quel tempo … e in questo caso significa aprire le porte all’adulterio … peccato molto grave e normalmente scandaloso.

In particolare il Concilio di Trento richiede che la contrizione, e quindi il proposito, escluda la volontà di peccare. [119] quindi le affermazioni del Card. Coccopalmerio sono evidentemente irricevibili.

Nessuno può, peraltro, dispensare, come vedremo meglio più avanti, il penitente dall’osservanza dei divini comandamenti dal momento della Confessione fino al momento in cui tale persona pensa di potere mettere in atto il proposito detto.

Ulteriormente va detto che  nessun penitente  è sicuro di essere vivo dopo una settimana o dopo un anno dalla confessione … non sappiamo neppure se stasera saremo in questo mondo … quindi tale proposito può rimanere del tutto inefficace …

Notiamo che nessuna condanna ha ricevuto questo gravissimo errore del Card. Coccopalmerio che appare, purtroppo, un pessimo “frutto” dell’Amoris Laetitia.

Anzi, per la presentazione di questo libro, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana (!), possiamo leggere le lodi fatte da vari esperti al suo autore per questo testo!

Nel resoconto fatto dal SIR leggiamo:  “Noi come editori diamo voce a interlocutori così autorevoli – ha precisato Costa a proposito del volume, firmato dal cardinale e pubblicato dalla Lev – ma il libro del cardinale Coccopalmerio non è una risposta ufficiale del Vaticano. Il dibattito è sempre aperto, noi lo incoraggiamo e offriamo strumenti di approfondimento”. Un libro “destinato alla gente”, lo ha definito Costa, di natura “pastorale”: “Un testo leggibile, fruibile e chiarificatore”.” [120] Un testo che chiarifica non la dottrina ma la situazione attuale nella Chiesa dopo l’Amoris Laetitia, una situazione di evidente deviazione dalla sana dottrina.

Il teologo Gronchi ha realizzato per l’Osservatore Romano una recensione del libro del Card. Coccopalmerio in cui ha scritto: “ Il pregio principale della lettura guidata del capitolo ottavo di Amoris laetitia del Cardinale Francesco Coccopalmerio (Città del Vaticano, Libreria editrice vaticana, 2017, pagine 56, euro 8) è di far parlare il documento, lasciando emergere ciò che a un rapido sguardo fin troppo sbrigativo rischia di venir trascurato, se non sacrificato o ancor peggio travisato, come talvolta è avvenuto. Con asciutta precisione e chiarezza essenziale, il canonista mostra che non sono necessarie acrobazie per cogliervi la novità pastorale nella continuità della tradizione dottrinale della Chiesa. I fondamenti della teologia del matrimonio sono uniti, senza confusione, con quelli della teologia morale; il profilo ideale della famiglia cristiana è distinto, senza separazione, dalla saggezza pastorale rivolta a quanti hanno sperimentato il fallimento matrimoniale. L’acribia con cui viene commentato il documento pontificio mostra in modo limpido in quale maniera sia sempre necessario interpretare i testi magisteriali: non per dubitarne, ma per comprenderli e accoglierli.”[121]  Luciano Moia, su Avvenire ha scritto , riportando anche le parole del Cardinale Coccopalmerio: “Il cuore della questione, secondo quanto spiega Coccopalmerio, è il proposito del cambiamento. Le persone che vivono in condizioni di “irregolarità” – le virgolette sono usate nel testo di Amoris laetitia – sono «coscienti della loro condizione di peccato… si pongono il problema di cambiare e quindi – si legge nel testo – hanno l’intenzione o, almeno, il desiderio di cambiare la loro condizione». La serietà della questione di coscienza è quindi il punto decisivo, come argomentato anche da don Gronchi, per «la possibilità di accedere ai sacramenti da parte di coloro che non riescono ad astenersi dai rapporti coniugali».  Una situazione che, secondo quanto scrive il presidente del Pontificio consiglio per i Testi legislativi, non fa venir meno né la dottrina dell’indissolubilità del matrimonio, né quella del sincero pentimento, e neppure la dottrina della grazia santificante. «Ed è proprio questo – conclude – l’elemento teologico che permette l’assoluzione e l’accesso all’Eucaristia, sempre nell’impossibilità di cambiare subito la condizione di peccato». [122]

Anche questi giudizi, evidentemente, sono “frutti” pessimi dell’Amoris Laetitia … esaltano un libro che va fuori della sana dottrina  fissata da Trento e sempre ribadita circa la contrizione e quindi circa il proposito di non voler peccare.

La strategia papale di aprire le porte” al “cambio di paradigma” quindi a deviazioni dalla sana dottrina procede a gonfie vele e ovviamente il Papa non interviene a correggere gli errori che sostengono tale cambio … anzi in alcuni casi interviene, indirettamente, ad elogiare e sostenere le deviazioni dottrinali, come è il caso delle affermazioni del Card. Coccopalmerio …

La Croce sacra sia la nostra luce.

A servizio di tale strategia occorre inserire anche il libro del Card. Sistach  …. pubblicato “stranamente” dalla Libreria Editrice Vaticana e intitolato: “Come applicare l’ Amoris Laetitia”(ed. LEV, Città del Vaticano, 2017); in esso, alla pag. 57, il Card. Sistach afferma che con il punto 6 della lettera dei Vescovi argentini si offrono dei criteri e un aiuto per accompagnare le persone divorziate in procinto di risposarsi civilmente; tradotto in italiano tale punto 6 insegna che: “ In altre circostanze più complesse, e quando non si è potuta ottenere la dichiarazione di nullità, l’opzione appena menzionata può di fatto non essere percorribile. Ciò nonostante, è ugualmente possibile una percorso di discernimiento. Se si giunge a riconoscere che, in un determinato caso, ci sono dei limiti personali che attenuano la responsabilità e la colpevolezza (cfr. 301-302), particolarmente quando una persona consideri che cadrebbe in ulteriori mancanze danneggiando i figli della nuova unione, Amoris laetítía apre la possibilità dell’ accesso ai sacramenti della Riconciliazione e dell’ Eucarestia (cfr. nota 336 y 351). Questi, a loro volta, disporranno la persona a continuare il processo di maturazione e a crescere con la forza della grazia.”[123]

Alla pag. 62 dello stesso testo del Cardinale spagnolo leggiamo che : nel sesto criterio, cioè appunto nel n. 6 che stiamo vedendo, si indica solo la circostanza attenuante per cui una persona (in particolare una persona divorziata risposata), ritiene che, con la rottura dell’unione nuova, concubinaria, cadrebbe in una ulteriore mancanza, danneggiando i figli della nuova unione. Quindi l’unica circostanza attenuante precisata bene sarebbe questa … e sulla base di essa si potrebbero amministrare i Sacramenti in particolare ai divorziati risposati che non hanno il proposito di non peccare più … Quindi concretamente, per il Card. Sistach, si potrebbe assolvere senza proposito quindi senza contrizione una persona (in particolare una persona divorziata risposata), la quale ritiene che, con la rottura dell’unione nuova, concubinaria, cadrebbe in una ulteriore mancanza, danneggiando i figli della nuova unione. Come potete ben capire questo va radicalmente contro le affermazioni della Tradizione e in particolare del Concilio di Trento che afferma la necessità della contrizione per una valida assoluzione , come vedremo più avanti l’assoluzione data a chi non ha la contrizione è invalida e i peccati restano non rimessi. Ricordo che , come vedemmo, il Concilio di Trento ha affermato che: sono quasi materia del Sacramento della Penitenza gli atti dello stesso penitente e cioè: la contrizione, la confessione, la soddisfazione. Questi atti poiché si richiedono, nel penitente, per l’integrità del sacramento e per la piena e perfetta remissione dei peccati, per questo sono considerati parti della penitenza.[124] S. Giovanni Paolo II affermò in un’ importante Enciclica sullo Spirito Santo: “Senza una vera conversione, che implica una interiore contrizione e senza un sincero e fermo proposito di cambiamento, i peccati rimangono «non rimessi», come dice Gesù e con lui la Tradizione dell’Antica e della Nuova Alleanza.” [125] Faccio notare peraltro che nessuno può dispensare, come vedremo meglio più avanti, il penitente dall’osservanza dei divini comandamenti, né lui stesso né il Confessore (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2072); i comandamenti negativi in particolare, come quello che proibisce l’adulterio, sono validi sempre e per sempre, san Giovanni Paolo II affermò a questo riguardo: “I precetti morali negativi, cioè quelli che proibiscono alcuni atti o comportamenti concreti come intrinsecamente cattivi, non ammettono alcuna legittima eccezione; essi non lasciano alcuno spazio moralmente accettabile per la «creatività» di una qualche determinazione contraria. Una volta riconosciuta in concreto la specie morale di un’azione proibita da una regola universale, il solo atto moralmente buono è quello di obbedire alla legge morale e di astenersi dall’azione che essa proibisce”[126]

Ricordo inoltre che la carità, come visto prima e come meglio vedremo in seguito, fa che la persona ami Dio al di sopra di tutto, anche della sua famiglia, e fa quindi che la persona mai violi in maniera grave un comandamento divino, neppure nel caso che tale violazione eviti danni ai figli. Dio e la sua volontà vengono prima di tutto . L’affermazione del Card. Sistach è un altro colossale errore, un altro frutto “marcio” di Amoris Laetitia …

Ulteriormente io stesso ho potuto ascoltare un intervento in cui un Arcivescovo, molto vicino al Papa, a porte chiuse, presentando l’Amoris Laetitia a un gruppo di sacerdoti, affermava che con tale documento basta che i divorziati risposati facciano un cammino di penitenza, per tornare a ricevere i Sacramenti, senza che, per loro, sia necessario il proposito di non peccare più e quindi, in particolare, di non commettere adulterio …  ovviamente il prelato mi ha attaccato per il mio intervento, successivo alle sue affermazioni, in cui ribadivo la dottrina tradizionale …  Ma, come stiamo vedendo e come vedremo meglio più avanti, se manca il proposito di non peccare, manca la contrizione, la Confessione è nulla e i peccati non vengono rimessi.

Sorga Dio e i suoi nemici siano dispersi.

4) Il proposito vero e quindi efficace di non peccare include il proposito di fuggire le occasioni prossime di peccato, ma l’Amoris Laetitia non parla di questo.

a) Indicazioni magisteriali circa l’obbligo di fuggire le occasioni prossime di peccato.

Chiediamo ancora a Dio di illuminarci perché solo la sua Verità si manifesti in noi. I santi Papi che sono in Cielo e tutti i santi intercedano per noi.

Come vedemmo, il Papa ha detto che l’ Amoris Laetitia è tomista [127]; purtroppo però l’Amoris Laetitia, al contrario di s. Tommaso, e più generalmente al contrario della Bibbia e della Tradizione, non solo non parla della necessità di fuggire le occasioni prossime di peccato ma anzi permette che si diano i Sacramenti a chi vuole continuare a vivere in adulterio e quindi vuole peccare in modo oggettivamente grave e rimanere in occasione prossima di peccato oggettivamente grave come è una convivenza more uxorio [128]. Il Vangelo afferma:  “Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue.” (Marco 9, 43 ss)

Partendo da questo testo, in particolare, la Tradizione parla con chiarezza della necessità e dell’obbligo di fuggire le occasioni prossime di peccato.   Al vero proposito di non peccare è unito il proposito di evitare l’occasione prossima di peccato;  infatti,  è un grave precetto naturale evitare l’occasione prossima volontaria di peccato mortale, si vedano in particolare su questo punto i testi di  Papa Alessandro VII[129] e di Papa Innocenzo XI [130].  Nell’ Atto di dolore riaffermiamo proprio la necessaria fuga dalle occasioni prossime di peccato allorché diciamo: “ … propongo … di fuggire le occasioni prossime di  peccato.”

Il  Catechismo di s. Pio X ci offre importanti precisazioni e approfondimenti riguardo a ciò che stiamo dicendo: “ 735. Che cosa vuol dire: il proponimento deve essere efficace? Il proponimento deve essere efficace, vuol dire che bisogna avere una volontà risoluta di perdere prima ogni cosa che commettere un nuovo peccato, di fuggire le occasioni pericolose di peccare, di distruggere gli abiti cattivi, e di adempiere gli obblighi contratti in conseguenza dei nostri peccati.738. Che cosa s’intende per occasioni pericolose di peccare? Per occasioni pericolose di peccare s’intendono tutte quelle circostanze di tempo, di luogo, di persone, o di cose che per propria natura, o per la nostra fragilità ci inducono a commettere il peccato. 739. Siamo noi gravemente obbligati a schivare tutte le occasioni pericolose? Noi siamo gravemente obbligati a schivare quelle occasioni pericolose che d’ordinario ci inducono a commettere peccato mortale, le quali si chiamano le occasioni prossime del peccato. 740. Che cosa deve fare chi non può fuggire qualche occasione di peccato? Chi non può fuggire qualche occasione di peccato, lo dica al confessore e stia ai consigli di lui. 741. Quali considerazioni servono per fare il proponimento? Per fare il proponimento servono le stesse considerazioni, che valgono ad eccitare il dolore; cioè la considerazione dei motivi che abbiamo di temere la giustizia di Dio e di amare la sua infinità bontà.” (http://www.maranatha.it/catpiox/01page.htm) .. S. Pio X preghi per noi e ci ottenga abbondante luce divina e profonda contrizione per i nostri peccati.

S. Giovanni Paolo II affermò “Questi due momenti – il momento della conversione e il momento della vocazione – hanno un’importanza determinante nella vita di ogni cristiano. Si può dire che in essi si sviluppi tutta l’economia salvifica di Dio a riguardo dell’uomo, e nell’ambito di questa divina economia l’uomo viene maturando dall’interno. Questa maturazione presuppone l’allontanamento dal male, la rottura con il peccato, l’estirpamento delle brutte predisposizioni, la lotta a volte dura con le occasioni di peccato, il superamento delle passioni: tutto il grande lavoro interiore, grazie al quale l’uomo si allontana da tutto ciò che in lui si oppone a Dio e alla sua volontà, e si avvicina a quella santità, la cui pienezza è Dio stesso.” [131] Nel documento “Persona Humana” la Congregazione per la Dottrina della Fede scrisse : “ Nella linea di questi insistenti inviti, i fedeli anche nel nostro tempo, anzi oggi più che mai, devono adottare i mezzi, che sono stati sempre raccomandati dalla chiesa per vivere una vita casta: la disciplina dei sensi e dello spirito, la vigilanza e la prudenza nell’evitare le occasioni di peccato, la custodia del pudore, la moderazione nei divertimenti, le sane occupazioni, il frequente ricorso alla preghiera e ai sacramenti della penitenza e dell’eucaristia” [132]. Pio XII affermò “Esiste dunque il problema morale della moda, non solo in quanto attività genericamente umana, ma più specificamente, in quanto essa si esplica in un campo comune, o almeno molto prossimo, ad evidenti valori morali, e, anche più, in quanto gli scopi, per sè onesti della moda, sono più esposti ad essere confusi dalle prave inclinazioni della natura umana decaduta per la colpa originale, e tramutati in occasioni di peccato e di scandalo. … Ma per quanto vasta ed instabile possa essere la relatività morale della moda, esiste sempre un assoluto da salvare, dopo aver ascoltato il monito della coscienza, nell’avvertire il pericolo: la moda non deve mai fornire un’occasione prossima di peccato.”[133]

Tutti i santi, specie i santi Pontefici intercedano per noi perché la Verità divina penetri  pienamente nei nostri cuori.

b) S. Tommaso ci parla della necessità e dell’obbligo che abbiamo di fuggire le occasioni prossime di peccato.

S. Tommaso dice, commentando il s. Vangelo con un testo tratto dalla Glossa: “Glossa. Quia non solum peccata vitanda sunt, sed et occasiones peccatorum tollendae, postquam docuit vitare moechiae peccatum, non solum in opere, sed etiam in corde, consequenter docet occasiones peccatorum abscindere, dicens quod si oculus tuus dexter scandalizat te.” (Catena in Mt., cap. 5 l. 17) Occorre dunque sulla base del s. Vangelo, secondo il testo riportato dal s. Dottore Angelico e da lui apprezzato, non solo evitare i peccati ma togliere le occasioni di peccato. Più generalmente possiamo dire che, secondo s. Tommaso, anche dall’ A. T. emerge l’obbligo di fuggire le occasioni prossime di peccato; infatti chi si converte a Cristo deve evitare il peccato e le occasioni di peccato, spiega il Dottore Angelico riportando proprio un testo dell’A.T.:“Item qui convertitur, debet non solum vitare peccatum, sed etiam occasionem peccati; Eccli. XXI, v. 2: quasi a facie colubri, fuge peccatum.” (Super Mt. [rep. Leodegarii Bissuntini], cap. 15 l. 2.) Che la Bibbia faccia emergere questo obbligo di fuggire le occasioni prossime di peccato lo ribadisce più ampiamente s. Tommaso in un testo in cui spiega che per trionfare sul peccato della carne occorre, tra l’altro,  fuggire le occasioni esteriori di peccato:   “Et sciendum quod in fugiendo istud peccatum oportet multum laborare, cum sit intrinsecum: difficilius enim vincitur inimicus familiaris. Vincitur autem quatuor modis. Primo occasiones exteriores fugiendo, ut puta malam societatem, et omnia inducentia occasionaliter ad hoc peccatum. Eccli. IX, 5-9: virginem ne conspicias, ne forte scandalizeris in decore illius (…) noli circumspicere in vicis civitatis, nec oberraveris in plateis illius. Averte faciem tuam a muliere compta, et ne circumspicias speciem alienam. Propter speciem mulieris multi perierunt, et ex hoc concupiscentia quasi ignis exardescit. Prov. VI, 27: nunquid potest homo abscondere ignem in sinu suo, ut vestimenta illius non ardeant? Et ideo praeceptum fuit Lot ut fugeret ab omni circa regione, Gen. XIX, 17. ”(Collationes in decem praeceptis a. 12) . Come si vede, nel testo appena presentato, s. Tommaso riporta vari passi biblici che affermano la necessità di fuggire l’ occasione prossima di peccato. La Bibbia, ben interpretata, ci guida alla prudenza e alla fuga dalle occasioni di peccato. Spiega ancora l’Angelico che la risurrezione spirituale in Cristo a vita nuova implica che evitiamo ciò che erano prima per noi occasioni e causa di morte e di peccato: “Quarto ut resurgamus ad vitam novam et gloriosam; ut scilicet vitemus omnia quae prius fuerant occasiones et causa mortis et peccati. Rom. VI, 4: quomodo Christus surrexit a mortuis per gloriam patris, ita et nos in novitate vitae ambulemus. Et haec nova vita est vita iustitiae, quae innovat animam, et perducit ad vitam gloriae. Amen.” (In Symbolum Apostolorum a. 5 in fine) S. Tommaso spiega  ulteriormente “Glossa. Quia non solum peccata vitanda sunt, sed et occasiones peccatorum tollendae, postquam docuit vitare moechiae peccatum, non solum in opere, sed etiam in corde, consequenter docet occasiones peccatorum abscindere, dicens quod si oculus tuus dexter scandalizat te.” (Catena in Mt., cap. 5 l. 17) Occorre dunque non solo evitare i peccati ma togliere le occasioni di peccato, non tutte ma quelle che noi diremmo prossime di peccato, cioè quelle occasioni non togliendo le quali, non è possibile evitare il peccato, dice infatti s. Tommaso:“ Et praeterea non est necessarium omnes occasiones peccati confiteri, sed solum illas sine quarum abscissione sufficiens remedium adhiberi non potest.” (Super Sent., lib. 4 d. 22 q. 1 a. 4 ad 3.) Occorre allontanare ciò che scandalizza, cioè l’occasione di peccato, spiega s. Tommaso, perché è meglio soffrire qualsiasi male temporale che la pena eterna!  “Quod corrigit in agendis, est manus: quod supportat, est pes; unde Iob XXIX, 15: oculus fui caeco, et pes claudo. Unde si manus tua, idest ille qui dirigit operationem tuam, vel pes, idest ille qui sustentat te, scandalizat te, idest occasio peccati est tibi, abscinde eum et proiice abs te. Et reddit causam bonum est tibi etc., quia melius est quodcumque malum temporale pati, quam mereri poenam aeternam.” (Super Mt., cap. 18 l.1)

Notate bene: occorre allontanare ciò che scandalizza, cioè l’occasione di peccato, spiega s. Tommaso, perché è meglio soffrire qualsiasi male temporale che la pena eterna …. e ciò vale anche per coloro che convivono more uxorio … vale anche per i divorziati risposati : occorre allontanare ciò che scandalizza, cioè l’occasione di peccato, spiega s. Tommaso, perché è meglio soffrire qualsiasi male temporale che la pena eterna …

S. Tommaso si ottenga sapienza divina e santa prudenza per fuggire il peccato.

c) S. Alfonso M. de’ Liguori ci parla della necessità e dell’obbligo che abbiamo di fuggire le occasioni prossime di peccato.

S. Alfonso M. de’ Liguori tratta lungamente e profondamente della fuga delle occasioni di peccato nelle sue opere e spiega anzitutto a questo riguardo che: “ Tre sono le condizioni  del vero  proposito per la  Confessione: dee esser fermo, universale, ed efficace. …. Per III. dev’esser efficace, cioè che l’uomo proponga, non solo di non commettere peccati, ma anche di prendere i mezzi opportuni per evitarli, specialmente di rimuovere le occasioni prossime.” [134]

Nella stessa opera s. Alfonso precisa il suo pensiero sulle occasioni di peccato sviluppando un’ampia trattazione che mi pare utile riportare  : “ §. I. Come deve portarsi con coloro che si ritrovano in occasione prossima di peccato. La massima parte della buona direzione de’ confessori affin di salvare i loro penitenti, consiste nel ben regolarsi con coloro che son nell’occasione di peccare, o pure che sono abituati, o recidivi. E questi sono i due scogli (occasionari e recidivi), dove la maggior parte de’ confessori urtano, e mancano al lor dovere. Nel capitolo seguente parleremo degli abituati e recidivi; ora parliamo di coloro che stanno nell’occasione. È certo, che se gli uomini attendessero a fuggire le occasioni, si eviterebbe la maggior parte de’ peccati. Il demonio senza l’occasione proprio poco guadagna; ma quando l’uomo volontariamente si mette nell’occasione prossima, per lo più, e quasi sempre il nemico vince. L’occasione specialmente in materia di piaceri sensuali è come una rete che tira al peccato, ed insieme accieca la mente, sì, che l’uomo fa il male, senza quasi vedere quel che fa. Ma veniamo alla pratica. L’occasione primieramente si divide in volontaria e necessaria; La volontaria è quella che facilmente può fuggirsi. La necessaria è quella che non può evitarsi senza danno grave, o senza scandalo. Per secondo si divide in prossima e rimota. La rimota è quella in cui l’uomo di rado pecca, o pure quella che da per tutto si ritrova. La prossima, parlando per sé, è quella nella quale gli uomini comunemente per lo più cadono: la prossima poi per accidens, o sia rispettiva, è quella che sebbene a riguardo degli altri non è prossima, per non esser atta di sua natura ad indurre comunemente gli uomini al peccato, nulladimeno a rispetto d’alcuno è prossima, o perché quegli in tale occasione frequentemente è caduto, o perché prudentemente può temersi, che cada per la sperienza avuta della sua fragilità. …

Del resto è certamente nell’occasione prossima 1. quegli che ritiene in casa propria qualche donna con cui spesse volte è stato solito peccare. 2. Quegli che frequentemente nel giuoco è caduto in bestemmie, o frodi. 3. Quegli che in qualche osteria o casa è stato solito cadere in ubbriachezze, o risse, o atti, o parole, o pensieri osceni. Or tutti questi tali non possono esser assoluti, se non dopo che han tolta l’occasione, o almeno se non prometton di toglierla, secondo la distinzione che si farà nel numero seguente. E così parimente non può assolversi alcuno, che andando a qualche casa, benché una volta l’anno, sempre ivi ha peccato: poiché a costui l’andare colà già è occasione prossima. Neppure possono esser assoluti quelli che sebbene nell’occasione non peccano, tuttavia sono di scandalo grave agli altri (Lib. 6. n. 452. v. Ex. praemissis.). Aggiungono alcuni dd.(Ibid.), e non senza ragione, doversi anche negare l’assoluzione a chi non lascia l’occasione esterna, quando v’è congiunto un abito vizioso, o pure una gran tentazione, o sia una veemente passione, ancorché sino allora non vi abbia peccato; poiché facilmente appresso vi può cadere, se non si allontana dall’occasione. Onde dicono, che se mai una serva fosse molto tentata dal padrone, ed ella si conoscesse facile a poter cadere, è tenuta a partirsi da quella casa, se liberamente può farlo, altrimenti è temerità lo stimarsi sicura.

Ed in ciò è bene generalmente avvertire, che dove si tratta di pericolo di peccati formali, e precisamente di peccati turpi, il confessore quanto maggior rigore userà col penitente, tanto maggiormente gioverà alla di lui salute. Ed all’incontro tanto più sarà crudele col suo penitente, quanto più sarà benigno in permettergli di porsi nell’occasione. S. Tommaso da Villanova chiama i confessori in ciò condescendenti, impie pios. Una tal carità è contro la carità. In questi casi sogliono i penitenti rappresentare al confessore che rimovendo l’occasione ne nascerà un grande scandalo: stia forte il confessore a non far conto di tali scandali; sempre sarà più scandalo il vedere il penitente neppure dopo la confessione toglier l’occasione. O gli altri ignorano il suo peccato, ed allora non faranno alcun sospetto di male; o lo sanno, ed allora più presto il penitente ricupererà la fama, che la perderà, con toglier l’occasione.

Dicono molti dd., che per la prima o seconda volta ben può assolversi alcuno che sta nell’occasione prossima, benché volontaria, anche prima di togliere l’occasione, purché abbia fermo proposito di subito rimuoverla. Ma qui bisogna distinguere con s. Carlo Borromeo (nell’istruzione data a’ suoi confessori) le occasioni che sono in essere, come quando alcuno tiene la concubina in casa, o quando una serva cade tentata dal suo padrone, ed in casi simili; da quelle che non sono in essere, come chi nel giuoco cade in bestemmie, nelle bettole in risse ed ubbriachezze, nelle conversazioni in parole o pensieri disonesti ec. In queste occasioni di seconda sorta, che non sono in essere, dice s. Carlo, che quando il penitente promette risolutamente di lasciarle, può assolversi per due ed anche tre volte; che se poi non si emenda, dee differirsegli l’assoluzione, sino che in effetto si scorga, aver egli tolta l’occasione. Nell’altre occasioni poi di prima fatta che sono in essere, dice il Santo, che ‘l penitente non deve assolversi, se prima non ha tolta affatto l’occasione, e non basta che lo prometta. E questa sentenza io ho tenuta e tengo per certa, ordinariamente parlando; e credo di averla chiaramente provata nel libro(Lib. 6. n. 454.). La ragione si è, perché un tal penitente è indisposto per l’assoluzione, se vuol egli riceverla prima di toglier l’occasione; poiché così facendo si mette nel pericolo prossimo di rompere il proposito fatto di rimuoverla, e di non adempire all’obbligo stretto che ha di toglier l’occasione. È certo, che pecca mortalmente chi sta nell’occasione prossima volontaria di peccato mortale, e non la toglie: or essendo quest’opera di toglier l’occasione una cosa molto difficile, che non si eseguisce se non per mezzo d’una gran violenza, questa violenza difficilmente se la farà chi già ha ricevuta l’assoluzione; mentre tolto il timore di non esser assoluto, facilmente si lusingherà di poter resistere alla tentazione, senza rimover l’occasione: e così restando in quella, certamente tornerà a cadere: come si vede tutto giorno colla sperienza di tanti miserabili, ch’essendo assoluti da confessori poco accorti, non tolgon poi l’occasione, e ricadono peggio di prima. Ond’è, che per ragione del suddetto pericolo di rompere il proposito pecca gravemente quel penitente, che riceve l’assoluzione prima di rimover l’occasione, e maggiormente pecca il confessore, che gliela dà.

Ho detto ordinariamente parlando, poiché n’eccettuano per prima i dd. (Ib. n. 454. v. Dixi tamen.)il caso in cui dimostrasse il penitente tali segni straordinari di dolore, per cui potesse giudicarsi prudentemente non esser più in lui prossimo il pericolo di rompere il proposito di toglier l’occasione; mentre allora quei segni indicano, che ‘l penitente ha ricevuta una grazia più abbondante colle quale può sperarsi che sarà costante in rimover l’occasione. Con tutto ciò, sempre che l’assoluzione potesse comodamente differirsi, io ancora in tal caso glie la differirei, sino che in fatti tolga l’occasione. Se n’eccettua per 2. il caso in cui il penitente non possa più tornare, o pure se non dopo molto tempo; allora ben può assolversi, se vede ben disposto col proposito di toglier subito l’occasione; perché in tal caso il pericolo di romper il proposito si reputa rimoto, per ragione del gran pericolo che dovrebbe soffrire il penitente, partendo senza l’assoluzione, o di ripeter la sua confessione ad altro sacerdote, o pure di star tanto tempo senza la grazia del sacramento; sicché stando egli allora in una moral necessità di ricever l’assoluzione prima di togliere l’occasione, ha egli ragione ad esser subito assoluto(Ibid. 454. v. Excip. 2.); poiché non potendo costui toglier l’occasione prima dell’assoluzione, si reputa come stesse in occasione necessaria. Ma ciò neppure deve ammettersi, se ‘l penitente è stato già da altro confessore ammonito a levar l’occasione, e non l’ha fatto; perché allora si ha come recidivo, e perciò non può essere assoluto; se non apportasse segni straordinari di dolore, come diremo nel §. seguente al n. 12.

Ciò è in quanto all’occasione prossima volontaria. Ma se l’occasione è necessaria, o fisicamente, come se alcuno stesse in carcere, o pure in punto di morte, in cui non avesse tempo e modo di discacciare l’amica; o mortalmente, cioè se l’occasione non potesse togliersi senza scandalo, o grave suo danno, di vita, di fama, o beni di fortuna, come comunemente insegnano i dd.; in tal caso ben può essere assoluto il penitente senza togliere l’occasione; perché allora non è obbligato a rimoverla, purché prometta di eseguire i mezzi necessari a far che l’occasione da prossima diventi rimota, come sono specialmente nell’occasione il peccato turpe il fuggire la famigliarità, ed anche l’aspetto quanto si può del complice: il frequentar i sagramenti; e lo spesso raccomandarsi a Dio, con rinnovar ogni giorno (precisamente la mattina) innanzi l’immagine del Crocifisso la promessa di non più peccare, e di evitare l’occasione quanto è possibile. La ragione si è, perché l’occasione di peccare non è propriamente peccato in se stessa, né induce necessità di peccare; onde ben può consistere coll’occasione un vero pentimento e proposito di non ricadere. E sebbene ognuno è tenuto a togliersi dal prossimo pericolo di peccare ciò s’intende, quando egli spontaneamente vuole tal pericolo; ma quando l’occasione è moralmente necessaria, allora il pericolo per mezzo de’ rimedi opportuni diventa rimoto, e Dio allora non manca di assistere colla sua grazia a chi veramente è risoluto di non offenderlo. Non dice la scrittura, che perirà chi sta nel pericolo, ma chi ama il pericolo; ma non può dirsi che ami il pericolo, che a questo soggiace contro sua voglia; onde disse s. Basilio (In const. men. c. 4.): Qui urgenti aliqua causa et necessitate, se periculo obiicit, vel permittit se esse in illo, cum tamen alias nollet, non tam dicitur amare periculum, quam invitus subire; et ideo magis providebit Deus, ne in illo peccet.

E da ciò dicono i dd., che ben son capaci d’assoluzione quelli che non vogliono lasciare qualche officio, negozio, o casa, in cui han soluto peccare, perché non possono lasciarla senza grave danno, sempreché son veramente risoluti d’emendarsi, e di prendere i mezzi per l’emenda; tali sono per esempio i cerusici che in medicar le donne, o i parrochi che in sentir le confessioni di donne son caduti in peccati, se lasciando questi impieghi non potessero vivere secondo il loro stato(Lib. 6. n. 455. in fin.). Ma tutti convengono , essere spediente in questi e simili casi il differir l’assoluzione, affinché il penitente sia almeno più attento a praticare i rimedi prescritti. Ma io stimo, che ‘l confessore non solo può, ma è tenuto a far ciò, sempreché può farlo comodamente, specialmente quando si tratta di materia turpe, poich’egli è obbligato come medico dell’anime ad applicare loro i rimedi opportuni; e tengo, non esservi rimedio più atto a chi sta nell’occasione prossima, che differirgli l’assoluzione, essendo troppo nota l’esperienza di tanti, che dopo l’assoluzione trascurano i mezzi assegnati, e così facilmente ricadono. Dove all’incontro quando ad alcuno vien differita l’assoluzione, egli sarà più vigilante ad eseguire i mezzi, ed a resistere alle tentazioni, per lo timore di essere mandato di nuovo senz’assoluzione, per quando tornerà al confessore. Forse in ciò alcuno mi stimerà troppo rigido, ma io sempre ho così praticato e seguirò a praticare con coloro che stanno in occasione prossima, benché necessaria, e benché avessero segni straordinari di dolore, sempreché non avessi special obbligo di subito assolverli; e così stimo di molto più giovare alla salute de’ penitenti. Oh volesse Dio, che da tutti si praticasse così; quanti meno peccati si commetterebbero, e quante più anime si salverebbero! Io torno a dire, che dove si tratta di liberare i penitenti dal peccato formale, deve il confessore avvalersi delle opinioni più benigne, per quanto concede la cristiana prudenza; ma dove le opinioni benigne fan più vicino il pericolo del peccato formale, come appunto avviene in questa materia delle occasioni prossime, dico, essere onninamente espediente, e per lo più necessario, che ‘l confessore si avvaglia delle sentenze più rigide; poiché queste più giovano allora alla salute delle anime. Che se poi alcuno, stando nell’occasione necessaria, sempre ricadesse dello stesso modo, con tutt’i rimedi eseguiti, e con poca speranza d’emenda, dico allora, dovessi a costui in ogni conto negare l’assoluzione, se non toglie prima l’occasione(Ibid. n. 457). E qui giudico ch’entri già il precetto del vangelo: Si oculus tuus scandalizat te, eiice eum(Marc. 19. v. 46.). Eccettoché se ‘l penitente dimostrasse segni di tal dolore straordinario, che facesse apparire prudente speranza d’emenda(Lib. 6. n. 457. in fin.).” [135]

Come potete vedere s. Alfonso ci offre una eccellente trattazione sulla necessità della fuga delle occasioni di peccato e sui doveri dei confessori a riguardo. Mi pare importante sottolineare in modo particolare una cosa che ha appena detto s. Alfonso: “Che se poi alcuno, stando nell’occasione necessaria, sempre ricadesse dello stesso modo, con tutt’i rimedi eseguiti, e con poca speranza d’emenda, dico allora, dovessi a costui in ogni conto negare l’assoluzione, se non toglie prima l’occasione(Ibid. n. 457). E qui giudico ch’entri già il precetto del vangelo: Si oculus tuus scandalizat te, eiice eum(Marc. 19. v. 46.). Eccettoché se ‘l penitente dimostrasse segni di tal dolore straordinario, che facesse apparire prudente speranza d’emenda(Lib. 6. n. 457. in fin.).” [136] Questo significa in particolare che se un divorziato risposato o un convivente “more uxorio”  ritiene impossibile non ricadere in peccato impuro convivendo con un’ altra persona che non è suo coniuge, non può essere assolto se prima non abbandona tale occasione di peccato, vale qui, infatti, la norma evangelica per cui se qualcosa ci scandalizza dobbiamo rimuoverla dalla nostra vita. Dio va messo al primo posto e dopo Dio va messa la nostra anima.

VOGLIO SOTTOLINEARE CHE LA MANCANZA DEL PROPOSITO DI FUGGIRE LE OCCASIONI PROSSIME DI PECCATO RENDE INVALIDA LA CONFESSIONE PERCHÈ TALE MANCANZA DETERMINA MANCANZA DI PROPOSITO EFFICACE DI NON PECCARE E QUINDI MANCANZA DI VERO PROPOSITO E DI VERA CONTRIZIONE infatti  S. Alfonso afferma a questo riguardo: “ Per parte poi del penitente è invalida la Confessione. …   Se non ha il dovuto dolore e proposito; specialmente se non vuol restituire come deve le robe, l’onore, o la fama tolta: o se non vuol togliere l’occasione prossima volontaria.” [137]

S. Alfonso , nel testo da noi più sopra presentato, precisa, in questa linea, che: “ 2. Del resto è certamente nell’occasione prossima 1. quegli che ritiene in casa propria qualche donna con cui spesse volte è stato solito peccare. 2. Quegli che frequentemente nel giuoco è caduto in bestemmie, o frodi. 3. Quegli che in qualche osteria o casa è stato solito cadere in ubbriachezze, o risse, o atti, o parole, o pensieri osceni. Or tutti questi tali non possono esser assoluti, se non dopo che han tolta l’occasione, o almeno se non prometton di toglierla, secondo la distinzione che si farà nel numero seguente. E così parimente non può assolversi alcuno, che andando a qualche casa, benché una volta l’anno, sempre ivi ha peccato: poiché a costui l’andare colà già è occasione prossima. Neppure possono esser assoluti quelli che sebbene nell’occasione non peccano, tuttavia sono di scandalo grave agli altri (Lib. 6. n. 452. v. Ex. praemissis.). Aggiungon alcuni dd.(Ibid.), e non senza ragione, doversi anche negare l’assoluzione a chi non lascia l’occasione esterna, quando v’è congiunto un abito vizioso, o pure una gran tentazione, o sia una veemente passione, ancorché sino allora non vi abbia peccato; poiché facilmente appresso vi può cadere, se non si allontana dall’occasione. Onde dicono, che se mai una serva fosse molto tentata dal padrone, ed ella si conoscesse facile a poter cadere, è tenuta a partirsi da quella casa, se liberamente può farlo, altrimenti è temerità lo stimarsi sicura.”[138]

Su questo punto dell’occasione prossima di peccato mi pare interessante ricordare, tra gli altri, il testo di F. Ter Haar “ De occasionariis et recidivis” Marietti, Taurini-Romae 1927, libro che segue molto da vicino la dottrina alfonsiana.

Quello che abbiamo detto nelle ultime pagine ci deve far capire anche che quando i testi magisteriali parlano genericamente di necessità del proposito di non peccare perché si abbia  la contrizione richiesta per una valida assoluzione stanno dicendo implicitamente che un tale proposito include necessariamente il proposito di fuggire le occasioni di peccato, senza quest’ultimo proposito, come visto, il proposito di non peccare è inefficace e quindi è incapace di cooperare in ordine ad una valida assoluzione sacramentale del penitente.

SOTTOLINEO CHE la regola per cui CHI CONVIVE MORE UXORIO, se vuole essere assolto in Confessione, SI DEVE PROPORRE non solo DI NON PECCARE PIU’ MA ANCHE DI FUGGIRE LE OCCASIONI PROSSIME DI PECCATO  VALE ANCHE PER COLORO CHE PER GRAVI MOTIVI NON POSSONO SEPARARSI; COSTORO STANNO, come insegna s. Alfonso Maria de Liguori, IN OCCASIONE PROSSIMA NECESSARIA DI PECCATO e riguardo ad essi lo stesso santo afferma:“ Ma se l’occasione è necessaria, o fisicamente, come se alcuno stesse in carcere, o pure in punto di morte, in cui non avesse tempo e modo di discacciare l’amica; o mortalmente, cioè se l’occasione non potesse togliersi senza scandalo, o grave suo danno, di vita, di fama, o beni di fortuna, come comunemente insegnano i dd.; in tal caso ben può essere assoluto il penitente senza togliere l’occasione; perché allora non è obbligato a rimoverla, purché prometta di eseguire i mezzi necessari a far che l’occasione da prossima diventi rimota, come sono specialmente nell’occasione il peccato turpe il fuggire la famigliarità, ed anche l’aspetto quanto si può del complice: il frequentar i sagramenti; e lo spesso raccomandarsi a Dio, con rinnovar ogni giorno (precisamente la mattina) innanzi l’immagine del Crocifisso la promessa di non più peccare, e di evitare l’occasione quanto è possibile. La ragione si è, perché l’occasione di peccare non è propriamente peccato in se stessa, né induce necessità di peccare; onde ben può consistere coll’occasione un vero pentimento e proposito di non ricadere. E sebbene ognuno è tenuto a togliersi dal prossimo pericolo di peccare ciò s’intende, quando egli spontaneamente vuole tal pericolo; ma quando l’occasione è moralmente necessaria, allora il pericolo per mezzo de’ rimedi opportuni diventa rimoto, e Dio allora non manca di assistere colla sua grazia a chi veramente è risoluto di non offenderlo. Non dice la scrittura, che perirà chi sta nel pericolo, ma chi ama il pericolo; ma non può dirsi che ami il pericolo, che a questo soggiace contro sua voglia; onde disse s. Basilio (In const. men. c. 4.): Qui urgenti aliqua causa et necessitate, se periculo obiicit, vel permittit se esse in illo, cum tamen alias nollet, non tam dicitur amare periculum, quam invitus subire; et ideo magis providebit Deus, ne in illo peccet.”[139]

Dunque i DIVORZIATI RISPOSATI CHE PER GRAVI RAGIONI NON POSSONO SEPARARSI MA DEVONO COABITARE, PER ESSERE VALIDAMENTE ASSOLTI DEVONO PROPORSI EFFICACEMENTE DI NON PECCARE PIU’ E  DI FUGGIRE L’OCCASIONE PROSSIMA DI PECCATO, devono quindi, secondo le sapienti affermazioni d s. Alfonso, promettere di “eseguire i mezzi necessari a far che l’occasione da prossima diventi rimota, come sono specialmente nell’occasione del peccato turpe il fuggire la famigliarità, ed anche l’aspetto quanto si può del complice: il frequentar i sagramenti; e lo spesso raccomandarsi a Dio, con rinnovar ogni giorno (precisamente la mattina) innanzi l’immagine del Crocifisso la promessa di non più peccare e di evitare l’occasione quanto è possibile” in questa linea mi pare evidente che tali conviventi debbano assolutamente evitare di dormire nella stessa stanza e soprattutto nello stesso letto, perché ciò è normalmente una chiarissima occasione di peccato e inoltre è normalmente cosa evidentemente scandalosa.

Ribadisco e sottolineo che un divorziato risposato o un convivente se  ritiene impossibile non ricadere in peccato impuro coabitando con il partner, che appunto non è suo coniuge, non può essere assolto se prima non abbandona tale occasione di peccato, vale qui, infatti, la norma evangelica per cui se qualcosa ci scandalizza dobbiamo rimuoverla dalla nostra vita, Dio va messo al primo posto e dopo Dio va messa la nostra anima, al di sopra di tutto, famiglia compresa, infatti s. Alfonso afferma: “Che se poi alcuno, stando nell’occasione necessaria, sempre ricadesse dello stesso modo, con tutt’i rimedi eseguiti, e con poca speranza d’emenda, dico allora, dovessi a costui in ogni conto negare l’assoluzione, se non toglie prima l’occasione(Ibid. n. 457). E qui giudico ch’entri già il precetto del vangelo: Si oculus tuus scandalizat te, eiice eum(Marc. 19. v. 46.). Eccettoché se ‘l penitente dimostrasse segni di tal dolore straordinario, che facesse apparire prudente speranza d’emenda(Lib. 6. n. 457. in fin.).”[140] Questo significa, ribadisco e sottolineo, in particolare che se un divorziato risposato o un convivente, che per ragioni gravi coabita, ritiene impossibile non ricadere in peccato impuro coabitando con l’altra persona, che non è suo coniuge, non può essere assolto se prima non abbandona tale occasione di peccato, vale qui, infatti, la norma evangelica per cui se qualcosa ci scandalizza dobbiamo rimuoverla dalla nostra vita, Dio va messo al primo posto e dopo Dio va messa la nostra anima, al di sopra di tutto, famiglia compresa.  Il Signore ci doni Luce e Carità per conoscere sempre la sua Verità e per camminare speditamente sulla strada della santità, fuggendo le occasioni prossime di peccato.

Per completezza e per la vera utilità spirituale dei lettori mi sembra opportuno qui raccomandare la lettura di una profonda meditazione di s. Alfonso relativa alla necessità di fuggire le occasioni di peccato.[141]

Dio ci illumini.

5) Errori presenti in alcuni libri del prof. Buttiglione sostenuti da alcuni Cardinali.

Mi pare importante qui esaminare alcuni errori che il prof. Buttiglione ha proposto in alcune sue opere elogiate da Cardinali.

Il Card. Müller ha scritto l’introduzione al libro di Buttiglione intitolato “Risposte amichevoli ai critici di Amoris Laetitia”(Ed. Ares ,2017) e in essa lo ha elogiato grandemente con queste parole, tra l’altro: “Dal profondo del cuore ringrazio Rocco Buttiglione per il grande servizio che egli rende con questo libro all’unità della Chiesa e alla verità del Vangelo” (“Risposte amichevoli ai critici di Amoris Laetitia” pag. 32) , si veda anche l’altro elogio che egli fa a questo stesso libro nella stessa introduzione alla pag. 10 in cui dice che Rocco Buttiglione offre ai critici di Amoris Laetitia una risposta chiara e convincente.

Il Card. Antonelli ha scritto insieme con  il prof. Buttiglione: “Terapia dell’amore ferito in “Amoris Laetitia””(Ed. Ares 2017) Nella presentazione i due autori spiegano che hanno potuto chiarire alcune affermazioni e trovare alcune convergenze per la prassi … e perciò hanno presentato un’unica pubblicazione con due saggi … mi pare evidente che il Card. Antonelli approvi pienamente  lo scritto di Buttiglione …

La sapienza di Dio sia nei nostri cuori e si manifesti nelle nostre parole.

a) Contrariamente a quanto afferma Buttiglione, per aversi una Confessione valida occorre la contrizione e quindi il proposito del penitente di non peccare più. Se manca il proposito la Confessione è invalida.

Vediamo anzitutto l’errore già proposto dal prof. Buttiglione alla p. 171s del suo libro “Risposte amichevoli ai critici di Amoris Laetitia”(Ed. Ares ,2017), elogiato dal Card. Mueller,  e quindi presentato nel testo del Card. Antonelli e di R. Buttiglione “Terapia dell’amore ferito in “Amoris Laetitia””(Ed. Ares 2017) e che pare sia stato diffuso anche  da mons. Girotti per cui: “E’ necessario, innanzitutto, accertare il proposito di non peccare più, accertarsi, cioè, dell’impegno ad uscire dalla situazione di peccato; solo se il penitente non è in grado di realizzare un tale distacco, ad es. una donna che viva in condizioni di totale dipendenza economica e psicologica e alla quale i rapporti sessuali vengano imposti contro la sua volontà; mancano in tale ipotesi le condizioni soggettive del peccato (piena avvertenza e deliberato consenso). L’atto, ovviamente rimane cattivo, ma non appartiene interamente alla persona. Solo in tale caso può essere lecito dare l’assoluzione. Non si può credibilmente promettere di non commettere più un certo peccato se si vive in una situazione che espone alla tentazione irresistibile di commetterlo.” [142] Diciamo anzitutto che il caso appena presentato è proposto in maniera piuttosto strana o ambigua; si parla di proposito impossibile, poi si parla di persona violentata, si parla quindi di peccato subìto … si parla di non poter promettere di commettere un certo peccato … Insomma, sarebbe bene che le cose venissero presentate in modo più chiaro … e preciso. Se una persona è stuprata da un’altra e non vuole avere tale rapporto e fa di tutto per non averlo, il peccato è ovviamente solo di chi stupra … Ma certo la signora in questione dobbiamo pensare che viva come una moglie, pur non essendo tale, di quell’uomo , quindi dorme nello stesso letto, vive nella stessa casa di quell’uomo … vive in una sudditanza psicologica ed economica da costui che le impone atti sessuali. Vive in una situazione di coabitazione, scandalosa, che espone anche alla tentazione irresistibile di commettere certi peccati che lei subisce. Come stiamo vedendo e sempre meglio vedremo, l’ assoluzione implica, la contrizione con il proposito di non peccare e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Senza contrizione e quindi senza proposito non ci può essere assoluzione valida. La donna in questione che non ha evidentemente tale proposito non può essere assolta, come non possono essere assolti tutti coloro che non possono fare un tale proposito. Non si tratta di aiutare questa donna a continuare a rendersi disponibile a compiere tali atti oggettivamente molto gravi e adulterini, e a continuare una coabitazione peccaminosa e scandalosa, assolvendola invalidamente, ma bisogna dire alla donna di pregare per uscire dalla situazione in cui si trova … perché a Dio nulla è impossibile … Bisognerebbe poi aiutare la donna a denunciare quest’uomo che praticamente la stupra … e ad uscire dall’inferno in cui si trova! E infine bisognerebbe aiutarla finalmente, magari con l’aiuto dei servizi sociali, ad uscire da tale dipendenza psicologica …

Tutte cose che questi autori non dicono, stranamente, pur parlando di misericordia.

Sorga Dio che è Luce e ci illumini sempre meglio!

La misericordia non consiste nel lasciare la gente nelle spire di violentatori e di atti impuri, indegni della natura umana, magari dando un perdono “divino”, senza che tali vittime abbiano un vero proposito di uscire dalla situazione peccaminosa, e aggiungendo anche l’Eucaristia … la misericordia consiste nell’elevare realmente il penitente nella condizione di figlio di Dio, consiste nel liberare le persone dalle catene che le imprigionano,  consiste nell’aprire  il cuore del penitente anzitutto alla fede vera e quindi alla conversione e alla carità, che fa compiere i comandamenti e ha un intrinseco proposito di realizzarli, di mai peccare, di fuggire le occasioni prossime di peccato e che, con la grazia di Dio Onnipotente, preferisce perdere tutto piuttosto che peccare … L’assoluzione va data appunto quando la persona ha la contrizione e non quando questa manca … altrimenti l’assoluzione è nulla; tratterò ampiamente questo punto della dottrina cattolica più avanti, in questo capitolo, ma già ora mi sembra utile riportare qualche affermazione significativa a riguardo.

Il Concilio di Trento ha precisato che questo atto di contrizione è stato sempre necessario per impetrare la remissione dei peccati e nell’uomo caduto in peccato dopo il Battesimo esso prepara alla remissione dei peccati se accompagnato dalla fiducia nella divina Misericordia e dal voto di  adempiere tutto quello che è richiesto per ricevere nel modo dovuto questo Sacramento della Penitenza.[143]

Inoltre lo stesso Concilio ha dichiarato: “… che questa contrizione include non solo la cessazione del peccato e il proposito e l’inizio di una nuova vita, ma anche l’odio della vecchia vita, conforme all’espressione: Allontanate da voi tutte le vostre iniquità, con cui avete prevaricato e costruitevi un cuore nuovo ed un’anima nuova (Ez. 18,31)”.[144]

La contrizione include il proposito di vivere secondo la Legge divina e quindi di non peccare più.

Dice il grande Dottore e taumaturgo  s. Antonio: “Nel sangue della contrizione tutte le cose vengono purificate, tutto viene perdonato, purché ci sia il proposito di confessarsi. Infatti senza il sangue della contrizione non c’è remissione di peccato.” [145]

S. Tommaso afferma la necessità della contrizione per la remissione dei peccati : “ … quia ad dimissionem peccati requiritur quod homo totaliter affectum peccati dimittat, per quem quamdam continuitatem et soliditatem in sensu suo habebat; ideo actus ille quo peccatum remittitur, contritio dicitur per similitudinem …” ( Super Sent., lib. 4 d. 17 q. 2 a. 1 qc. 1 co.) Che significa, in particolare, per noi: l’ atto per cui il peccato viene rimesso è la contrizione, e come visto, la contrizione include il proposito di non peccare e di fuggire le occasioni prossime di peccato.

S. Alfonso nella sua “Theologia moralis” afferma chiaramente che la confessione ha per materia prossima gli atti del penitente tra i quali vi è la contrizione; l’assoluzione è invalida se il penitente non ha la contrizione imperfetta cioè l’attrizione[146] … e come visto, la contrizione include il proposito di non peccare e di fuggire le occasioni prossime di peccato.

Il Catechismo Maggiore di s. Pio X afferma al n. 689 “ Delle parti del sacramento della Penitenza qual’ è la più necessaria?

Delle parti del sacramento della Penitenza la più necessaria è la contrizione, perché senza di essa non si può mai ottenere il perdono dei peccati, e con essa sola, quando sia perfetta, si può ottenere il perdono, purché sia congiunta col desiderio, almeno implicito, di confessarsi.” (http://www.maranatha.it/catpiox/01page.htm)

Il Rituale Romanum precisava: “Il sacerdote dovrà considerare attentamente quando e a chi l’assoluzione sia da impartire, o da negare, o da differire; non avvenga che egli assolva chi è incapace di tale beneficio, come sarebbe: chi non dà nessun segno di dolore; chi non vuole deporre un odio o una inimicizia; o chi, potendolo, non vuole restituire l’altrui; chi non vuole lasciare un’occasione prossima di peccato, o altrimenti abbandonare una via di peccato ed emendare la sua vita in meglio; chi ha dato scandalo in pubblico, salvo che dia una pubblica soddisfazione e rimuova lo scandalo; chi è incorso in peccati riservati ai Superiori.”[147]

Nella  “Dominum et Vivificantem” di s. Giovanni Paolo II troviamo scritto al n. 42 :“Senza una vera conversione, che implica una interiore contrizione e senza un sincero e fermo proposito di cambiamento, i peccati rimangono «non rimessi», come dice Gesù e con lui la Tradizione dell’Antica e della Nuova Alleanza. …” e al nn. 46 della stessa enciclica possiamo leggere: “  Perché la bestemmia contro lo Spirito Santo è imperdonabile? Come intendere questa bestemmia? Risponde san Tommaso d’Aquino …   la «bestemmia» non consiste propriamente nell’offendere con le parole lo Spirito Santo; consiste, invece, nel rifiuto di accettare la salvezza che Dio offre all’uomo mediante lo Spirito Santo, operante in virtù del sacrificio della Croce. … E la bestemmia contro lo Spirito Santo consiste proprio nel rifiuto radicale di accettare questa remissione, di cui egli è l’intimo dispensatore e che presuppone la reale conversione, da lui operata nella coscienza. …  Ora la bestemmia contro lo Spirito Santo è il peccato commesso dall’uomo, che rivendica un suo presunto «diritto» di perseverare nel male – in qualsiasi peccato – e rifiuta così la redenzione. L’uomo resta chiuso nel peccato, rendendo da parte sua impossibile la sua conversione e, dunque, anche la remissione dei peccati, che ritiene non essenziale o non importante per la sua vita. ”[148]

Nella Reconciliatio et Paenitentia, al n. 31, s. Giovanni Paolo II ha ribadito ulteriormente quanto stiamo affermando circa l’assoluta necessità della contrizione : “Ma l’atto essenziale della penitenza, da parte del penitente, è la contrizione, ossia un chiaro e deciso ripudio del peccato commesso insieme col proposito di non tornare a commetterlo, per l’amore che si porta a Dio e che rinasce col pentimento. Così intesa, la contrizione è, dunque, il principio e l’anima della conversione, di quella «metanoia» evangelica che riporta l’uomo a Dio come il figlio prodigo che ritorna al padre, e che ha nel sacramento della penitenza il suo segno visibile, perfezionativo della stessa attrizione. Perciò, «da questa contrizione del cuore dipende la verità della Penitenza» (Rito della Penitenza , 6c).”[149]

Il Codice di Diritto Canonico afferma: “Can. 962 – §1. Affinché un fedele usufruisca validamente della assoluzione sacramentale impartita simultaneamente a più persone, si richiede che non solo sia ben disposto, ma insieme faccia il proposito di confessare a tempo debito i singoli peccati gravi, che al momento non può confessare.”

Anche nel caso di assoluzione impartita a più penitenti è necessario, per la ricezione valida della stessa, che il penitente sia ben disposto cioè abbia la contrizione come si capisce bene da ciò che dice s. Giovanni Paolo II  qui di seguito: “ È chiaro che non possono ricevere validamente l’assoluzione i penitenti che vivono in stato abituale di peccato grave e non intendono cambiare la loro situazione.” [150]

SE MANCA IL PROPOSITO, manca la contrizione, NON C’È PENTIMENTO VERO, dice infatti s. Giovanni Paolo II:“ È inoltre evidente di per sé che l’accusa dei peccati deve includere il proponimento serio di non commetterne più nel futuro. Se questa disposizione dell’anima mancasse, in realtà non vi sarebbe pentimento: questo, infatti, verte sul male morale come tale, e dunque non prendere posizione contraria rispetto ad un male morale possibile sarebbe non detestare il male, non avere pentimento. Ma come questo deve derivare innanzi tutto dal dolore di avere offeso Dio, così il proposito di non peccare deve fondarsi sulla grazia divina, che il Signore non lascia mai mancare a chi fa ciò che gli è possibile per agire onestamente.” [151]

Mons. Livi affermava  “Il pentimento non risulta esserci quando il fedele non dichiara al confessore di voler uscire dal proprio stato di “divorziato-risposato” troncando il rapporto con il (o la) convivente e adoperandosi per tornare con il legittimo consorte, oppure quando non si propone di riparare ai danni arrecati al coniuge legittimo, alla eventuale prole, al convivente che ha indotto in peccato e all’intera comunità cristiana a cui ha recato scandalo. Mancando queste condizioni – le quali, dal punto di vista teologico, costituiscono la “materia” del sacramento della Penitenza – il confessore è tenuto a negare, per il momento, l’assoluzione, che non sarebbe un atto di misericordia ma un inganno (perché l’assoluzione sarebbe illecita, e soprattutto invalida)”[152]

Sorga Dio che è Luce e ci illumini sempre meglio!

Per la ricezione valida dell’assoluzione sacramentale occorre il Battesimo, la fede … e la contrizione se queste mancano l’assoluzione è nulla! La ricezione del Battesimo è necessaria per ricevere validamente l’assoluzione sacramentale. Ci possono essere persone condizionate a tal punto da non ricevere il Battesimo? Penso di sì! Ma se non si battezzano non possono ricevere valida assoluzione sacramentale. La fede è necessaria per ricevere validamente il Sacramento della Confessione perché la contrizione, anche imperfetta, implica la fede. Un eretico finché resta tale e non ritorna alla vera fede non può ricevere validamente il Sacramento della Confessione. Si consideri più generalmente che :“I sacramenti sono ordinati alla santificazione degli uomini, alla edificazione del corpo di Cristo e, infine, a rendere culto a Dio; in quanto segni hanno poi anche un fine pedagogico. Non solo suppongono la fede, ma con le parole e gli elementi rituali la nutrono, la irrobustiscono e la esprimono”.[153]

Il canone 844 precisa che “§4. Se vi sia pericolo di morte o qualora, a giudizio del Vescovo diocesano o della Conferenza Episcopale, urgesse altra grave necessità, i ministri cattolici amministrano lecitamente i medesimi sacramenti anche agli altri cristiani che non hanno piena comunione con la Chiesa cattolica, i quali non possano accedere al ministro della propria comunità e li chiedano spontaneamente, purché manifestino, circa questi sacramenti, la fede cattolica e siano ben disposti.”

Senza la fede del penitente non si può amministrare validamente l’assoluzione.

Ci possono essere persone condizionate a tal punto che esse non credono e quindi non hanno la fede? Penso di sì e se permangono nella incredulità non possono essere assolte validamente nella confessione!

Il Sacramento della Penitenza è invalidamente amministrato dal Confessore che sia complice del penitente nel peccato contro il sesto comandamento come dice il  Can. 977 – L’assoluzione del complice nel peccato contro il sesto comandamento del Decalogo è invalida, eccetto che in pericolo di morte.

Ci possono essere persone condizionate a tal punto da essere incapaci di andare da un altro confessore? Penso di si! Ma se non vanno da un altro confessore non possono essere validamente assolte!

Il Sacramento della Confessione richiede assolutamente la contrizione perfetta o imperfetta del penitente. Ci possono essere persone condizionate a tal punto da essere incapaci de contrizione? Sì! Ma se non lo fanno non possono essere validamente assolte.

Peraltro non dobbiamo aiutare le persone a dispensarsi da loro stesse dai Comandamenti né dispensarle noi da essi … perché nessuno può dispensare da essi; ognuno è tenuto a vivere secondo il decalogo a proporsi di vivere secondo la Legge rivelata e noi non possiamo dispensare nessuno da tale obbligo fissato da Dio. Il Confessore non può dispensare dall’attuazione dei comandamenti, tutti devono proporsi seriamente, efficacemente e universalmente di non peccare più per essere validamente assolti.

Va detto anche che lo stile di vita adulterino di quella donna, di cui parla il prof. Buttiglione, è  ordinariamente scandaloso …. quindi assolverla e magari darle la Comunione significa, ulteriormente, scandalizzare quelli che sapranno che è stata assolta pur essendo disposta a continuare la vita adulterina e significa scandalizzare quelli che la vedranno ricevere l’Eucaristia sapendo che vive more uxorio  …

Va aggiunto che l’esempio fatto nel testo del prof. Buttiglione che stiamo esaminando può valere anche in casi analoghi; Buttiglione presenta un caso di adulterio che è un peccato gravissimo, è un atto intrinsecamente  che distrugge le famiglie; ma in questa linea di peccati gravissimi, possono esserci pedofili che a causa di dipendenza psicologica ed economica da altre persone siano da queste costretti a compiere atti di pedofilia su bambini … possono esserci omicidi che a causa di dipendenza psicologica ed economica da altre persone siano da queste costrette a compiere omicidi, ci possono essere persone,  che vivono in case di appuntamento e a causa di dipendenza psicologica ed economica da altre persone siano sono costrette a prostituirsi o costrette ad avere rapporti con animali e fare film pornografici… o che vivono tra satanisti e sono costrette a partecipare a riti satanici .. etc. … Che facciamo se, costoro si vengono a confessare? Seguendo la linea del Card. Antonelli e di R. Buttiglione assolviamo e diamo loro la Comunione senza che si propongano di non peccare e di fuggire l’occasione prossima di peccato che li porta a peccare ? …. Capite anche da questo l’assurdità della proposta che fanno il Card. Antonelli e R. Buttiglione.

Per tutto questo, contrariamente alle affermazioni del Card. Antonelli e di R. Buttiglione, la sana dottrina ha finora affermato e continua ad affermare che:  “Infine, là dove non viene riconosciuta la nullità del vincolo matrimoniale e si danno condizioni oggettive che di fatto rendono la convivenza irreversibile, la Chiesa incoraggia questi fedeli a impegnarsi a vivere la loro relazione secondo le esigenze della legge di Dio, come amici, come fratello e sorella; così potranno riaccostarsi alla mensa eucaristica, con le attenzioni previste dalla provata prassi ecclesiale. ”[154] Lo stesso era stato detto dal Card. Ratzinger e da Giovanni Paolo II etc. …  “Per i fedeli che permangono in tale situazione matrimoniale, l’accesso alla Comunione eucaristica è aperto unicamente dall’assoluzione sacramentale, che può essere data «solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò importa, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumano l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Ibid,. n. 84: AAS 74 (1982) 186; cf. Giovanni Paolo II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, n. 7: AAS 72 (1982) 1082.). In tal caso essi possono accedere alla comunione eucaristica, fermo restando tuttavia l’obbligo di evitare lo scandalo.”[155]  … e va notato che il Card. Ratzinger, poi Papa Benedetto e Papa Giovanni Paolo II (santo) conoscevano molto bene le attenuanti … e le conoscevano molto bene anche mons. Hamer e il Card. Seper … Spiegava infatti il Card. Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, in una famosa lettera dei primi anni novanta a “The Tablet” (“The Tablet” 26–10 –1991, pp.1310–11) che l’Arcivescovo Hamer nella sua Lettera del 1975[156], parlando delle coppie divorziate risposate il cui matrimonio non era stato dichiarato nullo, allorché affermava che potevano essere ammesse a ricevere i Sacramenti “ .. se cercano di vivere secondo indicazioni dei principi morali cristiani”, non voleva dire altro se non che si astengano, come dice s. Giovanni Paolo II, dagli “atti propri delle coppie sposate” … questa norma severa è una testimonianza profetica alla irreversibile fedeltà dell’amore che lega Cristo alla sua Chiesa e mostra anche che l’amore degli sposi è incorporato al vero amore di Cristo (Ef. 5, 23-32). E l’ “approvata prassi” della Chiesa cui fa riferimento la Congregazione per la Dottrina della Fede in un documento del 1973, del Card. Seper, spiega il Card. Ratzinger, è quella per cui se un divorziato risposato vuole ricevere i Sacramenti, nel caso che per serie ragioni non possa cessare la coabitazione, deve pentirsi dei suoi peccati e proporsi di non peccare più e quindi astenersi dagli atti che sono propri di moglie e marito nonché evitare ogni scandalo. [157] …. Tutti costoro conoscevano bene le attenuanti e appunto perciò scrissero quanto abbiamo appena visto …

In questa linea mi pare illuminante e importante quello che dissero i Vescovi del Kazakistan nell’ “Appello alla preghiera perché il Papa confermi l’insegnamento (e la prassi) costante della Chiesa sulla indissolubilità del matrimonio”;  in esso leggiamo che il ministro della Confessione non può dispensare il penitente, in particolare il divorziato risposato, dall’attuazione del sesto comandamento e dalla indissolubilità del matrimonio e quindi assolverlo sacramentalmente e ammetterlo all’Eucaristia; una presunta convinzione, in coscienza, da parte del penitente, della invalidità del proprio matrimonio nel foro interno non può produrre conseguenze riguardanti la disciplina sacramentale in foro esterno, sicché, pur rimanendo in essere un valido Matrimonio sacramentale, tale penitente possa vivere more uxorio con chi non è suo legittimo coniuge e possa ricevere i Sacramenti nonostante la sua intenzione di continuare a violare in futuro il Sesto Comandamento e il vincolo matrimoniale sacramentale che è ancora in essere.
Dice il testo appena citato :“Una prassi che permette alle persone civilmente divorziate, cosiddette “risposate”, di ricevere i sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, nonostante la loro intenzione di continuare a violare in futuro il Sesto Comandamento e il loro vincolo matrimoniale sacramentale ” è evidentemente “contraria alla verità Divina ed estranea al perenne senso della Chiesa cattolica e alla provata consuetudine ricevuta, fedelmente custodita dai tempi degli Apostoli e ultimamente confermata in modo sicuro da san Giovanni Paolo II (cfr. Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 84) e da Papa Benedetto XVI (cfr. Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis, 29)”; tale prassi è contraria alla prassi perenne della Chiesa ed è una controtestimonianza , inoltre è diffusiva della “piaga del divorzio”; chi vuole davvero aiutare le persone che si trovano in uno stato oggettivo di peccato grave deve annunciare loro con carità la piena verità circa la volontà di Dio su di loro; deve quindi aiutarle a pentirsi con tutto il cuore dell’atto peccaminoso di convivere more uxorio con una persona che non è il proprio legittimo coniuge, come emerge chiaramente anche dalle affermazioni di s. Giovanni Paolo II (Esortazione Apostolica Reconciliatio et Paenitentia, 33).[158]

Su questo tema appaiono illuminanti anche vari altri testi pubblicati dopo Amoris Laetitia e sottoscritti da Vescovi e Cardinali che ribadiscono la sana dottrina[159]

Sorga Dio che è Luce e ci illumini sempre meglio!

b) Contrariamente a quanto afferma il prof. Buttiglione il peccato grave è il peccato mortale e il peccato mortale è peccato grave.

Peraltro nei libri del prof. Buttiglione si trova anche un altro errore, evidentemente sostenuto anche dai Cardinali Antonelli e Müller che si uniscono a lui nel sostenere le sue tesi e lo elogiano; infatti il prof. Buttiglione  presenta un’errata concezione del peccato mortale proprio nel testo elogiato dal Card. Müller  e la propone anche nel testo da lui scritto con il Card. Antonelli … alla pag. 52 del libro “Terapia dell’amore ferito in “Amoris Laetitia” (Ares, 2017)

Alla pag. 52 del libro “Terapia dell’amore ferito in “Amoris Laetitia” (Ares, 2017) il prof. Buttiglione ribadisce il suo errore su peccato grave come distinto da peccato mortale  che troviamo anche alla pag.  173 del suo testo: “Risposte amichevoli ai critici di Amoris Laetitia” . In questi testi il prof. Buttiglione fa una distinzione tra peccato grave e peccato mortale e dice che il peccato grave è specificato dalla materia grave mentre “il peccato mortale è specificato dall’effetto sul soggetto (fa morire l’anima)” e continua affermando che tutti i peccati mortali sono gravi ma non tutti i peccati gravi sono mortali perché un peccato grave può essere commesso senza piena avvertenza o deliberato consenso

Notiamo anzitutto che l’anima è immortale … dunque affermare sic et simpliciter che il peccato fa morire l’anima lascia molto perplessi … bisognerebbe precisare che fa morire la vita divina dell’anima ma non l’anima che è immortale … Ma il punto fondamentale della mia critica alle affermazioni del prof. Buttiglione riguarda il fatto che la distinzione che lui fa tra peccato grave e peccato mortale appare sbagliata e fuori dall’insegnamento della Chiesa perché il peccato grave è peccato mortale e il peccato mortale è peccato grave; il peccato grave non c’è senza piena avvertenza e deliberato consenso; se invece è commesso senza piena avvertenza e/o senza deliberato consenso un peccato avente materia grave, tale peccato è veniale; qui di seguito mostreremo con testi magisteriali o di importanti teologi che le cose stanno precisamente come noi affermiamo e non come ha scritto il prof. Buttiglione.

Partiamo da un testo particolarmente illuminante su questo tema, è una catechesi di s. Giovanni Paolo II: “Di qui anche proviene la differenza tra peccato “grave” e peccato “veniale”. Se il peccato grave è contemporaneamente “mortale”, è perché causa la perdita della grazia santificante in colui che lo commette. … Ma come abbiamo detto, anche nel peccato attuale, quando si tratta di peccato grave (mortale), l’uomo sceglie se stesso contro Dio, sceglie la creazione contro il Creatore, respinge l’amore del Padre così come il figlio prodigo nella prima fase della sua folle avventura. In una certa misura ogni peccato dell’uomo esprime quel “mysterium iniquitatis” (2 Ts 2, 7), che sant’Agostino ha racchiuso nelle parole: “amor sui usque ad contemptum Dei”: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio (“De Civitate Dei”, XIV, 28: PL 41, 436).”[160] Il peccato grave è dunque il peccato mortale!!

Il peccato grave è tale perché è una violazione grave dell’ordine morale, è una violazione grave della Legge di Dio, ed è mortale perché toglie la grazia che è la vita divina dell’anima.

Qui di seguito metto, con un mio breve commento, dei testi che traggo dal Catechismo della Chiesa Cattolica e che mostrano come non esiste un peccato morale che non sia grave né un peccato grave che non sia mortale:

-N. 1385 ” … Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione. ”  Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere la Riconciliazione appunto perché un tale peccato è mortale e l’anima ha perso, con esso, la vita della grazia! Il peccato grave esclude dalla Comunione sacramentale … perché è mortale e fa morire l’anima alla grazia santificante e rende  gravemente illecita la Comunione.

-N. 1446 “Cristo ha istituito il sacramento della Penitenza  … in primo luogo per coloro che, dopo il Battesimo, sono caduti in peccato grave e hanno così perduto la grazia battesimale … ” Si noti bene : coloro che, dopo il Battesimo, sono caduti in peccato grave … hanno così perduto la grazia battesimale e inflitto una ferita alla comunione ecclesiale. Come si vede il peccato grave fa perdere la grazia e quindi è mortale … cioè fa morire l’anima alla grazia santificante!

-N. 1470 “…  possiamo entrare nel Regno, dal quale il peccato grave esclude … Convertendosi a Cristo … il peccatore passa dalla morte alla vita “e non va incontro al giudizio” (Gv 5,24).”

Si noti bene : il peccato grave esclude dal Regno, cioè dalla vita eterna … quindi è mortale!

-N. 1472 “Il peccato grave ci priva della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di conseguire la vita eterna, la cui privazione è chiamata la “pena eterna” del peccato. ”

Si noti bene : il peccato grave ci priva della Comunione con Dio e perciò rende incapaci di conseguire la vita eterna … quindi è mortale!

-N. 2390 “ … l’atto sessuale deve aver posto esclusivamente nel matrimonio; al di fuori di esso costituisce sempre un peccato grave ed esclude dalla Comunione sacramentale.”

Il peccato grave impedisce la Comunione sacramentale … infatti è peccato mortale e fa perdere la vita della grazia … occorre confessarsi per ricevere la vita di grazia e per ricevere la s. Comunione : l’ Eucaristia è Sacramento dei vivi e non dei morti!

La Congregazione per la Dottrina della Fede ha affermato:“ È stato prospettato il quesito alla S. Congregazione per la Dottrina della Fede, se debba considerarsi tuttora obbligatoria la disciplina sancita dal Canone 856 C. J. C. relativamente alla assoluzione sacramentale da premettersi alla S. Comunione quando sia stato commesso peccato grave.

La risposta della Superiore Autorità è che rimane tassativa la disciplina prescritta dal menzionato canone, e che pertanto sono da respingersi, come aliene dal sensus Ecclesiae, tutte le altre interpretazioni.”[161]

Il peccato grave impedisce la Comunione sacramentale … infatti è peccato mortale e fa perdere la vita della grazia … occorre confessarsi per ricevere la vita di grazia e per ricevere la s. Comunione : l’ Eucaristia è Sacramento dei vivi e non dei morti!

La Commissione Teologica Internazionale affermò “ 8.2. La Chiesa crede che esiste uno stato di condanna definitiva per coloro che muoiono gravati di peccato grave. Si deve evitare assolutamente d’intendere lo stato di purificazione per l’incontro con Dio, in modo troppo simile a quello della condanna, come se la differenza tra i due consistesse solo nel fatto che l’uno sarebbe eterno e l’altro temporaneo; la purificazione dopo la morte è «del tutto diversa dal castigo dei condannati».[162]

Si noti bene : la Chiesa crede che esiste uno stato di condanna definitiva per coloro che muoiono gravati di peccato grave … quindi il peccato grave è mortale!

Papa Pio XII disse “Che, nelle presenti circostanze, è stretto obbligo per quanti ne hanno il diritto, uomini e donne, di prender parte alle elezioni. Chi se ne astiene, specialmente per indolenza o per viltà, commette in sé un peccato grave, una colpa mortale.”[163]

Il peccato grave è colpa mortale … cioè peccato mortale.

S. Giovanni Paolo II affermò : “In questa linea giustamente il Catechismo della Chiesa Cattolica stabilisce: « Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla comunione ».(n. 1385; cfr Codice di Diritto Canonico, can. 916; Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, can. 711.) Desidero quindi ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ha concretizzato la severa ammonizione dell’apostolo Paolo affermando che, al fine di una degna ricezione dell’Eucaristia, « si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale ».[164] 37. … Nei casi però di un comportamento esterno gravemente, manifestamente e stabilmente contrario alla norma morale, la Chiesa, nella sua cura pastorale del buon ordine comunitario e per il rispetto del Sacramento, non può non sentirsi chiamata in causa. A questa situazione di manifesta indisposizione morale fa riferimento la norma del Codice di Diritto Canonico sulla non ammissione alla comunione eucaristica di quanti « ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto ».(Can. 915; cfr Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, can. 712.)”[165]

Ancora s. Giovanni Paolo II affermò: “ È chiaro che non possono ricevere validamente l’assoluzione i penitenti che vivono in stato abituale di peccato grave e non intendono cambiare la loro situazione.”[166]

Non ricevono validamente l’assoluzione i penitenti che sono in peccato grave e non intendono cambiare la loro situazione perché sono privi della grazia santificante e vogliono restare in tale privazione … il peccato grave è peccato mortale!

Come è evidente in tutti questi testi il peccato grave è il peccato mortale e il peccato mortale è il peccato grave!

La sana teologia non presenta il peccato grave come diverso dal peccato mortale, in questa linea le affermazioni del prof. Buttiglione  appaiono sbagliate e fuorvianti . Contrariamente a ciò che lui dice, il Magistero afferma: tutti i peccati gravi sono mortali, tutti i peccati mortali sono gravi; se la materia è grave ma manca piena avvertenza o deliberato consenso il peccato non è grave ma veniale.

In un interessante articolo padre Angelo Bellon op ribadisce sostanzialmente, con alcune interessanti precisazioni, ciò che ho detto io in questo paragrafo [167]

Sorga Dio che è Luce e ci liberi da ogni tenebra di errore.

c) Importanti precisazioni riguardo a ciò che dice il prof. Buttiglione alle pagg. 186ss del suo libro: “Risposte amichevoli …”

Inoltre, riguardo a quello che dice il prof. Buttiglione alle pagg. 186ss del suo libro “Risposte amichevoli …” faccio notare che:

1) Anche chi agisce secondo coscienza può peccare gravemente. Il Catechismo precisa ai nn. 1791-1793 che  l’ignoranza in cui versa la coscienza  può essere imputabile, o non imputabile . Riguardo all’ignoranza imputabile occorre dire che essa si presenta in particolare  « quando l’uomo non si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all’abitudine del peccato ».[168] Più precisamente , spiega s. Alfonso riprendendo s. Tommaso: ” … alcuni mali benché attualmente non si avvertano, ben nondimeno s’imputano a colpa, secondo insegna s. Tommaso, se l’ignoranza in qualche modo è volontaria, o per negligenza, o per passione, o per mal abito, o per volontaria inconsiderazione nell’operare. ” [169]  In tali casi la persona è colpevole del male che commette. Spiega s. Tommaso che  la sentenza della ragione pratica, cioè la sentenza della coscienza morale, lega, cioè obbliga ad attuare tale sentenza, chi la emette: questo, si noti bene, significa che pecca chi non si conforma a tale sentenza da lui stesso emessa, ma non significa che chi segue tale sentenza non pecca (cfr. De Veritate, q. 17 a. 4 in c.); la sentenza di coscienza, inoltre, secondo s.Tommaso, lega anche se il precetto del prelato sia contrario ad essa (cfr. De Veritate, q. 17 a. 5 in c.), lega puramente e semplicemente se la coscienza è retta, lega “secundum quid” se la coscienza e` erronea (cfr. De Veritate, q.17 a. 4 in c.) e lega anche riguardo a materia per sé indifferente (cfr. De Veritate, q. 17 a. 4 ad 7).  Se a qualcuno la coscienza comanda di fare ciò che è contro la Legge di Dio, continua s. Tommaso, ed egli non agisce secondo tale coscienza, pecca, ma pecca anche se agisce secondo tale coscienza, perché l’ignoranza del diritto non scusa dal peccato a meno che tale ignoranza sia invincibile come nel caso di persone malate di certe patologie psichiche. La persona in questione può comunque deporre la sua coscienza e agire secondo la Legge di Dio e così facendo non pecca.(Quodlibet III, q. 12 a. 2 ad 2) In un altro testo s. Tommaso precisa che chi agisce secondo coscienza erronea a volte è scusato da peccato grave se tale errore procede da ignoranza di ciò che non può sapere e non è tenuto a sapere; se invece tale errore è esso stesso peccato perché procede dall’ignoranza di ciò che la persona può ed è tenuta a sapere, in questo caso l’errore di coscienza non ha forza di assolvere o scusare e se l’atto che si compie è grave , chi lo compie realizza un peccato grave, come è il caso di colui che ritenesse che la fornicazione è peccato veniale e con tale coscienza fornicasse: il suo peccato sarebbe mortale e non veniale (cfr. Quodlibet VIII, q. 6 a. 5 co.). Come dicemmo più sopra: “Così, prima di sentirci facilmente giustificati in nome della nostra coscienza, dovremmo meditare sulla parola del Salmo: «Le inavvertenze chi le discerne? Assolvimi dalle colpe che non vedo» (Sal 181,13). Ci sono colpe che non riusciamo a vedere e che nondimeno rimangono colpe, perché ci siamo rifiutati di andare verso la luce (cf Gv 9,39-41).”(VS n. 63) … S. Tommaso precisa che: la regola corrotta non è regola, la ragione falsa non è ragione (ragione, dal latino ratio, significa proprio regola), perciò la regola delle azioni umane non è semplicemente la ragione ma la ragione retta (cfr. Super Sent., II d.24 q.3 a.3 ad 3m.)

2)Inoltre, come ho spiego a lungo in questo libro nel capitolo sulla coscienza morale, la coscienza morale cristiana è una coscienza illuminata dalla fede. Come ho appena detto : la regola corrotta non è regola, la ragione falsa non è ragione (ragione, dal latino ratio, significa proprio regola), perciò la regola delle azioni umane non è semplicemente la ragione ma la ragione retta (cfr. Super Sent., II d.24 q.3 a.3 ad 3m.), per il cristiano la regola delle azioni è la ragione retta illuminata dalla fede! Dobbiamo farci guidare dalla coscienza morale cristiana che è veramente retta ed è illuminata dallo Spirito Santo attraverso la fede, essa è la coscienza che riceviamo in Cristo.

La fede, che è una virtù infusa, in particolare  predispone l’uomo al compimento dell’atto soprannaturale che è detto coscienza morale soprannaturale:  “ Id enim quod universaliter fide tenemus, puta usum ciborum esse licitum vel illicitum, conscientia applicat ad opus quod est factum vel faciendum”(Super Rom., cap. 14 l. 3. ) Ciò che crediamo per fede, la coscienza morale lo applica ad un’opera che è stata compiuta o deve essere compiuta per giudicare ciò che è stato fatto e per stabilire cosa si deve fare. Dice s. Tommaso, come vedremo, che noi abbiamo ricevuto, per grazia la sapienza di Cristo per giudicare (cfr. Super I Cor. c.2 lec.3.); la coscienza morale soprannaturale è atto illuminato dalla sapienza che viene in noi attraverso la fede cioè in ultima analisi dalla sapienza di Cristo. Cristo, Regola somma conforme a noi e Capo del suo Corpo Mistico ci dona sapienza soprannaturale nella fede e nella carità (Super Sent., III d. 13 q. 2 a. 1 in c.); da Cristo Capo, perciò, noi riceviamo, l’intelligenza, la sapienza e la carità per poter realizzare l’atto perfetto di coscienza morale soprannaturale. In tale atto soprannaturale, la fede precisa il giudizio universale della sinderesi (cfr. Super Sent., lib. 2 d. 39 q. 3 a. 2 in c.) . La fede è dunque la luce sulla base della quale si compie la coscienza morale soprannaturale, cioè la coscienza morale cristiana; per la fede partecipiamo in Cristo alla conoscenza di Dio:

“ … per potentiam intellectivam homo participat cognitionem Dei per virtutem fidei.”(Cfr. I-IIae q. 110 a.4 in c.)

Per la fede, quindi, e quindi per la carità partecipiamo alla conoscenza divina, in Cristo, sicché possiamo giudicare in modo veramente retto le nostre azioni.

Il Catechismo aggiunge al n. 1794: ” La coscienza buona e pura è illuminata dalla fede sincera. Infatti la carità « sgorga », ad un tempo, « da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera » (1 Tm 1,5):(Cf 1 Tm 3,9; 2 Tm 1,3; 1 Pt 3,21; At 24,16.)” In VS n. 62 leggiamo: “Come dice l’apostolo Paolo, la coscienza deve essere illuminata dallo Spirito Santo (cf Rm 9,1), deve essere «pura» (2 Tm 1,3), non deve con astuzia falsare la parola di Dio ma manifestare chiaramente la verità (cf 2 Cor 4,2).” (VS, n. 62)

Ora … è evidente che un cristiano debba avere la fede e quindi la coscienza morale illuminata dalla fede … se non ha questo cessa di essere cristiano, e neppure si può confessare visto che la fede è necessaria per confessarsi, come diciamo in questo capitolo sulla contrizione …  e per questa fede è chiaro che l’adulterio come gli atti omosessuali sono peccati molto gravi … Al di là delle nostre miserie c’è lo Spirito Santo, che il cattolico ha ricevuto nei Sacramenti e che lo illumina attraverso la fede. Lo Spirito Santo “non dorme” e illumina le anime per far capire che l’adulterio, come gli atti omosessuali etc.  non sono mai leciti … Il Catechismo afferma al n. 2072: “ I dieci comandamenti sono incisi da Dio nel cuore dell’essere umano.” Si noti: i comandamenti sono incisi nel cuore dell’essere umano ma sono ancora più incisi nel cuore del cristiano illuminato dalla fede … e per essi è chiaro che l’adulterio è peccato molto grave ….

3)Non si tratta di fare il possibile secondo la misura delle forze umane, si tratta di fare la volontà di Dio e di vivere secondo i divini comandamenti, con l’ aiuto che viene da Dio e con la grazia che Dio ci vuole donare. I comandamenti non possono essere mai violati …  Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 2068: “Il Concilio di Trento insegna che i dieci comandamenti obbligano i cristiani e che l’uomo giustificato è ancora tenuto ad osservarli.(Cf Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canoni 19-20: DS 1569-1570.)”

Il Concilio Vaticano II afferma: « I Vescovi, quali successori degli Apostoli, ricevono dal Signore […] la missione di insegnare a tutte le genti e di predicare il Vangelo ad ogni creatura, affinché tutti gli uomini, per mezzo della fede, del Battesimo e dell’osservanza dei comandamenti, ottengano la salvezza »[170]. La VS afferma in questa linea , significativamente: “La Chiesa propone l’esempio di numerosi santi e sante, che hanno testimoniato e difeso la verità morale fino al martirio o hanno preferito la morte ad un solo peccato mortale. Elevandoli all’onore degli altari, la Chiesa ha canonizzato la loro testimonianza e dichiarato vero il loro giudizio, secondo cui l’amore di Dio implica obbligatoriamente il rispetto dei suoi comandamenti, anche nelle circostanze più gravi, e il rifiuto di tradirli, anche con l’intenzione di salvare la propria vita.” (VS, n. 91)

d) Precisazione riguardo alle affermazioni del prof. Buttiglione sulla correzione, che il Confessore deve  realizzare, del penitente e in particolare del penitente divorziato risposato.

Preciso inoltre  che, contrariamente a quanto afferma il prof. Buttiglione alla pag. 146 ss. del suo libro “Risposte amichevoli ai critici di Amoris Laetitia”,  il sacerdote, da parte sua, deve correggere il divorziato risposato che si manifesta tale nella Confessione. Non vale in questo caso la regola secondo cui l’ammonizione non va fatta se non si spera frutto. L’adulterio e l’omosessualità praticata sono in evidente e grave opposizione ai 10 comandamenti; quindi il Confessore deve ammonire il penitente adultero o che pratica l’omosessualità , perché la pratica omosessuale è una grave violazione dei 10 comandamenti, l’adulterio, e in particolare la convivenza adulterina, è una grave violazione dei 10 comandamenti ed un fatto scandaloso, che quindi danneggia la comunità, e per questo motivo non si può lasciare senza ammonizione il penitente adultero o che compie atti omosessuali [171] Più precisamente  Papa Benedetto XIV ebbe a dire a questo riguardo che  “ Se il Confessore sa che dal penitente si commettono alcuni peccati dei quali questi non si accusa …  il Confessore che ha l’obbligo di preservare l’integrità della Confessione deve con buona maniera richiamare alla sua memoria ciò che tralascia, correggerlo, ammonirlo, inducendolo ad una vera Penitenza.”[172] Quindi il Pontefice ricorda che  San Bernardino da Siena si domanda nelle sue opere (tomo 2, ser. 27, art. 2, cap. 3, p. 167)  se il Confessore sia obbligato a  esaminare diligentemente la coscienza del peccatore; il grande santo senese risponde di sì, e “ … dice che ciò si deve fare non soltanto in quelle cose che il penitente tace “o per negligenza o per vergogna”, ma anche in quelle che tace per ignoranza: “ …  dato che si può temere che il penitente ignori per crassa ignoranza che secondo Guglielmo non è una scusante; oppure perché non capisce che quella azione è peccato; infatti, secondo Isidoro, l’ignorante pecca ogni giorno, e non lo sa”.[173]

Benedetto XIV continua quindi il discorso affermando che “ Infatti, non trattandosi ora di qualche jus positivo, da cui sia derivato un disordine noto al Confessore e sconosciuto al penitente, tanto che se fosse notificato a questi ne potrebbe conseguire qualche grave inconveniente; ma trattandosi ora di ignoranza vincibile, di azioni che ognuno dovrebbe sapere essere peccaminose; di cose che se trascurate dal Confessore danno motivo al penitente di continuare nel suo iniquo costume, ed agli altri o di scandalizzarsi o di considerare tali cose come indifferenti (dato che esse sono praticate con molta disinvoltura da coloro che frequentano i Sacramenti della Chiesa), i Teologi sono concordi nell’affermare che il Confessore è obbligato ad interrogare e ad ammonire il penitente, incurante del dispiacere che, ammonendolo, gli darà, e sperando che se forse in quel momento l’ammonizione non sarà del tutto giovevole, lo sarà in futuro con l’aiuto di Dio.”[174]. La stessa dottrina è affermata da s.  Alfonso M. de Liguori nella Theologia Moralis  [175] e appunto in questo passo riporta il testo di Benedetto XIV appena indicato. S. Alfonso afferma, in particolare, che il Confessore deve fare l’ammonizione se l’ignoranza è colpevole, cioè vincibile [176]

S. Alfonso accetta pienamente, d’altra parte , quello che dice s. Tommaso per cui:“ … tutti sono tenuti a conoscere comunemente le cose di fede, e i precetti generali del diritto: ciascuno poi è tenuto a conoscere i doveri del proprio ufficio. … Ora, è evidente che fa un peccato di omissione chiunque trascura il possesso, o il compimento delle cose che è tenuto ad avere o a compiere. Perciò l’ignoranza di ciò che si è tenuti a conoscere è peccato, a causa della negligenza. Ma non si può attribuire a negligenza l’ignoranza di quanto non si può conoscere. Ecco perché quest’ultima ignoranza si denomina invincibile: per l’impossibilità di vincerla col nostro impegno. E non essendo volontaria, per l’impossibilità in cui siamo di allontanarla, codesta ignoranza non è peccato. Da ciò si conclude che l’ignoranza invincibile non è mai peccato; e che l’ignoranza vincibile è peccato, solo se si tratta di cose che uno è tenuto a sapere.” (I-II q. 76 a. 2 traduzione tratta dalla edizione della Somma Teologica in CD Rom del 2001, curata da ESD cioè Editrice Studio Domenicano) La mancata conoscenza delle cose di fede, dei precetti generali del diritto e dei doveri del proprio ufficio è colpevole. S. Alfonso M. de Liguori spiega , riprendendo il testo di s. Tommaso(I-II q. 76 a. 2) che non si dà ignoranza invincibile(incolpevole) dei primi principi della legge morale naturale e neppure delle conclusioni immediate di essi, come sono i 10 comandamenti.[177] Quindi il Confessore deve ammonire il penitente che va in modo evidente contro i 10 comandamenti.

In un altro testo s. Alfonso, citando ancora Benedetto XIV spiega che il confessore è obbligato ad esaminare bene la coscienza dei penitenti, ad istruirli e quindi ad ammonire i penitenti: “Per IV. Il confessore è obbligato ad ammonire il penitente. Ma per fare le dovute ammonizioni non solo deve il confessore informarsi delle specie e del numero de’ peccati, ma anche della loro origine e cagioni, per applicarvi i rimedi opportuni. Alcuni confessori dimandano solamente la specie e ‘l numero de’ peccati, e niente più; se vedono il penitente disposto, l’assolvono; se no, senza dirgli niente, subito lo licenziano, dicendogli: va, che non ti posso assolvere. Non fanno così i buoni confessori: questi primieramente cominciano ad indagare l’origine e la gravezza del male: domandano la consuetudine e le occasioni che ha avuto il penitente di peccare: in qual luogo: in qual tempo: con quali persone: con qual congiuntura; poiché così poi meglio possono far la correzione, disporre il penitente all’assoluzione, ed applicargli i rimedi.

Fatte le suddette dimande, e così ben informatosi il confessore dell’origine e della gravezza del male, proceda a far la dovuta correzione o ammonizione. Sebben egli come padre dee con carità sentire i penitenti, nulladimeno è obbligato come medico ad ammonirli e correggerli quanto bisogna: specialmente coloro che si confessano di rado, e sono aggravati di molti peccati mortali. E ciò è tenuto a farlo anche con persone di conto, magistrati, principi, sacerdoti, parrochi e prelati, allorché questi si confessassero di qualche grave mancanza con poco sentimento. Dicea il pontefice Benedetto XIV. nella bolla, Apostolica, §. 22., che le ammonizioni del confessore sono più efficaci che le prediche dal pulpito; e con ragione, mentre il predicatore non sa le circostanze particolari, come le conosce il confessore; onde questi assai meglio può far la correzione, ed applicare i rimedi al male. E così ben anche è obbligato il confessore ad ammonire chi sta nell’ignoranza colpevole di qualche suo obbligo, o sia di legge naturale o positiva. Che se il penitente l’ignorasse senza colpa, allora quando l’ignoranza è circa le cose necessarie alla salute, o pur ella nuoce al ben comune, in ogni conto il confessore deve ammonirlo della verità, ancorché non ne sperasse frutto.”[178]

Il cattolico è tenuto a conoscere e osservare i 10 comandamenti per la sua salvezza eterna, e quindi occorre che il sacerdote ammonisca il penitente che compie atti contrari ad essi (tra questi atti vi sono, ovviamente, quelli di adulterio e di omosessualità) appunto al fine di indirizzarlo sulla vera via che conduce al Cielo. L’adulterio e l’omosessualità causano inoltre normalmente scandalo e quindi ancora di più occorre ammonire il fedele che li compie.

Dio ci illumini sempre meglio.

e) Un errore fondamentale del prof. Buttiglione e di alcuni di quelli che lo seguono.

Inoltre mi pare importante affermare riguardo agli scritti del prof. Buttiglione che questo autore mostra di non rendersi conto  che l’Amoris Laetitia è parte di una strategia che ha aperto la “porta” e ha portato tante deviazioni dottrinali che il Papa non è intervenuto a condannare e che in vari casi ha positivamente sostenuto … appunto perché rientrano nella strategia del “cambio di paradigma” da lui portata avanti. Come già dissi criticando alcune affermazioni del prof. Buttiglione[179]  contrarie alla “Correctio Filialis” : “Leggendo con attenzione la “Correctio” e la risposta del prof. Buttiglione notiamo una cosa fondamentale: la “Correctio” si riferisce non solo a parole ma anche ad atti e omissioni …. il prof. Buttiglione si ferma soltanto alle parole del Papa, quindi la sua risposta appare perciò stesso inconsistente.” [180] Ugualmente, nei suoi libri, il professore non si rende conto che è tutto l’insieme di azioni del Papa e non solo le sue parole, in vari casi volutamente ambigue, a chiarire in profondità il significato di Amoris Laetitia …  Sorga Dio che è Luce e ci liberi da ogni tenebra di errore.

Non mi soffermo su altri aspetti o errori delle opere del prof. Buttiglione. Questo mio libro in quanto fa emergere il significato profondo, e deviante dalla sana dottrina, di Amoris Laetitia, fa emergere errori collegati ad Amoris Laetitia, e d’altra parte mette in evidenza la sana dottrina cattolica, è, in certo modo, anche una confutazione radicale dei testi del prof. Buttiglione e degli errori in essi contenuti. La mia critica agli errori del Card. Vallini e del Card. Müller, nel capitolo di questo libro in cui parlo della coscienza morale, è anche una critica al sostanziale appoggio che il prof. Buttiglione dà a tali errori; tali errori sono stati, peraltro, pienamente legittimati dal Papa , come ho spiegato nel capitolo appena indicato.

Invito il prof. Buttiglione ma anche il Card. Antonelli nonché mons. Girotti a leggere il libro del Card. Coccopalmerio, quello del Card. Sistach, leggano le norme di applicazione dell’Amoris Laetitia scritte dai Vescovi maltesi, dai Vescovi tedeschi … tutti accettati e in alcuni casi elogiati dall’attuale Pontefice … Guardino gli errori diffusi dal Card. Schönborn ed elogiati dal Papa da me esaminati in questo libro. Leggano anche gli errori dei Card. Vallini e Müller, pienamente accettati dal Papa, errori di cui parlo e che confuto in questo mio libro nel capitolo riguardante la coscienza morale, e su cui scrissi anche un articolo[181] …  leggano le affermazioni di mons. Elbs secondo cui: “ la Amoris Laetitia non rappresenta una novità, visto che i cattolici risposati e che sono sessualmente attivi già ricevono l’Eucarestia. Ciò che è nuovo, afferma, è che ora Papa Francesco sembra sostenere questa tesi. “Adesso la porta è aperta. – ha detto Elbs – La gente si comporta così da molto tempo, ma ora, con la benedizione del Papa, possono prendere questa decisione rispettando la propria coscienza.”[182] … dichiarazioni mai condannate dalla Santa Sede … Leggano le dichiarazioni del Card. Kasper che ho messo in questo libro che parlano di “apertura di porte”, leggano l’articolo di M. Tosatti che parla di cerimonie di gruppo per concedere l’Eucaristia pubblica a coppie di divorziati risposati[183]… Leggano l’ interessante testo di S. Magister che parla di alcuni articoli apparsi dopo Amoris Laetitia tra cui quello di p. Spadaro che afferma “L’Esortazione riprende dal documento sinodale la strada del discernimento dei singoli casi senza porre limiti all’integrazione, come appariva in passato.” [184] Magister aggiunge, nello stesso articolo, anche una significativa affermazione del prof. Melloni per cui “Francesco dice a quei preti che hanno comunicato i divorziati risposati sapendo cosa facevano che non hanno agito contro la norma, ma secondo il vangelo”.

Magister quindi commenta : “In varie regioni della cattolicità, infatti, la comunione ai divorziati risposati viene già data da tempo senza problemi. E ora questa prassi trova nella “Amoris lætitia” l’approvazione che aspettava da parte della massima autorità della Chiesa.” Qui divorziati risposati sta per divorziati risposati che vivono more uxorio … ovviamente. Dio intervenga!!

Invito il prof. Buttiglione, il Card. Antonelli nonché mons. Girotti a leggere quello che dice su Avvenire Luciano Moia e quello che affermano importanti moralisti … si rendano conto dei gesti e delle azioni  del Papa e aprano gli occhi per capire che il “cambio di paradigma” di cui è parte l’Amoris Laetitia vuole aprire le porte tante deviazioni gravi dalla sana dottrina non solo riguardo ai divorziati risposati ma anche riguardo a coloro che compiono atti omosessuali , come ho spiegato nel penultimo capitolo di questo libro … Leggano la netta stroncatura fatta da Avvenire attraverso L. Moia [185], sotto la chiara direzione dei suoi superiori e quindi del Papa, a mons. Melina appunto perché ribadisce la sana dottrina e cerca di interpreta l’Amoris Laetitia in una linea conforme alla sana dottrina[186]; lo stesso, praticamente, si può dire di p. Noriega … e “ovviamente”… mons. Melina con p. Noriega è stato defenestrato dall’Istituto Giovanni Paolo nonostante questi due teologi siano riconosciuti come tra i migliori se non i migliori moralisti in circolazione specie nel campo della morale matrimoniale … non per nulla Benedetto XVI, dopo la defenestrazione di mons. Melina : “ … ha voluto ricevere il Prof. Mons. Livio Melina in un’udienza privata. Dopo una lunga discussione sui recenti avvenimenti del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, ha concesso la sua benedizione, esprimendo la sua personale solidarietà e assicurandogli la sua vicinanza nella preghiera”[187]. Un gesto eloquente … ovviamente!

Il prof. Buttiglione, il Card. Antonelli nonché mons. Girotti leggano … e leggano anche questo mio libro  … e comincino anche loro a criticare coraggiosamente e seriamente il “cambio di paradigma” cioè la sovversione della  sana dottrina attuata attraverso l’Amoris Laetitia …

Sorga Dio che è Luce e ci liberi da ogni tenebra di errore.

6) Precisazioni sul proposito di non peccare, su varie questioni attinenti ad esso e  su varie affermazioni di Amoris Laetitia.

Occorre notare che il proposito richiesto per l’assoluzione è essenzialmente proposito di vivere secondo la Legge di Dio e di non agire contro di essa con il peccato, questo richiede importanti precisazioni sia riguardo alla reale possibilità nostra di vivere secondo i comandamenti sia riguardo al contenuto del proposito, cioè in particolare riguardo all’impegno all’oggettiva attuazione dei comandamenti, sia riguardo alla possibilità della cosiddetta “gradualità della Legge”.

 

a) Possono tutti vivere secondo la Legge di Dio? Cosa pensare di coloro che a vario livello non hanno il dominio sulle loro azioni e quindi non sono responsabili delle loro azioni?

La Croce sacra sia la mia luce.

Partiamo da qualche passo dell’Amoris Laetitia:

“Un soggetto, pur conoscendo bene la norma, può avere grande difficoltà nel comprendere «valori insiti nella norma morale»[188] o si può trovare in condizioni concrete che non gli permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa.” (Amoris Laetitia n. 301)

“Ricordiamo che «un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà»[189]. La pastorale concreta dei ministri e delle comunità non può mancare di fare propria questa realtà. 306. In qualunque circostanza, davanti a quanti hanno difficoltà a vivere pienamente la legge divina, deve risuonare l’invito a percorrere la via caritatis.” (Amoris Laetitia n. 305s)

I Vescovi maltesi nel loro documento per l’applicazione dell’Amoris Laetitia hanno scritto: “D’altronde, ci sono delle situazioni complesse quando la scelta di vivere «come fratello e sorella» risulta umanamente impossibile o reca maggior danno” (cfr. Amoris Laetitia, nota 329). ”[190]

Domandiamoci: è per tutti possibile vivere i 10 comandamenti? La Croce sacra sia la mia luce.

Nella VS leggiamo:“L’osservanza della legge di Dio, in determinate situazioni, può essere difficile, difficilissima: non è mai però impossibile. È questo un insegnamento costante della tradizione della Chiesa … ” (VS, n. 102) Dio ci chiama a vivere i 10 comandamenti, Dio ci dona di poter vivere secondo i comandamenti e la Confessione è il Sacramento che deve metterci proprio in questa vita di grazia e di carità, cioè appunto nella vita secondo i comandamenti. La Croce sacra sia la mia luce.

La Veritatis Splendor cita, nel testo appena presentato (VS 102) un passo del Concilio di Trento, tale Concilio infatti ha condannato la dottrina per cui sarebbe impossibile vivere i 10 comandamenti con queste parole:

“ Nemo autem, quantumvis iustificatus, liberum se esse ab observatione mandatorum (can. 20) putare debet; nemo temeraria illa et a Patribus sub anathemate prohibita voce uti, Dei praecepta homini iustificato ad observandum esse impossibilia (can. 18 et 22; cf. DS 397). ‘Nam Deus impossibilia non iubet, sed iubendo monet, et facere quod possis, et petere quod non possis’, et adiuvat ut possis; ‘cuius mandata gravia non sunt’ (I Jo 5, 3), cuius ‘iugum suave est et onus leve’ (cf. Mt 11, 30). Qui enim sunt filii Dei, Christum diligunt: qui autem diligunt eum, (ut ipsemet testatur) servant sermones eius (Jo 14, 23), quod utique cum divino auxilio praestare possunt.

…  Can. 18. Si quis dixerit, Dei praecepta homini etiam iustificato et sub gratia constituto esse ad observandum impossibilia: an. s. (cf. DS 1536).”[191] Nostra traduzione: Nessuno, poi, per quanto giustificato, deve ritenersi libero dall’osservanza dei comandamenti (can. 20), nessuno deve far propria quell’espressione temeraria e proibita dai Padri sotto pena di scomunica esser cioè impossibile per l’uomo giustificato osservare i comandamenti di Dio (can. 18 e 22). Dio, infatti, non comanda l’impossibile; ma quando comanda ti ammonisce di fare quello che puoi  e di chiedere quello che non puoi, ed aiuta perché tu possa: i suoi comandamenti non sono gravosi (1 Gv. 5,3), il suo giogo è soave e il peso leggero (Mt.11,30). …. Se qualcuno dice che anche per l’uomo giustificato e costituito in grazia i comandamenti di Dio sono impossibili da osservarsi, sia anatema.

Queste affermazioni magisteriali appaiono luminosa interpretazione delle parole di Gesù (Mc 10,17-27) “Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile presso Dio».” La Croce sacra sia la mia luce.

Possiamo vivere secondo i comandamenti divini con l’aiuto di Dio, con la grazia divina.

S. Giovanni Paolo II affermò: “In merito non sarà fuori luogo ricordare che la fede insegna la possibilità di evitare il peccato con l’aiuto della grazia[192][193]

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 2068 “ Il Concilio di Trento insegna che i dieci comandamenti obbligano i cristiani e che l’uomo giustificato è ancora tenuto ad osservarli (Cf Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canoni 19-20: DS 1569-1570.)”. Il Concilio Vaticano II afferma: « I Vescovi, quali successori degli Apostoli, ricevono dal Signore […] la missione di insegnare a tutte le genti e di predicare il Vangelo ad ogni creatura, affinché tutti gli uomini, per mezzo della fede, del Battesimo e dell’osservanza dei comandamenti, ottengano la salvezza ».[194]

S. Giovanni Paolo II ha affermato: “Sappiamo che Gesù Cristo ha riconfermato pienamente i comandamenti divini del monte Sinai. Ha incaricato gli uomini di osservarli. Ha indicato che l’osservanza dei comandamenti è la condizione fondamentale della riconciliazione con Dio, la condizione fondamentale del raggiungimento della salvezza eterna.”[195]

Ancora s. Giovanni Paolo II insegna : “Il Maestro parla della vita eterna, ossia della partecipazione alla vita stessa di Dio. A questa vita si giunge attraverso l’osservanza dei comandamenti del Signore, compreso dunque il comandamento «non uccidere». Proprio questo è il primo precetto del Decalogo che Gesù ricorda al giovane che gli chiede quali comandamenti debba osservare: «Gesù rispose: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare…”«(Mt 19, 18).”[196]

Lo stesso santo Pontefice afferma:“ La carità costituisce l’essenza del ‘comandamento’ nuovo insegnato da Gesù. Essa in effetti è l’anima di tutti comandamenti, la cui osservanza viene ulteriormente ribadita e anzi diviene la dimostrazione palese dell’amore verso Dio: “In questo consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti” (1 Gv 5, 3). Questo amore, che è insieme amore per Gesù, rappresenta la condizione per essere amati dal Padre: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14, 21) …. Questa mediazione si concretizza soprattutto nel dono che egli ha fatto della sua vita, dono che da un lato testimonia il più grande amore, dall’altro esige l’osservanza di ciò che Gesù comanda: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando” (Gv 15, 13-14).” [197] La Croce sacra sia la mia luce.

S. Tommaso afferma: “ .. dicendum quod implere mandata legis contingit dupliciter.”(I-II q. 109 a.4)

Cioè i precetti della legge si possono adempiere in due modi:  quanto alla sostanza delle opere,  non solo quanto alla sostanza delle opere, ma anche quanto al modo di compierle, cioè facendole mossi dalla carità. Per quanto riguarda il primo modo s. Tommaso afferma:

“Uno modo, quantum ad substantiam operum, prout scilicet homo operatur iusta et fortia, et alia virtutis opera. Et hoc modo homo in statu naturae integrae potuit omnia mandata legis implere, alioquin non potuisset in statu illo non peccare, cum nihil aliud sit peccare quam transgredi divina mandata.  Sed in statu naturae corruptae non potest homo implere omnia mandata divina sine gratia sanante.”(I-II q. 109 a.4)

Il che significa essenzialmente che i precetti della legge si possono adempiere quanto alla sostanza delle opere, cioè in quanto uno compie azioni giuste, forti, e tutte le altre azioni virtuose; e in questo modo nello stato di natura corrotta l’uomo non può adempiere tutti i divini precetti, senza la grazia sanante …

“Alio modo possunt impleri mandata legis non solum quantum ad substantiam operis, sed etiam quantum ad modum agendi, ut scilicet ex caritate fiant. Et sic neque in statu naturae integrae, neque in statu naturae corruptae, potest homo implere absque gratia legis mandata.” (I-II q. 109 a.4)

Il che significa essenzialmente che i precetti della legge possono essere attuati non solo quanto alla sostanza dell’opera, ma anche quanto al modo di compierla, cioè realizzandola mossi dalla carità, in tal senso l’uomo non è in grado di adempiere i precetti della legge, senza la grazia, né nello stato di natura integra, né in quello di natura corrotta. Perciò s. Agostino afferma che la grazia è necessaria non solo perché gli uomini sappiano ciò che devono fare ma anche perché facciano con carità quanto sanno.

Sempre i comandamenti hanno richiesto la grazia perché li si potesse vivere nella carità. Per vivere i comandamenti abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio il quale ci muove a compiere i comandamenti. Il precetto dalla carità non può essere adempiuto con le sole forze naturali dell’uomo. I comandamenti non sono impossibili perché possiamo compierli con l’aiuto di Dio, che ci vuole salvare e quindi ci vuole aiutare. Dio è come un amico che rende possibile ciò che a noi soli non lo è. Abbiamo sempre bisogno dell’aiuto divino e perciò occorre pregare continuamente, lo dice la s. Scrittura “ Pregate incessantemente …” (1 Ts. 5,17),  … “ pregate incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi” (Ef 6,18).

Il Catechismo della Chiesa Cattolica  sulla base della Parola di Dio afferma al n. 2742 con le parole di Evagrio Pontico: “la preghiera incessante è una legge per noi ».(Evagrio Pontico, Capita practica ad Anatolium, 49: SC 171, 610 (PG 40, 1245).” al n. 2743 lo stesso Catechismo afferma: “ Pregare è sempre possibile …

La preghiera, quindi, è un’attività per noi necessaria, pregare per noi è una necessità vitale che rende possibile l’impossibile come dice giustamente il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2744

S. Alfonso d’ Liguori afferma: “ … chi prega, certamente si salva; chi non prega, certamente si danna. Tutti i Beati (eccettuati i Bambini) si son salvati col pregare. Tutt’i Dannati si son perduti per non pregare; se pregavano, non si sarebbero perduti. E questa è, e sarà la loro maggior disperazione nell’Inferno, l’aversi potuto salvare con tanta facilità, quant’era il domandare a Dio le di Lui grazie, ed ora non essere i miseri più a tempo di domandarle. “[198]

S. Alfonso preghi per noi.

S. Tommaso afferma in questa linea : “ Post Baptismum autem necessaria est homini iugis oratio, ad hoc quod caelum introeat, licet enim per Baptismum remittantur peccata, remanet tamen fomes peccati nos impugnans interius, et mundus et Daemones qui impugnant exterius.” (III, q. 39 a. 5 co.) Per l’uomo anche dopo il Battesimo è necessaria una continua preghiera per vivere i comandamenti e trionfare sui nemici spirituali che non vogliono farceli vivere. La preghiera deve servirci per ottenere la grazia e per vivere in essa.

Con la preghiera apriamo il cuore a Dio e quindi alla grazia e, come spiega S. Tommaso, la più piccola grazia può resistere ad ogni concupiscenza ed evitare ogni peccato mortale che si commette nella trasgressione dei comandamenti: “… minima gratia potest resistere cuilibet concupiscentiae, et vitare omne peccatum mortale, quod committitur in transgressione mandatorum legis, minima enim caritas plus diligit Deum quam cupiditas millia auri et argenti.”(IIIª q. 70 a. 4 n c.)

S. Tommaso ci ottenga la sapienza divina.

I comandamenti sono dunque a noi possibili con l’aiuto della grazia divina e quindi è necessaria la preghiera che apre il cuore a tale grazia, ma cosa dice la sana dottrina riguardo a coloro che a vario livello non sono padroni dei loro atti e non sono quindi responsabili per tali atti? La Croce sacra sia la mia luce.

Diciamo anzitutto che, secondo Aertnys Damen, alla legge naturale sono soggetti tutti gli uomini, solo in atto primo sono soggette ad essa le persone in quanto mancano dell’uso della ragione, sono soggetti ad essa anche in atto secondo coloro che godono dell’uso di ragione (cfr. Aertnys Damen “Theologia Moralis.” Marietti, 1956, vol. I p.139).

Diciamo poi che la legge divina evangelica obbliga tutti gli uomini (cfr. Aertnys Damen “Theologia Moralis .” Marietti, 1956, vol. I p. 145)  e, come  affermato dal Concilio di Trento e ribadito nel Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2068 “Il Concilio di Trento insegna che i dieci comandamenti obbligano i cristiani e che l’uomo giustificato è ancora tenuto ad osservarli (cfr. Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canoni 19-20: DS 1569-1570.)”  Quindi anche i dementi, gli incapaci di intendere e volere e i bambini sono obbligati dalla Legge Nuova e sono tenuti ad osservarla ma sono scusati per le loro inadempienze (cfr. Aertnys Damen “Theologia Moralis ..” Marietti, 1956, vol. I p. 182). La Croce sacra sia la mia luce.

A questo riguardo è importante ricordare che, come  il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 2072: “ Poiché enunciano i doveri fondamentali dell’uomo verso Dio e verso il prossimo, i dieci comandamenti rivelano, nel loro contenuto essenziale, obbligazioni gravi. Sono sostanzialmente immutabili e obbligano sempre e dappertutto. Nessuno potrebbe dispensare da essi. I dieci comandamenti sono incisi da Dio nel cuore dell’essere umano.”

Il fatto che la legge di Dio sia indispensabile, come insegna anche s. Tommaso (cfr. Iª-IIae q. 100 a. 8 co.) implica che nessuno possa dispensare altri o sé stesso dal compimento della Legge. Come vedremo meglio più avanti : nessuno può dispensare sé stesso o gli altri dall’attuazione dei divini comandamenti e questo vale in particolare riguardo a ciò che di oggettivamente grave essi condannano; cioè nessuno può dispensare sé o gli altri dall’osservanza dei comandamenti permettendo a sé o ad altri di compiere atti oggettivamente gravi (come adulterio, omicidio, pedofilia, cioè abusi sessuali sui minori, stupro etc.) condannati dai divini comandamenti.

Dio che ci ha donato i comandamenti ci dà di poterli osservare e Dio è onnipotente, dunque a Lui è possibile donare la piena osservanza di essi anche a persone che non sono responsabili dei loro atti. Quindi non c’è nessuno che sia assolutamente impossibilitato, con l’aiuto di Dio, a vivere i comandamenti. Tutti si devono impegnare a vivere in tali comandamenti che, come detto, non sono soggetti a dispensa. Tutti devono sforzarsi a seguire la via stretta che conduce al Cielo. La Croce sacra sia la nostra luce.

Ovviamente il giudizio ultimo su tale osservanza viene da Dio che sulla base del suo aiuto, della nostra reale collaborazione e dei nostri reali impedimenti ad essa, emetterà la sua divina sentenza. Quello che ho appena detto vale anche per coloro che sono parzialmente responsabili  per le loro azioni. Anche per loro vale la regola per cui la legge di Dio è indispensabile, come insegna anche s. Tommaso (cfr. Iª-IIae q. 100 a. 8 co.) sicché nessuno può dispensare altri o sé stesso dal compimento della Legge. Come vedremo meglio più avanti, lo ripeto : nessuno può dispensare sé stesso o gli altri dall’attuazione dei divini comandamenti e questo vale in particolare riguardo a ciò che di oggettivamente grave essi condannano; cioè nessuno può dispensare sé o gli altri dall’osservanza dei comandamenti permettendo a sé o ad altri di compiere atti oggettivamente gravi (come adulterio, omicidio, pedofilia, stupro etc.) condannati dai divini comandamenti.

Tutti si devono impegnare a vivere in tali comandamenti. Tutti devono sforzarsi a seguire la via stretta che conduce al Cielo.

Anche i dementi, gli incapaci di intendere e volere, i bambini piccoli, coloro che sono parzialmente responsabili  per le loro azioni sono obbligati dalla Legge Nuova e sono tenuti ad osservarla ma nella misura in cui sono incapaci sono scusati per le loro inadempienze  (cfr. Aertnys Damen “Theologia Moralis ..” Marietti, 1956, vol. I p. 182). La Croce sacra sia la mia luce.

Il giudizio ultimo sul nostro operare è di Dio che ci conosce a fondo. Dio ci illumini sempre più.

b) Il proposito di non più peccare, che è parte della contrizione, è impegno a vivere secondo tutta la Legge di Dio, nella carità, e a non violare neppure un comando di essa.

Dio ci illumini e ci riempia della sua Verità.

La sana dottrina afferma che la grazia della conversione, che Dio vuole donare, domanda all’uomo una triplice risposta, che include il mutamento radicale della vita del penitente ovviamente secondo la Legge di Dio, nella carità [199]

Il centro dell’esigenza di conversione nel N. T. sta  nell’accoglienza credente e filiale della salvezza già promessa, nell’adesione piena di fede alla Persona di Cristo , nell’ascolto della sua parola e nella fedele osservanza di essa nella carità[200]

Il profeta Ezechiele affermò, sotto ispirazione, cose molto importanti per noi (Ezechiele 33, 12ss)  che significano in particolare che chi ha peccato gravemente deve obbligatoriamente convertirsi per entrare nel Regno dei Cieli e per avere la vita eterna e tale conversione implica una vita secondo tutta la Legge di Dio, nella carità; Dio ci ha dato tutta la sua Legge perché tutta la dobbiamo osservare.

Nel Vangelo Gesù risponde dicendo di osservare i comandamenti a chi vuole ottenere la vita eterna (Mt. 19)  Gesù è molto chiaro nell’affermare che la salvezza si realizza facendo la volontà del Padre suo che è nei cieli (cfr. Mt 7,21), solo attuando tale volontà, nella carità, si entra nel regno dei cieli , perciò tutti sono chiamati a vivere nella volontà di Dio, nei santi comandamenti divini, fuori da ciò c’è il peccato e quindi la dannazione eterna.

Nella lettera di san Giacomo leggiamo: “Poiché chiunque osservi tutta la Legge, ma la trasgredisca anche in un punto solo, diventa colpevole di tutto” (Gc 2,10)

Nel Deuteronomio leggiamo : “”Maledetto chi non mantiene in vigore le parole di questa legge, per metterle in pratica!”. Tutto il popolo dirà: “Amen”.”(Dt. 27,26)

E s. Paolo richiamandosi a questo testo afferma: “ … sta scritto: Maledetto chiunque non rimane fedele a tutte le cose scritte nel libro della Legge per metterle in pratica.”(Gal. 3,10)

Ovviamente la salvezza sta nel vivere secondo tutta la Legge: “”Se tu darai ascolto alla voce del Signore, tuo Dio, e farai ciò che è retto ai suoi occhi, se tu presterai orecchio ai suoi ordini e osserverai tutte le sue leggi, io non t’infliggerò nessuna delle infermità che ho inflitto agli Egiziani, perché io sono il Signore, colui che ti guarisce!”.” (Es. 15,26)

“Osserverete dunque tutte le mie leggi e tutte le mie prescrizioni e le metterete in pratica. Io sono il Signore””(Lv. 19,37).

“Osserverete dunque tutte le mie leggi e tutte le mie prescrizioni e le metterete in pratica, perché la terra dove io vi conduco per abitarla non vi vomiti.”(Lv. 20,22)

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 2053: “La sequela di Gesù implica l’osservanza dei comandamenti. La Legge non è abolita (Cf Mt 5,17.), ma l’uomo è invitato a ritrovarla nella persona del suo Maestro, che ne è il compimento perfetto” … tale sequela va attuata nella carità.

Tale sequela implica l’osservanza di tutti i comandamenti: ” …  i dieci comandamenti rivelano, nel loro contenuto essenziale, obbligazioni gravi. Sono sostanzialmente immutabili e obbligano sempre e dappertutto. Nessuno potrebbe dispensare da essi.” (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2072)

La carità è comandata da Dio (cfr. Gv. 13,34, Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1823 ss) la carità ci fa vivere tutti i comandamenti (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1824), la carità è indissolubilmente unita alla grazia santificante  (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1996ss)

S. Giovanni Paolo II ha affermato: “Sappiamo che Gesù Cristo ha riconfermato pienamente i comandamenti divini del monte Sinai. Ha incaricato gli uomini di osservarli. Ha indicato che l’osservanza dei comandamenti è la condizione fondamentale della riconciliazione con Dio, la condizione fondamentale del raggiungimento della salvezza eterna.”[201]

La Storia del Sacramento della Confessione conferma pienamente quanto detto: la contrizione, necessaria per ottenere l’assoluzione dei peccati  implica evidentemente il proposito di vivere secondo tutta la Legge di Dio, nella carità!

Come disse la Commissione Teologica Internazionale: “La struttura essenziale del sacramento della penitenza è già attestata nella Chiesa primitiva, sin dall’età apostolica e postapostolica. …  il segno del sacramento della penitenza consiste in un duplice passo: da un lato, vi sono gli atti umani di conversione (conversio) mediante il pentimento che l’amore suscita (contritio), di confessione esteriore (confessio) e di riparazione (satisfactio) … ”[202] La contrizione è una costante fondamentale della vera penitenza … e la vera contrizione implica evidentemente l’impegno a vivere secondo tutta la Legge di Dio e a non violarla con il peccato!

La Commissione Teologica Internazionale affermò, significativamente, nella linea che stiamo presentando, riguardo all’ essenza della penitenza : “La penitenza è dunque insieme un dono della grazia e un atto libero e moralmente responsabile dell’uomo (actus humanus), un atto con cui il soggetto umano riconosce la responsabilità delle sue cattive azioni e, nello stesso tempo, con una decisione personale, muta la propria vita imprimendole un indirizzo nuovo che l’orienta verso Dio.”[203] …  la vera contrizione implica l’impegno di vivere secondo tutta la Legge di Dio! Il Catechismo Romano dirà in questa linea :  “ Che se l’uomo può essere giustificato, e da malvagio divenire buono, anche prima di praticare nelle azioni esterne le singole prescrizioni della Legge; non può pero, chi abbia già l’uso della ragione, trasformarsi da peccatore in giusto, se non sia disposto a osservare tutti i comandamenti di Dio.” [204]

Gli scritti cristiani più antichi dopo il Nuovo Testamento mostrano che nei primi tempi del cristianesimo non si vede un’istituzione penitenziale così ben precisata come si vedrà dopo ma comunque coloro che volevano essere salvati dovevano pentirsi dal profondo del cuore per i loro peccati il che implicava la rottura con il peccato e l’obbedienza alla volontà divina; ovviamente chi si sottometteva alla Penitenza doveva impegnarsi a vivere secondo la Legge di Dio … e praticare le opere satisfattorie[205]. La contrizione implicava evidentemente l’impegno a vivere secondo tutta la Legge di Dio!

La disciplina penitenziale si precisa e si rafforza nel secolo quarto e per noi è di particolare interesse esaminare il rito della riammissione del penitente: da una parte c’ è l’azione della Chiesa attraverso il Vescovo e gli altri ministri sacri e dall’altra c’è il penitente che, prostrato a terra, dopo il percorso penitenziale,  con il radicale impegno ad attuare la Legge di Dio integralmente,  accoglie le parole del Vescovo e quindi ascolta le preghiere fatte su di lui (cfr. P. Adnès, “Pénitence (repentir et sacrement)”. Dictionnaire de Spiritualité, ed. Beauchesne, 1932-1995, Tome 12 – Colonne 962).  La contrizione implicava evidentemente l’impegno a vivere secondo tutta la Legge di Dio!

S. Ambrogio sottolinea la necessità che la vera contrizione includa la vita secondo la Legge di Dio[206]

La contrizione e quindi la vera conversione è sempre stata necessaria per una vera remissione dei peccati; è Dio che perdona attraverso la Chiesa e Dio non si accontenta di conversioni solo apparenti, vuole il cambiamento del cuore e della vita (cfr. Ez. 23; Gl 2,12-13; Is 1,16-17; Mt 6,1-6.16-18) altrimenti non c’è perdono.

S. Agostino affermava: “ Ecco, mi metto ad esaminare questi penitenti e mi accorgo che seguitano a viver male. E come ci si può pentire d’una cosa se la si continua a fare? Se si è pentiti, si cessi di farla!”[207]

Anche la cosiddetta penitenza “tariffata” introdotta dai monaci del nord Europa e poi diffusa in tutta Europa implica la conversione della persona e quindi la vera contrizione con l’impegno a vivere secondo tutta la Legge di Dio!

Come precisa É. Amann, la Penitenza “tariffata” non è sostanzialmente diversa dall’altra disciplina della Penitenza che esaminammo sopra, in entrambe possiamo vedere i medesimi elementi costitutivi, tra i quali dobbiamo sottolineare la contrizione  “Paenitenda non admittere, admissa deflere” , riprovare il peccato e piangere i peccati compiuti, in queste due massime il libro penitenziale di s. Colombano indica il pentimento, evidentemente necessario per l’assoluzione.[208]

Nel “paenitenda non admittere” è ovviamente incluso l’impegno a vivere integralmente i comandamenti nella carità e perciò a non peccare.

Diventerà poi normale (probabilmente intorno all’anno 1000) dare l’assoluzione immediatamente dopo l’accusa di peccati e senza aspettare il compimento della soddisfazione[209].  Restava comunque sempre necessaria la vera contrizione implicante evidentemente l’impegno a vivere secondo tutta la Legge di Dio!

Pietro Lombardo indicherà la contrizione tra gli atti principali del penitente … e anche per lui la vera contrizione implica evidentemente l’impegno a vivere secondo tutta la Legge di Dio!  Dice questo autore in questo stesso passo ” « Est autem poenitentia, ut ait Ambrosius , mala praeterita plangere, et plangenda iterum non committere». Item Gregorius: « Poenitere ” est anteacta peccata deflere et flenda non committere. Nam qui sic alia deplorat, ul alia tamen committat, adhuc poenitentiam agere aul ignorat, aut dissimulat. Quid enim prodest, si peccata luxuriae quis defleat, et adhuc avaritiae aestibus anhelat?»”(Pietro Lombardo “Sententiarum Libri IV”, l. IV, d. XIV, c. I-II) … la vera contrizione, come dicono i Padri, implica evidentemente l’impegno a vivere secondo tutta la Legge di Dio e a non violarla con il peccato!

La mancanza di vera contrizione e di impegno ad attuare tutta la Legge di Dio rende falsa la Penitenza, come  il Concilio Lateranense II affermò[210] Di falsi penitenti aveva già parlato Gregorio VII nel V Concilio Romano e nel VII Concilio Romano (P. L. 148 col. 801 . 815s), soprattutto nelle affermazioni del VII Concilio Romano (PL 148 col. 815s) Il santo Papa affermava in tali testi chiaramente che come il falso Battesimo non purifica l’anima, così la falsa Penitenza non distrugge il peccato commesso; perciò chi ha commesso un peccato grave deve affidarsi a buoni e prudenti sacerdoti e deve convertirsi sicché, lasciate le cattive azioni, permanga nelle buone azioni, cioè evidentemente nella vita secondo tutta la Legge di Dio. Se il peccatore si converte ha la vita altrimenti rimane nella morte spirituale.

La contrizione, precisa s. Tommaso, attua una ordinazione e conversione della mente a Dio  con l’aversione dal peccato , il dolore per il peccato commesso e il proposito di non peccare più (cfr. “Summa Contra Gentiles”, lib. 4 cap. 72 n. 4.) che è il proposito di vivere secondo tutta la Legge divina, nella carità … e la Legge divina comanda di vivere tutti i suoi precetti e di fuggire le cosiddette occasioni prossime di peccato[211]

In questa linea il Concilio di Trento ha dichiarato: “… che questa contrizione include non solo la cessazione del peccato e il proposito e l’inizio di una nuova vita, ma anche l’odio della vecchia vita, conforme all’espressione: Allontanate da voi tutte le vostre iniquità, con cui avete prevaricato e costruitevi un cuore nuovo ed un’anima nuova (Ez. 18,31)”. [212]

Quindi la contrizione include evidentemente l’impegno a vivere secondo tutta la Legge di Dio e a non violarla con il peccato. Infatti il Catechismo Romano, riportando un passo dello stesso Concilio di Trento afferma: “Ecco come definiscono la contrizione i Padri del concilio di Trento: La contrizione è un dolore dell’animo e una detestazione del peccato commesso con il proposito di non più peccare per l’avvenire (Sess. 14, e. 4)”[213] … il proposito di non peccare più è evidentemnte il proposito di vivere secondo tutta la Legge divina; infatti nello stesso Catechismo[214] troviamo scritto: “Da quanto abbiamo detto è facile dedurre le condizioni necessarie per una vera contrizione, condizioni che devono essere spiegate ai fedeli con la maggiore diligenza, affinché tutti sappiano con quali mezzi possano acquistarla, e abbiano una norma sicura per discernere fino a qual punto siano lontani dalla perfezione di essa. La prima condizione è l’odio e la detestazione di tutti i peccati commessi. Se ne detestassimo soltanto alcuni, la contrizione non sarebbe salutare, ma falsa e simulata, poiché scrive san Giacomo: Chi osserva tutta la legge e in una sola cosa manca, trasgredisce tutta la legge (Gc 2,10).”

Il Catechismo Romano spiega ancora in questa linea :  “ Che se l’uomo può essere giustificato, e da malvagio divenire buono, anche prima di praticare nelle azioni esterne le singole prescrizioni della Legge; non può pero, chi abbia già l’uso della ragione, trasformarsi da peccatore in giusto, se non sia disposto a osservare tutti i comandamenti di Dio.”[215]… la vera contrizione include evidentemente l’impegno a vivere secondo tutta la Legge di Dio, nella carità e a non violarla con il peccato.

Ulteriormente, nello stesso Catechismo leggiamo: “La terza è che il penitente faccia il proposito fermo e sincero di riformare la sua vita, come insegna chiaramente il Profeta: Se l’empio farà penitenza di tutti i peccati che ha commessi, custodirà tutti i miei precetti e osserverà il giudizio e la giustizia, vivrà; né mi ricorderò più dei peccati che avrà commesso. E più oltre: Quando l’empio si allontanerà dalla empietà che ha commesso e osserverà il giudizio e la giustizia, darà la vita all’anima sua. E più oltre ancora: Convertitevi e fate penitenza di tutte le vostre iniquità; cosi queste non vi torneranno a rovina. Gettate lungi da voi tutte le prevaricazioni in cui siete caduti, e fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo (Ez 18,21 Ez 18,31). La medesima cosa ha ordinato il Signore stesso nel dire all’adultera: Va’ e non peccare più (Jn 8,11); e al paralitico risanato nella piscina: Ecco, sei risanato: non peccare più (Jn 5,14).

Del resto la natura e la ragione mostrano chiaramente che vi sono due cose assolutamente necessarie, per rendere la contrizione vera e sincera: il pentimento dei peccati commessi, e il proposito di non commetterli più per l’avvenire. Chiunque si vuole riconciliare con un amico che ha offeso, deve insieme deplorare l’ingiuria fatta, e guardarsi bene, per l’avvenire, dall’offendere di nuovo l’amicizia. Queste due cose devono necessariamente essere accompagnate dall’obbedienza, poiché è giusto che l’uomo obbedisca alla legge naturale, divina e umana alle quali è soggetto. Pertanto, se un penitente ha rubato con violenza o con frode qualche cosa al suo prossimo, è obbligato alla restituzione; se ha offeso la sua dignità e la sua vita con le parole o con i fatti, deve soddisfarlo con la prestazione di qualche servizio o di qualche beneficio. E noto a tutti, in proposito, il detto di sant’Agostino: Non è rimesso il peccato, se non si restituisce il maltolto (Epist. CL3,6,20).”[216]

Anche alcune condanne emanate dai Pontefici, nella linea delle affermazioni del Concilio di Trento, riaffermano la necessità della vera contrizione che implica evidentemente  l’impegno a vivere secondo tutta la Legge di Dio.[217]

S. Alfonso nella sua “Theologia moralis” e in varie sue opere afferma chiaramente che la confessione ha per materia prossima gli atti del penitente tra i quali vi è la contrizione che include il proposito di vivere secondo la Legge di Dio, nella carità, e quindi di non peccare [218] particolarmente significativa è in questa linea questa affermazione di s. Alfonso: “Per II. Il proposito dev’essere universale (parlando de’ peccati mortali), come insegnano tutti con s. Tommaso(III q. 87. a. 1. ad 1.)… Si è detto de’ peccati mortali, perché in quanto a’ veniali è certo con s. Tommaso (3. p. q. 87. a. 1. ad 1.), che basti il proporre di astenersi da alcuno, senza che si proponga l’astenersi dagli altri(Lib. 6. n. 451. v. II. Requiritur.). Del resto (come dicono Suar., Croix ec.) ben l’uomo può proporre di fuggire tutti i veniali deliberati, ed in quanto agl’indeliberati basta proporre di fuggirli per quanto comporta l’umana fragilità, come dice lo stesso angelico al luogo citato.”[219] La vera contrizione include il proposito di vivere secondo tutta la Legge di Dio, nella carità, e quindi di non peccare. In tale proposito deve essere incluso l’impegno di fuggire le occasioni prossime di peccato perché la Legge di Dio non solo comanda di fuggire i peccati ma anche le occasioni[220]

Nella linea di quanto detto finora,  leggiamo alcune importanti affermazioni diffuse dalla Sacra Congregatio de Propaganda Fide (indicata qui spesso con S. C. d. P. F.).  Anzitutto  leggiamo che in vari casi è necessario negare l’assoluzione perché manca la vera contrizione e il penitente non è disposto ad allontanarsi dal peccato e a fuggire le occasioni prossime di peccato etc. [221]

Evidentemente non vanno assolti coloro che non si impegnano seriamente a vivere secondo i 10 comandamenti e a fuggire le occasioni prossime di peccato.

Inoltre, secondo la Sacra Congregatio de Propaganda Fide:  i Confessori prima di assolvere devono vedere se nelle anime dei penitenti c’è la vera contrizione che si richiede per l’integrità del Sacramento, quindi devono vedere se in costoro c’è il vero odio dei peccati, se c’ è realmente, e non solo a parole,  vero odio per la vita di peccato e se c’è l’inizio reale della nuova vita in Cristo etc., in questa linea vengono raccomandate le istruzioni date su questo punto da s. Carlo Borromeo. … e la nuova vita di cui si parla è quella legata alla contrizione … che implica l’impegno serio a vivere secondo tutta la Legge di Dio.[222]

Il Catechismo di s. Pio X afferma in questa linea: ““

731. In che consiste il proponimento? Il proponimento consiste in una volontà risoluta di non commettere mai più il peccato e di usare tutti i mezzi necessari per fuggirlo.

  1. Quali condizioni deve avere il proponimento per essere buono? Il proponimento, affinché sia buono, deve avere principalmente tre condizioni: deve essere assoluto, universale ed efficace.
  2. Che cosa vuoi dire: proponimento assoluto? Vuol dire che il proponimento deve essere senza alcuna condizione di tempo, di luogo, o di persona.
  3. Che cosa vuol dire: il proponimento deve essere universale? Il proponimento deve essere universale, vuoi dire che dobbiamo voler fuggire tutti i peccati mortali, tanto quelli già altre volte commessi, quanto altri che potremmo commettere.
  4. Che cosa vuoi dire: il proponimento deve essere efficace? Il proponimento deve essere efficace, vuol dire che bisogna avere una volontà risoluta di perdere prima ogni cosa che commettere un nuovo peccato, di fuggire le occasioni pericolose di peccare, di distruggere gli abiti cattivi, e di adempiere gli obblighi contratti in conseguenza dei nostri peccati.”

Il proponimento o proposito, perché si abbia una vera contrizione, deve essere universale cioè deve implicare l’impegno a vivere secondo tutta la Legge di Dio, nella carità e a fuggire tutti gli atti gravemente contrari a tale Legge, e in particolare ciò che è oggettivamente peccato mortale. Tale proposito deve essere efficace perché deve includere il proposito di fuggire le occasioni prossime di peccato.

Il Rituale precisa. “Il sacerdote dovrà considerare attentamente quando e a chi l’assoluzione sia da impartire, o da negare, o da differire; non avvenga che egli assolva chi è incapace di tale beneficio, come sarebbe: chi non dà nessun segno di dolore; chi non vuole deporre un odio o una inimicizia; o chi, potendolo, non vuole restituire l’altrui; chi non vuole lasciare un’occasione prossima di peccato, o altrimenti abbandonare una via di peccato ed emendare la sua vita in meglio; chi ha dato scandalo in pubblico, salvo che dia una pubblica soddisfazione e rimuova lo scandalo; chi è incorso in peccati riservati ai Superiori.”[223] … il penitente deve essere disposto emendare la vita in meglio … ovviamente impegnadosi a vivere secondo tutta la Legge di Dio, e a fuggire le occasioni prossime di peccato.

Nella  “Dominum et Vivificantem” di s. Giovanni Paolo II troviamo scritto al n. 42 :“Senza una vera conversione, che implica una interiore contrizione e senza un sincero e fermo proposito di cambiamento, i peccati rimangono «non rimessi», come dice Gesù e con lui la Tradizione dell’Antica e della Nuova Alleanza. …”[224] e al nn. 46 della stessa enciclica possiamo leggere che  la bestemmia contro lo Spirito Santo è il peccato commesso dall’uomo, che rivendica un suo presunto «diritto» di perseverare nel peccato e rifiuta così la redenzione. L’uomo in questo caso, rifiuta di accogliere la contrizione … che implica l’impegno a vivere secondo tutta la Legge di Dio, nella carità, e quindi a fuggire l’occasione di peccato.

Nella Reconciliatio et Paenitentia, al n. 31, s. Giovanni Paolo II ha ribadito ulteriormente quanto stiamo affermando circa l’assoluta necessità della contrizione : “Ma l’atto essenziale della penitenza, da parte del penitente, è la contrizione, ossia un chiaro e deciso ripudio del peccato commesso insieme col proposito di non tornare a commetterlo, per l’amore che si porta a Dio e che rinasce col pentimento. …  «da questa contrizione del cuore dipende la verità della Penitenza» (Rito della Penitenza, 6c).”[225] Ovviamente il ritorno dell’uomo a Dio si attua attraverso il proposito dell’uomo di vivere secondo tutta la Legge divina … Dio ci illumini!

Nel Rito della Penitenza[226] ai nn. 5-6 leggiamo :“6. Il discepolo di Cristo che, mosso dallo Spirito Santo, dopo il peccato si accosta al sacramento della Penitenza, deve anzitutto convertirsi di tutto cuore a Dio. Questa intima conversione del cuore, che comprende la contrizione del peccato e il proposito di una vita nuova, il peccatore la esprime mediante la confessione fatta alla Chiesa, la debita soddisfazione, e l’emendamento di vita. … . a) Contrizione . Tra gli atti del penitente, occupa il primo posto la contrizione, che è «il dolore e la detestazione del peccato commesso, con il proposito di non più peccare». E infatti «al regno di Cristo noi possiamo giungere soltanto con la “metànoia”, cioè con quel cambiamento intimo e radicale, per effetto del quale l’uomo comincia a pensare, a giudicare e a riordinare la sua vita, mosso dalla santità e dalla bontà di Dio, come si è manifestata ed è stata a noi data in pienezza nel Figlio suo (cfr. Eb 1, 2; Col 1, 19 e passim; Ef 1, 23 e passim)”. Si noti bene: il penitente deve anzitutto convertirsi di tutto cuore a Dio. Questa intima conversione del cuore,  comprende la contrizione del peccato e il proposito di una vita nuova … cioè di vita secondo tutti i comandi divini.; solo attraverso questo cambiamento intimo e radicale, per effetto del quale l’uomo comincia a pensare, a giudicare e a riordinare la sua vita mosso dalla santità e dalla bontà di Dio, come si è manifestata ed è stata a noi data in pienezza nel Figlio, possiamo entrare nel Regno di Dio …

Dipende da questa contrizione del cuore la verità della Penitenza, se essa manca l’assoluzione è invalida e la Penitenza è falsa.

Se manca il vero proposito, manca la contrizione, non c’è vero pentimento, dice s. Giovanni Paolo II :“ È inoltre evidente di per sé che l’accusa dei peccati deve includere il proponimento serio di non commetterne più nel futuro. Se questa disposizione dell’anima mancasse, in realtà non vi sarebbe pentimento: questo, infatti, verte sul male morale come tale, e dunque non prendere posizione contraria rispetto ad un male morale possibile sarebbe non detestare il male, non avere pentimento. Ma come questo deve derivare innanzi tutto dal dolore di avere offeso Dio, così il proposito di non peccare deve fondarsi sulla grazia divina, che il Signore non lascia mai mancare a chi fa ciò che gli è possibile per agire onestamente.” [227]  Se manca il proposito  serio di non commettere più peccati nel futuro, manca il pentimento, manca la contrizione e l’assoluzione è invalida; il proposito di non peccare è ovviamente proposito cioè di vita secondo tutti i comandi divini, nella carità.

La Croce sacra sia la nostra luce.

La Congregazione per la Dottrina della Fede scrisse pochi anni fa: “In ogni caso l’assoluzione può essere concessa solo se c’è la certezza di una vera contrizione, vale a dire “il dolore interiore e la riprovazione del peccato che è stato commesso, con la risoluzione di non peccare più” (cfr. Concilio di Trento, Dottrina sul sacramento della Penitenza, c.4). In questa linea non si può assolvere validamente un divorziato risposato che non prenda la ferma risoluzione di “non peccare più” e quindi si astenga dagli atti proprio dei coniugi, e facendo in questo senso tutto quello che è in suo potere.” [228] Senza contrizione non ci può essere valida assoluzione del penitente. …. quindi, non può essere validamente assolto, in particolare, un divorziato risposato che non prenda la ferma risoluzione di “non peccare più” e di astenersi dagli atti proprio dei coniugi … e la vera contrizione implica il proposito di vivere secondo tutta la Legge di Dio, nella carità!

Il Catechismo Romano aveva detto luminosamente in questa linea :  “ Che se l’uomo può essere giustificato, e da malvagio divenire buono, anche prima di praticare nelle azioni esterne le singole prescrizioni della Legge; non può pero, chi abbia già l’uso della ragione, trasformarsi da peccatore in giusto, se non sia disposto a osservare tutti i comandamenti di Dio.”[229]

La Trinità faccia risplendere questa verità nella sua Chiesa e liberi i Pastori e i fedeli da ogni illusione di salvarsi senza meriti e senza conversione.

b,1) Che proposito di non peccare si deve richiedere a persone con limitata capacità di intendere e volere?

Come la stessa Amoris Laetitia mette in evidenza, può capitare che ci siano persone che hanno degli impedimenti alla volontarietà e libertà delle loro azioni per cui la loro responsabilità per le loro azioni oggettivamente gravi può essere tenue o nulla sicché atti oggettivamente gravi da loro compiuti con tali impedimenti non siano peccati gravi.

Occorre domandarsi se persone che hanno i suddetti impedimenti potrebbero essere assolte in Confessione anche se avessero il proposito di compiere atti oggettivamente gravi (omicidio, pedofilia, stupro, adulterio etc.) o comunque se non avessero un vero proposito di non compiere atti oggettivamente gravi.

Più precisamente occorre domandarsi se tali persone potrebbero ricevere l’assoluzione sacramentale senza avere il proposito di non commettere atti oggettivamente gravi o addirittura proponendosi di commettere atti oggettivamente gravi, a causa dei suddetti impedimenti che presumibilmente rimarrebbero anche nel futuro sicché il compimento di atti oggettivamente gravi sarebbe per costoro solo un peccato veniale e tenendo conto del fatto che il proposito di peccare venialmente non esclude, normalmente, la contrizione e quindi l’assoluzione.

Potrebbe, dunque, una persona che ha tali impedimenti, essere sacramentalmente assolta mentre  tale persona si propone di uccidere un innocente o di compiere un atto di pedofilia o un atto di adulterio, o un atto di omosessualità o comunque un atto oggettivamente grave?

Potrebbe una persona che ha tali impedimenti, essere sacramentalmente assolta mentre  tale persona non si propone di non uccidere un innocente o di non compiere un atto di pedofilia o un atto di adulterio, o un atto di omosessualità o comunque un atto oggettivamente grave, specialmente se è in una situazione che la porta a compiere facilmente un tale atto oggettivamente grave; quindi potrebbe essere assolta una persona che è disposta a commettere un atto gravemente contrario alla Legge di Dio?

Già più sopra precisammo che chi è incapace della contrizione è evidentemente  incapace a ricevere questo Sacramento della Penitenza[230]; chi non ha uso di ragione non riceve validamente questo Sacramento; chi non ha la contrizione non riceve validamente questo Sacramento (cfr. Palazzini “Dictionarium Morale et Canonicum” Romae, 1968, v. IV, pag.165); inoltre tale contrizione sia perfetta (contrizione perfetta) che imperfetta (attrizione) è soprannaturale (cfr. Catechismo Maggiore s. Pio X nn. 714.717), si compie sotto l’azione dello Spirito Santo[231] e implica il proposito di vivere nella carità e perciò di vivere oggettivamente secondo i comandamenti di Dio, di fuggire le occasioni prossime di peccato e quindi di non compiere atti oggettivamente contrari a tale Legge; dunque chi è incapace di proporsi, con l’aiuto di Dio, di non commettere un’atto oggettivamente grave e di fuggire le occasioni prossime di peccato grave è incapace a ricevere l’assoluzione sacramentale.

Più generalmente: non può essere assolto validamente in Confessione chi non fa, sotto la guida di Dio, tale proposito di:

1) evitare ciò che contrasta con la Legge di Dio e in particolare ciò che contrasta  gravemente e oggettivamente con i 10 comandamenti;

2) fuggire le occasioni prossime di peccato grave.

In questa linea non possono essere assolti validamente gli increduli, i bambini fino ad una certa età, persone dementi o comunque incapaci a proporsi di vivere secondo i 10 comandamenti etc. e più generalmente tutti coloro che non si propongono, sotto la guida di Dio, appunto di vivere oggettivamente secondo i 10 comandamenti con le virtù indicate dalla Bibbia, e quindi non si propongono di evitare tutto quello che oggettivamente contrasta gravemente con i 10 comandamenti: bestemmie, omicidi, stupri, pedofilia, adulterio, aborto etc. etc.

Il Confessore non può dispensare dall’attuazione dei comandamenti, tutti devono, sotto la guida di Dio, proporsi seriamente, efficacemente e universalmente di non peccare più per essere validamente assolti.

Dio ci illumini sempre più.

Concretamente, dunque, se riguardo al passato o al presente si è presentata in alcuni penitenti una certa debolezza di volontà che presumibilmente rende veniali i loro peccati oggettivamente gravi, il Confessore deve aiutarli a proporsi, con l’aiuto di Dio e della preghiera:

1) di vivere secondo la Legge di Dio nella carità e in particolare di non compiere atti oggettivamente gravi;

2) di fuggire le occasioni prossime che conducono a deviare dalla Legge divina.

Così possono ricevere una valida assoluzione sacramentale.

Senza un vero proposito e una vera contrizione l’ assoluzione è nulla per mancanza di contrizione.

Nulla appare, in tale linea, l’assoluzione data ad una persona avente degli impedimenti che attenuano la responsabilità per le sue azioni nel caso che tale persona si proponga di compiere atti di pedofilia o di adulterio o di omosessualità etc.; manca infatti una vera contrizione perfetta o imperfetta che si compie sotto la guida di Dio, che appunto orienta a osservare tutta la Legge divina e quindi a fuggire le occasioni prossime che allontanano da tale osservanza.

Nulla appare, in tale linea, l’assoluzione data ad una persona avente degli impedimenti che attenuano la responsabilità per le sue azioni nel caso che tale persona non si proponga di osservare, sotto la guida di Dio, tutta la legge di Dio e quindi non si proponga di non compiere atti di pedofilia o di adulterio o di omosessualità etc., nulla è l’assoluzione data a coloro che sono disposti a compiere ciò che la Legge divina proibisce; manca infatti una vera contrizione perfetta o imperfetta che si compie sotto la guida di Dio, che appunto orienta a osservare tutta la Legge divina e quindi a fuggire le occasioni prossime che allontanano da tale osservanza; sottolineo che la vera contrizione è atto soprannaturale che si compie sotto la guida di Dio che ovviamente non spinge il penitente ad ingrangere la Legge divina.

Il Confessore non può dispensare dall’attuazione dei comandamenti; tutti devono, sotto la guida di Dio, proporsi seriamente, efficacemente e universalmente di non peccare più per essere validamente assolti.

Una delle caratteristiche del proposito per un’assoluzione valida è che sia universale, che cioè orienti la persona ad osservare tutta la Legge divina e quindi ad evitare tutte le violazioni di essa, specie quelle più gravi; S. Alfonso M. de’ Liguori afferma : “ Tre sono le condizioni  del vero  proposito per la  Confessione: dee esser fermo, universale, ed efficace. ”[232].

Il Catechismo di s. Pio X afferma: “732. Quali condizioni deve avere il proponimento per essere buono? Il proponimento, affinché sia buono, deve avere principalmente tre condizioni: deve essere assoluto, universale ed efficace. … 734. Che cosa vuol dire: il proponimento deve essere universale?

Il proponimento deve essere universale, vuoi dire che dobbiamo voler fuggire tutti i peccati mortali, tanto quelli già altre volte commessi, quanto altri che potremmo commettere.” Ovviamente ciò vuol dire che per essere essere assolti occorre avere il proposito di osservare tutta la Legge di Dio … Il Confessore, ripeto, non può dispensare dall’attuazione dei comandamenti, tutti devono, sotto la guida di Dio, proporsi seriamente, efficacemente e universalmente di non peccare più per essere validamente assolti.

Il Confessore, in simili casi, è importante che faccia tutto il possibile perché le persone aventi tale incapacità preghino e si mettano sotto la guida della Chiesa sicché siano controllate dai loro superiori e non compiano atti oggettivamente gravi.

Perché il penitente giunga a fare un vero atto di contrizione è importante che il Confessore lo guidi a insistere con le preghiere per accogliere il dono divino della vera contrizione, che rende valida l’assoluzione; ricordi il Confessore e ricordi ai penitenti che a Dio nulla è impossibile e che anzi, Lui vuole salvarci , santificarci e quindi donarci la contrizione per i nostri peccati.

Nulla è impossibile a Dio. La fede ci fa appoggiare sull’aiuto di Dio e sulla sua Onnipotenza e quindi ci porta a chiedere a Dio la sua grazia. S. Giovanni Paolo II affermò, come vedemmo: “In merito non sarà fuori luogo ricordare che la fede insegna la possibilità di evitare il peccato con l’aiuto della grazia [233].” [234] … con la grazia divina non è impossibile evitare il peccato.

Dio apra sempre più la nostra vita alla fede nella sua Onnipotenza.

Mi pare importante sottolineare ulteriormente che il proposito necessario per l’assoluzione si compie sotto l’azione dello Spirito Santo che appunto certamente non spinge una persona a compiere atti oggettivamente gravi ma vuole che si compiano atti santi oggettivamente e con le virtù richieste.

Lo Spirito Santo, in questa linea, ci guida ad attuare quanto afferma la VS : “ Una volta riconosciuta in concreto la specie morale di un’azione proibita da una regola universale, il solo atto moralmente buono è quello di obbedire alla legge morale e di astenersi dall’azione che essa proibisce.”(VS, n. 67) … una volta riconosciuta la gravità oggettiva di un atto, lo Spirito Santo ci muove a non compiere tale azione, sia essa pedofilia, sia adulterio, sia omicidio etc.

La vera contrizione e il vero proposito di non peccare è un dono dello Spirito Santo che dobbiamo accogliere; chi è incapace di accogliere questo dono di contrizione (quindi di proposito di non più peccare e di fuggire le occasioni prossime di peccato) e quindi non è contrito è incapace di ricevere il Sacramento, in modo simile chi non ha la fede non può ricevere validamente questo Sacramento, ugualmente chi non ha ricevuto il Battesimo è incapace a ricevere validamente la Confessione, ugualmente chi non si confessa con sacerdote diverso da quello con cui ha peccato contro il sesto comandamento, è incapace a ricevere validamente la Confessione (cfr. Can. 977)

Donaci Signore di essere guidati sempre dal tuo Spirito e donaci di capire nella sua Luce che non esistono vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse, come s. Giovanni Paolo II affermò chiaramente: “ … la cosiddetta “legge della gradualità” o cammino graduale non può identificarsi con la “gradualità della legge”, come se ci fossero vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse.”[235] … non esistono vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse.

I comandamenti sono indispensabili, come abbiamo visto (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2072 ; Iª-IIae q. 100 a. 8 co.), né il penitente può dispensarsi né il Confessore può dispensarlo dall’impegno di attuare i comandamenti.

Dio chiama tutti a osservare la sua Legge; Egli è onnipotente e può guarire e trasformare anche le anime più malate; la fede in Lui, necessaria per una valida Confessione, e il soccorso divino ci aiutano a proporci di non peccare e di fuggire le occasioni prossime di peccato, in questa luce il Confessore deve aiutare il penitente a realizzare un vero atto di contrizione con il suddetto proposito e d’altra parte il Confessore non può assolvere il penitente che manca di tale contrizione soprannaturale e di tale proposito.

Dom Giulio Meiattini  ha scritto un interessante libro sull’Amoris Laetitia e in una intervista [236] afferma, tra l’altro: “ … spingersi ad affermare, come fa AL, che, nonostante una condotta durevole e immutata in oggettivo contrasto con la morale evangelica, si può dare l’assoluzione, questo è sfidare la grazia divina. E’ proprio il principio del discernimento, tanto invocato, che avrebbe dovuto orientare su una pista diversa.”[237]

Mi sembra interessante qui proporre alla vostra lettura due testi sullo Spirito Santo e sulla sua opera  nell’uomo. Nel primo testo s. Basilio afferma riguardo allo Spirito Santo : “Per lui i cuori si elèvano in alto, i deboli vengono condotti per mano, i forti giungono alla perfezione. Egli risplende su coloro che si sono purificati da ogni bruttura e li rende spirituali per mezzo della comunione che hanno con lui. … Da lui la gioia eterna, da lui l’unione costante e la somiglianza con Dio, e, cosa più sublime d’ogni altra, da lui la possibilità di divenire Dio.”[238]

Nel  secondo testo testo  afferma s. Cirillo: “   Che lo Spirito infatti trasformi in un’altra natura coloro nei quali abita e li rinnovi nella loro vita è facile dimostrarlo con testimonianze sia dell’Antico che del Nuovo Testamento …   Vedi come lo Spirito trasforma, per così dire, in un’altra immagine coloro nei quali abita? Infatti porta con facilità dal gusto delle cose terrene a quello delle sole cose celesti e da una imbelle timidezza ad una forza d’animo piena di coraggio e di grande generosità.”[239]

Lo Spirito Santo, con la grazia santificante, divinizza e quindi trasforma gli uomini, rendendoli capaci di vivere secondo la parola di Dio e perciò di vincere tutte le tentazioni.

Sottolineo che lo Spirito Santo può trasformare anche le persone malate, incapaci etc. quindi non smettiamo di pregare per loro e di invitarle a pregare.

Occorre considerare inoltre che i Sacramenti hanno una dimensione pubblica e che attraverso essi un insegnamento sano e retto deve passare al Popolo di Dio, c’è una dimensione visibile di oggettiva attuazione dei comandamenti, di “visibile” grazia che i Sacramenti devono custodire e mostrare come testimonianza di reale e visibile santità che è dono di Dio Onnipotente e che si vive nella fede in Dio Onnipotente.

In questa linea Don G. Meiattini afferma: “Dovrebbe essere, invece, la teologia del sacramento, con le sue implicazioni in actu celebrationis, a fornire il quadro comprensivo dei criteri antropologici, psicologici e situazionali in genere assunti dalla teologia morale del discernimento; perché la logica sacramentale del segno visibile e oggettivo ha delle esigenze eccedenti e più ampie, non riducibili alla situazione interiore del soggetto e della coscienza rispetto alla norma (rispettata o trasgredita) o alla grazia invisibile (presente o assente). I sacramenti hanno a che fare con la visibilità

della grazia, non con la sua invisibilità interiore.”[240].

Il Sacramento della Confessione deve custodire una sua oggettiva e “visibile” santità che appunto richiede l’ apertura da parte del penitente alla grazia santificante e quindi il proposito vero, efficace e universale di vivere secondo la Legge di Dio, di non peccare più e di fuggire le occasioni prossime di peccato.

Va peraltro precisato che, come dice s. Tommaso “Ad secundam quaestionem dicendum, quod sicut Deus non alligavit virtutem suam rebus naturalibus, ut non possit praeter eas operari cum voluerit quod in miraculosis actibus facit, ita non alligavit virtutem suam sacramentis, ut non possit sine sacramentorum ministris aliquem sanctificare”(Super Sent., lib. 4 d. 6 q. 1 a. 1 qc. 2 co.). Dio non ha legato la sua potenza ai Sacramenti e può santificare qualcuno anche senza ministri dei Sacramenti.

Questo vuol dire in particolare che coloro che sono incapaci di compiere un atto di contrizione come i dementi etc. e quindi non possono ricevere l’assoluzione sacramentale, non per questo sono dannati, Dio ha altri percorsi per la loro salvezza e santificazione.

D’altra parte il Sacramento della Confessione deve custodire la sua visibile e oggettiva santità e offrire il perdono sacramentale solo a coloro che sono realmente e “visibilmente” contriti e che , quindi, si impegnano a vivere secondo i comandamenti nella carità e quindi a dare buon esempio di vita al mondo.

Dio ci illumini e ci doni di crescere sempre nella conoscenza della sua Verità.

Dio ci riempia sempre più della sua Luce su questi importanti punti di dottrina.

b,2) Errori sul proposito necessario per la valida assoluzione e su varie questioni ad esso collegate  in mons. V. M. Fernández, nella lettera dei Vescovi argentini e in Amoris Laetitia.

Quello che abbiamo detto mette in evidenza alcuni errori che emergono in V. M. Fernández , considerato da alcuni come ghostwriter dell’Amoris Laetitia [241], e nella lettera dei Vescovi argentini … quindi nell’Amoris Laetitia perché la lettera dei Vescovi argentini interpreta autenticamente l’Amoris Laetitia …

Dio ci illumini.

Notiamo subito  che, come diremo meglio più avanti, sia mons. Fernández che la lettera dei Vescovi argentini e l’Amoris Laetitia vanno nei fatti, anche se a parole la condannano, nella linea della “gradualità della Legge” …. una linea deviata e condannata …

Poi notiamo che sia Mons. Fernández che la lettera dei Vescovi argentini consentono di poter ricevere l’assoluzione sacramentale e l’Eucaristia a persone che non hanno il proposito di non commettere atti oggettivamente gravi e in particolare non hanno il proposito di non commettere adulterio …

Ma vediamo meglio …

Nel suo articolo intitolato: “El capítulo VIII de Amoris Laetitia: lo que queda después de la tormenta.”Medellin / vol. XLIII / No. 168 / Mayo – Agosto (2017) / pp. 449-468 mons. V. M. Fernández ha commentato l’Amoris Laetitia anche alla luce della lettera dei Vescovi argentini . Mons. V. M. Fernández, come detto, è ritenuto da alcuni il ghostwriter dell’Amoris Laetitia e indubbiamente alcuni suoi scritti si ritrovano sostanzialmente in certi passi di questa esortazione, come vedremo meglio; questo prelato è molto vicino al Papa , che lo ha elevato all’Episcopato e lo ha nominato Arcivescovo assegnandogli una Diocesi in Argentina; per tutto questo è molto interessante vedere quello che egli afferma.

Nel suo articolo appena citato alle pagine 451ss il suddetto autore spiega che l’ Amoris Laetitia con l’interpretazione datale dai Vescovi argentini e approvata dal Papa cambia la prassi anteriore  (p. 460) e ammette ai Sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia divorziati risposati conviventi che non hanno il proposito di vivere come fratello e sorella.

All’inizio del suo articolo cita il testo decisivo, in questa linea, della lettera dei Vescovi argentini : “no obstante, igualmente es posible un camino de discernimiento. Si se llega a reconocer que, en un caso concreto, hay limitaciones que atenúan la responsabilidad y la culpabilidad (cf. 301-302), particularmente cuando una persona considere que caería en una ulterior falta dañando a los hijos de la nueva unión, Amoris Laetitia abre la posibilidad del acceso a los sacramentos de la Reconciliación y la Eucaristía (cf. notas 336 y 351)”.

Quindi, il monsignore precisa che : “Francisco reconoce la posibilidad de proponer la perfecta continencia a los divorciados en nueva unión, pero admite que pueda haber dificultades para practicarla (cf. nota 329).”(p. 453)  La continenza può essere proposta ma ci sono persone che hanno difficoltà per praticarla e in particolare ci sono persone che hanno dei limiti, impedimenti: “Pero Francisco dijo explícitamente que “los límites no tienen que ver solamente con un eventual desconocimiento de la norma” (301). ….  Los condicionamientos pueden atenuar o anular la responsabilidad y la culpabilidad frente a cualquier norma, aun frente a los preceptos negativos y a las normas morales absolutas. Ello hace posible que no siempre se pierda la vida de la gracia santificante en una convivencia “more uxorio”.” (p. 455-6) I condizionamenti possono attenuare o annullare la colpevolezza davanti a qualsiasi norma anche davanti ai precetti negativi e alle norme morali assolute … quest’ultima affermazione è sostanzialmente ripetuta alla p. 458 : “A causa de los condicionamientos o factores atenuantes, es posible que, en medio de una situación objetiva de pecado —que no sea subjetivamente culpable o que no lo sea de modo pleno— se pueda vivir en gracia de Dios” (Amoris Laetitia n. 305).”

Quindi sono possibili dei condizionamenti che attenuano o annullano la responsabilità dinanzi alla norma sicché evidentemente in alcuni casi si può rimanere in grazia di Dio pur vivendo in una situazione di convivenza more uxorio e appunto in questi casi, secondo mons. Fernández, è possibile dare i Sacramenti nonostante la persona non abbia il proposito di vivere oggettivamente secondo la Legge di Dio. Il discernimento che il sacerdote è chiamato a fare precisamente serve a questo: “el discernimiento puede reconocer que en una situación particular no hay culpa grave” (nota 336).”(p. 459)

Il discernimento serve, secondo mons. Fernández, a riconoscere se i divorziati risposati che vivono more uxorio non hanno colpa grave, e quindi, pur vivendo in una situazione peccaminosa sono in grazia santificante a causa dei condizionamenti in cui si trovano.

In questo discernimento ha un ruolo centrale la coscienza della persona: “En este discernimiento juega un papel central la conciencia de la persona concreta sobre su situación real ante Dios, sobre sus posibilidades reales y sus límites. Esa conciencia, acompañada por un pastor e iluminada por las orientaciones de la Iglesia, es capaz de una valoración que da lugar a un juicio suficiente para discernir acerca de la posibilidad de acceder a la comunión.”(p. 459)

La coscienza, secondo mons. Fernández, è capace di valutare e quindi di offrire un giudizio sufficiente per discernere circa la possibilità di accedere alla Comunione.

Il cambiamento posto in atto da Papa Francesco viene precisato in questi termini: finora il discernimento di una colpevolezza attenuata non permetteva di trarre conseguenze in ambito esterno o disciplinare. Le conseguenze disciplinari della norma rimanevano immutate, perché basate solo su un reato oggettivo contrario a una norma assoluta. Papa Francisco propone di fare un passo avanti perché a volte “si traggono conclusioni eccessive da alcune riflessioni teologiche” (AL 2) quando vengono tradotte in una rigida disciplina che non ammette discernimento. Questo è il punto in cui Papa Francesco fa un cambiamento, secondo mons. Fernández, rispetto alla prassi precedente: l’attuale Pontefice permette che si attui un discernimento che possa portare a dare i Sacramenti a coloro che, avendo delle attenuanti, non si propongono di non compiere atti oggettivamente gravi (cfr. p. 460)

Prima il discernimento circa una colpevolezza attenuata da parte dei divorziati risposati viventi more uxorio non permetteva di tirare conseguenze nell’ambito disciplinare o esterno e perciò essi, se non avevano il proposito di non peccare, non potevano ricevere i Sacramenti; invece con Papa Francesco si va oltre e si permette un discernimento e quindi la recezione dei Sacramenti laddove si ritenga che l’atto oggettivo non sia accompagnato da colpa grave.

In sostanza quindi con Francesco, anche chi, per vari limiti, non ha il proposito di vivere in modo oggettivo secondo i 10 comandamenti può essere assolto nonostante viva e continui a vivere in situazione oggettiva di adulterio e continui a compiere atti oggettivamente gravi …

Mi pare che le parole di mons. Fernández illustrino bene quello che affermano l’Amoris Laetitia e la lettera dei Vescovi argentini e quindi la loro contrarietà a quanto abbiamo detto più sopra …  Come vedemmo, chi è incapace della contrizione è evidentemente  incapace a ricevere questo Sacramento della Penitenza (cfr. Prummer “Manuale Theologiae Moralis”, Herder  1961, vol. III, p. 242;); chi non ha uso di ragione non riceve validamente questo Sacramento; chi non ha la contrizione non riceve validamente questo Sacramento (cfr. Palazzini “Dictionarium Morale et Canonicum” Romae, 1968, v. IV, pag.165)

Tale contrizione, sia perfetta (contrizione perfetta) che imperfetta (attrizione), è soprannaturale (cfr. Catechismo Maggiore s. Pio X nn. 714.717), si compie sotto l’azione dello Spirito Santo[242] e implica il proposito di vivere nella carità e perciò di vivere oggettivamente secondo i comandamenti di Dio, di fuggire le occasioni prossime di peccato e quindi di non compiere atti oggettivamente contrari a tale Legge; dunque chi è incapace di proporsi, con l’aiuto di Dio, di non commettere un’atto oggettivamente grave e di fuggire le occasioni prossime di peccato grave è incapace a ricevere l’assoluzione sacramentale.

Mi pare importante ribadire anche qui che il proposito necessario per l’assoluzione si compie sotto l’azione dello Spirito Santo che appunto certamente non spinge una persona a compiere atti oggettivamente gravi ma ad atti santi oggettivamente e con le virtù richieste, lo Spirito Santo spinge coloro che si fanno guidare da Lui all’attuazione della Legge divina. Lo Spirito Santo allontana in modo deciso da atti oggettivamente gravi coloro che si fanno guidare da Lui.

La vera contrizione e il vero proposito di non peccare è un dono dello Spirito Santo che dobbiamo accogliere; chi è incapace di accogliere questo dono di contrizione (con il proposito di non più peccare e di fuggire le occasioni prossime di peccato) è incapace di ricevere il Sacramento, in modo simile chi è incapace di ricevere il dono della fede non può ricevere validamente questo Sacramento, ugualmente chi non ha ricevuto il Battesimo è incapace a ricevere validamente la Confessione, ugualmente chi non si confessa con altro sacerdote che non sia quello con cui ha peccato contro il sesto comandamento, è incapace a ricevere validamente la Confessione …

I comandamenti sono indispensabili, come abbiamo visto (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2072 ; Iª-IIae q. 100 a. 8 co.), né il penitente può dispensarsi né il Confessore può dispensarlo dall’impegno di attuare i comandamenti, dandogli l’assoluzione mentre il penitente non si propone di vivere secondo i comandamenti.

Dio chiama tutti a osservare la sua Legge.

In questa luce il Confessore deve aiutare il penitente a realizzare un vero atto di contrizione con il suddetto proposito e d’altra parte il Confessore non può assolvere il penitente che manca di tale contrizione soprannaturale e di tale proposito.

Va peraltro precisato che, come dice s. Tommaso “Ad secundam quaestionem dicendum, quod sicut Deus non alligavit virtutem suam rebus naturalibus, ut non possit praeter eas operari cum voluerit quod in miraculosis actibus facit, ita non alligavit virtutem suam sacramentis, ut non possit sine sacramentorum ministris aliquem sanctificare”(Super Sent., lib. 4 d. 6 q. 1 a. 1 qc. 2 co.). Dio non ha legato la sua potenza ai Sacramenti e può santificare qualcuno anche senza ministri dei Sacramenti. Questo vuol dire in particolare che coloro che non sono radicalmente capaci di compiere un atto di fede o di contrizione come i bambini infanti o i dementi etc. e quindi non possono ricevere il Sacramento della Confesione validamente non per questo sono dannati, Dio ha altri percorsi per la loro salvezza e santificazione.

D’altra parte il Sacramento della Confessione deve custodire la sua visibile e oggettiva santità e offrire il perdono sacramentale solo a coloro che sono realmente e “visibilmente” contriti e che , quindi, si impegnano a vivere secondo i comandamenti e a dare buon esempio di vita al mondo.

In questa linea appena indicata vanno anche le affermazioni di Dom Giulio Meiattini che è monaco dell’Abbazia benedettina Madonna della Scala di Noci (Bari) ha un dottorato in teologia fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana, insegna al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo e nella Facoltà Teologica Pugliese nella specializzazione di antropologia teologica.

Dom Giulio ha scritto un interessante libro sull’Amoris Laetitia e in una intervista  [243] afferma, tra l’altro: “ … il matrimonio in quanto sacramento possiede un carattere pubblico ed ecclesiale, perciò la violazione notoria del vincolo matrimoniale, che si fa condizione di vita permanente, richiede una prassi penitenziale corrispondente, che non trascuri questa valenza comunitaria. Questo vale per ogni peccato che sia appunto pubblico. Una situazione di peccato, in generale, non può essere perdonata se perdura senza pentimento e impegno di cambiamento; a fortiori, un peccato pubblico non può ottenere l’assoluzione semplicemente in foro interno, mentre la condizione di peccato notorio rimane invariata sotto gli occhi di tutti. Il confessore, in queste situazioni, non può rimettere i peccati dispensando il penitente da segni visibili e riconoscibili di conversione.”

Concludo facendo notare che quello che afferma mons. Fernandez e con lui Amoris laetitia e Vescovi argentini è come dire:

-ho ammazzato una persona ma l’ho fatto senza volerlo … quindi ho commesso un peccato veniale  e posso rifarlo tanto è peccato veniale;

-ho  distrutto una città con i suoi abitanti ma l’ho fatto senza volerlo … quindi ho commesso un peccato veniale  e posso rifarlo, tanto è peccato veniale;

-ho violentato un bambino ma  l’ho fatto senza volerlo … quindi ho commesso un peccato veniale  e posso rifarlo, tanto è peccato veniale!

Tutti questi sono atti oggettivamente molto gravi e molto grave è anche l’adulterio.

Quello che ho appena detto permette di smascherare con più chiarezza il colossale errore intrinseco al modo di pensare di mons. Fernandez e con lui di Amoris laetitia e dei Vescovi argentini. Il fatto che si hanno limitazioni di vario tipo non permette a nessuno di accettare di compiere atti gravemente contrari alla Legge di Dio : massacri, stupri, omicidi, bestemmie, adulteri, fornicazioni, atti impuri contro natura etc.

Il Confessore non può avallare una dispensa del penitente rispetto all’obbligo di osservare tutta la Legge di Dio: non può avallare stupri, omicidi, adulteri etc.  … se il penitente non si propone, sotto la guida di Dio, di vivere secondo tutta la Legge divina e quindi di fuggire le occasioni prossime che lo portano a violare tale Legge,  non può essere validamente assolto! Se manca il proposito di non peccare e di fuggire l’occasione prossima di peccato, l’ assoluzione è invalida.

Inoltre, se una persona ha commesso un atto oggettivamente grave come omicidio, stupro, atti di pedofilia, adulterio etc. anche se lo ha commesso con delle attenuanti ha causato un grave male, perciò lo Spirito Santo ovviamente muove la persona a non causare mai più tale male e a proporsi di mai più compierlo e questa disposizione radicale di opposizione a tale male in quanto si trova nel penitente rende valida l’assoluzione.

b,2,1) Mons. Fernandez evidentemente non conosce cosa sia lo scandalo secondo la sana dottrina … e l’Amoris Laetitia pare seguirlo in questo errore …

Ovviamente scandalosa è la pratica per cui una persona che è in una notoria situazione di peccato grave e che non si propone di non compiere atti oggettivamente gravi viene assolta in Confessione e le si dà l’Eucaristia, ma mons. Fernández e il Papa evidentemente non conoscono bene cosa è davvero lo scandalo …

Che l’Amoris Laetitia apra a quelli che secondo la sana dottrina sono veri scandali lo afferma lo stesso presunto autore nascosto dell’esortazione, mons. Fernández, allorché dice che  quando si parla della necessità di evitare lo scandalo, va notato che ciò accade solo quando le persone “ostentano” la loro situazione come se fosse corretta (cfr. Amoris Laetitia n. 297). Altrimenti lo scandalo si verificherebbe anche quando il primo matrimonio sia stato dichiarato nullo, poiché probabilmente molti che li vedono confessarsi e prendere la comunione non conoscono la nullità; se andiamo al caso, non potrebbero sapere se vivono come fratelli o no. La colpa oggettiva non è “manifesta” in quanto non può essere confermata dall’esterno, e tutti meritano il beneficio del dubbio.[244]

Mons. Fernández dice qualcosa di molto lontano dalla dottrina cattolica, infatti.

Lo scandalo, come spiega bene s. Tommaso è un peccato che si oppone alla carità e in particolare alla carità fraterna infatti esso : è una parola, o un’azione meno retta che offre un’occasione di rovina spirituale al prossimo  (cfr. II-II q. 43 a. 1).

Nel percorso della via spirituale capita che uno venga disposto alla rovina spirituale da una parola o da un’azione di un altro: cioè in quanto quest’ ultimo trascina il primo a peccare con i rimproveri, con altre forme di induzione al peccato, o con l’esempio e questo è lo scandalo (cfr. II-II q. 43 a. 1).

Lo scandalo va contro la carità verso il prossimo, per cui ciascuno è obbligato a provvedere alla salvezza degli altri; e quindi chi non evita di porre in essere un atto scandaloso agisce contro la carità fraterna (cfr. II-II q. 43 a. 2).

Secondo s. Alfonso … : “ Si distingue lo scandalo in attivo e passivo. L’attivo si definisce: Est dictum vel factum minus rectum praebens alteri occasionem ruinae. Questo scandalo poi attivo può esser diretto ed indiretto: diretto, quando direttamente s’induce il prossimo a peccare; indiretto, quando si dice qualche parola, o si fa qualche azione peccaminosa atta ad indurre altri a peccare. Vi è anche lo scandalo demoniaco, che si commette quando non solo s’induce il prossimo a peccare, ma di più s’induce principalmente per fargli perdere l’anima, officio proprio del demonio. Il passivo è la stessa ruina, o sia peccato, nel quale cade il prossimo; e questo si divide in iscandalo dato, chiamato de’ pusilli, cioè di coloro che cadono per propria debolezza; ed in accetto chiamato farisaico, cioè di coloro che cadono per propria malizia.”[245]. Quindi c’è scandalo quando si dice qualche parola, o si fa qualche azione peccaminosa atta ad indurre altri a peccare. Quindi, in sostanza, è falso che ci sia  scandalo solo per l’ostentazione che viene fatta. Basta la sola azione peccaminosa atta a indurre altri a peccare. La convivenza more uxorio tra due persone che non sono marito e moglie è ovviamente scandalosa, e non c’è bisogno di ostentarla perché ci sia scandalo, perché è per sé stessa opera peccaminosa atta ad indurre altri a peccare. Peraltro certe cose come la vita more uxorio di una coppia filtrano in molti modi, filtrano attraverso i figli, filtrano attraverso il coniuge abbandonato, filtrano attraverso coloro che entrano in casa e sanno che la coppia dorme insieme, nello stesso letto, nella stessa stanza, a volte dalle finestre si vedono atteggiamenti chiari che indicano la relazione tra le due persone, i membri della coppia ne parlano con altri  etc. etc. normalmente le cose vengono fuori .. e almeno qualcuno  le sa e spesso molti sanno … Inoltre è errato l’accostamento che viene fatto da mons. Fernández tra i divorziati risposati e coloro che hanno ricevuto l’annullamento perché anche chi ha ottenuto l’annullamento non può vivere more uxorio con altra persona se non dopo il matrimonio e se appunto si è sposato dopo l’annullamento lo ha fatto pubblicamente. Inoltre chi ha ottenuto l’annullamento e si accosta ai Sacramenti degnamente e libero dai peccati non pecca e non scandalizza attivamente perché  non fa qualche azione peccaminosa atta ad indurre altri a peccare e in questo caso anche lo scandalo passivo può essere permesso.

Ovviamente la Comunione fatta da chi vive in situazione scandalosa come quella del divorziato risposato che vive more uxorio è un ulteriore scandalo.

Giustamente diceva dunque il testo del Pontificio Consiglio Per l’ Interpretazione dei Testi Legislativi: “Rilevante per l’ordine giuridico è in particolare lo scandalo che si determina per il fatto che il divorziato risposato, peccatore notorio, riceve l’Eucaristia. Tale scandalo riguarda il sacramento dell’Eucaristia e l’indissolubilità del matrimonio e si produce anche se questo comportamento non genera più meraviglia.”[246]

Vedremo meglio più avanti come il Papa con Amoris Laetitia praticamente legittima veri peccati gravi e afferma che i peccatori possono ricevere i Sacramenti. Vedremo che in particolare attraverso le attenuanti indicate in Amoris Laetitia e attraverso alcune affermazioni di tale esortazione riguardanti la coscienza nonché attraverso il suo operato a favore degli atti omosessuali, il Papa Francesco praticamente legittima ciò che in realtà è, secondo la sana dottrina, peccato mortale e prevede praticamente  per chi compie tali peccati  la ricezione dei Sacramenti senza il proposito di non peccare più …  In questo paragrafo stiamo vedendo che anche ciò che la sana dottrina considera scandalo rientra tra i peccati gravi che Papa Francesco attraverso Amoris Laetitia praticamente legittima e per il quale prevede che il peccatore, senza proposito di non peccare più, possa tranquillamente ricevere, con ulteriore scandalo, i Sacramenti …

Va peraltro notato che,  ovviamente …  a parole Papa Francesco si mostra contrario allo scandalo … e dice : “ Accolgo le considerazioni di molti Padri sinodali, i quali hanno voluto affermare che «i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo.” (Amoris Laetitia 299)

… ma evidentemente lo scandalo nella “teologia di J. M. Bergoglio” non è ciò che la sana dottrina considera scandalo … e inoltre il “cambio di paradigma” va fatto in modo discreto … magari anche affermando la permanenza di certe norme, in generale, come ideali, ma non in concreto … il “cifrario” del Papa implica che alcune affermazioni generali si mantengano sulla carta ma in concreto siano superate dalla realtà dei fatti … e infatti è evidentemente scandaloso ciò che affermano intere Conferenze Episcopali come la maltese, la tedesca, quella dell’Emilia Romagna, e quello che dicono vescovi come Elbs o come Macin etc. , come ho più volte ripetuto in questo volume, ovviamente tutto questo è pienamente accettato dal Papa …

b,2,2) Se il penitente ha la grazia santificante ha la carità che lo fa opporre radicalmente al compimento di atti gravemente contrari alla Legge divina.

Mi pare importante notare anche che il Catechismo afferma : “La carità, frutto dello Spirito e pienezza della Legge, osserva i comandamenti di Dio e del suo Cristo …” (Catechismo della Chiesa Cattolica n.1824), ciò significa, come afferma s. Tommaso, la carità produce in noi necessariamente l’osservanza dei comandamenti : “Secundum quod facit caritas, est divinorum mandatorum observantia. Gregorius: nunquam est Dei amor otiosus: operatur enim magna si est; si vero operari renuit, amor non est. Unde manifestum signum caritatis est promptitudo implendi divina praecepta. Videmus enim amantem propter amatum magna et difficilia operari. Ioan. XIV, 23: si quis diligit me, sermonem meum servabit. Sed considerandum, quod qui mandatum et legem divinae dilectionis servat, totam legem implet. Est autem duplex modus divinorum mandatorum. Quaedam enim sunt affirmativa: et haec quidem implet caritas; quia plenitudo legis quae consistit in mandatis, est dilectio, qua mandata servantur. Quaedam vero sunt prohibitoria; haec etiam implet caritas, quia non agit perperam, ut dicit apostolus I Cor. XIII.” (“Collationes in decem praeceptis”, proemium)  La carità se è davvero nell’anima fa che la persona osservi i comandamenti. La carità, dice s. Tommaso nel testo appena presentato, fa osservare: sia i comandi affermativi perché  la pienezza della Legge che consiste nei comandamenti è la carità per la quale i comandamenti sono osservati, sia i comandamenti negativi, cioè quelli che proibiscono alcune azioni, perché la carità non agisce ingiustamente. E, precisa ulteriormente s. Tommaso, se la persona è impedita di operare, ha però il proposito santo di attuare il bene “Ad tertium dicendum quod amor Dei semper magna operatur in proposito, quod pertinet ad rationem caritatis. Non tamen semper magna operatur in actu, propter conditionem subiecti.”  (IIª-IIae q. 24 a. 11 ad 3 )

Quindi la carità fa proporre alla persona di vivere secondo la Legge di Dio e fa proporre alla persona di non peccare. Se Dio è in un’anima per la grazia santificante la muove a vivere secondo i comandamenti.

La grazia è la vita divina in noi e ci fa vivere appunto nella carità, nei comandamenti. Anzi, la grazia e la carità ci rendono pronti a morire anziché peccare, come vedremo meglio più avanti allorché parleremo a fondo della vera carità. Mons. Fernandez e l’Amoris Laetitia e la Lettera adei Vescovi argentini parlano di un penitente in grazia santificante che è disposto a continuare a vivere in una situazione che è di oggettivo grave peccato e a fare atti oggettivamente grave, ma se il penitente è in grazia e quindi ha la carità ha necessariamente, come abbiamo visto e come vedremo meglio parlando della carità, il proposito di uscire da questa situazione di peccato oggettivo grave, se Dio è nell’anima e nel corpo di tale penitente, Dio gli fa odiare certi peccati e glieli fa fuggire in modo radicale e qualora la persona sia impedita di agire, gli fa proporre di allontanarsi da tali situazioni e da tali peccati.

b,2,3) Mons. Fernandez e Amoris Laetitia praticamente cancellano importanti verità della sana teologia morale tra cui la necessità, per una valida assoluzione sacramentale, del proposito di non peccare.

Il professore Josef Seifert ha pubblicato un articolo sul numero 2/2016 della rivista tedesca di filosofia e teologia AEMAET dal titolo “Amoris laetitia: gioia, tristezza e speranze”, in cui afferma: “Penso che alcuni passaggi di AL, specialmente quelli che probabilmente avranno maggiore impatto, sono causa di grande preoccupazione, non soltanto perché facilmente possono condurre a malintesi e abusi nella loro applicazione, ma anche perché – almeno in apparenza – entrano in deciso conflitto con la Parola di Dio e l’insegnamento della Chiesa rispetto all’ordine morale, alle azioni intrinsecamente disordinate, ai comandamenti divini, e alla nostra capacità di adempierli con l’aiuto della grazia divina, dall’indissolubilità del matrimonio, alla santità dei sacramenti dell’Eucaristia e del Matrimonio, alla salvezza eterna (inferno) e alla disciplina sacramentale e pastorale della Chiesa che proviene dalla Parola di Dio e da 2000 anni di sacra tradizione della Chiesa”[247].

Il 5 agosto 2017, sulla rivista teologica tedesca AEMAET, il professore Josef Seifert ha pubblicato un articolo con il titolo posto in forma di domanda: “La logica pura minaccia di distruggere l’intera dottrina morale della Chiesa?”. In esso affermava che il citato n° 303 di Amoris Laetitia è “una bomba atomica teologica che minaccia di abbattere l’intero edificio morale dei 10 comandamenti e dell’insegnamento morale cattolico”. E giustificava la drammaticità dell’affermazione domandandosi:

“Se solo un caso di atto intrinsecamente immorale può essere permesso e persino voluto da Dio, ciò non si deve applicare a tutti gli atti considerati ‘intrinsecamente errati’?  …  Non dovranno pertanto cadere anche gli altri 9 comandamenti, Humanae Vitae, Evangelium Vitae e tutti i documenti passati, presenti o futuri della Chiesa, i dogmi o i concili, che insegnano l’esistenza di atti intrinsecamente errati? … Non dovrebbero allora, per pura logica, essere buoni e lodevoli a causa della complessità di una situazione concreta, l’eutanasia, il suicidio o assistenza ad esso, bugie, furti, spergiuri, negazioni o tradimenti di Cristo, come quello di San Pietro o l’omicidio, in alcune circostanze e dopo un adeguato “discernimento”? ….  Tuttavia, se la domanda contenuta nel titolo di questo documento deve avere una risposta affermativa, come credo personalmente sia il caso, la conseguenza puramente logica dell’affermazione di Amoris Laetitia sembra distruggere l’intero insegnamento morale della Chiesa.”[248].  Il prof. Meiattini ha aggiunto, nella linea di Seifert : “ …  l’asserzione che in certi casi Dio possa perfino “chiedere” di compiere un male oggettivo, perché, in un dato momento, è l’unica cosa che si può offrire generosamente a Lui (n. 303). Qui ha ragione Seifert: se il senso di quell’espressione presente in AL è questo, e non vedo quale altro potrebbe essere, allora crolla l’intera morale cristiana. In fondo questa affermazione contiene i presupposti di un pensiero neognostico che altre volte il Papa (e più recentemente la Congregazione per Dottrina della Fede) dice giustamente di voler respingere. Perché se Dio chiede positivamente il male, si pone in Dio stesso la dimensione dell’“ombra”, del negativo. Se può essere Dio a chiedere ciò che è male, in certe condizioni concrete, perché è quello che in quel momento la persona può fare, allora sarebbe proprio AL a creare uno spiraglio a una certa forma di neognosticismo, ben presente in certe correnti culturali.”[249]

Appare chiaro che, come abbiano visto nelle pagine precedenti, la linea di mons. Fernández, dei Vescovi argentini e di Amoris Laetitia è radicalmente errata. Nessuno può dispensare sé o gli altri dall’osservanza dei 10 comandamenti specialmente riguardo agli atti oggettivamente gravi che essi condannano … e tutti devono impegnarsi ad attuare tali comandamenti con l’aiuto di Dio Onnipotente … l’assoluzione non può essere data validamente se non a coloro che si propongono di vivere oggettivamente secondo la Parola di Dio e i comandamenti … e che quindi si propongono di non compiere atti gravemente contrari a tale Legge.

Se fossero giuste le affermazioni di mons. Fernández, dell’Amoris Laetitia e dei Vescovi argentini, si potrebbe arrivare a pensare che il penitente sia praticamente libero dall’osservanza dei comandamenti e in particolare dal sesto comandamento, a causa dei “condizionamenti”, con evidenti gravissimi danni per la persona stessa e per gli altri che evidentemente diverrebbero vittime delle tendenze deviate di costui … ricordo che tra i peccati gravi contro il sesto comandamento c’è anche lo stupro, la pedofilia … e che tra i peccati mortali c’è l’omicidio, la strage , la rapina etc.  Quindi sulla base dei condizionamenti suddetti e seguendo il discorso di Amoris Laetitia , della lettera ai Vescovi argentini e di mons. Fernández potremmo avere un pedofilo o uno stupratore, o un criminale  che rimarrebbe in grazia pur violentando bambini, stuprando uccidendo … e che allorché si confessasse, pur chiarendo la sua situazione di peccatore con tali gravissimi peccati riceverebbe l’assoluzione e riceverebbe la Comunione senza avere il proposito di non commettere tali violenze … Ovviamente ciò è radicalmente scandaloso e contrario alla sana dottrina.

Concludo questo paragrafo notando che in realtà, come vedremo meglio più avanti, il “cambio di paradigma” attraverso Amoris Laetitia praticamente cancella la dottrina per cui le norme negative del Decalogo sono obbligatorie sempre e in ogni circostanza. Inoltre tale “cambio”, come vedremo meglio più avanti, attraverso la stessa esortazione apostolica praticamente afferma che Dio può volere che qualcuno rimanga in situazione di peccato, sicché pur vivendo in peccato fa praticamente bene e compie il divino volere, quindi può ricevere i Sacramenti … in questa linea in realtà anche il proposito di non peccare viene messo da parte perciò in un incontro per sacerdoti cui presi parte vari anni fa un famoso Arcivescovo molto vicino al Papa disse che i divorziati risposati possono riavvicinarsi ai Sacramenti facendo semplicemente un cammino penitenziale, senza che tale cammino approdi a un vero proposito di non peccare e di fuggire le occasioni prossime di peccato … i Vescovi tedeschi e i Vescovi maltesi, in tale linea, affermano che un soggetto che vive in notorio peccato può ritornare ai Sacramenti, se lo ritiene giusto in coscienza, senza proporsi di non peccare[250] … e i loro testi sono stati pienamente accettati dal Papa …

Dio ci illumini e ci liberi da ogni errore.

b,3) Un importante documento firmato da Cardinali e Vescovi ribadisce, dopo l’Amoris Laetitia, la dottrina tradizionale sul proposito per l’assoluzione sacramentale dei divorziati risposati.

In una importante : “Dichiarazione di fedeltà all’insegnamento immutabile della Chiesa sul matrimonio e alla sua ininterrotta disciplina.”[251] del 29 agosto 2016 e firmata da molti prelati tra cui il Cardinale Caffarra, il Card. Burke e il Card. Pujats , e successiva all’Amoris Laetitia leggiamo, nella V parte:

“V. Sui sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia

19)Noi ribadiamo fermamente la verità che, trattando con i penitenti, i confessori devono aiutarli a esaminare se stessi sui doveri specifici dei comandamenti, assistendoli per raggiungere un pentimento sufficiente così che si accusino pienamente dei peccati gravi …  In questo modo il confessore è tenuto ad ammonire i penitenti nei confronti di serie e oggettive trasgressioni della Legge di Dio, assicurandosi che essi desiderino veramente l’assoluzione e il perdono di Dio, e siano risoluti a riesaminare e correggere la loro condotta. Anche quando le ricadute frequenti non siano di per sé motivo per negare l’assoluzione, questa non può essere data senza un sufficiente pentimento o il fermo proposito di evitare il peccato dopo il sacramento.

“…  È inoltre evidente di per sé che l’accusa dei peccati deve includere il proponimento serio di non commetterne più nel futuro. Se questa disposizione dell’anima mancasse, in realtà non vi sarebbe pentimento: questo, infatti, verte sul male morale come tale, e dunque non prendere posizione contraria rispetto ad un male morale possibile sarebbe non detestare il male, non avere pentimento.  … Conviene peraltro ricordare che altro è l’esistenza del sincero proponimento, altro il giudizio dell’intelligenza circa il futuro: è infatti possibile che, pur nella lealtà del proposito di non più peccare, l’esperienza del passato e la coscienza dell’attuale debolezza destino il timore di nuove cadute; ma ciò non pregiudica l’autenticità del proposito, quando a quel timore sia unita la volontà, suffragata dalla preghiera, di fare ciò che è possibile per evitare la colpa” (Giovanni Paolo  II, Lettera alla Penitenzieria Apostolica, 22 marzo 1996, nn. 3-5).

20)Noi ribadiamo fermamente la verità che i divorziati “risposati” civilmente e che non si sono separati, bensì rimangono nel loro stato di adulterio, non possono mai essere ritenuti dai confessori o altri pastori di anime in stato oggettivo di grazia, capaci di crescere nella vita della grazia e della carità e in condizione di ricevere l’assoluzione nel sacramento della Penitenza, o di essere ammessi alla Sacra Eucaristia. Ciò a meno che non esprimano contrizione per il loro stato di vita e fermamente risolvano di abbandonarlo, anche quando soggettivamente questi divorziati possano non sentirsi colpevoli per la loro situazione oggettivamente peccaminosa, o non completamente colpevoli, a causa di fattori condizionanti o mitigatori. …

“È chiaro che non possono ricevere validamente l’assoluzione i penitenti che vivono in stato abituale di peccato grave e non intendono cambiare la loro situazione” (Giovanni Paolo II, Motu Proprio Misericordia Dei, 7 aprile 2002, n.7 c).

21)Noi ribadiamo fermamente la verità che, nei confronti dei divorziati “risposati” civilmente e che vivono apertamente more uxorio (come marito e moglie), nessun responsabile discernimento personale e pastorale può affermare che sono permesse l’assoluzione sacramentale o l’ammissione all’Eucaristia, sotto la pretesa che a causa di una diminuita responsabilità non esiste una grave mancanza. La ragione di questo è che la loro eventuale mancanza di colpevolezza formale non può essere materia di dominio pubblico, mentre invece la forma esterna del loro stato di vita contraddice il carattere indissolubile del matrimonio cristiano e dell’unione di amore fra Cristo e la sua Chiesa, la quale è significata ed attuata nella Sacra Eucaristia. ….

22)Noi ribadiamo fermamente la verità che avere in coscienza una certezza soggettiva sulla invalidità di un matrimonio previo da parte dei divorziati “risposati” civilmente (nonostante la Chiesa ancora ritenga il matrimonio previo valido) non è mai sufficiente, per se stessa, per scusare qualcuno del peccato materiale di adulterio, o di permettere di ignorare la norma canonica e le conseguenze sacramentali che comporta il vivere come peccatore pubblico. …

23) …  L’Eucaristia è propriamente il sacramento di coloro che sono in piena comunione con la Chiesa (Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Circolare sulla Penitenza, 20 marzo 2000, n. 9).

La proibizione [di dare la Comunione ai pubblici peccatori] fatta nel citato canone [can. 915], per sua natura, deriva dalla legge divina e trascende l’ambito delle leggi ecclesiastiche positive: queste non possono indurre cambiamenti legislativi che si oppongano alla dottrina della Chiesa. …  (Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, Dichiarazione circa l’ammissibilità alla Santa Comunione dei divorziati risposati, 24 giugno 2000, nn. 1-4).

24)Noi ribadiamo fermamente la verità che, secondo la logica del Vangelo, le persone che muoiono in stato di peccato mortale, senza essersi riconciliate con Dio, sono dannate all’inferno per sempre. Nel Vangelo Gesù parla spesso del pericolo della dannazione eterna. … ”[252]

Dio ci mantenga sempre nella sua Verità.

b,4) Due documenti dei Vescovi Kazaki con cui ribadiscono, contro gli errori che si diffondono, la dottrina tradizionale sul proposito per l’assoluzione sacramentale dei divorziati risposati.

I Vescovi Kazaki hanno realizzato due importanti documenti con cui affrontano e condannano vari errori che si sono diffusi dopo l’Amoris Laetitia e a causa di essa, in tali documenti hanno ribadito verità fondamentali sul necessario proposito in ordine all’ assoluzione sacramentale nonché sul Matrimonio cristiano.

-Il Primo documento, del gennaio 2017 intitolato: “Appello alla preghiera perché il Papa confermi l’insegnamento (e la prassi) costante della Chiesa sulla indissolubilità del matrimonio”[253]  afferma che , dopo l’ Amoris laetitia e in applicazione di essa, sono state pubblicate norme e interpretazioni, secondo le quali i divorziati risposati possono essere ammessi ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, senza adempiere il dovere stabilito da Dio e affermato chiaramente dalla Chiesa di interrompere la violazione del loro vincolo matrimoniale sacramentale che è ancora in essere. Tali norme, precisano i suddetti Prelati, sono contrarie alla sana dottrina e alla Tradizione della Chiesa, infatti tutti sono obbligati assolutamente all’osservanza dei comandamenti e quindi anche del sesto comandamento per cui gli atti di unione intima sono leciti tra persone sacramentalmente sposate; si autoingannano coloro che, pur credendo nell’indissolubilità del matrimonio, la contraddicono con i propri atti adulterini, si considerano esenti da peccato grave e con la fede nella misericordia divina tranquillizzano la loro coscienza. Dio dona a tutti di poter attuare i suoi precetti; l’adulterio è un peccato oggettivamente grave sempre, precisano i suddetti Vescovi; un’unione adulterina tra divorziati risposati resta una violazione del vincolo sacramentale matrimoniale anche se “consolidata” e caratterizzata da una cosiddetta “provata fedeltà” nel peccato di adulterio che, appunto è un peccato oggettivamente grave sempre. Il ministro della Confessione , spiegano ancora i suddetti Prelati, non può dispensare il penitente, in particolare il divorziato risposato, dall’attuazione del sesto comandamento e dalla indissolubilità del matrimonio e quindi assolverlo sacramentalmente e ammetterlo all’Eucaristia; una presunta convinzione, in coscienza, da parte del penitente, della invalidità del proprio matrimonio nel foro interno non può produrre conseguenze riguardanti la disciplina sacramentale in foro esterno, sicché, pur rimanendo in essere un valido Matrimonio sacramentale, tale penitente possa vivere more uxorio con chi non è suo legittimo coniuge e possa ricevere i Sacramenti nonostante la sua intenzione di continuare a violare in futuro il Sesto Comandamento e il vincolo matrimoniale sacramentale che è ancora in essere. Dice il testo appena citato :“Una prassi che permette alle persone civilmente divorziate, cosiddette “risposate”, di ricevere i sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, nonostante la loro intenzione di continuare a violare in futuro il Sesto Comandamento e il loro vincolo matrimoniale sacramentale ” è evidentemente “contraria alla verità Divina ed estranea al perenne senso della Chiesa cattolica e alla provata consuetudine ricevuta, fedelmente custodita dai tempi degli Apostoli e ultimamente confermata in modo sicuro da san Giovanni Paolo II (cfr. Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 84) e da Papa Benedetto XVI (cfr. Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis, 29)”; tale prassi è contraria alla prassi perenne della Chiesa ed è una controtestimonianza , inoltre è diffusiva della “piaga del divorzio”; chi vuole davvero aiutare le persone che si trovano in uno stato oggettivo di peccato grave deve annunciare loro con carità la piena verità circa la volontà di Dio su di loro, deve quindi aiutarle a pentirsi con tutto il cuore dell’atto peccaminoso di convivere more uxorio con una persona che non è il proprio legittimo coniuge, come emerge chiaramente anche dalle affermazioni di s. Giovanni Paolo II (Esortazione Apostolica Reconciliatio et Paenitentia, 33). Costituisce un pericolo per la fede e per la salvezza delle anime l’ammissione dei divorziati cosiddetti “risposati” ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, senza un loro vero proposito di vivere come fratello e sorella e cioè senza che sia loro richiesto il compimento dell’obbligo di vivere in continenza. Tale pratica pastorale di ammissione non è mai l’espressione della “via caritatis” della Chiesa e quindi della sua misericordia verso le anime peccatrici. Per tutto questo, questi Vescovi presentano. “… urgente appello alla preghiera perché Papa Francesco revochi in modo inequivoco i citati orientamenti pastorali già introdotti in alcune chiese particolari. ”  [254]

– Il secondo documento dei Vescovi kazaki, del dicembre 2017, intitolato: “Pubblica Professione di fede dei tre vescovi del Kazakhstan sul matrimonio sacramentale”[255]  afferma che, dopo l’Amoris Laetitia e in attuazione di essa sono apparse norme per cui i divorziati risposati che continuano a vivere more uxorio possono ricevere il sacramento della Penitenza e la Santa Comunione; ciò non è lecito, dicono i Vescovi kazhaki, perché con tali norme praticamente si giustifica, approva o legittima ( direttamente o indirettamente) il divorzio e una relazione sessuale stabile non coniugale tramite una disciplina sacramentale opposta rispetto a tutta la Tradizione della fede cattolica e apostolica.
Tali norme evidentemente vanno contro il principio per cui la disciplina dei sacramenti non deve mai “contraddire la parola rivelata di Dio e la fede della Chiesa nell’indissolubilità assoluta del matrimonio rato e consumato.” La fede cattolica condanna una formale contraddizione tra la fede professata e la pratica dei sacramenti dall’altro. La vita cristiana e quindi la pratica sacramentale non può essere in contraddizione con la fede. Ribadendo “l’immutabile verità e l’altrettanto immutabile disciplina sacramentale riguardo all’indissolubilità del matrimonio” i Vescovi Kazakhi ribadiscono che i rapporti intimi tra persone non sposate sacramentalmente sono peccato grave e contrari alla volontà di Dio. Non è lecito commettere un peccato grave come l’ adulterio per evitare un altro supposto peccato.
Precisano i suddetti Prelati:” Il divieto di ammissione alla Santa Comunione dei divorziati risposati non significa un giudizio sul loro stato di grazia dinanzi a Dio, ma un giudizio sul carattere visibile, pubblico e oggettivo della loro situazione.”
I divorziati risposati possono essere ammessi ai Sacramenti solo quando fanno un sincero proposito di vivere in castità e di cessare lo scandalo; in questa linea è sempre andato il vero discernimento e l’autentico accompagnamento pastorale nella s. Chiesa.
Sottolineo che per i vescovi: “Non è lecito (non licet) giustificare, approvare o legittimare né direttamente, né indirettamente il divorzio e una relazione sessuale stabile non coniugale tramite la disciplina sacramentale dell’ammissione dei cosiddetti “divorziati risposati” alla Santa Comunione” tale disciplina si oppone infatti alla Tradizione.   [256]

b,5) La Declaratio finale del convegno “Chiesa cattolica, dove vai?”, Roma, 7 aprile 2018, approvata da vari Cardinali e Vescovi presenti ribadisce la dottrina tradizionale sul proposito  per l’assoluzione sacramentale dei divorziati risposati.

Un interessante documento da far notare nella linea che sto presentando è la dichiarazione finale di un convegno sulla situazione attuale della Chiesa, intitolato “Chiesa cattolica, dove vai?”, tenuto a  Roma, il 7 aprile 2018; tale dichiarazione sottolinea in modo particolare che: “.. il giudizio sulla possibilità di amministrare l’assoluzione sacramentale non si fonda sull’imputabilità o meno del peccato commesso, ma sul proposito del penitente di abbandonare un modo di vita contrario ai comandamenti divini.” Il testo è stato approvato da vari Cardinali e Vescovi che erano presenti a tale Convegno: cardd. Burke e Brandmüller, Vescovi Schneider e Viganò.

Più ampiamente il documento afferma : “A causa di interpretazioni contraddittorie dell’Esortazione apostolica Amoris Laetitia, tra i fedeli nel mondo si diffondono sconcerto e confusione.

… Perciò noi testimoniamo e confessiamo in accordo con l’autentica tradizione della Chiesa che:

il matrimonio tra due battezzati, rato e consumato, può essere sciolto solo dalla morte.

Perciò i cristiani che, uniti da un matrimonio valido, si uniscono a un’altra persona mentre il loro coniuge è ancora in vita, commettono il grave peccato di adulterio.

Siamo convinti che esistono comandamenti morali assoluti, che obbligano sempre e senza eccezioni.

Siamo anche convinti che nessuno giudizio soggettivo di coscienza può rendere buona e lecita un’azione intrinsecamente cattiva.

Siamo convinti che il giudizio sulla possibilità di amministrare l’assoluzione sacramentale non si fonda sull’imputabilità o meno del peccato commesso, ma sul proposito del penitente di abbandonare un modo di vita contrario ai comandamenti divini.

Siamo convinti che i divorziati risposati civilmente e non disposti a vivere nella continenza, trovandosi in una situazione oggettivamente in contrasto con la legge di Dio, non possono accedere alla Comunione eucaristica.”[257]

b,6) Un recente documento “La Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità” (1 Tim 3, 15) …” firmato da Cardinali e Vescovi ribadisce la dottrina tradizionale sul proposito per l’assoluzione sacramentale dei divorziati risposati.

In questa dichiarazione[258] firmata da vari Cardinali e Vescovi si fanno  affermazioni importanti riguardo al tema che stiamo esaminando.

Si dice infatti anzitutto qualcosa di fondamentale per tutta la teologia: “ I fondamenti della fede

1.Il senso corretto delle espressioni “tradizione vivente”, “Magistero vivente”, “ermeneutica della continuità” e “sviluppo della dottrina” include la verità che qualunque nuova comprensione del deposito della fede non può essere contraria a quanto la Chiesa ha sempre proposto nello stesso dogma, nello stesso senso e nello stesso significato (cfr. Concilio Vaticano I, Dei Filius, 3, cap. 4, “in eodem dogmate, eodem sensu, eademque sententia“). ”

Sottolineo: qualunque nuova comprensione del deposito della fede non può essere contraria a quanto la Chiesa ha sempre proposto nello stesso dogma, nello stesso senso e nello stesso significato …. questo vale anche per il deposito della fede che attiene alla confessione e alla necessita’ della contrizione perché si abbia una valida assoluzione.

La Dichiarazione afferma, poi che : “8. L’inferno esiste e coloro che vi sono condannati per qualsiasi peccato mortale senza pentimento sono eternamente puniti dalla giustizia divina (cfr. Mt 25,46).” … il peccato mortale che resta senza pentimento conduce dunque all’inferno ….. se non c’è pentimento i peccati non vengono rimessi neppure con il Sacramento della Confessione.

La Dichiarazione prosegue dicendo: “12. Una persona giustificata ha la forza necessaria, con la grazia di Dio, di adempiere alle esigenze oggettive della legge divina, poiché tutti i comandamenti di Dio si rendono adempibili ai giustificati. …

  1. … È … errato dire che una persona, obbedendo ad una proibizione divina – come per esempio al sesto comandamento, ovvero di non commettere adulterio – possa peccare contro Dio per tale atto di obbedienza o danneggiare sé stesso moralmente, o peccare contro il prossimo.
  2. … Vi sono principi e verità morali contenute nella rivelazione divina e nella legge naturale che comportano proibizioni negative, le quali vietano assolutamente un certo tipo di azioni in quanto sempre gravemente illegali a causa del loro oggetto. ”

Sono parole che hanno evidentemente una estrema importanza per i nostri tempi e riguardo a quello che stiamo dicendo ….

La Dichiarazione afferma anche: “20.  …  è contrario alla Sacra Scrittura e alla Tradizione affermare che la coscienza può giudicare gli atti sessuali tra persone unite da un matrimonio civile come moralmente giustificati o addirittura richiesti o persino comandati da Dio, nonostante una o entrambe le persone siano già sacramentalmente sposate con un altro (cfr. 1Cor 7,11; Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 84).  …. 22. Chi ha ottenuto un divorzio civile dal coniuge a cui è validamente sposato (o sposata) e ha contratto un matrimonio civile con un’altra persona durante la vita del coniuge, e vive more uxorio con il suo partner civile, e sceglie di rimanere in questo stato con piena conoscenza della natura del suo atto e con pieno consentimento della volontà verso quell’atto, si trova in uno stato di peccato mortale e, pertanto, non può ricevere la grazia santificante e crescere nella carità. Dunque, questi cristiani, a meno che non vivano come “fratello e sorella”, non possono ricevere la Santa Comunione (cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Familiaris consortio, 84).” … Evidentissima la relazione tra quanto ho detto finora  e quanto scrivono questi prelati.

Ma soprattutto illuminante su quello che ho detto nelle pagine precedenti è quello che affermano i prelati suddetti allorché affermano: “ 37. In virtù della volontà di Cristo e della tradizione immutabile della Chiesa, il sacramento della Santa Eucaristia non può essere dato a coloro che sono in uno stato pubblico di peccato oggettivamente grave e l’assoluzione sacramentale non può essere data a quelli che esprimono la loro riluttanza a conformarsi alla legge divina, anche se detta riluttanza riguarda solo una singola materia grave (cfr. Concilio de Trento, sess. 14, c. 4; Giovanni Paolo II, Messaggio al cardinale William W. Baum, 22 marzo 1996).”

Quindi  l’assoluzione sacramentale non può essere data a quelli che esprimono la loro riluttanza a conformarsi alla legge divina, anche se detta riluttanza riguarda solo una singola materia grave: non possono essere assolti coloro che non si propongono di vivere secondo tutta la Legge divina.

b,7) L’assoluzione data sotto condizione e la situazione di coloro che  hanno vari condizionamenti psicologici e non si propongono di vivere secondo tutta la Legge di Dio.

La Croce sacra sia la nostra luce.

Lecito è amministrare l’assoluzione sotto condizione per grave causa come affermano le dichiarazioni del S. Uffizio del 17 giugno 1715, 20 luglio 1859[259]  Come spiega chiaramente s. Alfonso, in alcuni casi è lecito dare l’assoluzione sotto condizione :

“Si noti per 3., esser ben lecito in caso di necessità amministrare i sacramenti sotto condizione; e non solo il battesimo, secondo sta espresso nel cap. 2. de baptism., ma tutti gli altri, come dicono comunemente Castropal., Suarez, Coninch., Habert., Roncaglia, Salm., ec. con Bened. XIV., contro Giovenino: e non solo in caso di necessità, ma sempre che vi è grave utilità, o altra giusta causa, come anche comunemente dicono gli autori citati, contro Antoine. All’incontro senza giusta causa, sarebbe colpa grave: benché Tournely e Salmat. non condannino di colpa grave un confessore, che assolvesse il penitente per maggior cautela sotto la condizione, se s’è disposto, ancorché disposto lo stimasse (Lib. 6. N. 27. et 28.). Non è necessario poi, che la condizione si esprima, basta che si ponga mentalmente, come comunemente vogliono Castrop., Tournely ed i Salmat.(Lib. 6. N. 29.).”[260]

Dice ancora s. Alfonso: “Si dimanda qui per ultimo, quando sia valida e lecita l’assoluzione che si dà sotto condizione. Se la condizione è de futuro, comunemente dicono i dottori ch’è invalida. Ammette non però il p. Viva il potere assolvere così: absolvo te, si Deus cognoscit quod restitues id quod debes; ma giustamente ciò lo negano Coninch., Dicast., Concina, Tournely ec., perché avendo data Dio agli uomini l’amministrazione de’ sagramenti, non possono apporsi quelle condizioni, che agli uomini non possono esser note (N. 431. et etiam n. 26.). Se all’incontro la condizione è de praeterito, o de praesenti, tutti convengono, che l’assoluzione è valida; ed ancora è lecita, quando vi è giusta causa, secondo la sentenza comune (contro d’alcuni pochi), come si disse al capo XIV. n. 3. Le cause giuste sono per 1., se ‘l confessore prudentemente dubita di non aver data l’assoluzione: Suar., Lugo, Ronc., Bonac., Salmat., Croix ec. Per 2., se si dubitasse della disposizione del penitente, ed all’incontro vi fosse necessità d’assolverlo, come si dirà nel capo ultimo, parlando de’ fanciulli e de’ moribondi. Del resto ordinariamente il confessore dev’esser certo della disposizione del penitente, per poterlo assolvere lecitamente; ond’è, che i recidivi, non solo nelle colpe gravi, ma anche nelle leggiere non possono essere assoluti, se non danno segni certi d’essere ben disposti, come si dirà a lungo nel punto II. del suddetto capo ultimo. Per 3., come dice Bonacina, ben possono assolversi sotto condizione quelle persone pie, che si confessano di sole imperfezioni, circa le quali si dubita, se per mancanza d’avvertenza sieno elle giunte, o no, a’ peccati veniali, e ciò non pare improbabile, sembrando bastantemente giusta la causa di assolverle così, per non privare queste anime per molto tempo del frutto del sagramento: dico per molto tempo; perché ciò non l’ammetterei più che una volta il mese. Dice di più il p. Sporer, che il confessore può dar l’assoluzione, se dubita della giurisdizione; ma ciò stimo non doversi ammettere, se non quando il penitente stesse in peccato mortale, e dovesse altrimenti stare senz’assoluzione per molto tempo. Ciò per altro si dee intendere nel solo dubbio di fatto; perché se la giurisdizione è dubbia positivamente de iure, cioè s’è probabile per l’autorità de’ dottori, ben può darsi l’assoluzione assolutamente, poiché allora supplisce la chiesa sempre che v’è grave causa, come dicemmo al capo I. num. 27. Inoltre dicono Sporer e Mazzotta, che può assolversi sotto condizione il penitente che ha necessità di comunicarsi, ed è dubbiamente disposto. Ma in ciò bisogna distinguere, come si è detto al capo XV. n. 34., e vedere, se il dubbio è della commessione del peccato, o pure della confessione del peccato fatto; perché se il penitente è certo del peccato grave commesso, e la sua disposizione è dubbia, egli non può comunicarsi, ancorché fosse stato assoluto sotto condizione; e se non può comunicarsi, neppure può essere assoluto, poiché allora manca la causa della necessità della comunione per poter essere condizionatamente assoluto (Lib. 6. n. 432.). Si osservi il detto n. 34. del capo XV.”[261]

Nella Theologia Moralis s. Alfonso afferma in questa linea che è valida l’assoluzione che si amministra sotto condizione se la condizione riguarda il passato o il presente e se vi è una giusta causa e cioè se l’anima del penitente dovesse subire un grande danno per la negazione dell’assoluzione: “Omnes conveniunt (ut diximus de Sacram. in gen., n. 26.), validam quidem esse absolutionem quae datur sub conditione de praeterito vel praesenti. … dummodo justa adsit causa, nempe si, negata absolutione, notabile detrimentum ìmmìneret animae poenitentis.”[262]

Come si vede chiaramente, l’assoluzione sotto condizione può essere data ai penitenti in vari casi , di particolare interesse per noi è il caso indicato da s. Alfonso allorché afferma che si potrebbe dare l’assoluzione sotto condizione : “ … se si dubitasse della disposizione del penitente, ed all’incontro vi fosse necessità d’assolverlo, come si dirà nel capo ultimo, parlando de’ fanciulli e de’ moribondi.”

Interessante per noi, in modo speciale, è il caso dell’assoluzione da dare ai fanciulli e ai semifatui  di cui si parla nella Theologia Moralis alfonsiana [263]

Come si può notare, s. Alfonso dice che tale assoluzione può essere amministrata in questi casi se si dubita della disposizione dei penitenti o se si dubita della loro capacità  …. non va data, evidentemente, se tale capacità e disposizione indubbiamente non c’è …. ma se il penitente non ha il proposito di osservare tutti e dieci i comandamenti e di fuggire le occasioni prossime di peccato, evidentemente non c’è in lui la disposizione richiesta … Quindi non si può dare neppure l’assoluzione sotto condizione a chi evidentemente non ha il proposito di osservare i 10 comandamenti e quindi di non peccare.

Questo viene confermato dalle affermazioni che troviamo nel testo di Aertnys e Damen (cfr.“Theologia Moralis ..” Marietti, 1957, vol. II p. 320s), questo manuale sviluppa, nella linea alfonsiana, una profonda trattazione appunto dell’assoluzione data sotto condizione in cui  precisa che essa si amministra quando da una parte c’è il pericolo di amministrare un Sacramento nullo e dall’altra parte, negata l’assoluzione, l’anima penitente avrebbe un notevole danno. Aertnys Damen spiega molto precisamente che occorre una causa grave per amministrare l’assoluzione sotto condizione e i casi nei quali vi è una grave causa di assolvere sotto condizione sono considerati i seguenti:

1) quando il Confessore dubita se ha assolto o se ha assolto in modo dovuto il penitente che ha confessato un peccato grave;

2) quando il Confessore dubita che il penitente sia sufficiente presente o se sia vivo o morto;

3) se il Confessore dubita circa l’attitudine della materia e ciò può avvenire in due casi: se l’adulto battezzato sotto condizione debba essere subito assolto o se l’adulto non porta se non materia dubia alla confessione;

4) se il Confessore dubita della disposizione del penitente e vi è una grave causa che spinge ad amministrare il Sacramento; in questa linea:

– può essere assolto il moribondo se si dubita che egli chieda il Sacramento e che sia attrito;

– può essere assolto il peccatore recidivo consuetudinario in peccati mortali se vi è pericolo di morte etc.,

– può essere assolto il bambino o la persona parzialmente demente se il Confessore dubita riguardo all’ esistenza in essi di capacità mentale sufficiente per ricevere validamente l’assoluzione o se il Confessore dubita che essi abbiano vero dolore e vero proposito; costoro possono essere assolti sotto condizione non solo in pericolo di morte ma anche quando urge il precetto della Chiesa  e soprattutto quando hanno confessato un peccato di cui si dubita che sia grave;

– possono essere assolti i fidanzati che versano in occasione di peccato o sono recidivi e stanno per iniziare il Matrimonio;

– possono essere assolti coloro che non possono differire senza grave infamia o scandalo  la Comunione Eucaristica e credono in bona fede di poter ricevere l’Eucaristia nonostante la loro disposizione dubbia e in tale buona fede il Confessore ritiene prudentemente di lasciarli perché non accedano alla Comunione in mala fede. Ricordo che è un grave peccato ricevere un Sacramento dei vivi con il serio dubbio circa il proprio stato di grazia e ciò anche se la persona ha ottenuto, per una delle cause sopra indicate, l’assoluzione  sotto condizione (cfr. Aertnys e Damen “Theologia Moralis.” Marietti, 1957, vol. II p. 320s).

Nel “Dictionarium Morale et Canonicum” alla voce “Absolutio” il famoso teologo P. Palazzini, poi Cardinale di s. Romana Chiesa, precisa ulteriormente la dottrina circa l’assoluzione sacramentale data sotto condizione dicendo che, riguardo ai casi in cui l’assoluzione si può dare sotto condizione perché il confessore dubita circa la materia della confessione o perché dubita circa la disposizione, tale assoluzione si può dare se tale dubbio non può essere chiarito, se, invece, tale dubbio può essere chiarito, occorre chiarirlo prima di dare l’assoluzione.

Per Palazzini, inoltre, l’assoluzione sotto condizione si può amministrare in caso di dubbio sulla capacità del penitente.

Sulla base di quanto visto finora esaminiamo più precisamente il caso di un penitente che, come dicono  mons. Fernandez e Amoris Laetitia, ha alcuni condizionamenti psicologici e che non si propone di non commettere atti oggettivamente gravi.

L’ assoluzione sotto condizione può essere amministrata se si dubita della disposizione dei penitenti o se si dubita della loro capacità e tale dubbio non può essere chiarito; non va data, evidentemente, se tale capacità e disposizione indubbiamente non c’è.

Se il penitente evidentemente non ha il proposito di osservare tutti e dieci i comandamenti e di fuggire le occasioni prossime che lo portano a violare tali comandamenti, evidentemente non c’è in lui la disposizione richiesta per l’assoluzione, manca infatti la vera contrizione, quindi non gli si può dare neppure l’assoluzione sotto condizione. Ai divorziati risposati, quindi, che hanno alcuni condizionamenti di vario genere e che evidentemente non si propongono di vivere in continenza non si può dare, per quello che abbiamo appena detto, neppure l’assoluzione sotto condizione. Più generalmente a tutti coloro che hanno alcuni condizionamenti di vario genere e che evidentemente non si propongono di osservare tutti e dieci i comandamenti e di fuggire le occasioni prossime che li portano a violare tali comandamenti, non si può dare, per quello che abbiamo appena detto, neppure l’assoluzione sotto condizione.

Preciso, inoltre, a scanso di equivoci, che l’assoluzione sotto condizione non libera dal peccato grave il soggetto che non ha la contrizione; perché il peccato sia rimesso nella Confessione è necessaria la vera contrizione con il vero proposito di cui parliamo ampiamente in questo capitolo.

7) A proposito di legge di gradualità e di “gradualità della Legge”.

a) Le affermazioni di s. Giovanni Paolo II e altre importanti affermazioni su questo tema.

Il tema della “gradualità della Legge” e della “legge di gradualità” venne trattato anzitutto da s. Giovanni Paolo II nel 1980 nell’omelia a conclusione della V Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi con queste parole: “I padri sinodali …  hanno respinto ogni dicotomia tra la pedagogia, che propone una certa gradualità nel realizzare il piano divino, e la dottrina, proposta dalla Chiesa con tutte le sue conseguenze, nelle quali è racchiuso il comando di vivere secondo la stessa dottrina. Non si tratta di guardare la legge solo come un puro ideale da raggiungere in futuro, ma come un comando di Cristo Signore a superare con impegno le difficoltà. In realtà non si può accettare “un processo di gradualità”, se non nel caso di chi con animo sincero osserva la legge divina e cerca quei beni, che dalla stessa legge sono custoditi e promossi. Perciò la cosiddetta “legge della gradualità” o cammino graduale non può identificarsi con la “gradualità della legge”, come se ci fossero vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse. ” [264]. Nella Familiaris Consortio al n. 34 s. Giovanni Paolo II, riprendendo quanto aveva detto nell’omelia di cui sopra, scrisse: “Essi, tuttavia, non possono guardare alla legge solo come ad un puro ideale da raggiungere in futuro, ma debbono considerarla come un comando di Cristo Signore a superare con impegno le difficoltà. «Perciò la cosiddetta “legge della gradualità”, o cammino graduale, non può identificarsi con la “gradualità della legge”, come se ci fossero vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse. Tutti i coniugi, secondo il disegno divino, sono chiamati alla santità nel matrimonio e questa alta vocazione si realizza in quanto la persona umana è in grado di rispondere al comando divino con animo sereno, confidando nella grazia divina e nella propria volontà»[265]. In questa stessa linea, rientra nella pedagogia della Chiesa che i coniugi anzitutto riconoscano chiaramente la dottrina della «Humanae Vitae» come normativa per l’esercizio della loro sessualità, e sinceramente si impegnino a porre le condizioni necessarie per osservare questa norma.” [266]

Non ci sono, dunque per il s. Pontefice polacco vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse. Tutti i coniugi sono chiamati, secondo il disegno divino, alla santità nel matrimonio e questa alta vocazione si realizza in quanto la persona umana è in grado di rispondere al comando divino con animo sereno confidando nella grazia divina e nella propria volontà.

S. Giovanni Paolo II affermò ancora: “È necessario, innanzitutto, evitare di “graduare” la legge di Dio a misura delle varie situazioni in cui gli sposi si trovano. La norma morale ci rivela il progetto di Dio sul matrimonio, il bene intero dell’amore coniugale: voler ridurre tale progetto è una mancanza di rispetto verso la dignità dell’uomo. … Ci si può, in effetti, chiedere se la confusione fra la “gradualità della legge” e la “legge della gradualità” non abbia la sua spiegazione anche in una scarsa stima per la legge di Dio. Si ritiene che essa non sia adatta per ogni uomo, per ogni situazione, e si vuole perciò sostituirvi un ordine diverso da quello divino. 4. … Lo Spirito, donato ai credenti, scrive nel nostro cuore la legge di Dio così che questa non è solo intimata dall’esterno, ma è anche e soprattutto donata all’interno. Ritenere che esistano situazioni nelle quali non sia di fatto possibile agli sposi essere fedeli a tutte le esigenze della verità dell’amore coniugale equivale a dimenticare questo avvenimento di grazia che caratterizza la nuova alleanza: la grazia dello Spirito Santo rende possibile ciò che all’uomo, lasciato alle sole sue forze, non è possibile. …

Ogni battezzato, quindi anche gli sposi, è chiamato alla santità, come ha insegnato il Vaticano II (cf. “Lumen gentium”, 39): “In variis vitae generibus et officiis una sanctitas excolitur ab omnibus, qui a Spiritu Sancto aguntur, atque voci Patris oboedientes Deumque Patrem in spiritu et veritate adorantes, Christum pauperem, humilem, et crucem baiulantem sequuntur, ut gloriae eius mereantur esse consortes” (Ivi, 41). Tutti, coniugi compresi, siamo chiamati alla santità, ed è vocazione, questa, che può esigere anche l’eroismo. Non lo si deve dimenticare.”[267]

S. Giovanni Paolo II ha, anche, detto: “Se non è permesso parlare di “gradualità della legge”, come se la legge fosse più o meno esigente seguendo le situazioni concrete, non è meno necessario tenere conto della “legge della gradualità” (cf. Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, 34), poiché ogni buon pedagogo senza invalidare i principi, è attento alla situazione personale dei suoi interlocutori per permettere loro una migliore accoglienza della verità.”[268]

In un altro discorso di s. Giovanni Paolo II leggiamo: “Nell’esortazione apostolica, ho parlato non della “gradualità della legge” perché le esigenze della creazione e della redenzione del corpo ci riguardano tutti, a partire da oggi, ma della gradualità del “cammino pedagogico della crescita” (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, 9). Tutta la nostra vita cristiana non deve forse essere pensata in termini di cammino? ” [269]

Quindi la vita spirituale cresce gradualmente ma in tale cammino ci possono essere peccati , cadute , conversioni etc., questo però non significa che la Legge sia graduale o che le esigenze della legge siano un ideale … significa invece che la Legge resta tale, resta norma e non ideale, e il cammino di crescita in essa non è, normalmente, una crescita continua, senza scosse,  ci possono essere e normalmente ci sono cadute … ma appunto la Legge resta Legge, resta norma cui conformarsi qui ed ora ….  perché i comandamenti obbligano sempre e dappertutto, infatti il Catechismo afferma al n. 2072: “ Poiché enunciano i doveri fondamentali dell’uomo verso Dio e verso il prossimo, i dieci comandamenti rivelano, nel loro contenuto essenziale, obbligazioni gravi. Sono sostanzialmente immutabili e obbligano sempre e dappertutto. Nessuno potrebbe dispensare da essi. I dieci comandamenti sono incisi da Dio nel cuore dell’essere umano.”

Quello che abbiamo appena detto ci permette di comprendere con precisione quanto leggiamo nel Catechismo della Chiesa cattolica al n.2343: “ La castità conosce leggi di crescita, la quale passa attraverso tappe segnate dall’imperfezione e assai spesso dal peccato.” Il Papa polacco anche qui mette in evidenza che la vita spirituale cresce gradualmente ma che in tale cammino ci possono essere peccati , cadute , conversioni etc., questo tuttavia non significa che la Legge cambi o che le esigenze della legge siano un ideale e possano essere diminuite… significa invece che la Legge resta tale, resta norma e non ideale  … la Legge resta Legge, resta norma cui conformarsi qui ed ora …. qui ed ora … perché i dieci comandamenti obbligano tutti, sempre e dappertutto. Il fatto che nessuno possa dispensare dai dieci comandamenti (Catechismo Chiesa Cattolica n. 2072) manifesta in modo particolarmente chiaro che « la gradualità della Legge », in quanto pretende di diminuire le esigenze della Legge divina e quindi di dispensare da essa, è evidentemente un colossale errore.

Il Vademecum pubblicato dal Pontificio Consiglio per la Famiglia fa un’affermazione illuminante di grande forza e precisione riguardo alla legge di gradualità: “La « legge della gradualità » pastorale, che non si può confondere con « la gradualità della legge », che pretende di diminuire le sue esigenze, consiste nel chiedere una decisiva rottura col peccato e un progressivo cammino verso la totale unione con la volontà di Dio e con le sue amabili esigenze.””[270]

La « legge della gradualità » pastorale consiste dunque nel chiedere una decisiva rottura col peccato e un progressivo cammino verso la totale unione con la volontà di Dio e con le sue amabili esigenze.  La norma insegnata dalla Chiesa non è solo un “ideale” che deve poi essere adattato, proporzionato, graduato alle concrete possibilità dell’uomo, la norma che insegna la Chiesa è una Legge e con la Redenzione noi abbiamo da Cristo la grazia per vivere quella norma e quindi per percorrere un progressivo cammino verso la totale unione con Dio e se l’uomo redento ancora pecca, ciò è causato dalla volontà dell’uomo di sottrarsi alla grazia, ciò è causato dalla chiusura dell’uomo a quella grazia santificante; il comandamento di Dio è certo proporzionato alle capacità dell’uomo: ma alle capacità dell’uomo che accoglie lo Spirito Santo.[271]

Nella linea delle affermazioni presentate finora mi sembra interessante farvi conoscere uno scritto di Dariusz Kowalczyk SJ intitolato “Il “sì, sì; no, no” o la gradualità della legge – commento teologico” che è un commento teologico all’intervento nel Sinodo di Mons. Stanisław Gądecki, Presidente della Conferenza Episcopale Polacca ed è presente sul sito della Conferenza Episcopale Polacca , in cui si afferma :“ La „gradualità della legge” è una proposta della morale a tappe, adattata agli atteggiamenti e alle opinioni degli uomini hic et nunc. I suoi assertori l’adottano soprattutto nei confronti della sessualità ma molto meno in riferimento alla sfera definita dal settimo Comandamento (“Non rubare”). Le relazioni sessuali sarebbero così una relativizzata „forma di comunicazione” e, in quanto tale, non dovrebbero essere valutate alla luce delle immutate leggi della natura umana cui esistenza stessa viene, per altro, negata.

La „gradualità della legge” riferita al matrimonio permette di giustificare posizioni secondo le quali esistono vari tipi di unione: eterosessuale, omosessuale, poligama, monogama, e in ciascuna di esse sarebbe possibile vivere in pace con Dio rivelato in Gesù Cristo, nonostante l’ideale sia sempre il matrimonio monogamo tra uomo e donna, duraturo e aperto alla vita.”[272]

Kowalczyk conclude l’articolo precisando che la gradualità della legge è contraria alla sana dottrina che emerge dalla S. Scrittura e dalla Tradizione della Chiesa. La Legge di Dio è attuabile con la grazia di Dio, la Redenzione rende possibile tale attuazione, e noi siamo chiamati anzitutto alla conversione … e siamo chiamati ad attuare la Legge divina anche a costo della nostra vita.

Quindi non esiste una morale a tappe che permetta unioni peccaminose, come l’adulterio, lasciando sempre fermo l’ideale che è il matrimonio monogamico! Non esiste una morale a tappe che permetta dispense riguardo ai 10 comandamenti e quindi permetta il compimento di azioni oggettivamente immorali quali adulteri, omicidi, pedofilia etc.

Come diceva  s. Giovanni Paolo II : “Non si tratta di guardare la legge solo come un puro ideale da raggiungere in futuro, ma come un comando di Cristo Signore a superare con impegno le difficoltà. In realtà non si può accettare “un processo di gradualità”, se non nel caso di chi con animo sincero osserva la legge divina e cerca quei beni, che dalla stessa legge sono custoditi e promossi.”[273]

Dio ci illumini sempre meglio

b) Alcune importanti affermazioni di s. Tommaso che si collegano al tema della legge di gradualità e che lo illuminano.

S. Giovanni Paolo II non lo ha detto nei testi citati, ma già s. Tommaso d’ Aquino parecchi secoli fa, parlò di un processo graduale fissato da Dio nella sua Legge per condurre l’uomo alla perfezione cui Dio stesso lo chiama. Vedremo che le illuminanti parole di s. Tommaso riguardo a tale processo graduale sono collegate alla distinzione tra precetti negativi e precetti affermativi o positivi della Legge donataci da Dio. Mi sembra dunque interessante, anzitutto, soffermarmi per qualche istante su alcune importanti affermazioni di s. Tommaso riguardo alla distinzione tra precetti negativi della Legge divina prima di passare al testo in cui il s. Dottore parla precisamente del processo graduale suddetto. S. Tommaso precisa che i precetti negativi del Decalogo obbligano sempre e per sempre, sempre e in ogni circostanza, in modo assoluto, mentre i precetti affermativi obbligano sempre ma non “ad semper”, cioè obbligano a luogo e tempo convenienti come si può vedere in Super Sent., lib. 3 d. 25 q. 2 a. 1 qc. 2 ad 3, infatti in questo testo s. Tommaso spiega che siamo tenuti ad osservare i precetti negativi del decalogo sempre e in ogni occasione e attraverso ciò evitiamo i peccati di trasgressione; i precetti positivi, invece, dobbiamo osservarli sempre però non in ogni occasione ma al momento e nel luogo convenienti.

In Super Sent., lib. 4 d. 15 q. 2 a. 1 qc. 4  co. s. Tommaso precisa che i precetti divini affermativi non obbligano in ogni occasione sebbene obblighino sempre, obbligano infatti al luogo e tempo conveniente e  secondo altre determinate condizioni, in questa linea il precetto di fare l’elemosina che rientra nel quarto comandamento non obbliga in ogni circostanza ma appunto a luogo e tempo convenienti e sulla base di altre condizioni determinate.   In Super Sent., lib. 4 d. 15 q. 2 a. 1 qc. 4 ad 3 s. Tommaso spiega inoltre che i precetti affermativi contengono delle proibizioni per il tempo in cui obbligano, come ogni affermazione ha una negazione ad essa congiunta, in questa linea si afferma che se sei tenuto a sfamare una persona e non lo sfami, lo uccidi, se sei tenuto a fare l’elemosina a una persona e non la fai tu le fai del male.

Nella Somma Teologica leggiamo: “… mentre i precetti negativi della legge vietano gli atti peccaminosi, i precetti affermativi portano ad atti di virtù. Ma gli atti peccaminosi sono malvagi per se stessi, e possono  essere fatti in modo buono in nessuna maniera, in nessun luogo e in nessun tempo: poiché sono legati per se stessi a un fine malvagio, come dice Aristotele. E così i precetti negativi obbligano sempre e in tutti i casi. Gli atti virtuosi, invece, non vanno fatti in un modo qualsiasi, ma osservando le  circostanze dovute che si richiedono perché l’atto sia virtuoso: cioè facendolo dove si deve, quando si deve, e come si deve. E poiché le disposizioni delle cose che sono ordinate al fine si compiono secondo la ragione del fine,  tra le circostanze degli atti virtuosi si deve tener presente specialmente la ragione del fine, che è il bene della virtù. Perciò se c’è l’omissione di una circostanza relativa all’atto virtuoso, la quale elimina totalmente il bene della virtù, l’atto è contrario al precetto. Se invece manca una circostanza la quale non toglie del tutto la virtù, sebbene non raggiunga perfettamente il bene della virtù, l’atto non è contrario al precetto. Ecco perché il Filosofo afferma, che se ci si allontana di poco dal giusto mezzo, non siamo contro la virtù: se invece ci si allontana di molto, si distrugge la virtù nel proprio atto.”(II-II q. 33 a. 2, mia traduzione seguendo quella della “Somma Teologica” realizzata dalla ESD in CD Rom del 2001)

In molti passi delle sue opere s. Tommaso ribadisce questa dottrina per cui precetti negativi del Decalogo  obbligano sempre e per sempre [274]

Passiamo ora più decisamente al testo in cui s. Tommaso parla di un processo graduale con cui Dio ha voluto che l’uomo fosse introdotto alla perfezione.

S. Tommaso afferma che fu necessario nella Legge di Dio proporre diversi precetti positivi e negativi perché gli uomini fossero gradatamente introdotti alla virtù anzitutto facendoli astenere dal peccato e poi con il compimento del bene a cui siamo indotti dai precetti positivi (cfr. I-II, q. 72 a. 6 ad 2) In questa linea il processo graduale o legge della gradualità è un processo o una legge che anzitutto determina un’astensione dai peccati e guida la persona ad un graduale e sapiente sviluppo della vita divina per giungere alla perfezione cui Dio ci chiama. In questo senso ci pare davvero perfetta l’affermazione che abbiamo trovato nel Vademecum pubblicato dal Pontificio della Famiglia: “La « legge della gradualità » pastorale, che non si può confondere con « la gradualità della legge », che pretende di diminuire le sue esigenze, consiste nel chiedere una decisiva rottura col peccato e un progressivo cammino verso la totale unione con la volontà di Dio e con le sue amabili esigenze.”[275] L’affermazione di s. Tommaso, per la sua importanza, va comunque approfondita e tale approfondimento lo svilupperemo nel prossimo paragrafo.

c) Importanti approfondimenti riguardo alla dottrina di s. Tommaso sulla Legge Nuova e sulla gradualità ad essa intrinseca.

La Croce sacra sia la nostra luce.

Vediamo meglio cosa dice s. Tommaso nell’illuminante passo appena citato (I-II, q. 72 a. 6 ad 2)  in cui parla di un processo graduale, quindi in certo modo di una legge di gradualità, attraverso cui l’uomo giunge alla perfezione.

Anzitutto l’articolo da cui il passo in questione è tolto risponde alla domanda: tra i peccati di commissione e di omissione c’è differenza specifica?

Nella seconda obiezione (cfr. Iª-IIae q. 72 a. 6 arg. 2) si afferma che il peccato è per sé stesso contrario alla legge di Dio, questo è nella definizione stessa di peccato. Nella legge di Dio alcuni precetti sono affermativi, e contro di essi è il peccato di omissione; altri sono precetti negativi, contro i quali vi è il peccato di commissione. Dunque il peccato di omissione e il peccato di commissione differiscono per la specie.

Nel corpo dell’articolo s. Tommaso spiega che se parliamo in modo materiale della specie del peccato di omissione e di commissione, essi differiscono nella specie. Ma se parliamo formalmente della specie del peccato di omissione e di commissione, allora il peccato di omissione e di commissione non differiscono nella specie: poiché sono ordinati alla stessa cosa e procedono dallo stesso motivo.

Nella risposta alla seconda obiezione s. Tommaso quindi afferma:

“Ad secundum dicendum quod necesse fuit in lege Dei proponi diversa praecepta affirmativa et negativa, ut gradatim homines introducerentur ad virtutem, prius quidem abstinendo a malo, ad quod inducimur per praecepta negativa; et postmodum faciendo bonum, ad quod inducimur per praecepta affirmativa. Et sic praecepta affirmativa et negativa non pertinent ad diversas virtutes, sed ad diversos gradus virtutis. Et per consequens non oportet quod contrarientur diversis peccatis secundum speciem. Peccatum etiam non habet speciem ex parte aversionis, quia secundum hoc est negatio vel privatio, sed ex parte conversionis, secundum quod est actus quidam. Unde secundum diversa praecepta legis non diversificantur peccata secundum speciem.” (Iª-IIae q. 72 a. 6 ad 2)

Era dunque necessario che nella legge di Dio venissero proposti diversi precetti affermativi e negativi, affinché gradatamente gli uomini venissero introdotti alla virtù, prima con l’astensione dal male a cui siamo indotti attraverso i precetti negativi, e poi con l’ attrazione al bene, a cui siamo indotti attraverso i precetti affermativi. E così la distinzione tra precetti negativi e positivi verte essenzialmente sui gradi diversi della virtù e non sulla specie delle virtù, perciò s. Tommaso dice che precetti affermativi e negativi non attengono a virtù diverse, ma a gradi diversi nella virtù; di conseguenza non è necessario che siano contrari a peccati diversi secondo la specie. Il peccato non ha la sua specie in quanto è allontanamento (da Dio): perché secondo questo aspetto è privazione o negazione; ma ha la sua specie in quanto è conversione (alle creature), e quindi in quanto è un atto. Dunque secondo i diversi precetti della legge i peccati non differiscono quanto alla specie.

Collegando quello che s. Tommaso ha detto nel passo appena citato con altre sue affermazioni mi pare di dover affermare che la legge della gradualità vada intesa come legge intrinseca alla Legge Nuova che è la grazia e la carità. Questa mia affermazione richiede che io anzitutto spieghi perché affermo che la Legge Nuova è la grazia e la carità, quindi che io spieghi perché la legge di gradualità debba essere intesa come intrinseca alla Legge Nuova.

La Croce sacra sia la nostra luce.

Che s. Tommaso qualifichi la Legge Nuova come la grazia è noto praticamente a tutti gli esperti, la VS afferma: “Raccogliendo quanto è al cuore del messaggio morale di Gesù e della predicazione degli Apostoli, e riproponendo in una sintesi mirabile la grande tradizione dei Padri d’Oriente e d’Occidente — in particolare di sant’Agostino — (Cf De spiritu et littera, 21, 36; 26, 46: CSEL 60, 189-190; 200-201.) san Tommaso ha potuto scrivere che la Legge Nuova è la grazia dello Spirito Santo donata mediante la fede in Cristo. (Cf Summa Theologiae, I-II, q. 106, a. 1, conclus. e ad 2 um.)” (VS, n. 23s) .

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, in questa linea, afferma al n. 1966: “La Legge nuova è la grazia dello Spirito Santo … Essa opera mediante la carità …”

Ora occorre dire che la grazia è la vita divina, trinitaria, in noi, che ci fa vivere nella carità; la grazia è la natura divina in noi che ci permette di vivere la vita divina, la vita soprannaturale, attraverso le virtù che ci dispongono al Fine della vita eterna; la grazia è distinta dalle virtù infuse, e tali virtù da essa derivano e ad essa sono ordinate (cfr. S.Th., I-II, q. 110 a. 3 in c.). La prima delle virtù infuse è la carità e la carità porta come frutto la vita spirituale, l’osservanza dei divini comandamenti (tanto di quelli affermativi che di quelli negativi), la custodia contro le realtà avverse , la guida verso il Cielo, la remissione dei peccati, l’illuminazione del cuore, la perfetta letizia, la pace perfetta, costituisce l’uomo in dignità, rende non solo liberi ma figli di Dio, come dice il s. Dottore nel proemio delle sue “Collationes in decem praeceptis” …. quindi la grazia santificante è vita divina che ci fa vivere nei comandamenti e quindi nella carità comandata appunto da Dio. La grazia ci eleva al livello soprannaturale e ci fa vivere in esso i santi comandamenti nella carità.

S. Tommaso precisa che secondo Aristotele ogni cosa è ciò che in essa c’è di principale; nel Nuovo Testamento è principale la grazia dello Spirito Santo; perciò la Nuova Legge principalmente è la stessa grazia dello Spirito Santo (cfr Summa Theologiae, I-II, q. 106, a. 1).

S. Tommaso però chiama la Legge Nuova, la Legge della Carità (cfr. s. Tommaso d’ Aquino,“Collationes in decem praeceptis”, proemio) e appunto nel proemio appena citato s. Tommaso dopo aver detto parlato dei frutti della Legge dell’Amore fa intendere chiaramente che tale Legge è la stessa carità e tali frutti sono i frutti della carità, infatti prima afferma: “Sed sciendum quod haec lex, scilicet divini amoris, quatuor efficit in homine valde desiderabilia.” … e poi quando spiega questi effetti dice: “Secundum quod facit caritas, est divinorum mandatorum observantia. … Tertium quod facit caritas, est, quia est praesidium contra adversa. … Et sic patent quatuor quae in nobis efficit caritas. Sed praeter illa, quaedam alia efficit quae praetermittenda non sunt.”“Collationes in decem praeceptis” (s. Tommaso d’ Aquino,“Collationes in decem praeceptis”, proemio) La Legge Nuova è dunque, per s. Tommaso carità, oltre che grazia!

S. Antonio di Padova dice praticamente la stessa cosa allorché afferma che dalla bocca del prelato: “… i sudditi ricercheranno la legge, cioè la carità, della quale dice l’Apostolo: “Portate i pesi gli uni degli altri, e così adempirete la legge di Cristo” (Gal 6,2), cioè il suo precetto della carità; Cristo infatti solo per amore portò nel suo corpo sopra la croce il peso dei nostri peccati. La legge è la carità, che i sudditi “cercano al di fuori” (ex quirunt), cercano cioè anzitutto nelle opere, per riceverla poi più volentieri e più fruttuosamente dalla bocca stessa del prelato: perché Gesù “incominciò prima a fare e poi a insegnare” (At 1,1).”[276]

Che tale Legge Nuova sia in particolare carità significa:

1)che essa implica una radicale rottura con il peccato mortale;

2)che essa porta in noi i frutti della carità, tra i quali spicca l’osservanza dei comandamenti e la pace;

3)che essa porta in noi tutte le virtù;

4)che essa ha, in particolare, tre gradi.

Che tale Legge Nuova sia in particolare carità significa anzitutto che essa implica una radicale rottura con il peccato mortale perché il peccato grave esclude la carità dall’anima  (cfr.IIª-IIae q. 24 a. 12 co.) Nel Commento ai dieci comandamenti s. Tommaso afferma: “Sed ad hoc quod istud praeceptum dilectionis possit perfecte impleri, quatuor requiruntur…. Quartum est omnimoda peccatorum vitatio. Nullus enim potest diligere Deum in peccato existens. Matth. VI, 24: non potestis Deo servire et mammonae. Unde si in peccato existis, Deum non diligis. Sed ille diligebat qui dicebat, Isai. XXXVIII, 3: memento quomodo ambulaverim coram te in veritate et in corde perfecto. Praeterea dicebat Elias, III Reg. XVIII, 21: quousque claudicatis in duas partes? Sicut claudicans nunc huc nunc illuc inclinatur; sic et peccator nunc peccat, nunc Deum quaerere nititur.” (“Collationes in decem praeceptis”, a. 1) Perché possa essere perfettamente attuato il precetto della carità occorrono quattro cose e la quarta è che siano assolutamente evitati i peccati. Nessuno che sta in peccato grave può amare Dio, perciò se sei in peccato  non ami Dio. Ma amava (davvero) Dio colui che diceva a Dio: ricordati come ho camminato davanti a te in verità e con cuore perfetto (Isaia 38).

Che la Legge Nuova sia carità significa anche che essa porta in noi i frutti che abbiamo elencato: la vita spirituale, l’osservanza dei divini comandamenti (tanto di quelli affermativi che di quelli negativi), la custodia contro le realtà avverse , la guida verso il Cielo, la remissione dei peccati, l’illuminazione del cuore, la perfetta letizia, la pace perfetta, costituisce l’uomo in dignità, rende non solo liberi ma figli di Dio. Questi frutti sono chiaramente elencati dal s. Dottore nel proemio delle sue “Collationes in decem praeceptis”.

Ricordo poi che la pace perfetta di cui parla di s. Tommaso è la tranquillità dell’ordine (cfr.  II-II, q. 45 a. 6 co.)

Va precisato inoltre che la virtù di cui si parla in I-II q. 72 a. 6 è, riguardo alla Nuova Legge, la virtù infusa, virtù soprannaturale che viene in noi per la grazia santificante; ma la virtù infusa , si noti bene, richiede appunto la grazia santificante e quindi si perde a causa del peccato grave, la virtù infusa è anzitutto carità che porta in noi i frutti che abbiamo indicato più sopra e nella carità sono tutte le virtù infuse.

S. Tommaso in I-II, q. 72 a. 6 ad 2 parla di gradi della virtù e in particolare riguardo ai gradi della virtù infusa s. Tommaso spiega altrove che : “ … sancti distinguunt tres evangelicos fructus secundum tres gradus virtutis. Et ponuntur tres gradus, quia cuiuslibet rei perfectio attenditur secundum principium, medium et finem.” (I-II, q. 70 a. 3 ad 2.) I santi distinguono tre frutti evangelici secondo i tre gradi della virtù. Tre sono i gradi della virtù infusa nei quali Dio ci introduce attraverso la sua Legge e in particolare attraverso la legge della gradualità.

S. Tommaso parla, in particolare, di questi tre gradi riguardo alla carità ma penso si possano estendere a tutte le virtù. La carità, dunque, secondo s. Tommaso ha tre gradi: incipiente, proficiente, perfetta. Questi gradi si distinguono in base alle mansioni principali che l’uomo è portato a svolgere con l’aumento della carità. Nel grado della carità incipiente l’uomo ha la mansione principale di fuggire dal peccato e di resistere alle sue concupiscenze che lo spingono al peccato, in questo grado la carità va nutrita e sostenuta perché non si perda. – Nel grado della carità proficiente la mansione fondamentale è lo sforzo di procedere nel bene, irrobustendo e accrescendo in sé stessi la carità. – Nel grado della carità perfetta la mansione fondamentale consiste nell’attendere all’ unione con Dio e alla fruizione di Dio, nel desiderio  di dissolversi e di essere con Cristo (cfr. IIª-IIae q. 24 a. 9 co.).

L’impegno principale di coloro nei quali la carità inizia ad essere presente, sebbene essi progrediscano, spiega s. Tommaso, consiste  nel resistere ai peccati, di cui soffrono l’assalto; successivamente, sentendo meno questo assalto, essi attendono più sicuramente a progredire; però se da un lato attendono  progredire dall’altro sono attenti a non soccombere agli attacchi dei nemici spirituali (cfr. IIª-IIae q. 24 a. 9 ad 2).

S. Tommaso, aggiunge nel suo commento alla lettera agli Ebrei che quanto al progresso verso la perfezione l’uomo sempre deve cercare di passare allo stato perfetto e aggiunge che, come dice s. Bernardo, mentre siamo nella via verso il Cielo dobbiamo sempre progredire, chi non progredisce regredisce : “ Quantum ad progressum ad perfectionem semper débet niti homo transire ad statum perfectum… In via enim Dei non progredi est regredi, ait Bernardus… Duplex est perfectio, una scilicet exterior, quae consistit in actibus exterioribus qui sunt signa interiorum, sicut virginitas, voluntaria paupertas. Et ad hanc non omnes tenentur. Alia est interior, quae consistit in dilectione Dei et proximi, secundum illud ad Col. 3 : « Charitatem habete, quod est vinculum perfectionis », et ad perfectionem hujusmodi non omnes tenentur, sed omnes tenentur ad eam tendere, quia si quis nollet plus diligere Deum, non faceret quod exigit caritas.” (Super Heb. VI, 1) L’uomo sempre deve cercare di passare allo stato perfetto e la perfezione è duplice: una che consiste in atti esteriori che sono segni degli atti interiori, come la verginità o la povertà volontaria, e a questa non tutti sono tenuti; un’altra che è interiore che consiste nell’amore di Dio e del prossimo e a questa perfezione non tutti sono tenuti ma tutti sono tenuti a tendere ad essa. Tutti sono quindi tenuti a tendere verso lo stato perfetto, interiore, dell’amore di Dio e del prossimo; se qualcuno non avesse tale tendenza ad amare di più Dio, non farebbe ciò che la carità esige.

Una legge intrinseca alla vita cristiana, quindi, è quella di progredire nella carità , chi non va avanti va indietro, si tratta di una crescita graduale dal bene verso il meglio … e come ci ha detto s. Tommaso era necessario che nella legge di Dio fossero dati diversi precetti affermativi e negativi, affinché gradatamente gli uomini venissero introdotti alla virtù, prima con l’astensione dal male a cui siamo indotti attraverso i precetti negativi, e poi con l’esercizio del bene, a cui siamo indotti attraverso i precetti affermativi; e così i precetti affermativi e negativi non attengono a virtù diverse, ma a gradi diversi nella virtù (cfr. I-II, q. 72 a. 6 ad 2).

S.Tommaso, precisa: “Quantum ad actus exteriores, quia non tenetur ad incertum, non tenetur homo ad meliora; sed quantum ad affectum, tenetur ad meliora. Unde qui non semper vellet esse melior, non posset sine contemptu velle.”[277] Quanto agli atti esteriori, l’uomo non è tenuto a alle cose migliori ma quanto all’affetto è obbligato alle cose migliori; quindi chi non vuole essere sempre migliore, non può volerlo senza disprezzo di tale obbligo.

Quanto all’affetto ognuno è tenuto ad una graduale crescita nella carità e più generalmente nelle virtù infuse, crescita che in realtà non ha mai fine quaggiù perché sempre possiamo migliorarci.

Dio ci chiama ad una graduale crescita per giungere alle vette delle perfezione cristiana. Questa graduale crescita, per il fatto che la Legge di Dio è indispensabile (cfr. Iª-IIae q. 100 a. 8 co.)  non prevede dispense a tale Legge, non prevede tappe intermedie che dispensino da una oggettiva attuazione del precetto magari per giungere poi ad una più alta perfezione: nessuno può dispensare altri dal compimento della Legge e quindi nessuno può fissare, per sé o per altri, obiettivi intermedi, o tappe intermedie, che siano dispense alla Legge divina, attraverso le quali giungere poi all’ideale della reale attuazione della norma o di una più perfetta attuazione della norma ; a nessuno è lecito scegliere azioni oggettivamente gravi in attesa di giungere all’ideale della reale attuazione della Legge di Dio!

La legge di gradualità è nel compimento sempre più perfetto della Legge e non fuori di esso.

La legge di gradualità è intrinseca alla Nuova Legge e non prevede dispense alla Legge di Dio ma un compimento sempre più perfetto di essa; infatti è legge di gradualità e non gradualità della Legge.

d) La “gradualità della Legge” nella lettera dei Vescovi argentini, in Amoris Laetitia e in mons. Fernández, presunto ghostwriter di tale esortazione.

Quello che abbiamo detto ci permette di affermare che certi passi di Amoris Laetitia e della lettera dei Vescovi argentini vanno nella linea, deviata, della gradualità della Legge e non nella linea, retta, della legge della gradualità, per capirlo bene mi pare utile partire da qualche affermazione fatta da colui che è considerato da alcuni il ghost writer dell’ Amoris Laetitia, mons. V. M. Fernández, stretto collaboratore del Papa che lo ha elevato all’episcopato pochi mesi dopo essere stato eletto Sommo Pontefice, infatti 13 maggio 2013 è stato eletto Arcivescovo titolare di Tiburnia   per poi diventare Arcivescovo di La Plata (Argentina). Vedremo dunque alcune affermazioni di mons. Fernández e quindi passeremo a qualche affermazione dell’Amoris Laetitia e della lettera dei Vescovi argentini.

d,1) La “gradualità della Legge” in alcuni scritti di mons. Fernández.

Partiamo da un articolo di mons. Fernández del 2006 intitolato:“La dimensión trinitaria de la moral II : profundización del aspecto ético a la luz de “Deus caritas est””[278]

Diciamo anzitutto che Mons. Fernández in tale articolo mostra poca competenza riguardo alla dottrina di s. Tommaso, lo cita con superficialità  presentando solo  alcuni testi della Somma Teologica e non altri né altri passi di altre grandi opere del santo Dottore che servirebbero a chiarire ciò che vuole dire veramente il s. Dottore; in realtà Mons. Fernández cerca evidentemente di “tirare” i testi di s. Tommaso perché dicano quello che interessa al monsignore e non ciò che il s. Dottore vuole dire. In questa linea il Monsignore non pare rendersi conto nell’articolo suddetto che l’ordine della carità vuole, spiega s. Tommaso (cfr. IIª-IIae q. 26 a. 4), che dopo Dio amiamo noi stessi e poi gli altri e notiamo, di sfuggita, che “stranamente” anche  l’ Amoris Laetitia presenta ugualmente un errore relativo all’ordine della carità su questo stesso aspetto, come si vedrà in questo libro nel capitolo sulla carità … quindi anche su questo aspetto sembra che l’Amoris Laetitia segua l’articolo di mons. Fernández e abbia lui stesso come “ghost writer”.

Poi occorre notare che, diversamente da ciò che emerge dall’articolo di mons. Fernández, come spiega s. Tommaso, la massima virtù per noi non è la misericordia ma la carità (cfr.  IIª-IIae q. 30 a. 4 co.) che, come visto, ha per effetto, tra gli altri, la piena osservanza della Legge divina. Facciamo altresì notare a mons. Fernández che la misericordia vera si mostra sommamente in Cristo, e tale misericordia cerca anzitutto la salvezza eterna delle anime “Sic igitur  rectitudo  circa dilectionem  proximi instituitur, cum praecipitur alicui quod proximum diligat sicut se ipsum; ut scilicet eo ordine bona proximis optet quo sibi optare debet: praecipue quidem spiritualia bona, deinde bona corporis, et quae in exterioribus rebus consistunt.” (De perfectione, cap. 13 co.) … e la prima misericordia ognuno deve esercitarla, in certo modo, verso la propria anima perché il primo “prossimo” per ognuno di noi è la nostra anima (cfr. IIª-IIae q. 26 a. 4), cioè anzitutto dobbiamo convertirci e santificarci noi e solo dopo saremo in grado di convertire e santificare davvero gli altri; anche per s. Bonaventura, nel Commento alle Sentenze, l’ordine della carità è tale per cui, dopo Dio dobbiamo amare noi stessi e quindi il prossimo (cfr. “In III Sententiarum” d. 29, a.1, q. 3) e la prima misericordia va esercitata verso sé stessi, spiega s. Bonaventura:  “Ad illum quod obiicitur quod caritas est amor liberalis; dicendum, quod quamvis liberalitas quantum ad suam completionem respiciat alterum, tamen quantum ad suum initium prius respicit ipsum  qui liberalitatem impendit, sicut et misericordia. de qua dictum est quod primo debet homo sui ipsius misereri.” (“In III Sententiarum” d. 29, a.1, q. 3 ad 4m)  I curatori dell’ Opera Omnia di s. Bonaventura , ed. Quaracchi precisano che le affermazioni di s. Bonaventura per cui occorre amare dopo Dio noi stessi e poi il prossimo se riferite alla propria anima sono dottrina comune; quindi è dottrina comune della Chiesa che, dopo Dio, dobbiamo amare la nostra anima. (cfr. Doctoris Seraphici s. Bonaventurae S. R. E.  Ep. Card. Opera Omnia, Ex Typographia Collegii Sancti Bonaventurae, Ad Claras Aquas, MCDCCCLXXXVII, vol. III p. 645)

S. Antonio di Padova afferma in questa linea, riprendendo s. Agostino: “Dice Agostino: «Quattro cose si devono amare: primo, colui che è sopra di noi, cioè Dio; secondo, ciò che siamo noi (noi stessi); terzo, ciò che ci è vicino, cioè il prossimo; quarto, ciò che è sotto di noi, cioè il corpo. Il ricco amò prima di tutto e sopra tutto il suo corpo; di Dio, della sua anima e del prossimo non si curò per nulla, e perciò fu dannato.”[279]

Appunto in tale articolo del 2006 che evidentemente deve essere stato seguito su vari punti da chi ha scritto l’Amoris Laetitia, come dimostra un attento confronto dei due testi,  mons. Fernández afferma: “En algunas cuestiones de la moral sexual también es imperioso discernir bajo la luz directa del criterio hermenéutico central, para reconocer cómo una incapacidad para la abstinencia sexual suele implicar un avasallamiento de la libertad del cónyuge, haciendo primar el propio placer por encima de la felicidad del otro. Pero también se da el caso de una abstención sexual que contradiga la jerarquía cristiana de valores coronada por la caridad. No podemos cerrar los ojos, por ejemplo, ante la dificultad que se plantea a una mujer cuando percibe que la estabilidad familiar se pone en riesgo por someter al esposo no practicante a períodos de continencia. En ese caso, un rechazo inflexible a todo uso de preservativos haría primar el cumplimiento de una norma externa por sobre la obligación grave de cuidar la comunión amorosa y la estabilidad conyugal que exige más directamente la caridad.”(pag. 150) Traduco in modo orientativo la parte finale del testo : “Ma c’è anche il caso di un’astensione sessuale che contraddice la gerarchia cristiana di valori coronati dalla carità. Non possiamo chiudere gli occhi, ad esempio, davanti alla difficoltà che una donna ha quando percepisce che la stabilità della famiglia è messa a rischio sottoponendo il marito non praticante a periodi di continenza. In tal caso, un rifiuto inflessibile di qualsiasi uso del preservativo farebbe prevalere il rispetto di una norma esterna sul grave obbligo di prendersi cura della comunione amorevole e della stabilità coniugale che la carità richiede più direttamente.”

L’affermazione di mons. Fernández è evidentemente errata  …

La carità , come spiega s. Tommaso, ci fa osservare i comandamenti e non ci fa commettere peccato e soprattutto non ci fa commettere peccato grave, ma l’uso del preservativo e quindi la contraccezione è un evidente peccato grave, è un atto intrinsecamente malvagio che mai può essere scelto.

In un importante articolo pubblicato sull’Osservatore Romano leggiamo “La tradizione morale cristiana ha sempre distinto fra norme «positive» (che comandano di fare) e norme «negative» (che proibiscono di fare). Inoltre, essa ha costantemente e chiaramente affermato che, tra quelle negative, le norme che proibiscono atti intrinsecamente disordinati non ammettono eccezioni: tali atti, infatti, sono «disordinati» sotto il profilo morale per la loro stessa intima struttura, quindi in se stessi e per se stessi, ossia contraddicono la persona nella sua specifica dignità di persona. Proprio per questa precisa ragione, tali atti non possono essere resi «ordinati» sotto il profilo morale da nessuna intenzione e da nessuna circostanza soggettive, che non valgono a mutare la loro struttura. Tra questi atti si pone anche la contraccezione: in se stessa e per se stessa è sempre un disordine morale, perché oggettivamente e in modo intrinseco (indipendentemente dalle intenzioni, motivazioni e situazioni soggettive) essa contraddice «il linguaggio nativo che esprime la reciproca donazione totale degli sposi» (Esortazione apostolica Familiaris consortio, n. 32).”[280]

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 370 che ” … è intrinsecamente cattiva” … quell’azione che “… o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione ». (S. Paolo VI, Lett. enc. “Humanae vitae”, 14: AAS 60 (1968) 490.)”

In un articolo del 2011 mons. Fernández torna sull’articolo del 2006 che abbiamo appena esaminato, e riguardo alla questione dell’uso del condom afferma : “En el artículo (pág . 150) pongo el ejemplo de una mujer que, por preservar el amor y la estabilidad familiar, no rechaza el uso del preservativo (cooperación material al pecado del cónyuge). Pretendo decir que, ante un conflicto de deberes, el cuidado del amor y la estabilidad familiar es una exigencia más directa de la caridad porque es un bien mayor por el cual puede ser lícito tolerar un mal comportamiento.  … Es lo que en la moral clásica se expresa como cooperación sólo material y proporcionada en el mal.”[281]

Quindi secondo mons. Fernández la donna che, per preservare l’amore e la stabilità familiare, non rifiuta l’uso del preservativo sta solo compiendo una cooperazione materiale e proporzionata al male. Purtroppo anche dicendo questo mons. Fernández commette un grave errore perché per aversi  cooperazione materiale e proporzionata al male l’atto che si pone in essere non deve essere oggettivamente malvagio, più ampiamente questa cooperazione può essere lecita :

“ … quando si danno congiuntamente queste tre condizioni:

l’azione del coniuge cooperante non sia già in se stessa illecita;(Denzinger-Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum, 2795, 3634)

esistano motivi proporzionalmente gravi per cooperare al peccato del coniuge;

si cerchi di aiutare il coniuge (pazientemente, con la preghiera, con la carità, con il dialogo: non necessariamente in quel momento, né in ogni occasione) a desistere da tale condotta.”[282]

Le risposte del s. Uffizio citate[283]  affermano chiaramente che l’atto della donna che accetta passivamente l’uso del preservativo da parte del marito nel rapporto intimo con lei è un atto intrinsecamente illecito … quindi la cooperazione della donna che accetta l’uso del preservativo nel rapporto intimo è gravemente illecita e non è cooperazione materiale al peccato.

Torneremo sulle affermazioni di mons. Fernández appena esaminate più avanti allorché mostreremo come il “cambio di paradigma” sta aprendo evidentemente alla contraccezione.

Dio intervenga!

Nello stesso articolo del 2006 che stiamo esaminando, mons. Fernández afferma: “En los aparentes conflictos de deberes se discierne otorgando prioridad a las personas. Así podemos decir, por ejemplo, que ocultar una información para evitar una masacre no es mentir, porque aunque contradiga una formulación de la ley natural (“no mentir”) no contradice la ley natural en sí misma, que en ese caso concreto exige preservar la vida de las personas de un agresor injusto. De otro modo, se estaría subordinando la vida de las personas humanas –que son fin último de la acción moral y de la “inclinación autotrascendente hacia el otro– a la obediencia servil ante una expresión siempre imperfecta de la ley natural.” (p. 156) Traduco in modo orientativo: “Negli apparenti conflitti di doveri si discerne dando priorità alle persone. Quindi possiamo dire, ad esempio, che chi nasconde informazioni per evitare un massacro non sta mentendo, perché anche se contraddice una formulazione della legge naturale (“non mentire”) non contraddice la legge naturale stessa, che in quel caso particolare richiede di preservare la vita delle persone da un ingiusto aggressore. Altrimenti, la vita delle persone umane – che sono il fine ultimo dell’azione morale e dell’ inclinazione auto-trascendente verso l’altro – sarebbe subordinata all’obbedienza servile di fronte a un’espressione sempre imperfetta della legge naturale”.”

Dico subito che occultare una informazione non è precisamente mentire, c’è una profonda distinzione tra occultare la verità, tacendo, e mentire.

Preciso poi che “non dire falsa testimonianza” è un comandamento divino e il divieto di mentire è assoluto ed è incluso in tale comandamento. Il comandamento ottavo afferma chiaramente che dobbiamo essere veraci e mai mentire; pecca chi mente, la bugia officiosa è per sé stessa peccato veniale, quella dannosa è peccato mortale. Chi ha carità ardente non accetta di peccare mai , neppure venialmente. L’intenzione buona non cambia la malvagità dell’oggetto dell’azione. Il comandamento ottavo è legge rivelata e la sua formulazione è stata fissata da Dio per veicolare a noi una norma che nessuno ha la facoltà di cambiare e a cui nessuno ha il potere di dispensare.  Mons. Fernández parla di priorità delle persone per risolvere i conflitti di doveri ma dimentica che prima delle persone ci sono le Persone trinitarie che vanno amate con tutto il cuore, l’anima, la mente e le forze … e amare Dio significa osservare la sua Legge.  S. Tommaso afferma che ogni tipo di menzogna è proibito dalle Legge di Dio : “In hac prohibitione prohibetur omne mendacium. Eccli. VII, 14: noli velle mentiri omne mendacium; assiduitas enim illius non est bona. Et hoc propter quatuor. Primo propter Diaboli assimilationem. … Secundo propter societatis dissolutionem…. Tertio propter famae amissionem. Qui enim assuescit mendaciis, non creditur sibi, etiam si verum dicat. … Quarto propter animae perditionem. … Unde advertas, quia ipsorum mendaciorum quoddam est mortale, quoddam veniale. Mortale autem est mentiri in his quae sunt fidei; quod pertinet ad praeclaros magistros et praedicatores …Item aliquando mentiuntur aliqui in damnum proximi. Col. III, 9: nolite mentiri invicem. Et haec duo mendacia mortalia sunt. Aliqui autem mentiuntur pro seipsis; et hoc multipliciter.  …. Aliqui propter alterius commodum, quando scilicet volunt aliquem a morte vel periculo vel damno aliquo liberare: et hoc cavendum est, sicut dicit Augustinus. Eccli. IV, 26: non accipias faciem adversus faciem tuam, nec adversus animam tuam mendacium.” (Collationes in decem praeceptis , a. 10) Ogni tipo di menzogna è proibito! La menzogna non va praticata, in particolare, per quattro ragioni: assimila a satana, dissolve la società, fa perdere la fama  perché fa che il bugiardo non sia creduto in futuro, e fa perdere l’anima …

Nella Somma teologica (cfr. IIª-IIae q. 110 a. 3) s. Tommaso dice che in nessun modo può essere buono e lecito ciò che è cattivo per il suo genere, ma la menzogna è cattiva per il genere dell’atto stesso, quindi non è mai buona.  La bugia, continua s. Tommaso, è sempre peccato, come anche S. Agostino afferma  e non è lecita neppure per salvare da un aggressore ingiusto. Lo stesso s. Dottore precisa che  non è lecito dir bugie per allontanare un pericolo qualsiasi da una persona, ma è lecito nascondere prudentemente la verità con qualche scusa, come spiega S. Agostino. (cfr. IIª-IIae q. 110 a. 3 ad 4) Qui s. Tommaso si rifa ad una affermazione di s. Agostino che dice: “a un espositore o trattatista o predicatore delle verità eterne, o anche a un narratore o banditore di cose temporali che mirano ad edificare l’uomo nella religione o nella santità, sarà lecito tenere occulto per un certo tempo ciò che si ritiene dover restare occulto, ma non sarà mai lecito mentire e nemmeno occultare [la verità] ricorrendo alla menzogna.”[284]

E ancora s. Agostino precisa: “Bisogna tuttavia ricordare che non è lo stesso nascondere la verità e proferire la menzogna. Sebbene infatti tutti coloro che mentiscono vogliono nascondere la verità, non tutti coloro che vogliono nascondere la verità dicono menzogne, essendo numerosissimi i casi in cui per nascondere la verità non si mente ma si tace soltanto.”[285]

S. Alfonso dice: “ La bugia dunque sempre è peccato. Quando si dice senza danno del prossimo, è solo peccato veniale; ma quando vi è danno grave del prossimo, è peccato mortale; e così s’intende quella scrittura che dice. Os quod mentitur, occidit animam(Sap. 1. 11). E quando la bugia si dice avanti il giudice, è doppio peccato mortale. E quando poi vi si aggiunge il giuramento, come sempre si pratica in giudizio, vi è di più il sacrilegio pel giuramento falso, ch’è un peccato gravissimo, ed è peccato riservato.”[286]

S. Tommaso, s. Agostino, s. Alfonso M. de’ Liguori conoscevano bene la Legge di Dio e sapevano bene che Dio sta al di sopra di tutto e che il Fine Ultimo è Dio stesso e non l’uomo e di certo le loro affermazioni su questo argomento non sono obbedienza servile ad una espressione sempre imperfetta della Legge naturale ma sono sapiente interpretazione e applicazione della Legge di Dio. A questo riguardo è importante ricordare che, come il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 2072: “ Poiché enunciano i doveri fondamentali dell’uomo verso Dio e verso il prossimo, i dieci comandamenti rivelano, nel loro contenuto essenziale, obbligazioni gravi. Sono sostanzialmente immutabili e obbligano sempre e dappertutto. Nessuno potrebbe dispensare da essi. I dieci comandamenti sono incisi da Dio nel cuore dell’essere umano.” La parola di Dio e quindi i divini comandamenti vanno interpretati e applicati non privatamente, ma con la Chiesa, nella luce della santa Tradizione e appunto nella Chiesa e nella luce della Tradizione occorre risolvere i conflitti di doveri e non semplicemente dando precedenza alle persone, come invece dice mons. Fernández. La luce della Tradizione e della Chiesa afferma, in particolare,  che i dieci comandamenti rivelano, nel loro contenuto essenziale, obbligazioni gravi, sono sostanzialmente immutabili, obbligano sempre e dappertutto, e nessuno può dispensare da essi.

Alla pag. 160 di questo stesso articolo di mons. Fernández leggiamo: “La ley moral en sí misma es siempre vinculante y no tiene una gradualidad. Por consiguiente, las etapas de crecimiento se orientan a capacitar al sujeto para poder llegar a cumplirla plenamente y “es esencial en esta dinámica educativa la no disolución de la ley en las coordenadas de las posibilidades históricas factibles de la libertad humana”(L. Melina, Moral: entre la crisis y la renovación, Barcelona, 1996, 135. Pero no se puede aceptar la postura minimalista de este autor cuando allí mismo sostiene que la obediencia a los preceptos negativos es condición previa para la gradualidad, puesto que FC 34 se refiere a la gradualidad precisamente cuando habla de las dificultades de los matrimonios para aplicar preceptos negativos como la no anticoncepción: Ibidem.)”[287] Traduco in modo orientativo: “

La stessa legge morale è sempre vincolante e non ha una gradualità. Pertanto, le fasi della crescita sono orientate a consentire al soggetto di rispettarlo pienamente ed “è essenziale in questa dinamica educativa la non dissoluzione della legge nelle coordinate delle possibilità storiche fattibili della libertà umana” (L. Melina, “Moral: entre la crisis y la renovación”, Barcelona, Ediciones Internacionales Universitarias, ​​1996, 135.mia traduzione) in questa nota Mons. Fernández afferma che  la posizione minimalista di Melina  non può essere accettata quando sostiene che l’obbedienza ai precetti negativi è un presupposto per la gradualità, dal momento che “Familiaris Consortio” 34  si riferisce alla gradualità proprio quando parla delle difficoltà degli sposi di applicare precetti negativi come quello che vieta la contraccezione.

Non è Melina a sbagliare ma Fernández e ciò porta quest’ultimo a condannare le parole di Melina.

Mons. Fernández infatti, pur condannando a parole la gradualità della Legge la afferma nei fatti appunto perché ritiene che vi possa essere una legge di gradualità che includa la disobbedienza rispetto ai precetti negativi!

La sana dottrina afferma, invece, che precetti negativi non possono essere mai violati e la Legge di Dio è indispensabile. Ovviamente mons. Fernández, appunto perché segue una dottrina errata riguardo alla legge della gradualità giunge a criticare mons. Melina perché quest’ultimo afferma, seguendo la retta dottrina, che l’obbedienza ai precetti negativi del decalogo è condizione previa alla legge di gradualità. Le parole di mons. Fernández fanno ovviamente capire anche che secondo lui in alcuni casi le norme negative della Legge di Dio possono essere lecitamente infrante infatti questo autore afferma che nell’ambito della lecita legge di gradualità possono essere lecitamente violati i precetti negativi della Legge di Dio.

Vedremo, che sulla scia di mons. Fernández anche Amoris Laetitia mette discretamente da parte la validità della dottrina per cui le norme negative del Decalogo sono obbligatorie sempre e in ogni circostanza.

Lo stesso mons. Fernández, nella linea dell’articolo appena visto, in un articolo di commento all’Amoris Laetitia ha poi affermato che in essa la norma canonica generale viene mantenuta (cfr. 300), sebbene in alcuni casi possa non applicarsi a seguito di un percorso di discernimento; in questo discernimento la coscienza della persona concreta gioca un ruolo centrale riguardo alla sua reale situazione davanti a Dio, riguardo alle sue reali possibilità e ai suoi limiti. Quella coscienza, accompagnata da un pastore e illuminata dagli orientamenti della Chiesa, è capace di una valutazione che dà origine a un giudizio sufficiente per discernere sulla possibilità di accedere alla comunione. [288]

Scrive ancora mons. Fernández: “Por eso mismo, el discernimiento no se cierra, sino que “es dinámico y debe permanecer siempre abierto a nuevas etapas de crecimiento y a nuevas decisiones que permitan realizar el ideal de manera más plena” (AL 303). Ello según una auténtica comprensión de la “ley de gradualidad” (AL 295), que invita a responder cada vez mejor a Dios confiando en la ayuda de su gracia.”[289]

La persona, pur non proponendosi seriamente di vivere secondo la Legge e di fuggire le occasioni prossime di peccato e anzi rimanendo in chiara situazione di peccato grave e quindi restando disposta a compiere atti oggettivamente gravi, viene praticamente confermata attraverso la Confessione nel suo evidente peccato e nella sua situazione, viene assolta, e può ricevere i Sacramenti pubblicamente, con evidente scandalo, contrariamente a ciò che afferma la Legge divina[290]

In questo testo di Mons. Fernández viene praticamente affermata la gradualità della Legge e non la legge della gradualità. Il vero discernimento si fa attuando la Legge divina come insegna s. Ignazio di Loyola … chi con un discernimento afferma la disapplicazione di tale Legge si pone fuori della legge di gradualità … e fuori dalla sana dottrina cattolica.

Il discernimento, dice Fernandez, rimane aperto a nuove decisioni che permettano di realizzare “più pienamente” l’ideale  …  Si noti: il testo di Fernández dice che occorre essere aperti ad una realizzazione “più piena” dell’ideale … evidentemente l’ideale è già pienamente realizzato anche se la Legge divina non è oggettivamente attuata e anzi è disattesa con la disposizione a compiere atti oggettivamente gravi.

Per Fernandez sono permessi atti oggettivamente contrari alla Legge divina ma resta fermo l’ideale della reale attuazione di essi e resta aperto il discernimento  secondo un’ “autentica comprensione della legge di gradualità” ….

Purtroppo per mons. Fernández e per coloro che egli “ispira”, la vera legge di gradualità non può invocarsi per legittimare atti oggettivamente malvagi …. di omicidio, di pedofilia …. e di adulterio e di scandalo etc.! La vera legge di gradualità non permette dispense alla Legge divina.

Continua mons. Fernández affermando che Amoris Laetitia si riferisce a persone consapevoli della gravità della loro situazione, ma con grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che cadono in nuovi difetti. (Amoris Laetitia n. 298) Se l’atto rimane oggettivamente disonesto e non perde la sua gravità oggettiva, non può essere scelto con convinzione, come se facesse parte dell’ideale cristiano né si potrebbe dire che diventa soggettivamente onesta. Un’altra cosa molto diversa è proporre, come fa Francesco, che in un contesto di colpa attenuata si cerchi di rispondere alla volontà di Dio con maggiore dedizione, possibile nel contesto di quella situazione. Ad esempio, con una maggiore generosità verso i bambini, o con la decisione di assumere in coppia un impegno più intenso per il bene comune, o con una maturazione nel dialogo familiare, o con lo sviluppo di gesti reciproci più frequenti e intensi di carità ecc. … quindi, secondo mons. Fernández, la persona che vive in adulterio e che ha dei condizionamenti che attenuano le sue colpe che le  rendono molto difficile l’attuazione dei comandamenti  deve compiere il bene che le è possibile : con una maggiore generosità verso i bambini, o con la decisione di assumere in coppia un impegno più intenso per il bene comune, o con una maturazione nel dialogo familiare, o con lo sviluppo di gesti reciproci più frequenti e intensi di carità ecc. … [291] Questi atti, continua mons. Fernendez possono essere oggetti di una “scelta personale” e sono esempi di quel “bene possibile” che può essere realizzato entro i limiti della situazione che si sta vivendo . Sono espressioni della “via caritatis”, che possono sempre seguire “coloro che hanno difficoltà a vivere pienamente la legge divina”. Situandosi in questa via, la coscienza è anche chiamata a riconoscere “ciò che, per ora, è la generosa risposta che può essere offerta a Dio, l’ impegno che Dio stesso sta chiedendo nella complessità concreta dei limiti .[292] ”Per chi è “impossibilitato” a vivere i comandamenti resta aperta la porta per realizzare un certo “bene possibile” che è la via della “carità” da seguire e la coscienza può dunque ritenere che praticamente Dio lasci che la persona compia atti oggettivamente immorali e chieda praticamente solo quel bene “possibile”.  Ovviamente queste affermazioni di Mons. Fernández si pongono fuori dalla legge di gradualità e dalla sana dottrina cattolica e affermano praticamente per queste persone “condizionate” una dispensa dai comandamenti perché per costoro basta compiere il bene loro “possibile” e non la Legge di Dio oggettivamente, in questa linea queste persone “condizionate” possono poi ricevere i Sacramenti senza proporsi di vivere secondo la oggettiva attuazione dei comandamenti.[293]

Facciamo notare che, come ha affermato s. Giovanni Paolo II : “ Tutti … siamo chiamati alla santità, ed è vocazione, questa, che può esigere anche l’eroismo. Non lo si deve dimenticare.”[294] …. Che qualcuno abbia grandi difficoltà a seguire la via stretta della Croce è normale e non è certo per questo che la via stretta va allargata …. perché solo la via stretta conduce al Cielo!

Continua mons. Fernández: Francesco non indica che la coscienza di ogni fedele sia completamente liberata alla sua discrezione, ciò che chiede è un processo di discernimento accompagnato da un pastore, un discernimento “personale e pastorale”, che prende molto sul serio “l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del vescovo” (Amoris Laetitia n.  300)  e suppone una coscienza “rettamente formata” (Amoris Laetitia n. 302). Non è una coscienza che cerca di creare la verità come vuole, o adattarla ai suoi desideri. Da parte del pastore, “non implica mai nascondere la luce dell’ideale più completo o proporre meno di cosa Gesù offre all’essere umano ”(Amoris Laetitia n. 307), e neppure“ eccessivo rispetto quando lo propone (Amoris Laetitia n. 307).”[295] … da notare: l’ideale rimane,  ovviamente i comandamenti divini perdono la loro obbligatorietà qui ed ora per tutti, e il discernimento, come visto sopra, che “prende molto su serio l’insegnamento della Chiesa” può praticamente portare a disapplicare i comandamenti e permettere che la persona compia atti gravemente contrari ai precetti negativi e che riceva i Sacramenti: siamo in piena gradualità della Legge … e fuori dalla sana dottrina cattolica.

Continua mons. Fernández: “Francisco reconoce la posibilidad de proponer la perfecta continencia a los divorciados en nueva unión, pero admite que pueda haber dificultades para practicarla (cf. nota 329).”(p. 453) … da notare che la perfetta continenza può essere proposta …. sottolineo: può essere proposta … quindi appare facoltativa la continenza e la sua proposizione; infatti le norme della Legge divina rimangono come ideale, cessano di essere obbligatorie qui e ora e, come detto, possono essere disapplicate, come visto più sopra!

Ricordiamo ancora le parole illuminanti e “profetiche” di s. Giovanni Paolo II : “I padri sinodali rivolgendosi a coloro che esercitano il ministero pastorale a beneficio dei coniugi e delle famiglie hanno respinto ogni dicotomia tra la pedagogia, che propone una certa gradualità nel realizzare il piano divino, e la dottrina, proposta dalla Chiesa con tutte le sue conseguenze, nelle quali è racchiuso il comando di vivere secondo la stessa dottrina. Non si tratta di guardare la legge solo come un puro ideale da raggiungere in futuro, ma come un comando di Cristo Signore a superare con impegno le difficoltà. In realtà non si può accettare “un processo di gradualità”, se non nel caso di chi con animo sincero osserva la legge divina e cerca quei beni, che dalla stessa legge sono custoditi e promossi. Perciò la cosiddetta “legge della gradualità” o cammino graduale non può identificarsi con la “gradualità della legge”, come se ci fossero vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse. Tutti i coniugi sono chiamati, secondo il disegno divino, alla santità nel matrimonio e questa alta vocazione si realizza in quanto la persona umana è in grado di rispondere al comando divino con animo sereno confidando nella grazia divina e nella propria volontà.” (Omelia a conclusione della V Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi, 25.10.1980, www.vatican.va, http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1980/documents/hf_jp-ii_hom_19801025_conclusione-sinodo.html) Quindi, secondo la sana dottrina, non si tratta di ideali ma di norme divine, che ovviamente obbligano … e che vietano in modo assoluto l’adulterio, la pedofilia, l’omicidio etc. e impegnano in modo assoluto a non commettere atti oggettivamente malvagi come appunto adulterio, contraccezione, pedofilia, omicidio etc. etc. ! “…non si può accettare “un processo di gradualità”, se non nel caso di chi con animo sincero osserva la legge divina e cerca quei beni, che dalla stessa legge sono custoditi e promossi.”! La Legge resta tale, resta norma e non ideale, resta norma cui conformarsi qui ed ora …. qui ed ora …  perché i comandamenti divini obbligano sempre e dappertutto (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2072) Non c’è vero discernimento se non nella luce di queste verità … nessun discernimento vero, nessuna coscienza retta può decidere di continuare a compiere atti oggettivamente gravi e di evitare di fuggire le occasioni prossime di peccato: Dio chiama tutti, qui ed ora a seguire la sua Legge … e quindi a fuggire ciò che si oppone gravemente a tale Legge!

La Croce sacra sia la nostra luce.

d,2) La “gradualità della Legge” in Amoris Laetitia e nella lettera dei Vescovi argentini.

Quello che abbiamo appena detto circa le affermazioni di mons. Fernández ci pare importante per renderci conto con profondità della dottrina deviata delle “fonti” di Amoris Laetitia e quindi della dottrina deviata che l’Amoris Laetitia e la lettera dei Vescovi argentini  presentano in modo reale ma in certo modo nascosto, discreto. Mons. Fernández dice appunto riguardo alla discrezione tenuta da Papa Francesco per far passare il suo cambio di dottrina: “Aunque la cuestión del posible acceso a la comunión de algunos divorciados en nueva unión ha provocado mucho revuelo, el Papa intentó —sin lograrlo— que este paso se diera de una manera discreta. Por eso, después de desarrollar los presupuestos de esta decisión en el cuerpo del documento, la aplicación a la comunión de los divorciados en nueva unión se hizo explícita en notas a pie de página.”[296] Ciò significa che sebbene la questione del possibile accesso alla comunione di alcuni divorziati in una nuova unione abbia suscitato scalpore, il Papa ha provato – senza riuscirci – a compiere questo passo in modo discreto. Pertanto, dopo aver sviluppato i presupposti di questa decisione nel corpo del documento, l’applicazione alla comunione dei divorziati in una nuova unione è stata resa esplicita nelle note a piè di pagina.

In realtà la vera discrezione è unita alla Verità e purtroppo sia Mons. Fernández che il Papa mostrano di travisare la Verità … pur presentandosi come paladini di essa …

Mons. Fernández in suo articolo del 2006, infatti  diceva che la legge morale in sé stessa è sempre vincolante e non ha una gradualità [297]  cioè si presentava, a parole, come seguace della vera dottrina sulla gradualità della Legge, mentre nei fatti la rinnegava, come abbiamo visto. In modo simile (si noti bene) anche Papa Francesco  afferma a parole, ma rinnega nei fatti, la sua fedeltà alla vera legge della gradualità e la sua condanna alla gradualità della Legge, infatti nell’ Amoris Laetitia leggiamo : “  … san Giovanni Paolo II proponeva la cosiddetta “legge della gradualità”, nella consapevolezza che l’essere umano «conosce, ama e realizza il bene morale secondo tappe di crescita».[Esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 34: AAS 74 (1982), 123.] Non è una “gradualità della legge”, ma una gradualità nell’esercizio prudenziale degli atti liberi in soggetti che non sono in condizione di comprendere, di apprezzare o di praticare pienamente le esigenze oggettive della legge. “(Amoris Laetitia n. 295)

Purtroppo, contrariamente a quanto lui stesso afferma, Papa Francesco, come stiamo vedendo e come meglio vedremo più avanti, afferma una netta gradualità della Legge.  La Legge di Dio, infatti, contrariamente alle affermazioni di Papa Francesco non è semplicemente un ideale ma un comando da vivere qui e ora; la legge di gradualità  non può invocarsi per “legittimare” oggi atti oggettivamente malvagi in attesa di poter giungere all’ideale …. non la si può invocare per “legittimare” atti oggettivamente malvagi di omicidio, di pedofilia o di adulterio perché è impossibile a certe persone vivere i comandamenti divini …  e non la si può invocare per dare i Sacramenti a coloro che non si propongono di vivere secondo la santa Legge di Dio e quindi non la si propongono di evitare l’adulterio … o l’omicidio o la pedofilia etc.! Sottolineo che le norme divine sono norme … quindi non si tratta di ideali ma di norme divine, che ovviamente obbligano qui ed ora… e che vietano in modo assoluto l’adulterio, la pedofilia, l’omicidio etc. e impegnano in modo assoluto a non commettere atti oggettivamente malvagi come appunto adulterio, contraccezione, pedofilia, omicidio etc. etc. ! Come diceva più sopra s. Giovanni Paolo II “…non si può accettare “un processo di gradualità”, se non nel caso di chi con animo sincero osserva la legge divina e cerca quei beni, che dalla stessa legge sono custoditi e promossi.”  Non si può invocare “un processo di gradualità” per legittimare atti oggettivamente malvagi di omicidio o di pedofilia o i contraccezione o di fornicazione …. o di adulterio!

Passiamo ora all’esame più diretto  dei testi del Papa e dei Vescovi argentini e partiamo dall’analisi di alcuni testi della lettera dei Vescovi appena citati perché mi pare che essa in quanto interpreta l’Amoris Laetitia faccia emergere meglio la gradualità della Legge e quindi ci permetta di far emergere con più chiarezza nell’Amoris Laetitia la gradualità della Legge che essa contiene ma cela …

Ai nn. 5 e 6 della lettera dei Vescovi argentini leggiamo in particolare riguardo ai divorziati risposati: se possibile vivano in castità, se tale possibilità non è fattibile, resta possibile un cammino di discernimento e quindi: “ Si se llega a reconocer que, en un caso concreto, hay limitaciones que atenúan la responsabilidad y la culpabilidad (cf. 301-302), particularmente cuando una persona considere que caería en una ulterior falta dañando a los hijos de la nueva unión, Amoris laetitia abre la posibilidad del acceso a los sacramentos de la Reconciliación y la Eucaristía (cf. notas 336 y 351). Estos a su vez disponen a la persona a seguir madurando y creciendo con la fuerza de la gracia.”[298]

Anzitutto notiamo che proporre la castità è divenuto facoltativo … ovviamente anche la castità appare facoltativa … è un ideale cui tendere non più una norma assoluta che si può vivere e va obbligatoriamente vissuta …

D’altra parte  in alcuni casi, come emerge da questi testi,  può essere “impossibile” vivere in castità …  cioè impossibile vivere i 10 comandamenti … perciò se ci sono limitazioni e in particolare se la persona pensa che lasciando la situazione di adulterio cadrebbe in ulteriori peccati danneggiando la famiglia , può continuare a commettere adulterio e non proporsi di smettere e anche ricevere i Sacramenti appunto senza proporsi di non peccare.

Quindi la Legge, il sesto comandamento in particolare, rimane come ideale ma non è più norma da osservare qui e ora! Praticamente la persona “condizionata” è dispensata dall’osservare la Legge … tale persona può rimanere nella situazione di oggettiva inosservanza grave della Legge divina e , senza proporsi seriamente di non peccare e di fuggire le occasioni prossime di peccato, può accedere ai Sacramenti … siamo in piena gradualità della Legge!

La sana dottrina invece insegna che la Legge resta tale, resta norma e non ideale, resta norma cui conformarsi qui ed ora …. qui ed ora …  perché i comandamenti divini obbligano sempre e dappertutto, nessuno può dispensare dalla Legge, dai comandamenti (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2072)! … neppure il Papa può dispensare dall’ osservanza dei comandamenti, essi sono  sostanzialmente immutabili e obbligano sempre e dappertutto!

S. Giovanni Paolo II affermava: “Perciò la cosiddetta “legge della gradualità” o cammino graduale non può identificarsi con la “gradualità della legge”, come se ci fossero vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse. … ”[299] Sottolineo: “… non esistono vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse. ” …. Faccio notare che quello che afferma la lettera dei Vescovi argentini è, secondo il Papa, l’unica interpretazione ammessa dell’Amoris Laetitia , cioè attraverso le affermazioni dei Vescovi argentini noi possiamo riconoscere il significato profondo dell’Amoris Laetitia … quindi quello che hanno detto i Vescovi argentini “illumina” tutta l’Esortazione apostolica … perciò nella “luce” degli errori che abbiamo appena visto dobbiamo vedere quello che dice tale documento papale …. per manifestarne il suo vero volto e la sua opposizione alla vera legge di gradualità.

Al n. 303 dell’Amoris Laetitia leggiamo: «Ma questa coscienza può riconoscere non solo che una situazione non risponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo; può anche riconoscere con sincerità e onestà ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo».(Amoris Laetitia 303)  La coscienza morale cristiana sincera e onesta non può mai riconoscere quello che dice qui l’Amoris Laetitia, perché la coscienza morale cristiana, illuminata dalla fede, sa molto bene quello che il Catechismo afferma al n. 2072: “ Poiché enunciano i doveri fondamentali dell’uomo verso Dio e verso il prossimo, i dieci comandamenti rivelano, nel loro contenuto essenziale, obbligazioni gravi. Sono sostanzialmente immutabili e obbligano sempre e dappertutto. Nessuno potrebbe dispensare da essi. I dieci comandamenti sono incisi da Dio nel cuore dell’essere umano.”  Nessuno può dispensare dai 10 comandamenti, essi obbligano sempre e dappertutto!  Nessuno può dispensare dal comando che vieta l’ adulterio come nessuno può dispensare dai comandi che vietano l’omicidio, la pedofilia etc. etc. I comandamenti non sono degli ideali ma norme che sono sostanzialmente immutabili e obbligano sempre e dappertutto. Anche questa affermazione dell’Amoris Laetitia, collegata con quanto abbiano visto più sopra, indica che questo documento segue non la legge di gradualità ma la gradualità della Legge. Come dice s. Giovanni Paolo II  : “Perciò la cosiddetta “legge della gradualità” o cammino graduale non può identificarsi con la “gradualità della legge”, come se ci fossero vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse. Tutti i coniugi sono chiamati, secondo il disegno divino, alla santità nel matrimonio e questa alta vocazione si realizza in quanto la persona umana è in grado di rispondere al comando divino con animo sereno confidando nella grazia divina e nella propria volontà. ”[300]. Dio non chiede semplicemente di fare il possibile secondo le nostre forze umane, Dio ci chiama ad attuare la sua Legge … e Dio è onnipotente … La Legge di Dio non è impossibile per coloro che sono giustificati.  “L’osservanza della legge di Dio, in determinate situazioni, può essere difficile, difficilissima: non è mai però impossibile. È questo un insegnamento costante della tradizione della Chiesa” (VS, n. 102,) Il Concilio di Trento afferma che nessuno, poi, per quanto giustificato, deve ritenersi libero dall’osservanza dei comandamenti (can. 20), nessuno deve far propria quell’espressione temeraria e proibita dai Padri sotto pena di scomunica esser cioè impossibile per l’uomo giustificato osservare i comandamenti di Dio (can. 18 e 22) ( Heinrich Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003 n.1536 e 1568 )  Nessuno  deve ritenersi libero dall’osservanza dei comandamenti … tutti sono chiamati a proporsi di attuare i comandamenti.

Al n. 304 di Amoris Laetitia leggiamo:“Un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà” (Amoris Laetitia 304)

Dio ci ha dato le sue norme perché le attuiamo …. nessuno può dispensare da esse! Non sono ammissibili, come detto, tappe intermedie che oggettivamente contrastano le leggi divine pur lasciando intatto l’ “ideale”, i comandamenti sono obbligatori qui e ora per tutti; in questa linea i piccoli passi non bastano … non bastano le “tappe intermedie”, i “piccoli passi”; Dio ci ha donato i comandamenti perché li osserviamo con l’aiuto  della grazia  ma è ovvio che chi vuole fare passare in pratica la gradualità della Legge  e non presenta la vera legge di gradualità, ha tutto l’interesse a lanciare frasi come queste per giustificare “tappe intermedie” …. che poi sono in realtà atti oggettivamente immorali …

In Amoris Laetitia n. 305 leggiamo :“Il discernimento deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti. Credendo che tutto sia bianco o nero, a volte chiudiamo la via della grazia e della crescita e scoraggiamo percorsi di santificazione che dànno gloria a Dio” (Amoris Laetitia  305).

Attenzione: i comandamenti sono possibili con l’aiuto della grazia e della Divina Onnipotenza e noi come ministri di Cristo dobbiamo ribadirlo e guidare le persone su tale cammino dei comandamenti, parlare di altre strade possibili che includono il compimento di atti oggettivamente malvagi significa parlare di gradualità della Legge e non di legge di gradualità … nessuno può dispensare sé o gli altri dall’osservanza dei comandamenti.

Afferma ancora l’Amoris Laetitia “ Per evitare qualsiasi interpretazione deviata, ricordo che in nessun modo la Chiesa deve rinunciare a proporre l’ideale pieno del matrimonio, il progetto di Dio in tutta la sua grandezza … La tiepidezza, qualsiasi forma di relativismo, o un eccessivo rispetto al momento di proporlo, sarebbero una mancanza di fedeltà al Vangelo e anche una mancanza di amore della Chiesa verso i giovani stessi. Comprendere le situazioni eccezionali non implica mai nascondere la luce dell’ideale più pieno né proporre meno di quanto Gesù offre all’essere umano. ” (Amoris Laetitia n. 307)  … l’ideale … notate bene … bisogna proporre l’ideale …. non le norme che valgono qui e ora per tutti!

Ma la sana dottrina, come visto, afferma che Legge resta tale, resta norma e non ideale, resta norma cui conformarsi qui ed ora …. qui ed ora …  perché i comandamenti divini obbligano sempre e dappertutto (Catechismo della Chiesa cattolica n. 2072)

Anche nelle situazioni eccezionali la Legge di Dio rimane Legge con norme sostanzialmente immutabili che obbligano sempre e dappertutto … quindi qui e ora. Nessuno potrebbe dispensare da esse. Dice s. Giovanni Paolo II in VS: “La Chiesa propone l’esempio di numerosi santi e sante, che hanno testimoniato e difeso la verità morale fino al martirio o hanno preferito la morte ad un solo peccato mortale. Elevandoli all’onore degli altari, la Chiesa ha canonizzato la loro testimonianza e dichiarato vero il loro giudizio, secondo cui l’amore di Dio implica obbligatoriamente il rispetto dei suoi comandamenti, anche nelle circostanze più gravi, e il rifiuto di tradirli, anche con l’intenzione di salvare la propria vita.”(VS, n.91)

Sorga Dio che è Luce  e siano disperse le tenebre dell’errore.

S. Giovanni Paolo II nel 1980 nell’omelia a conclusione della V Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi affermò: “ Non si tratta di guardare la legge solo come un puro ideale da raggiungere in futuro, ma come un comando di Cristo Signore a superare con impegno le difficoltà. In realtà non si può accettare “un processo di gradualità”, se non nel caso di chi con animo sincero osserva la legge divina e cerca quei beni, che dalla stessa legge sono custoditi e promossi.”[301].

Al n. 304 di Amoris Laetitia leggiamo: «È meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano».

Notate bene : qui il Papa avrebbe potuto dire: perché si sia pienamente fedeli a Dio occorre anzitutto che gli atti che si pongono in essere rispondano pienamente alla Legge di Dio e che siano compiuti con retta intenzione etc. … ma egli vuole far passare il messaggio che è ammissibile un atto oggettivamente immorale, sono ammissibili tappe intermedie, se ci sono limiti; egli vuole far passare il messaggio che l’uomo possa giudicare in coscienza onestamente e sinceramente che Dio non gli chiede di vivere i comandamenti  … egli presenta la Legge come ideale, non come norma veramente obbligante sempre e dappertutto  … quindi, in questo passo, attacca i “meschini” che si soffermano solo sull’atto conforme al comandamento, ma non attacca coloro che si soffermano solo sull’intenzione buona o sulle circostanze e mettono da parte la risposta precisa alla Legge …

In conclusione Amoris Laetitia va in modo chiaro nella linea della gradualità della Legge; tale gradualità viene giustificata dal fatto che alcuni hanno grandi difficoltà ad attuare tale Legge e quindi viene giustificata sulla base delle attenuanti  … vedremo più avanti che le attenuanti di cui parla Amoris Laetitia e più generalmente tutto l’impianto di tale esortazione porta a considerare:

1) come praticamente leciti quelli che la sana dottrina indica come veri peccati gravi e

2) come lecita la ricezione dei Sacramenti a chi vuole rimanere in essi e quindi porta ad amministrare i Sacramenti a chi non si propone di vivere secondo la Legge di Dio. L’ Amoris Laetitia quindi, pur opponendosi a parole, apre di fatto la porta alla gradualità della Legge e appunto anche attraverso tale discreta apertura determina un colossale rilassamento dei costumi, come vedremo sempre meglio, che giunge praticamente a legittimare non solo l’adulterio ma anche gli atti omosessuali …

Illuminante per chiarire tutto quello che stiamo dicendo è quello che un Cardinale stretto collaboratore del Papa ha affermato, senza essere smentito, : “«La porta è aperta», ha detto in riferimento alla disciplina dei sacramenti per i divorziati risposati, ma «il Papa non ha detto come passarvi attraverso. Egli però – ha detto Kasper – non ha ripetuto le dichiarazioni negative dei papi precedenti su ciò che non è possibile e non è permesso. Quindi c’è spazio per i singoli vescovi e le singole Conferenze episcopali».”[302] …. Come dice il Card. Kasper: la porta è aperta ma il Papa non ha detto come passarvi attraverso.  Il Papa però non ha ripetuto le dichiarazioni negative dei papi precedenti su ciò che non è possibile e non è permesso. Lo aveva detto già il Card. Baldisseri  :“E in effetti non tanto il Sinodo, sarà importante, ma la sintesi che n verrà preparata, e che porterà la firma del Papa come “Esortazione post-sinodale”. E’ molto probabile che non sarà un testo chiaro e definitivo, ma basato su un’interpretazione “fluttuante”. In modo che ciascuno leggendolo, possa tirarselo dalla parte che più gli fa comodo.”  [303]

La strategia papale attraverso l’Amoris Laetitia apre le porte sicché ciascuno leggendola, possa tirarselo dalla parte che più gli fa comodo …. per un colossale rilassamento dei costumi e quindi per la perversione di molte anime , come sempre meglio vedremo … e ovviamente il Papa non interviene per condannare gli errori e per far osservare la sana dottrina.

d,3) La “gradualità della Legge” come atto di “misericordia” .

Seguendo una consolidata “tradizione” che emerge soprattutto tra i fautori della gradualità della Legge, la perversione della dottrina che questo Papa e in particolare l’Amoris Laetitia sta realizzando soprattutto in campo morale viene fatta passare come attuazione della misericordia …

Come dice molto bene Dariusz Kowalczyk SJ nell’articolo da me già presentato più sopra [304]:“ La „gradualità della legge” riferita al matrimonio permette di giustificare posizioni secondo le quali esistono vari tipi di unione: eterosessuale, omosessuale, poligama, monogama, e in ciascuna di esse sarebbe possibile vivere in pace con Dio rivelato in Gesù Cristo, nonostante l’ideale sia sempre il matrimonio monogamo tra uomo e donna, duraturo e aperto alla vita. Tale ragionamento viene spesso accompagnato da parole sulla misericordia, in contrapposizione ai comandamenti.”  Questo emerge chiaramente sia nell’articolo di mons. Fernández che parla ampiamente e in maniera distorta della misericordia dimenticando che, per noi, la carità è la virtù somma, e che, dopo Dio, dobbiamo amare noi stessi … [305], sia nell’articolo di commento all’Amoris Laetitia che mons. Fernández ha realizzato nel 2017[306] in cui egli contrappone la comoda rigidezza di alcuni, che determina  l’annacquamento del Vangelo, alle indicazioni evidentemente misericordiose di tale esortazione (cfr. Amoris Laetitia n. 311)  volendo evidentemente dire che la vera misericordia non è nella sana dottrina che la Chiesa ha diffuso per 2000 anni ma  nelle perversioni morali che lui e Amoris Laetitia diffondono …

Nello stesso articolo del 2017[307] mons. Fernández sottolinea anche il contrasto tra l’agire di alcuni confessori che fanno sfumare la misericordia nella ricerca di una giustizia supposta come pura e il modo di operare che indica Papa Francesco attraverso Amoris Laetitia (cfr. Amoris Laetitia nota 364)  .

Questo richiamo alla misericordia per sostenre gli errori si può vedere chiaramente nell’ Amoris Laetitia oltre che nei due passi appena citati (cfr. Amoris Laetitia n. 311 e nota 364) , anche in un altro passo in cui, aprendo le porte ad una sottile ma reale gradualità della Legge, si afferma : “ Tuttavia, dalla nostra consapevolezza del peso delle circostanze attenuanti – psicologiche, storiche e anche biologiche – ne segue che «senza sminuire il valore dell’ideale evangelico, bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno», lasciando spazio alla «misericordia del Signore che ci stimola a fare il bene possibile». (Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 44: AAS 105 (2013), 1038).” (Cfr. Amoris Laetitia n. 308)

Che l’affermazione della gradualità della legge sia accompagnata dal richiamo alla misericordia e più genericamente alla carità si può vedere anche nella lettera dei Vescovi argentini che all’inzio e quindi  al n. 3 afferma: “ … Francisco ha abierto varias puertas en la pastoral familiar y estamos llamados a aprovechar este tiempo de misericordia, para asumir como Iglesia peregrina la riqueza que nos brinda la Exhortación Apostólica en sus distintos capítulos. … 3) El acompañamiento pastoral es un ejercicio de la “via caritatis”. Es una invitación a seguir “el camino de Jesús, el de la misericordia y de la integración” (296). ” … In questa linea vanno anche le affermazioni di Amoris Laetitia al n. 306 “ In qualunque circostanza, davanti a quanti hanno difficoltà a vivere pienamente la legge divina, deve risuonare l’invito a percorrere la via caritatis. La carità fraterna è la prima legge dei cristiani (cfr Gv 15,12; Gal 5,14). Non dimentichiamo la promessa delle Scritture: «Soprattutto conservate tra voi una carità fervente, perché la carità copre una moltitudine di peccati» (1 Pt 4,8); «sconta i tuoi peccati con l’elemosina e le tue iniquità con atti di misericordia verso gli afflitti» (Dn 4,24); «l’acqua spegne il fuoco che divampa, l’elemosina espia i peccati» (Sir 3,30).”

Concludo notando che la vera misericordia è legata alla carità e alla Verità … quindi gli errori fondamentali che presenta l’Amoris Laetitia e il rilassamento morale che essa sta producendo non sono esercizio di misericordia ma del suo preciso contrario, non aiutano infatti a salvare le anime ma piuttosto a incamminarle sulla via del peccato e della dannazione …

Sorga Dio che è Luce  e siano disperse le tenebre dell’errore e della falsa misericordia.

8) I precetti negativi della Legge di Dio, tra cui quello che vieta l’adulterio, obbligano sempre in ogni circostanza!

La Croce sacra sia la nostra luce.

S. Tommaso, sulla base della Legge rivelata, precisa, come vedemmo già più sopra, che: i precetti negativi del Decalogo obbligano sempre e per sempre.

Spiega il s. Dottore  “Ad tertium dicendum, quod ad praecepta negativa tenemur semper et ad semper; et per hoc vitantur sufficienter peccata transgressionis. Sed ad praecepta affirmativa tenetur homo semper, sed non ad semper, sed loco et tempore determinato.” (Super Sent., lib. 3 d. 25 q. 2 a. 1 qc. 2 ad 3.) Siamo tenuti ad osservare i precetti negativi del decalogo sempre e in ogni occasione e attraverso ciò evitiamo i peccati di trasgressione; i precetti positivi, invece, dobbiamo osservarli sempre però non in ogni occasione ma al momento e nel luogo convenienti.

In Super Sent., lib. 4 d. 15 q. 2 a. 1 qc. 4 ad 3 s. Tommaso spiega inoltre che i precetti affermativi contengono delle proibizioni per il tempo in cui obbligano, come ogni affermazione ha una negazione ad essa congiunta, in questa linea si afferma che se sei tenuto a sfamare una persona e non lo sfami, lo uccidi, se sei tenuto a fare l’elemosina a una persona e non la fai tu le fai del male.

Il s. Dottore ribadisce che i precetti negativi obbligano sempre e per sempre  anche nel testo seguente:“Ad tertium dicendum, quod retentio rei alienae invito domino contrariatur praecepto negativo, quod obligat semper et ad semper; et ideo tenetur statim ad reddendum. Secus autem est de impletione praecepti affirmativi, quod obligat semper, sed non ad semper; unde non tenetur aliquis ad statim implendum.” (Super Sent., lib. 4 d. 17 q. 3 a. 1 qc. 4 ad 3. )

Ulteriormente l’obbligo assoluto contenuto nei precetti negativi è affermato nel seguente testo di s. Tommaso:  “Ad octavum dicendum, quod voluntas creaturae rationalis obligatur ad hoc quod sit subdita Deo: sed hoc fit per praecepta affirmativa et negativa, quorum negativa obligant semper et ad semper, affirmativa vero obligant semper, sed non ad semper.” (De malo, q. 7 a. 1 ad 8)

Nel “Commento alla Lettera ai Romani” (c. 13, l. 2) s. Tommaso afferma: “… i precetti negativi sono più universali per quanto riguarda i tempi e le persone perché i precetti negativi obbligano “semper et ad semper” (sempre e per sempre). In nessun momento infatti si deve rubare o commettere adulterio.” I PRECETTI NEGATIVI OBBLIGANO SEMPRE E IN OGNI CIRCOSTANZA! …. Ulteriormente s. Tommaso afferma in questa linea:“ Sed considerandum est quod sicut praecepta negativa legis prohibent actus peccatorum, ita praecepta affirmativa inducunt ad actus virtutum. Actus autem peccatorum sunt secundum se mali, et nullo modo bene fieri possunt, nec aliquo tempore aut loco, quia secundum se sunt coniuncti malo fini, ut dicitur in II Ethic. Et ideo praecepta negativa obligant semper et ad semper. ”(II-II q. 33 a. 2 in c.) I precetti negativi obbligano sempre e per sempre perché essi proibiscono i peccati che sono intrinsecamente malvagi e in nessun modo, in nessun tempo e in nessun luogo possono diventare buoni.

La stessa dottrina viene affermata anche nel testo seguente: “Tertium est peccatorum qualitas. Nam quaedam peccata consistunt in transgressione, quaedam vero in omissione. Graviora autem sunt prima secundis: quia illa opponuntur praeceptis negativis, quae obligant semper et ad semper, haec vero opponuntur praeceptis affirmativis quae cum non obligent ad semper, non potest sciri determinate quando obligant.” (Super Gal.  , c.6, l.1) I peccati che si oppongono ai precetti negativi sono più gravi di quelli che si oppongono ai precetti affermativi del decalogo perché i precetti negativi obbligano sempre e per sempre.

I precetti negativi valgono sempre e per sempre e non si può dare dispensa per essi, come dicemmo più sopra; i precetti del decalogo non ammettono alcuna dispensa (cfr. I-II, q. 100, a. 8).

Nella VS leggiamo:“ I precetti negativi della legge naturale sono universalmente validi: essi obbligano tutti e ciascuno, sempre e in ogni circostanza. Si tratta infatti di proibizioni che vietano una determinata azione semper et pro semper, senza eccezioni … È proibito ad ognuno e sempre di infrangere precetti che vincolano, tutti e a qualunque costo, a non offendere in alcuno e, prima di tutto, in se stessi la dignità personale e comune a tutti. … La Chiesa ha sempre insegnato che non si devono mai scegliere comportamenti proibiti dai comandamenti morali, espressi in forma negativa nell’Antico e nel Nuovo Testamento. ” (VS, n. 52)

I comandamenti obbligano e sono possibili da vivere con l’aiuto di Dio, lo spiegammo ampiamente più sopra.

“L’osservanza della legge di Dio, in determinate situazioni, può essere difficile, difficilissima: non è mai però impossibile.” (VS, n. 102)

Nessuno, sebbene giustificato, si deve considerare libero dall’osservanza dei comandamenti, Dio infatti non comanda ciò che è impossibile, ma mentre comanda ti aiuta perché tu possa![308]  VIVERE SECONDO TALI COMANDAMENTI DIVINI, E IN PARTICOLARE NON VIOLARE MAI I PRECETTI NEGATIVI DEL DECALOGO È POSSIBILE. Non commettere adulterio è possibile!

Dio è onnipotente e ci aiuta ad attuare la sua Legge, mai ci possiamo dispensare da essa!

 La Croce sacra sia la nostra luce.

Sottolineo:“ La Chiesa ha sempre insegnato che non si devono mai scegliere comportamenti proibiti dai comandamenti morali, espressi in forma negativa nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Come si è visto, Gesù stesso ribadisce l’inderogabilità, sempre e in ogni circostanza di queste proibizioni : « Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti…: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso » (Mt 19,17-18)….”(VS, n.52) . Non uccidere, non commettere adulterio … Come è proibito radicalmente l’omicidio, così è proibito radicalmente l’adulterio  … come è vietato semper ed in ogni circostanza l’omicidio così è vietato sempre ed in ogni circostanza l’adulterio.

L’adulterio, come l’omicidio, è vietato semper et pro semper, senza eccezioni, perché la scelta di un tale comportamento non è in nessun caso compatibile con la bontà della volontà della persona che agisce, con la sua vocazione alla vita con Dio e alla comunione col prossimo. È proibito ad ognuno e sempre di infrangere precetti che vincolano, tutti e a qualunque costo, a non offendere in alcuno e, prima di tutto, in se stessi la dignità personale e comune a tutti.

Precisa s. Giovanni Paolo II riguardo a ciò che stiamo dicendo:“95. La dottrina della Chiesa e in particolare la sua fermezza nel difendere la validità universale e permanente dei precetti che proibiscono gli atti intrinsecamente cattivi è giudicata non poche volte come il segno di un’intransigenza intollerabile … Ma, in realtà, la maternità della Chiesa non può mai essere separata dalla sua missione di insegnamento, che essa deve compiere sempre come Sposa fedele di Cristo, la Verità in persona”(VS, n. 95s)

La Chiesa, in quanto è Maestra “ … non si stanca di proclamare la norma morale … Di tale norma la Chiesa non è affatto né l’autrice né l’arbitra. In obbedienza alla verità, che è Cristo, la cui immagine si riflette nella natura e nella dignità della persona umana, la Chiesa interpreta la norma morale e la propone a tutti gli uomini di buona volontà, senza nasconderne le esigenze di radicalità e di perfezione”.[309]

Come Sposa fedele di Cristo, la Verità in persona, e in obbedienza a Lui, la Chiesa propone al mondo la sana dottrina in campo morale senza nasconderne le esigenze di carità e di perfezione.

a) Intrinseca malvagità dell’adulterio.

L’atto di adulterio è intrinsecamente malvagio (intrinsece malum) ed è oggettivamente grave. Riguardo agli  atti intrinsecamente cattivi s.  Paolo VI insegna: « … non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male, affinché ne venga il bene (cf Rm 3,8)…». [310]

La Veritatis Splendor afferma: “Insegnando l’esistenza di atti intrinsecamente cattivi, la Chiesa accoglie la dottrina della Sacra Scrittura.  … Se gli atti sono intrinsecamente cattivi, un’intenzione buona o circostanze particolari possono attenuarne la malizia, ma non possono sopprimerla: sono atti «irrimediabilmente» cattivi, per se stessi e in se stessi non sono ordinabili a Dio e al bene della persona: …  Per questo, le circostanze o le intenzioni non potranno mai trasformare un atto intrinsecamente disonesto per il suo oggetto in un atto «soggettivamente» onesto o difendibile come scelta.” (VS n.80s.)

La Croce sacra sia la nostra luce.

La Congregazione per la Dottrina della Fede nella Dichiarazione Persona humana (29.12.1975) afferma: “Ora, secondo la tradizione cristiana e la dottrina della chiesa, e come riconosce anche la retta ragione, l’ordine morale della sessualità comporta per la vita umana valori così alti, che ogni violazione diretta di quest’ordine è oggettivamente grave[311].”[312] Sottolineo:  l’ordine morale della sessualità comporta per la vita umana valori così alti, che ogni violazione diretta di quest’ordine è oggettivamente grave.

Il Catechismo afferma:“Ci sono atti che per se stessi e in se stessi, indipendentemente dalle circostanze e dalle intenzioni, sono sempre gravemente illeciti a motivo del loro oggetto; tali la bestemmia e lo spergiuro, l’omicidio e l’adulterio.”(Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1756).

Qualcuno può essere sorpreso per il fatto che qui sia associato l’adulterio all’omicidio e può pensare che sia assurda tale associazione ma faccio notare che entrambe sono peccati gravi e che entrambi sono ordinariamente scandalosi, l’adulterio distrugge famiglie e coniugi, figli. Il peccato grave poi misteriosamente ma realmente uccide Cristo, come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 598 riprende il Catechismo Romano che afferma che    ogni singolo peccatore è veramente causa e strumento delle sofferenze di Cristo  ( cfr. Catechismo Romano, 1, 5, 11: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 64; cf Eb 12,3.)

Il Catechismo Romano aggiunge “ Chi indaghi la ragione per la quale il Figlio di Dio affronto la più acerba delle passioni, troverà che, oltre la colpa ereditaria dei progenitori, essa deve riscontrarsi principalmente nei peccati commessi dagli uomini dall’origine del mondo sino ad oggi, e negli altri che saranno commessi fino alla fine del mondo. Soffrendo e morendo, il Figlio di Dio nostro salvatore miro appunto a redimere ed annullare le colpe di tutte le età, dando al Padre soddisfazione cumulativa e copiosa. Per meglio valutarne l’importanza, si rifletta che non solamente Gesù Cristo soffri per i peccatori, ma che in realtà i peccatori furono cagione e ministri di tutte le pene subite. Scrivendo agli Ebrei, l’Apostolo ci ammonisce precisamente: Pensate a Colui che tollero tanta ostilità dai peccatori, e l’animo vostro non si abbatterà nello scoraggiamento (He 12,3).

Più strettamente sono avvinti da questa colpa coloro, che più di frequente cadono in peccato. Perché se i nostri peccati trassero Gesù Cristo N. S. al supplizio della croce, coloro che si tuffano più ignominiosamente nell’iniquità, di nuovo, per quanto è da loro, crocifiggono in sé il Figlio di Dio e lo disprezzano (He 6,6). Delitto ben più grave in noi che negli Ebrei. Questi, secondo la testimonianza dell’Apostolo, se avessero conosciuto il Re della gloria, non l’avrebbero giammai crocifisso (1Co 2,8); mentre noi, pur facendo professione di conoscerlo, lo rinneghiamo con i fatti, e quasi sembriamo alzar le mani violente contro di lui.” [313]

S. Francesco affermò, rivolgendosi al peccatore, come riportato dal Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 598: “ … sei stato tu … a crocifiggerlo, e ancora lo crocifiggi, quando ti diletti nei vizi e nei peccati “.[314]

La Croce sacra sia la nostra luce.

b) Contrariamente a ciò che dice la lettera dei Vescovi argentini i precetti negativi della Legge di Dio, tra cui quello che vieta l’adulterio, obbligano sempre in ogni circostanza!

Si noti bene: come abbiamo ampiamente mostrato qui sopra, sempre e in ogni circostanza, senza eccezioni, è vietato l’adulterio, dunque,   anche nel caso in cui “  se llega a reconocer que, en un caso concreto, hay limitaciones que atenúan la responsabilidad y la culpabilidad (cf. 301-302), particularmente cuando una persona considere que caería en una ulterior falta dañando a los hijos de la nueva unión….”[315] … ugualmente l’omicidio è vietato sempre e in ogni circostanza  … in modo assoluto … e così tutti gli atti contrari ai precetti negativi.

Non ci sono eccezioni che giustifichino il compimento di atti contrari ai precetti negativi della Legge divina, come adulterio, omicidio, atti omossuali etc.  È proibito ad ognuno e sempre di infrangere precetti che vincolano a qualunque costo. Non è lecito violare i precetti negativi della Legge divina per mantenere unita una famiglia o per qualunque altra ragione. Non è lecito uccidere o compiere adulterio, o compiere atti omosessuali per mantenere unita una famiglia o per qualunque altra ragione.   Ricordo peraltro che il fine non giustifica i mezzi …  Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 1753 “ Un’intenzione buona (per esempio, aiutare il prossimo) non rende né buono né giusto un comportamento in se stesso scorretto (come la menzogna e la maldicenza). Il fine non giustifica i mezzi.”   …  E lo stesso Catechismo precisa ulteriormente al n. 1756 che :“ …  Ci sono atti che per se stessi e in se stessi, indipendentemente dalle circostanze e dalle intenzioni, sono sempre gravemente illeciti a motivo del loro oggetto; tali la bestemmia e lo spergiuro, l’omicidio e l’adulterio. Non è lecito compiere il male perché ne derivi un bene.”

Per salvare la famiglia non siamo autorizzati a metterci sotto i piedi i 10 comandamenti!

Non è lecito uccidere o compiere adulterio, o compiere atti omosessuali per mantenere unita una famiglia o per qualunque altra ragione. I precetti morali negativi, come quelli che vietano atti omosessuali e adulterio, non ammettono nessuna legittima eccezione, né lasciano spazio alla creatività :“Ma i precetti morali negativi, cioè quelli che proibiscono alcuni atti o comportamenti concreti come intrinsecamente cattivi, non ammettono alcuna legittima eccezione; essi non lasciano alcuno spazio moralmente accettabile per la «creatività» di una qualche determinazione contraria. Una volta riconosciuta in concreto la specie morale di un’azione proibita da una regola universale, il solo atto moralmente buono è quello di obbedire alla legge morale e di astenersi dall’azione che essa proibisce.” (VS, n. 67) Lo stesso afferma  un importante articolo pubblicato sull’Osservatore Romano [316]

Sottolineo che, come detto più sopra, VIVERE SECONDO TALI COMANDAMENTI DIVINI, E IN PARTICOLARE NON VIOLARE MAI I PRECETTI i precetti negativi del decalogo È POSSIBILE . Dio è onnipotente e ci aiuta ad attuare la sua Legge!  Non commettere adulterio è possibile! Dio è onnipotente e ci aiuta ad attuare la sua Legge! Dio onnipotente ci dona  rispetto incondizionato alle esigenze insopprimibili della dignità personale di ogni uomo, a quelle esigenze difese dalle norme morali che Lui ci ha donato e che proibiscono senza eccezioni gli atti intrinsecamente cattivi; ancora nella VS leggiamo in questa linea:“ Il rapporto tra fede e morale splende in tutto il suo fulgore nel rispetto incondizionato che si deve alle esigenze insopprimibili della dignità personale di ogni uomo, a quelle esigenze difese dalle norme morali che proibiscono senza eccezioni gli atti intrinsecamente cattivi. L’universalità e l’immutabilità della norma morale manifestano e, nello stesso tempo, si pongono a tutela della dignità personale, ossia dell’inviolabilità dell’uomo, sul cui volto brilla lo splendore di Dio (cf Gn 9,5-6).”(VS, n.90)

Dio onnipotente ci dona, attraverso l’ obbedienza alle norme che Lui ci ha donato, di tutelare la dignità personale, ossia l’inviolabilità dell’uomo, sul cui volto brilla lo splendore di Dio.

c) La testimonianza dei martiri indica che non violare mai i precetti negativi del decalogo è possibile; non commettere adulterio è possibile.

Già nell’ Antico Testamento abbiamo esempi meravigliosi di uomini che appunto sostenuti da Dio, in questa linea,  hanno dato la vita piuttosto che violare le sante Leggi divine.

“…  Nella Nuova Alleanza si incontrano numerose testimonianze di seguaci di Cristo — a cominciare dal diacono Stefano (cf At 6,8–7,60) e dall’apostolo Giacomo (cf At 12,1-2) — che sono morti martiri per confessare la loro fede e il loro amore al Maestro e per non rinnegarlo. In ciò essi hanno seguito il Signore Gesù, che davanti a Caifa e a Pilato «ha dato la sua bella testimonianza» (1 Tm 6,13), confermando la verità del suo messaggio con il dono della vita.”(VS, n. 91)  VIVERE SECONDO TALI COMANDAMENTI DIVINI, E IN PARTICOLARE NON VIOLARE MAI I PRECETTI NEGATIVI DEL DECALOGO È POSSIBILE ,  non commettere adulterio è possibile, i martiri ce lo mostrano chiaramente!

Cristo ci ha dato l’esempio, e i cristiani veri, come i martiri, lo hanno seguito, preferendo, come Lui, perdere tutto piuttosto che violare le sante Leggi divine. Il Nuovo Testamento ci offre il sommo esempio di Cristo e con Lui quello di vari santi, come s. Stefano e s. Giacomo, appunto morti per non tradire Dio e la sua Legge. Ma tutta la storia della Chiesa è piena di martiri:

“Innumerevoli altri martiri accettarono le persecuzioni e la morte piuttosto che porre il gesto idolatrico di bruciare l’incenso davanti alla statua dell’Imperatore (cf Ap 13, 7-10). Rifiutarono persino di simulare un simile culto, dando così l’esempio del dovere di astenersi anche da un solo comportamento concreto contrario all’amore di Dio e alla testimonianza della fede. ”(VS, n. 91 ,)

Si noti: rifiutarono persino di simulare il culto idolatrico, dando così l’esempio del dovere di astenersi anche da un solo comportamento concreto contrario all’amore di Dio e alla testimonianza della fede. Sottolineo: abbiamo il dovere di astenerci anche da un solo comportamento concreto contrario all’amore di Dio e alla testimonianza della fede.

Dio onnipotente ci dona, attraverso l’ obbedienza alle norme che Lui ci ha donato, di tutelare la dignità personale, ossia l’inviolabilità dell’uomo, sul cui volto brilla lo splendore di Dio; noi abbiamo il dovere di astenerci anche da un solo comportamento concreto contrario all’amore di Dio e alla testimonianza della fede.VIVERE SECONDO TALI COMANDAMENTI DIVINI, E IN PARTICOLARE NON VIOLARE MAI I PRECETTI NEGATIVI DEL DECALOGO È POSSIBILE,  non commettere adulterio è possibile, i martiri ce lo mostrano chiaramente!

La Chiesa proponendo l’esempio di questi martiri   ha canonizzato la loro testimonianza e dichiarato vero il loro giudizio: “La Chiesa propone l’esempio di numerosi santi e sante, che hanno testimoniato e difeso la verità morale fino al martirio o hanno preferito la morte ad un solo peccato mortale. Elevandoli all’onore degli altari, la Chiesa ha canonizzato la loro testimonianza e dichiarato vero il loro giudizio, secondo cui l’amore di Dio implica obbligatoriamente il rispetto dei suoi comandamenti, anche nelle circostanze più gravi, e il rifiuto di tradirli, anche con l’intenzione di salvare la propria vita.” (VS, n. 91) La carità, l’amore di Dio implica obbligatoriamente il rispetto dei suoi comandamenti, anche nelle circostanze più gravi, e il rifiuto di tradirli, anche con l’intenzione di salvare la propria vita. Tutto questo è, ovviamente, possibile; Dio è onnipotente e vuole renderci caritatevoli, santi. Vivere secondo tali comandamenti divini, e in particolare non violare mai i precetti negativi del decalogo è possibile; non commettere adulterio è possibile, i martiri ce lo mostrano chiaramente.

Dio onnipotente a cui nulla è impossibile ci ha donato i comandamenti e tutti, compresi coloro che hanno impedimenti di vario genere, devono impegnarsi ad attuarli fidandosi anche dell’aiuto dell’ Onnipotente … a cui tutto è possibile …

d) La Legge di Dio può essere vissuta con l’aiuto della grazia e della preghiera; un importante testo di s. Alfonso M. de Liguori.

Dio ci chiama a vivere i 10 comandamenti, Dio ci dona di poter vivere secondo i comandamenti, quindi ci dona di vivere nella santa purezza, nella oggettiva attuazione dei comandamenti, in Cristo.   Dio  ci ha donato Sacramenti per liberarci dai peccati e per farci camminare nella grazia e nella carità, cioè appunto nella vita secondo i comandamenti.

Dio non lascia mancare la sua grazia, appunto per obbedire alla sua Legge, a chi fa ciò che gli è possibile per agire santamente: “Ma come questo deve derivare innanzi tutto dal dolore di avere offeso Dio, così il proposito di non peccare deve fondarsi sulla grazia divina, che il Signore non lascia mai mancare a chi fa ciò che gli è possibile per agire onestamente.” [317]

La grazia santificante, in particolare, che Dio dona, è una forma mediante la quale l’uomo è ordinato all’ultimo fine che è Dio e per la quale l’uomo ama veramente Dio obbedendo ai suoi comandamenti; s. Tommaso spiega, infatti,  nella  Somma contro i Gentili  “ …  siccome le nostre operazioni sono chiamate a diventare perfette mediante la grazia santificante, come è chiaro da quanto abbiamo detto, è necessario che da codesta grazia venga prodotto in noi l’amore di Dio. Di qui le parole dell’Apostolo: «La carità di Dio è stata effusa nei nostri cuori dallo Spirito Santo, che ci è stato dato» (Rom., V, 5). Inoltre è a coloro che lo amano che il Signore ha promesso la visione di se stesso: «Chi ama me sarà amato dal Padre mio: ed io lo amerò e gli manifesterò me stesso» (Giov., XIV, 21). Perciò è evidente che la grazia, la quale guida verso il fine che è la visione di Dio, causa in noi l’amore di Dio.”[318]

La grazia ci fa amare Dio nella carità e la carità, l’amore di Dio, implica obbligatoriamente il rispetto dei suoi comandamenti, anche nelle circostanze più gravi, e il rifiuto di tradirli, anche con l’intenzione di salvare la propria vita. Tutto questo è, ovviamente, possibile; Dio infatti è onnipotente e vuole renderci caritatevoli, santi, vuole donarci di vivere secondo la sua Legge e quindi di evitare  atti che per se stessi e in se stessi, indipendentemente dalle circostanze e dalle intenzioni, sono sempre gravemente illeciti a motivo del loro oggetto (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1756).

Spiega la VS: “ …. è per la fede in Cristo che noi siamo resi giusti (cf Rm 3,28): la «giustizia» che la Legge esige, ma non può dare a nessuno, ogni credente la trova manifestata e concessa dal Signore Gesù. Così mirabilmente ancora sant’Agostino sintetizza la dialettica paolina di legge e grazia: «La legge, perciò, è stata data perché si invocasse la grazia; la grazia è stata data perché si osservasse la legge». (De spiritu et littera, 19, 4: CSEL 60, 187.) …” (VS, n. 23s.)

Dio ci dona la grazia perché possiamo osservare la sua Legge anche nelle situazioni più difficili.

La Croce sacra sia la nostra luce.

In un testo molto interessante di s. Alfonso M. de’ Liguori leggiamo “Non possiamo già credere, segue a parlare S. Agostino, che ‘l Signore abbia voluto imporci l’osservanza della legge, e che poi ci abbia imposta una legge impossibile; e perciò dice il Santo, che allorché Dio ci fa conoscere impotenti ad osservare tutt’i suoi Precetti, Egli ci ammonisce a far le cose facili colla grazia ordinaria, che ci dona, ed a far poi le cose difficili coll’aiuto maggiore, che possiamo impetrare per mezzo della Preghiera …  Ma perché (dirà taluno) ci ha comandato Dio cose impossibili alle nostre forze? Appunto per questo, dice il Santo, acciocché noi attendiamo ad ottener coll’Orazione l’aiuto per fare ciò che non possiamo … Lo stesso scrisse S. Bernardo dicendo (Mansi, Disc. XIV, n. 4; Lohner, § III, n. 40; S. Bern., In quadrag., Serm. 5, n. 4; PL 183, 179.): Qui sumus nos, aut quae fortitudo nostra, ut tam multis tentationibus resistere valeamus? Hoc erat certe, quod quaerebat Deus, ut videntes defectum nostrum, et quod non est nobis auxilium aliud, ad ejus Misericordiam tota humilitate curramus (S. Bern., In quadrag., Serm. 5, n. 4; PL 183, 179.). Conosce il Signore, quanto utile sia a noi la necessità di pregare, per conservarci umili, e per esercitare la confidenza; e perciò permette che ci assaltino nemici insuperabili dalle nostre forze, affinché noi colla Preghiera otteniamo dalla sua Misericordia l’aiuto a resistere. Specialmente avvertasi, che niuno può resistere alle tentazioni impure della carne, se non si raccomanda a Dio, quando è tentato. Questa nemica è sì terribile, che quando ci combatte, quasi ci toglie ogni luce; ci fa scordare di tutte le meditazioni, e buoni propositi fatti, e ci fa vilipendere ancora le verità della Fede, quasi perdere anche il timore de’ castighi Divini: poiché ella si congiura coll’inclinazion naturale, che con somma violenza ne spinge a’ piaceri sensuali. …  dicea S. Francesco d’Assisi, che senza Orazione non può sperarsi mai alcuno buon frutto in un’Anima …  A torto dunque si scusano que’ peccatori, che dicono di non aver forza di resistere alle tentazioni. Ma se voi (gli rimprovera S. Giacomo) non avete questa forza, perché non la domandate?  …  Noi siamo deboli, ma Iddio è forte; quando noi gli domandiamo l’aiuto, allora Egli ci comunica la sua fortezza, e potremo tutto, come giustamente si promettea lo stesso Apostolo dicendo: Omnia possum in eo, qui me confortat. Philip. 4. 13. Non ha scusa dunque (dice S. Gio. Grisostomo) chi cade, perché trascura di pregare, giacché se pregava, non sarebbe restato vinto da’ Nemici … ”[319]

… quindi non si tratta di aprire le porte all’adulterio e alla ricezione dei Sacramenti da parte di aduletri come fa il Papa e il documento dei Vescovi argentini, ma si tratta di aiutare le persone a pregare e a convertirsi perché non cadano in tale peccato oggettivamente grave!

Dio ci illumini tutti e ci doni di vivere santamente sulla via tracciata dai suoi santi comandamenti.

9) Castità, adulterio e divorzio.

Sorga Dio che è Luce  e siano disperse le tenebre dell’errore.

Esaminiamo ora il peccato di adulterio nel contesto del VI e IX  comandamento e della virtù cui tali comandamenti ci chiamano.

Nella Bibbia leggiamo  “Non commetterai adulterio.” (Es 20,14).

“Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo” (Es 20,17).

“Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio.  “; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (Mt 5,27-28).

Gesù è venuto a restaurare l’uomo perché possa vivere in pienezza la santità e quindi possa realizzare pienamente la volontà di Dio attuando i comandamenti; Cristo ha vissuto nella Legge e ci dona di poter viverla vivere in Lui.

In Cristo, in particolare, Dio ci dona un cuore puro. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 2517: “ La lotta contro la concupiscenza carnale passa attraverso la purificazione del cuore e la pratica della temperanza …”

Cristo ha un cuore puro e ha trionfato sulle tentazioni che lo spingevano al male, in Lui abbiamo anche noi un cuore puro e trionfiamo sulle tentazioni che ci spingono al peccato.

Nella sesta beatitudine Cristo proclama: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8).

Cristo è sommamente puro di cuore.  I “puri di cuore” sono coloro che, in Cristo e con Cristo, hanno accordato la propria anima alle esigenze della santità di Dio, attraverso tre virtù soprattutto: la carità (cfr. 1 Ts 4,3-9; 2 Tm 2,22), che è in particolare rettitudine della volontà, la castità o rettitudine della vita sessuale, (cfr. 1 Ts 4,7; Col 3,5; Ef 4,19.), la fede, cioè la rettitudine, in particolare, dell’intelligenza (cfr. Tt 1,15; 1 Tm 1,3-4; 2 Tm 2,23-26.) C’è un legame profondo tra la purezza della fede, la purezza del cuore, la purezza del corpo, Dio è Verità e Santità e anche in noi la Verità è unita alla Santità (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2518).

I fedeli devono credere gli articoli del Simbolo della fede perché attraverso la fede giungano all’obbedienza a Dio e alla salvezza: “Questa è la fede che, con brevi formule, è offerta dal Simbolo ai nuovi cristiani perché la conservino. Queste brevi formule sono presentate ai fedeli affinché, credendo, si sottomettano a Dio, sottomessi a lui vivano rettamente, vivendo rettamente purifichino il loro cuore e, una volta purificato il cuore, comprendano ciò che credono.”[320]  I puri di cuori, in Cristo, hanno la promessa di vedere Dio e di essere simili a Lui e in Cristo essi già ora possono vedere le cose nella Luce di Lui, partecipando alla sua sapienza. La purezza del cuore, ci permette di vedere, cioè di conoscere, le cose, nella Luce di Dio, nella Sapienza di Dio; tale purezza  ci consente di riconoscere il corpo umano, il nostro e quello del prossimo, come Tempio dello Spirito Santo, in Cristo che è l’unico Tempio di Dio, e una manifestazione della bellezza divina (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2519). In Cristo sommamente puro di cuore noi possiamo riconoscere il corpo umano, il nostro e quello del prossimo, come Tempio dello Spirito Santo, possiamo rispettarlo e possiamo camminare verso la visione beata del Cielo. In Cristo la Luce divina illumina la nostra via e ci deifica perché l’immagine divina e la somiglianza con Dio risplenda in noi.

Nella Familiaris Consortio leggiamo: “ Dio è amore (1Gv 4,8) e vive in se stesso un mistero di comunione personale d’amore. Creandola a sua immagine e continuamente conservandola nell’essere, Dio iscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell’amore e della comunione (cfr. «Gaudium et Spes», 12). L’amore è, pertanto, la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano.”[321]

Gesù è venuto a restaurare l’uomo, è venuto a ricreare in lui la somiglianza divina  perché possa vivere in pienezza la santità e quindi la castità, cioè perché viva rettamente in particolare la sessualità e quindi viva rettamente, secondo la divina volontà, la sua capacità ad intrecciare rapporti di comunione con altri, viva rettamente la sua vita affettiva, la capacità di amare e di essere amato e viva rettamente la sua capacità di generare vita, secondo la divina volontà. Cristo è sommamente casto e ci dona di essere pienamente casti in Lui. Il Catechismo afferma al n. 2336  :“Gesù è venuto a restaurare la creazione nella purezza delle sue origini. Nel discorso della montagna dà un’interpretazione rigorosa del progetto di Dio: « Avete inteso che fu detto: “Non commettere adulterio”; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore » (Mt 5,27-28).”

Gesù è venuto a riportare l’uomo alla purezza delle sue origini, prima del peccato originale, alla piena somiglianza con Dio; in Cristo l’uomo è elevato alla vita di grazia, vita soprannaturale e può essere pienamente casto. Cristo è sommamente casto e attraverso i Sacramenti ci immerge nella sua perfezione e ci chiama a partecipare ad essa.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 2348.: “ Al momento del Battesimo il cristiano si è impegnato a vivere la sua affettività nella castità.” Tutti i credenti in Cristo sono chiamati alla castità e sono aiutati da Dio a vivere in essa secondo il loro particolare stato di vita.

La Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede affermò: “La castità deve distinguere le persone nei loro differenti stati di vita: le une nella verginità o nel celibato consacrato, un modo eminente di dedicarsi più facilmente a Dio solo, con cuore indiviso; le altre, nella maniera quale è determinata per tutti dalla legge morale e secondo che siano sposate o celibi ». [322]

Le persone sposate sono chiamate da Dio e da Lui aiutate a vivere la castità coniugale per la quale possono unirsi sessualmente con il loro coniuge; le altre persone sono chiamate da Dio e da Lui aiutate a vivere nella continenza (cfr. Catechismo   della Chiesa Cattolica afferma n. 2349).

Cristo sommamente santo e casto ci dona di vivere in Lui la santità e la castità, in Cristo è possibile essere casti e quindi non cadere in adulterio o in altro peccato contro il sesto o il nono comandamento. Con il dono della castità, che Cristo ci fa, si compie l’unità interiore, che il demonio cerca di spezzare, dell’uomo nel suo essere corporeo e spirituale. Con il dono della castità, che Cristo ci fa, si realizza una perfetta integrazione della sessualità nella persona, secondo il progetto divino. La sessualità diventa pienamente personale e umana attraverso Cristo perché in Lui l’uomo ritorna alla sua perfezione originaria per cui la sessualità è integrata nel dono reciproco, totale e illimitato nel tempo, dell’uomo e della donna, secondo la santa volontà di Dio (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2337).

Grazie a Cristo e in Lui possiamo essere casti e quindi conservare l’integrità delle forze di vita e di amore che Dio ci dona. Tale integrità assicura l’unità delle nostre persone, in Cristo, a somiglianza di Dio che è sommamente uno. Dio che ci dona tale integrità ci fa opporre a ogni comportamento che la ferirebbe. Dio che ci dona tale integrità, ci dona di capire che essa si accompagna alla rettitudine della vita e alla veracità del linguaggio (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2338).  E in Dio che ci dona tale integrità e che ci rende casti acquisiamo il dominio di noi stessi, la vera libertà e la pace con la nostra partecipazione alla vittoria di Cristo sulle potenze delle tenebre che vogliono schiavizzarci e quindi con la vittoria sulle passioni disordinate.

Ma perché questa vittoria si attui in noi e possiamo accogliere il dono della castità in Cristo siamo chiamati a prendere e usare i mezzi adatti per trionfare sulle tentazioni: la lettura e meditazione della S. Scrittura, le altre sante letture, la vita secondo le indicazioni bibliche, la preghiera, la vita liturgica,  la conoscenza di sé, l’esame di coscienza, l’ascesi prudente, l’obbedienza ai divini comandamenti, l’esercizio delle virtù infuse.

Cristo Dio-uomo è sommamente unito e raccolto in sé; le divine Persone sono sommamente unite tra loro, sono un solo Dio; utilizzando i mezzi appena indicati e quindi partecipando alla vita e alle virtù di Cristo, in particolare attraverso la castità, noi veniamo raccolti, per partecipazione, nell’unità divina (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2340); ugualmente utilizzando i mezzi appena indicati e con l’aiuto di Dio possiamo crescere nelle virtù e in particolare nella castità. Siamo chiamati a crescere sempre nella nostra partecipazione alle perfezioni divine e alle perfezioni di Cristo, e quindi anche alla sua castità; ciò si compie, in particolare, lasciandosi guidare da Dio stesso e quindi facendo scelte libere corrispondenti al suo volere, sulla via della Croce.

La castità cui Dio ci chiama è una virtù infusa, quindi una virtù soprannaturale che è unita alla carità. La castità è anche un frutto dello Spirito. (cfr Gal 5,22-23.) Lo Spirito Santo dona di imitare a livello soprannaturale la purezza di Cristo (cfr. 1 Gv 3,3.) a colui che è stato rigenerato dall’acqua del Battesimo e che attraverso gli altri Sacramenti, specie attraverso l’Eucaristia, si immerge nella vita del Signore e viene trasformato in Lui (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2345), il cristiano vero è un altro Cristo.   Attraverso Cristo abbiamo la grazia, la vita divina e quindi la carità che è la forma di tutte le virtù; sotto l’influsso della grazia e della carità, sotto la guida della Trinità, la castità ci rende padroni di noi stessi, ci ordina profondamente e quindi ci rende capaci di donarci rettamente e santamente anzitutto a Dio e poi, in Dio, al nostro prossimo, nella verità. La santa castità rende colui che la pratica veramente un testimone luminoso, presso il prossimo, della fedeltà, della verità, della tenerezza, dell’amore della Trinità, in Cristo. La virtù infusa della castità produce la santa amicizia, indica al cristiano come seguire ed imitare appunto nell’amicizia Cristo che ci ha scelti come suoi amici, (cfr. Gv 15,15.) La Trinità anche attraverso la virtù infusa della castità ci insegna a partecipare alla perfetta vita di relazione di Cristo che si è santamente donato a noi e ci ha donato una nuova relazione con la Trinità (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2346-7).

Grazie a  Cristo, la vita trinitaria è giunta a noi e si è trasfusa nella vita familiare, per essa i legami matrimoniali sono santificati, perfezionati e in certo modo divinizzati; la Trinità attraverso la santa castità ci dona di vivere la sessualità come ordinata all’amore coniugale e più profondamente alla realizzazione della volontà di Dio sulla famiglia e quindi al raggiungimento del Cielo e alla divinizzazione dell’uomo per partecipazione alla vita trinitaria. La Trinità attraverso la santa castità  dona in Cristo che l’intimità corporale degli sposi uniti in santo matrimonio diventi un segno e un pegno della comunione spirituale di grazia. Attraverso Cristo la sessualità all’interno della coppia di coniugi si realizza in modo veramente santo e umano come parte integrante dell’amore con cui l’uomo e la donna si impegnano  totalmente l’uno verso l’altra fino alla morte e come parte della carità che lega l’uomo a Dio[323]. In questa luce, grazie a Cristo: “ gli atti di unione  in casta intimità dei coniugi cristiani, sono santi, onorevoli e degni, e, compiuti in modo veramente umano, favoriscono la mutua donazione che essi significano, ed arricchiscono vicendevolmente in gioiosa gratitudine gli sposi stessi”. [324] Attraverso tali atti di unione coniugale si trasmette il prezioso bene della vita; tale bene prezioso e il bene della famiglia va protetto anche con la fedeltà degli sposi alle promesse fatte davanti a Dio.  Cristo è fedele e “Il sacramento del Matrimonio fa entrare l’uomo e la donna nella fedeltà di Cristo alla sua Chiesa.”(Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2365), cioè li fa partecipare, nella grazia, a tale fedeltà. La coppia coniugale attraverso il Sacramento forma, nella grazia di Cristo,  una intima comunità di vita , fondata dal Creatore e: “ … stabilita dal patto coniugale, vale a dire dall’irrevocabile consenso personale ».[325] .. e in Cristo i coniugi possono essere fedeli pienamente al patto da loro siglato.

In Cristo e nella Trinità che opera attraverso Lui, diventa possibile, attraverso il matrimonio, una totale e santa donazione degli sposi a Dio e l’uno all’altro e una profonda unificazione della coppia che viene a formare una “carne sola”. L’unione realizzata da Dio e liberamente accolta dai coniugi impone loro l’obbligo di conservarne fedelmente, in Cristo, l’unità e l’indissolubilità (cfr. CIC canone 1056.); la parola di Dio è chiarissima in questa linea: “ … l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto (Mc 10,9)(cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2364). Attraverso il Sacramento Dio unisce profondamente e indissolubilmente la coppia e dona ad essa una invincibile fedeltà, assimilandola a sé. La Trinità è fedele e il sacramento del Matrimonio fa entrare l’uomo e la donna nella fedeltà della Trinità e nella fedeltà di Cristo alla sua Chiesa. Mediante la castità coniugale, gli sposi rendono manifesto nella loro vita di fronte al mondo questo mistero di fedeltà della Trinità, che si prolunga nella fedeltà che lega Cristo alla Chiesa sua Sposa. La fedeltà dei coniugi implica la fermezza, tra le difficoltà e le gioie della vita, nel mantenere e attuare la parola data al momento del Matrimonio e nel mantenere e attuare gli impegni presi allora.(Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2365)

Con l’aiuto della Trinità, in Cristo, con la sua grazia, è possibile essere casti nel matrimonio o fuori di esso e quindi, in particolare, evitare tutti i peccati contro il sesto e nono comandamento; in Cristo è possibile attuare ciò che viene ordinato ed evitare ciò che è proibito dal sesto e nono comandamento.

Il Catechismo Maggiore di s. Pio X afferma in particolare riguardo al VI e IX comandamento e alle loro proibizioni ai nn. 423 ss.:

“423. Che cosa ci proibisce il sesto comandamento: Non fornicare? Il sesto comandamento: Non fornicare, ci proibisce ogni atto, ogni sguardo, ogni discorso contrario alla castità, e l’infedeltà nel matrimonio.

424. Che cosa proibisce il nono comandamento? Il nono comandamento proibisce espressamente ogni desiderio contrario alla fedeltà che i coniugi si sono giurata nel contrarre matrimonio: e proibisce pure ogni colpevole pensiero o desiderio di azione vietata dal sesto comandamento.

425. É un gran peccato l’impurità? È un peccato gravissimo ed abominevole innanzi a Dio ed agli uomini; avvilisce l’uomo alla condizione dei bruti, lo trascina a molti altri peccati e vizi, e provoca i più terribili castighi in questa vita e nell’altra.

  1. Sono peccati tutti i pensieri che ci vengono in mente contro la purità? I pensieri che ci vengono in mente contro la purità, per se stessi non sono peccati, ma piuttosto tentazioni e incentivi al peccato.
  1. Quando è che sono peccati i pensieri cattivi? I pensieri cattivi, ancorché siano inefficaci, sono peccati quando colpevolmente diamo loro motivo, o vi acconsentiamo, o ci esponiamo al pericolo prossimo di acconsentirvi.
  1. Che cosa ci ordinano il sesto e nono comandamento? Il sesto comandamento ci ordina di essere casti e modesti negli atti, negli sguardi, nel portamento e nelle parole. Il nono comandamento ci ordina di essere casti e puri anche nell’interno, cioè nella mente e nel cuore.
  1. Che cosa ci convien fare per osservare il sesto e il nono comandamento? Per ben osservare il sesto e il nono comandamento, dobbiamo pregare spesso e di cuore Iddio, essere divoti di Maria Vergine Madre della purità, ricordarci che Dio ci vede, pensare alla morte, ai divini castighi, alla passione di Gesù Cristo, custodire i nostri sensi, praticare la mortificazione cristiana e frequentare colle dovute disposizioni i sacramenti.
  1. Che cosa dobbiamo fuggire per mantenerci casti? Per mantenerci casti conviene fuggire l’ozio, i cattivi compagni, la lettura dei libri e dei giornali cattivi, l’intemperanza, il guardare le immagini indecenti, gli spettacoli licenziosi, le conversazioni pericolose, e tutte le altre occasioni di peccato.”

Sottolineo che , come dice il Catechismo di s. Pio X : il peccato contro il sesto comandamento è un peccato gravissimo ed abominevole innanzi a Dio ed agli uomini; avvilisce l’uomo alla condizione dei bruti, lo trascina a molti altri peccati e vizi, e provoca i più terribili castighi in questa vita e nell’altra.

La Congregazione per la Dottrina della Fede nella Dichiarazione Persona humana (29.12.1975) afferma: “Ora, secondo la tradizione cristiana e la dottrina della chiesa, e come riconosce anche la retta ragione, l’ordine morale della sessualità comporta per la vita umana valori così alti, che ogni violazione diretta di quest’ordine è oggettivamente grave.[326][327]

La Congregazione per la Dottrina della Fede precisò che: “Altri esempi di dottrine morali insegnate come definitive dal magistero ordinario e universale della Chiesa sono: l’insegnamento sulla illiceità della prostituzione (Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2355.) e sulla illiceità della fornicazione.(Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2353.)”[328]

L’intrinseco male della lussuria, cioè della mancanza di castità, e i danni colossali che la lussuria determina sono bene sintetizzati nel Catechismo di s. Pio X   : “425. É un gran peccato l’impurità? È un peccato gravissimo ed abominevole innanzi a Dio ed agli uomini; avvilisce l’uomo alla condizione dei bruti, lo trascina a molti altri peccati e vizi, e provoca i più terribili castighi in questa vita e nell’altra.”

Dice s. Antonio: “Considera che, come in questo mondo i peccati più frequenti e numerosi sono la lussuria e l’avarizia, così nell’inferno i tormenti più grandi saranno il fuoco e il gelo. La lussuria è il fuoco; infatti Giobbe dice: “È un fuoco che divora fino alla distruzione e che consuma anche ogni germoglio” (Gb 31,12) di virtù. Si legge nella Storia Naturale che la salamandra vive nel fuoco; così anche il lussuriosi vivono nella lussuria. Il fuoco della lussuria genera poi il fuoco della geenna.”[329]

Secondo s. Alfonso la lussuria è un terribile vizio che determina anche l’accecamento dello spirito riguardo alle cose spirituali : “7. E perché? per 1., perché questo vizio accieca il peccatore e non gli fa più vedere l’offesa che fa a Dio, né lo stato miserabile di dannazione in cui vive e dorme. Dice il profeta Osea che questi tali perdono anche il desiderio di tornare a Dio. Non dabunt cogitationes suas ut revertantur ad Deum suum; (e perché?) quia spiritus fornicationum in medio eorum7. Per 2., perché questo vizio indurisce il cuore, e lo rende ostinato. Per 3., il demonio si compiace tanto di questo vizio, perché da esso ne vengono poi cento altre specie di peccati, furti, odii, omicidii, spergiurii, mormorazioni. Non dire più dunque, cristiano mio, che questo vizio è poco peccato.”  [330] Ricordo che tra i peccati legati alla lussuria c’è anche lo stupro e la pedofilia … che ovviamente distruggono le altre persone …

Dopo quello che ho appena detto cosa pensare delle seguenti affermazioni del Papa Francesco?   In un libro egli ha detto:  “I peccati della carne sono i peccati più leggeri. Perché la carne è debole. I peccati più pericolosi sono quelli dello spirito. Io parlo di angelismo: l’orgoglio, la vanità sono peccati di angelismo. I preti hanno la tentazione – non tutti ma molti – di focalizzarsi sui peccati della sessualità, quella che io chiamo la morale sotto la cintura. Ma i peccati più gravi sono altrove”[331]

Certamente , come stiamo vedendo, queste affermazioni si inseriscono bene nel “cambio di paradigma” con cui Papa Francesco sta aprendo la porta a omosessualità praticata, adulterio e contraccezione, come stiamo vedendo e vedremo sempre meglio. Per precisare ulteriormente la gravità dei peccati impuri mi sembra utile leggere anche ciò che s. Alfonso dice laddove afferma: “  L’incontinenza è chiamata da s. Basilio peste viva, da s. Bernardino da Siena vizio il più nocivo di tutti: Vermis quo nullus nocentior; perché, secondo dice s. Bonaventura, l’impudicizia distrugge i germogli di tutte le virtù: Luxuria omnium virtutum eradicat germina. Perciò ella è da s. Ambrogio chiamata il seminario e la madre di tutti i vizj: Luxuria seminarium est, et origo omnium vitiorum; mentre questo vizio tira seco anche gli altri, odj, furti, sacrilegj e simili. E quindi giustamente disse s. Remigio che, exceptis parvulis, maior pars hominum ob hoc vitium damnatur. E il p. Segneri disse che siccome l’inferno per la superbia è pieno d’angeli, così per la disonestà è pieno d’uomini. Negli altri vizj il demonio pesca coll’amo, in questo pesca colla rete; sicché fa più guadagno per l’inferno con questo vizio che con tutti gli altri. E Dio all’incontro per l’incontinenza ha mandati i maggiori castighi nel mondo, punendola dal cielo con diluvj d’acque e di fuoco.”[332]

Si noti bene : per questo vizio la maggior parte degli uomini si danna … per s. Bernardino da Siena la lussuria vizio il più nocivo di tutti, per s. Bonaventura l’impudicizia distrugge i germogli di tutte le virtù, per s. Ambrogio la lussuria è il seminario e la madre di tutti i vizj, per p. Segneri  siccome l’inferno per la superbia è pieno d’angeli, così per la disonestà è pieno d’uomini; inoltre, negli altri vizj il demonio pesca coll’amo, in questo pesca colla rete; sicché fa più guadagno per l’inferno con questo vizio che con tutti gli altri.

Aggiunge s. Alfonso: “Dice s. Tommaso (In Iob. c. 31.) che per ogni vizio l’uomo si allontana da Dio; massimamente si allontana per il vizio disonesto: Per luxuriam maxime recedit a Deo.”” [333]

Il testo preciso di s. Tommaso è il seguente: “ … per peccatum luxuriae homo maxime videtur a Deo discedere”(In Iob. c. 31.)  L’uomo si allontana da Dio massimamente  per il vizio della lussuria.

S. Antonio di Padova afferma, in questa linea: “ … che il peccato di fornicazione distrugga il cuore è dimostrato dall’esempio di Salomone, che si diede all’adorazione degli idoli (cf. 3Re 11,4). Dice l’Apostolo: «Con il cuore si crede per ottenere la giustizia» (Rm 10,10), ma la fornicazione distrugge il cuore, nel quale risiede la fede. a causa della fornicazione si perde la fede. Per questo si dice (in lat.) fornicatio, quasi a dire formae necatio, cioè uccisione della forma, vale a dire uccisione dell’anima, formata a somiglianza di Dio. La vita dell’anima è la fede. «Cristo», dice l’Apostolo, «per mezzo della fede abita nei nostri cuori» (Ef 3,17). Ma la fornicazione distrugge il cuore nel quale è la vita e così l’anima muore, perché venendo meno la causa viene meno anche l’effetto. Per questo il Signore dice: «Lo convincerà di peccato, perché non hanno creduto in me». Quindi il Paràclito per mezzo dei ministri della predicazione convincerà il mondo del peccato di fornicazione.”[334]

Dice ancora s. Antonio “Considera che, come in questo mondo i peccati più frequenti e numerosi sono la lussuria e l’avarizia, così nell’inferno i tormenti più grandi saranno il fuoco e il gelo. La lussuria è il fuoco; infatti Giobbe dice: “È un fuoco che divora fino alla distruzione e che consuma anche ogni germoglio” (Gb 31,12) di virtù. Si legge nella Storia Naturale che la salamandra vive nel fuoco; così anche il lussuriosi vivono nella lussuria. Il fuoco della lussuria genera poi il fuoco della geenna.”[335]

La sana dottrina, in questa linea, ci insegna che varie sono le offese alla castità: adulterio, prostituzione masturbazione, fornicazione, stupro, pornografia, atti omosessuali, bestialità etc.

Tra queste offese vi è l’adulterio che è, in certo modo, un doppio peccato in quanto va contro il sesto comandamento ma anche contro gli impegni presi con il matrimonio. Dice il Catechismo della Chiesa Cattolica al nn. 2380s. : l’adulterio designa l’infedeltà coniugale,  i profeti affermano la gravità di tale peccato.  Il sesto comandamento e il Nuovo Testamento proibiscono l’adulterio in modo assoluto (cfr. Mt 5,32; 19,6; Mc 10,11-12; 1 Cor 6,9-10.) Cristo ha condannato l’adulterio anche se consumato con il semplice desiderio ( Mt 5,27-28.)  L’adulterio è, oggettivamente, un peccato molto grave, una ingiustizia molto grave contro Dio e contro l’altro coniuge, è una infedeltà agli impegni assunti davanti a Dio nel Matrimonio. L’adulterio produce nefasti effetti anche sui figli, specie se viene scoperto, anche perché apre le porte alla divisione della coppia.

Il Catechismo Romano afferma riguardo al sesto comandamento e quindi riguardo all’adulterio, ai nn. 333s: “Se il vincolo tra marito e moglie è il più stretto che esista, e nulla può essere loro più dolce che il sentirsi vicendevolmente stretti da un affetto speciale, nulla, al contrario, può capitare a uno di essi di più amaro che sentire il legittimo amore del coniuge rivolgersi altrove. Ragionevolmente, perciò, alla legge, che garantisce la vita umana dall’omicidio, segue quella che vieta la fornicazione o l’adulterio, affinché nessuno tenti di contaminare o spezzare quella santa e veneranda unione matrimoniale, da cui suole scaturire cosi ardente fuoco di carità ….
334. L’adulterio.  Per iniziare l’insegnamento da quello che è vietato, diremo subito che adulterio è violazione del legittimo letto, proprio o altrui. Se un marito ha rapporti carnali con donna non coniugata, viola il proprio vincolo matrimoniale; se un individuo non coniugato ha rapporti con donna maritata, è contaminato, dal delitto di adulterio, il vincolo altrui. Sant’Ambrogio e sant’Agostino confermano che con tale divieto dell’adulterio è proibito ogni atto disonesto e impudico. Ciò risulta direttamente dalla Scrittura del vecchio come del nuovo Testamento. Nei libri mosaici vediamo puniti altri generi di libidine carnale, oltre l’adulterio. Leggiamo nella Genesi la sentenza pronunciata da Giuda contro la nuora (Gn 38,24); nel Deuteronomio è formulato questo precetto: tra le figlie d’Israele nessuna sia cortigiana (Dt 23,17). Tobia cosi esorta il figliuolo: Guardati, figlio mio, da ogni atto impudico (Tb 4,13). E l’Ecclesiastico dice: Vergognatevi di guardare la donna peccatrice (Sir 41,25). Nel Vangelo Gesù Cristo dichiara che dal cuore emanano gli adulteri e le azioni disoneste che macchiano l’uomo (Mt 15,19). L’apostolo Paolo bolla di frequente, con parole roventi, questo vizio: Dio vuole la vostra santificazione; vuole che vi asteniate dalle impurità (1Tess 4,3). E altrove: Evitate ogni fornicazione (1Co 6,18); Non vi mescolate agli impudichi (1Co 5,9); In mezzo a voi, non siano neppur nominate l’incontinenza, l’impurità di ogni genere e l’avarizia (Ef 5,3); Disonesti ed adulteri, effeminati e pederasti, non possederanno il regno di Dio (1Co 6,9). L’adulterio è stato espressamente menzionato nel divieto, perché alla sconcezza che riveste in comune con tutte le altre forme di incontinenza, accoppia un peccato di ingiustizia verso il prossimo e la società civile. Inoltre è indubitato che chi non si tiene lontano dalle forme ordinarie dell’impudicizia, facilmente incapperà nel crimine di adulterio. Cosi è agevole comprendere come nel divieto dell’adulterio sia inclusa la proibizione di ogni genere di impurità contaminante il corpo. Del resto che questo comandamento investa ogni intima libidine dell’animo, appare dalla natura stessa della legge, che è spirituale, e dalle esplicite parole di nostro Signore: Udiste che fu detto agli antichi: Non fare adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per fine disonesto, in cuor suo ha già commesso adulterio su lei (Mt 5,27). A ciò che riteniamo debba essere insegnato pubblicamente ai fedeli, si aggiungano i decreti del concilio di Trento contro gli adùlteri e coloro che mantengono prostitute e concubine (Sess. 24, e. 8), tralasciando di parlare dei vari e multiformi generi di libidine sessuale, intorno ai quali il Parroco ammonirà i singoli fedeli, qualora le circostanze di tempo e di persona lo richiedano.” [336]

Il Catechismo Tridentino prosegue precisando la particolare gravità dell’adulterio con queste parole: “Tuttavia particolare malvagità è racchiusa nel delitto di adulterio. Infatti, come vuole l’Apostolo, i coniugi sono cosi vincolati da una scambievole sudditanza che nessuno dei due possiede illimitata potestà sul proprio corpo, ma sono cosi schiavi l’uno dell’altro che il marito deve uniformarsi alla volontà della moglie e la moglie a quella del marito (1Co 7,4). Ne consegue che chi dei due separa il proprio corpo, soggetto all’altrui diritto, da colui al quale è vincolato, si rende reo di specialissima iniquità. E poiché l’orrore dell’infamia è per gli uomini un valido stimolo a fare quanto è prescritto e a fuggire quanto è vietato, il Parroco insisterà nel mostrare come l’adulterio imprima sugli individui un profondo segno di infamia. E scritto nella sacra Scrittura: L’adùltero, a causa della sua fragilità di cuore, perderà l’anima sua; condensa su di sé la vergogna e l’abominio; la sua turpitudine non sarà mai cancellata (Pr 6,32). La gravita di questa colpa può essere facilmente ricavata dalla severità della punizione stabilita. Nella legge fissata da Dio nel vecchio Testamento gli adulteri venivano lapidati (Lv 20,10 Dt 22,22). Anzi talora per la concupiscenza sfrenata di uno solo, non il reo semplicemente, ma l’intera città fu condannata alla distruzione; tale fu la sorte dei Sichemiti (Gn 34,25). Del resto numerosi appaiono nella sacra Scrittura gli esempi dell’ira divina, che il Parroco potrà evocare, per allontanare gli uomini dalla riprovevole libidine: la sorte di Sodoma e delle città confinanti (Gn XIX,24); il supplizio degli Israeliti che avevano fornicato nel deserto con le figlie di Moab (Num. 25); la distruzione dei Beniamiti (Giud. 20).

Se v’è qualcuno che sfugge alla morte, non si sottrae pero a dolori intollerabili, a tormenti punitivi, che piombano inesorabili. Accecato com’è nella mente (ed è già questa pena gravissima), non tiene più conto di Dio, della fama, della dignità, dei figli, e della stessa vita. Resta cosi depravato e inutilizzato, da non poterglisi affidare nulla di importante, o assegnarlo come idoneo ad alcun ufficio. Possiamo scorgere esempi di questo in David come in Salomone. Il primo, resosi reo di adulterio, subitamente cambio natura e da mitissimo divenne feroce, si da mandare alla morte l’ottimo Uria (2S 2S 11); l’altro, perduto nei piaceri delle donne, si allontanò talmente dalla vera religione di Dio, da seguire divinità straniere (3 Re, 11). Secondo la parola di Osea, questo peccato travia il cuore dell’uomo (Os 4,11) e ne acceca la mente.”[337]

L’adulterio, e più generalmente ogni peccato carnale, travia nel cuore e acceca nella mente la persona che cade in esso, perciò a volte è molto difficile anche portare questa persona a capire che  che sta vivendo una situazione di reale peccato grave e che deve convertirsi. La cecità della mente porta infatti i peccatori a ritenere praticamente normale la loro situazione e a trovare giustificazioni per essa.

L’adulterio spesso è  causa di separazione o di divorzio tra i coniugi e quindi va a rompere in modo radicale l’indissolubilità che Dio ha voluto dal principio. Il matrimonio, nell’intenzione originaria del Creatore, è, infatti, indissolubile e Cristo appunto ci dona di viverlo secondo tale intenzione. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 2382 che Gesù ha riaffermato l’intenzione originaria del Creatore insegnando chiaramente il matrimonio è indissolubile (cfr. Mt 5,31-32; 19,3-9; Mc 10,9; Lc 16,18; 1 Cor 7,10-11.) e abolendo le tolleranze introdotte nella Legge antica.(cfr Mt 19,7-9).

Come dice il Codice di Diritto Canonico: ” … il Matrimonio rato e consumato non può essere sciolto da nessuna potestà umana e per nessuna causa, eccetto la morte ».( canone 1141.) ”

Neppure il Papa può sciogliere il Matrimonio rato e consumato tra battezzati. Il divorzio, che è una grave offesa contro la volontà di Dio, pretende di sciogliere il matrimonio dichiarato indissolubile da Dio, coloro che si sposano con altra persona davanti alla legge civile mentre è ancora valido il loro matrimonio con il loro vero coniuge infliggono una più grave ferita al vincolo coniugale come spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2384 : “ Il fatto di contrarre un nuovo vincolo nuziale, anche se riconosciuto dalla legge civile, accresce la gravità della rottura: il coniuge risposato si trova in tal caso in una condizione di adulterio pubblico e permanente. ” Sottolineo : il coniuge risposato si trova in tal caso in una condizione di adulterio pubblico e permanente! … con conseguente scandalo!  Il divorzio produce nella famiglia e nella società disordine e con esso gravi danni anzitutto ai coniugi e ai figli.  Da notare che , come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2383 in alcuni casi il divorzio può essere tollerato.

a) Tra adulteri non esiste nessuna vita matrimoniale e nessun atto coniugale lecito!

Mi pare importante anzitutto ribadire e approfondire qui quanto dissi più sopra: il matrimonio cristiano non lo costituisce la vita di due persone ma Dio.  Il Vangelo afferma : «l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto» (Matteo 19,6) … da notare : Dio ha congiunto. Il testo greco è il seguente : ὃ οὖν ὁ θεὸς συνέζευξεν ἄνθρωπος μὴ χωριζέτω. Il Vangelo di Marco (10. 9)  afferma lo stesso ὃ οὖν ὁ θεὸς συνέζευξεν ἄνθρωπος μὴ χωριζέτω.  Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma ai n. 1639 s. “ Il consenso, mediante il quale gli sposi si donano e si ricevono mutuamente, è suggellato da Dio stesso.(Cf Mc 10,9.)”

Nella Gaudium et spes leggiamo: “E così, è dall’atto umano col quale i coniugi mutuamente si danno e si ricevono, che nasce, anche davanti alla società, l’istituzione del matrimonio, che ha stabilità per ordinamento divino. In vista del bene dei coniugi, della prole e anche della società, questo legame sacro non dipende dall’arbitrio dell’uomo . Perché è Dio stesso l’autore del matrimonio …”[338]

Ancora nel Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo al n. 1640: “Il vincolo matrimoniale è dunque stabilito da Dio stesso, così che il Matrimonio concluso e consumato tra battezzati non può mai essere sciolto. … Non è in potere della Chiesa pronunciarsi contro questa disposizione della sapienza divina (cfr. CIC canone 1141).”

Nel Rito del Matrimonio leggiamo: “Il Signore onnipotente e misericordioso
confermi il consenso che avete manifestato davanti alla Chiesa e vi ricolmi della sua benedizione.
L’uomo non osi separare ciò che Dio unisce.”

Ancora nel Rito del Matrimonio leggiamo “Effondi, Signore, su N. e N. lo Spirito del tuo amore, perché diventino un cuore solo e un’anima sola: nulla separi questi sposi che tu hai unito, e, ricolmati della tua benedizione, nulla li affligga. Per Cristo nostro Signore.”[339]

E sempre nel Rito del Matrimonio, nella Benedizione nuziale che si compie dopo il Padre nostro leggiamo: “O Dio, stendi la tua mano su N. e N. ed effondi nei loro cuori la forza dello Spirito Santo. Fa’, o Signore, che, nell’unione da te consacrata, condividano i doni del tuo amore e, diventando l’uno per l’altro segno della tua presenza, siano un cuore solo e un’anima sola.”[340]

Dunque Dio unisce due persone in matrimonio; se Dio non unisce, il matrimonio non c’è, nonostante tutta la vita condivisa, i figli  etc. Se Dio non unisce, il matrimonio non c’è!

Dio stabilisce il vincolo matrimoniale e stabilendo tale vincolo conferisce la grazia per vivere in tale vincolo: questa grazia propria del sacramento del Matrimonio immerge i coniugi nella partecipazione alla vita divina e quindi della vita di Cristo e perfeziona l’amore dei coniugi, l’ unità indissolubile del matrimonio è sostenuta da tale grazia. In virtù di questa grazia essi « si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale, nell’accettazione e nell’educazione della prole ».[341]

Il Catechismo della Chiesa Cattolica precisa al n.1624: “ Nell’epiclesi di questo sacramento gli sposi ricevono lo Spirito Santo come comunione di amore di Cristo e della Chiesa. (Cf Ef 5,32.)”

La Trinità e quindi Cristo è la sorgente di questa grazia. “ Come un tempo Dio venne incontro al suo popolo con un Patto di amore e di fedeltà, così ora il Salvatore degli uomini e Sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del Matrimonio”.[342], per esso la Trinità unisce a sé i coniugi e li unisce profondamente tra loro. Attraverso la grazia del Sacramento matrimoniale, Cristo e in Lui la Trinità rimane in modo particolare con i coniugi, li fa partecipare alla vita divina, dà loro di essere santi, dà loro di pregare incessantemente, dà loro la forza e la pazienza di seguirlo prendendo su di sé la propria croce, dà loro luce nelle tenebre del mondo, dà loro di di rialzarsi dopo le loro cadute, di perdonarsi vicendevolmente, di portare gli uni i pesi degli altri(cfr. Gal 6,2.), di essere « sottomessi gli uni agli altri nella carità e umiltà (cfr. Ef 5,21) e di amarsi, nella fede, di un amore soprannaturale, sapiente, tenero e fecondo. Attraverso le gioie del loro amore e della loro vita familiare Cristo concede agli sposi cristiani, fin da quaggiù, una certa pregustazione delle gioie e della felicità del Cielo e attraverso le croci li unisce in certo modo alla sua Croce (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1642)

Dio è, dunque, l’autore del matrimonio, è Lui che unisce gli sposi ed è Lui che chiama alcuni a tale vocazione peraltro iscritta nella natura stessa dell’uomo e della donna, come spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1603: “ La vocazione al matrimonio è iscritta nella natura stessa dell’uomo e della donna, quali sono usciti dalla mano del Creatore.”

Questa vocazione implica uno speciale dono e la Lumen gentium afferma: “ … accettando ed educando la prole essi hanno così, nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio.”[343]” I coniugi hanno il proprio dono nella Chiesa e questo dono che Dio ha fatto loro è anche quello di santamente unirsi fisicamente  La sessualità è ordinata all’amore degli sposi ; dall’unione che è stata realizzata nel Matrimonio, da Dio, scaturisce l’unione coniugale santa (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2360).

Nella Familiaris consortio leggiamo “ … la sessualità, mediante la quale l’uomo e la donna si donano l’uno all’altra con gli atti propri ed esclusivi degli sposi, non è affatto qualcosa di puramente biologico, ma riguarda l’intimo nucleo della persona umana come tale. Essa si realizza in modo veramente umano, solo se è parte integrale dell’amore con cui l’uomo e la donna si impegnano totalmente l’uno verso l’altra fino alla morte. La donazione fisica totale sarebbe menzogna se non fosse segno e frutto della donazione personale totale … ”[344]

Solo nel matrimonio santo, unito da Dio, diventano leciti e santi gli atti di unione sessuale  e infatti afferma la Chiesa insegna che : “ Gli atti coi quali i coniugi si uniscono in casta intimità, sono onorevoli e degni, e, compiuti in modo veramente umano, favoriscono la mutua donazione che essi significano, ed arricchiscono vicendevolmente in gioiosa gratitudine gli sposi stessi”.[345]

Pio XII affermò: « Il Creatore stesso […] ha stabilito che nella reciproca donazione fisica totale gli sposi provino un piacere e una soddisfazione sia del corpo sia dello spirito. Quindi, gli sposi non commettono nessun male cercando tale piacere e godendone. Accettano ciò che il Creatore ha voluto per loro. Tuttavia gli sposi devono saper restare nei limiti di una giusta moderazione ».[346]

L’atto coniugale  quando è vissuto nella carità è santo e santificante per le persone sposate (cfr. san Josemaría Escrivà de Balaguer, Amici di Dio, n. 184).  In questo contesto, san Josemaría affermava: “Quello che il Signore chiede loro è il rispetto reciproco, la mutua lealtà, un comportamento improntato a delicatezza, a naturalezza, a modestia. Vi dirò anche che i rapporti coniugali sono decorosi quando sono prova di vero amore e, quindi, sono aperti alla fecondità, ai figli”(È Gesù che passa, n. 25) (cfr.  Javier Escrivà Ivars “L’intimità nel matrimonio: felicità per gli sposi e apertura alla vita”, 31.7.2016 www.opusdei.org, https://opusdei.org/it-it/article/lintimita-nel-matrimonio-felicita-per-gli-sposi-e-apertura-alla-vita-ii/).

Questa unione realizzata da Dio con il Sacramento abilita i coniugi a vivere un particolare tipo di castità: la castità coniugale, come precisa il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2349.

Attraverso la santa unione coniugale si realizza in particolare un duplice fine del matrimonio si realizza mediante l’unione coniugale: “ … il bene degli stessi sposi e la trasmissione della vita. ” (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2363)

L’atto coniugale è il modo tipico con il quale gli sposi si esprimono come una sola carne:

“L’atto coniugale è l’atto proprio e specifico della vita coniugale. È il modo tipico con il quale i coniugi si esprimono come “una sola carne”[Cfr. Gn 2, 24.], e arrivano a conoscersi reciprocamente nella loro condizione specifica di coniugi. È l’atto nel quale i coniugi si comunicano, di fatto, la reciproca donazione che hanno confermato verbalmente nel contrarre il matrimonio; è il linguaggio con il quale i coniugi si dicono l’un l’altro: ‘io ti amo incondizionatamente, fedelmente, per sempre e con tutto il mio essere. Mi impegno a formare con te una famiglia’.”[347]

Attraverso l’unione fisica , sessuale, i coniugi si fanno strumenti di Dio per la creazione di una nuova vita umana e imitano la fecondità divina (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2335) Gli sposi sono chiamati ad essere  cooperatori dell’amore di Dio Creatore:

« Nel compito di trasmettere la vita umana e di educarla, che deve essere considerato come la loro propria missione, i coniugi sanno di essere cooperatori dell’amore di Dio Creatore e come suoi interpreti. E perciò adempiranno il loro dovere con umana e cristiana responsabilità ». [348]

Gli sposi sono chiamati ad essere strumenti di Dio nel donare la vita e quindi a partecipare della potenza creatrice divina e della fecondità, paternità e misericordia divine (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2367)

La fecondità, che assimila a Dio, è dono di Dio ed è dono e fine del matrimonio, spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2366, per questa ragione: “qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto per sé alla trasmissione della vita”. [349]

Vi è infatti, secondo la volontà di Dio, una connessione inscindibile tra unione sessuale e procreazione per cui ogni atto di unione deve essere aperto per se alla procreazione: “Tale dottrina, più volte esposta dal Magistero della Chiesa, è fondata sulla connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo ».[350]

In questa linea gli atti di unione coniugale: “ … non cessano di essere legittimi se, per cause mai dipendenti dalla volontà dei coniugi, sono previsti infecondi, perché rimangono ordinati ad esprimere e consolidare la loro unione.” [351]

Quello che abbiamo finora visto deve farci capire nella maniera più piena che solo all’interno del matrimonio sono leciti i rapporti di unione sessuale come spiega il documento “Persona Humana” della Congregazione per la Dottrina della Fede per cui secondo la dottrina cristiana : “ … ogni atto genitale umano deve svolgersi nel quadro del matrimonio. Infatti, per quanto sia fermo il proposito di coloro che si impegnano in tali rapporti prematuri, resta vero, però, che questi non consentono di assicurare, nella sua sincerità e fedeltà, la relazione interpersonale di un uomo e di una donna e, specialmente di proteggerla dalle fantasie e dai capricci.”[352] Secondo la dottrina cristiana ogni atto genitale umano deve svolgersi nel quadro del matrimonio! Questa è la chiara volontà di Dio per l’uomo . Gesù è venuto a restituire l’uomo alla sua condizione originale e in essa non c’è spazio per poligamia o poliandria o per unioni omosessuali e non c’è spazio per atti genitali compiuti al di fuori del matrimonio. Cristo ha voluto un’ unione stabile tra uomo e donna, unione indissolubile, nella quale deve svolgersi l’attività genitale . Precisa ancora lo stesso documento “Persona Humana” : “  San Paolo è ancora più esplicito quando insegna che, se celibi e vedovi non possono vivere in continenza non hanno altra scelta che la stabile unione del matrimonio: È meglio sposarsi che ardere» (1 Cor 7,9). Col matrimonio, infatti, l’amore dei coniugi è assunto nell’amore irrevocabile che Cristo ha per la chiesa (cf. Ef 5,25-32), mentre l’unione dei corpi nell’impudicizia (Il rapporto sessuale extramatrimoniale viene espressamente condannato in 1 Cor 5,1-6.9; 7,2; 10,8; Ef 5,5-7; 1 Tm 1,10; Eb 13,4; e con argomentazioni chiare: 1 Cor 6,12-20.) contamina il tempio dello Spirito santo, quale è divenuto il cristiano.”[353]

Cosa dicono precisamente i testi biblici citati qui sopra? Vediamolo qui di seguito.

1 Cor. 6,9s : “Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adùlteri, né depravati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio.”

1 Cor. 7,1s: “Riguardo a ciò che mi avete scritto, è cosa buona per l’uomo non toccare donna, ma, a motivo dei casi di immoralità, ciascuno abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito.”

1 Cor. 10,8: “Non abbandoniamoci all’impurità, come si abbandonarono alcuni di loro e in un solo giorno ne caddero ventitremila.”ùù

Ef. 5, 5-7 : “Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro – cioè nessun idolatra – ha in eredità il regno di Cristo e di Dio. Nessuno vi inganni con parole vuote: per queste cose infatti l’ira di Dio viene sopra coloro che gli disobbediscono. Non abbiate quindi niente in comune con loro.”

1 Tim. 1,8ss : “Noi sappiamo che la Legge è buona, purché se ne faccia un uso legittimo, nella convinzione che la Legge non è fatta per il giusto, ma per gli iniqui e i ribelli, per gli empi e i peccatori, per i sacrìleghi e i profanatori, per i parricidi e i matricidi, per gli assassini, i fornicatori, i sodomiti, i mercanti di uomini, i bugiardi, gli spergiuri e per ogni altra cosa contraria alla sana dottrina, secondo il vangelo della gloria del beato Dio, che mi è stato affidato.”

Eb. 13,4 : “Il matrimonio sia rispettato da tutti e il letto nuziale sia senza macchia. I fornicatori e gli adùlteri saranno giudicati da Dio.”

1 Cor. 6, 12-20: “Tutto mi è lecito!. Sì, ma non tutto giova. Tutto mi è lecito! Sì, ma non mi lascerò dominare da nulla. I cibi sono per il ventre e il ventre per i cibi! Dio però distruggerà questo e quelli. Il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. Dio, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta? Non sia mai! Non sapete che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo solo? I due – è detto – diventeranno una sola carne. Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. State lontani dall’impurità! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo. Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo!”

La Scrittura , come possiamo vedere è molto chiara e precisa nel vietare espressamente il rapporto sessuale extramatrimoniale!

Continua il documento “Persona Humana”: “L’unione carnale, dunque, non è legittima se tra l’uomo e la donna non si è instaurata una definitiva comunità di vita. Ecco ciò che ha sempre inteso e insegnato la chiesa,(cfr. Innocenzo IV, Ep. Sub catholicae professione, 6.3.1254: Denz 835; Pio II, Proposizioni condannate nella lettera Cum sicut accepimus, 14.11.1459: Denz 1367; Sant’Offizio, Decreti del 24.9.1665 e 2.3.1679: Denz 2045 e 2148; Pio XI. Enc. Casti connubii, 31.12.1930: 22(1930), 558-559; EE 5/497-499.) trovando, peraltro, nella riflessione degli uomini e nelle lezioni della storia un accordo profondo con la sua dottrina.”[354]

Nel caso dei divorziati risposati, è evidente che Dio non li ha uniti tra loro, ma li ha uniti ai loro rispettivi coniugi , cioè a coloro con cui ha sigillato il loro matrimonio sacramentale e valido, riconosciuto dalla Chiesa, indissolubile; quindi tra divorziati risposati non c’è matrimonio … e non ci possono essere atti propri  dei coniugi, atti di unione coniugale! La vita dei divorziati risposati in quanto tali, perciò, non sarà mai una vita matrimoniale e mai potrà comportare atti propri  dei coniugi, atti di unione coniugale. I divorziati risposati se vogliono mettersi in regola davanti a Dio anzitutto non devono coabitare, a meno che ci siano gravi ragioni che giustificano tale coabitazione, e se coabitano devono vivere come fratello e sorella (come dice chiaramente la Chiesa nei testi che abbiamo presentato nelle pagine precedenti) … quindi nessun atto proprio  dei coniugi, nessun atto di unione coniugale è lecito per i divorziati risposati!

Non essendoci alcun matrimonio e alcuna vita matrimoniale tra loro, essi non possono porre in essere, in particolare, gli atti intimi  propri di persone sposate davanti a Dio e poiché, per di più, già sono sposati davanti a Dio con altre persone, la loro convivenza more uxorio è, normalmente, scandalosa e gli eventuali atti intimi tra loro sono atti di particolare gravità cioè sono atti adulterini  …. che uniscono alla gravità del peccato di fornicazione la violazione degli impegni stabiliti davanti a Dio nel matrimonio.

Ovviamente i divorziati risposati che vogliono davvero vivere nella volontà di Dio non possono dormire nello stesso letto e nella stessa stanza, per ovvie ragioni di prudenza ed anche per evitare lo scandalo.

b) Precisazioni importanti sull’adulterio; il furto in alcuni casi può essere un peccato oggettivamente veniale ma l’adulterio è sempre peccato oggettivamente grave.

Abbiamo già visto più sopra che i precetti negativi della legge naturale sono universalmente validi: essi obbligano tutti e ciascuno, sempre e per sempre, si tratta infatti di proibizioni che vietano una determinata azione senza eccezioni, perché la scelta di un tale comportamento non è in nessun caso compatibile con la bontà della volontà della persona che agisce, con la sua vocazione alla vita con Dio e alla comunione col prossimo. Ora ci pare importante fare una precisazione su questo punto.

Nella VS   leggiamo:“I precetti negativi della legge naturale sono universalmente validi: essi obbligano tutti e ciascuno, sempre e per sempre. … La Chiesa ha sempre insegnato che non si devono mai scegliere comportamenti proibiti dai comandamenti morali, espressi in forma negativa nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Come si è visto, Gesù stesso ribadisce l’inderogabilità di queste proibizioni: « Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti…: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso » (Mt 19,17-18).” (VS, n.52)

Occorre precisare quello che afferma qui la VS nel senso che in alcuni casi certe violazioni di precetti negativi dei dieci comandamenti sono oggettivamente lievi e danno luogo a peccati oggettivamente veniali, ad esempio il furto in alcuni casi è oggettivamente peccato veniale, come dice s. Tommaso: “Ad tertium dicendum quod illud quod modicum est ratio apprehendit quasi nihil. Et ideo in his quae minima sunt homo non reputat sibi nocumentum inferri, et ille qui accipit potest praesumere hoc non esse contra voluntatem eius cuius est res. Et pro tanto si quis furtive huiusmodi res minimas accipiat, potest excusari a peccato mortali. Si tamen habeat animum furandi et inferendi nocumentum proximo, etiam in talibus minimis potest esse peccatum mortale, sicut et in solo cogitatu per consensum. ” (II-II q. 66 a.6 ad 3m)

Anche il Catechismo Maggiore di s. Pio X parla parla di alcuni furti come peccati oggettivamente veniali

“443 D. È peccato grave rubare? È un peccato grave contro la giustizia quando trattasi di materia grave, essendo cosa molto importante che sia rispettato il diritto che ciascuno ha sulla roba propria, e ciò per il bene degli individui, delle famiglie e della società.

444 D. Quando è grave la materia del furto? È grave quando si toglie cosa rilevante, ed anche quando, togliendosi cosa di poco momento, il prossimo ne patisce grave danno.”

Ovviamente , quando il furto è peccato veniale non priva della vita divina chi lo compie. Lo stesso deve dirsi di altre violazioni di comandi negativi che hanno materia piccola.

Ci sono invece comandi negativi che non ammettono piccolezza di materia e le loro violazioni sono sempre gravemente illecite.

La Congregazione per la Dottrina della Fede nella Dichiarazione “Persona humana” (29.12.1975) afferma: “Ora, secondo la tradizione cristiana e la dottrina della chiesa, e come riconosce anche la retta ragione, l’ordine morale della sessualità comporta per la vita umana valori così alti, che ogni violazione diretta di quest’ordine è oggettivamente grave.[355]

In questa linea, il Catechismo afferma:

“Ci sono atti che per se stessi e in se stessi, indipendentemente dalle circostanze e dalle intenzioni, sono sempre gravemente illeciti a motivo del loro oggetto; tali la bestemmia e lo spergiuro, l’omicidio e l’adulterio. … ”(Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1756) Come potete notare il Catechismo non afferma che è sempre gravemente illecita la violazione del comando di non rubare , ma sta dicendo che sempre gravemente e oggettivamente illecito è commettere adulterio, bestemmiare, uccidere.

Dio intervenga nella sua Chiesa perché la sua Legge sia affermata e rispettata da tutti ma anzitutto dal Papa e dai Pastori.

Maria ss.ma, prega per noi.

10) Se l’adulterio è molto grave, più grave è l’omosessualità praticata … ma il “cambio di paradigma” favorisce anche quest’ ultima.

Dedicheremo a questo tema, più avanti, un intero capitolo, ma già ora mi sembra importante  tracciarne le linee fondamentali .  Dio ci illumini.

a) La condanna degli atti omosessuali da parte della sana dottrina cattolica.

Come spiega il Catechismo della Chiesa cattolica al n. 2357 ss. :“ L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. … Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, (Cf Gn 19,1-29; Rm 1,24-27; 1 Cor 6,9-10; 1 Tm 1,10.) la Tradizione ha sempre dichiarato che « gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati ». (Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Persona humana, 8: AAS 68 (1976) 85.) Sono contrari alla legge naturale. … In nessun caso possono essere approvati.”

Per la dottrina cattolica: “Secondo l’ordine morale oggettivo, le relazioni omosessuali sono atti privi della loro regola essenziale e indispensabile. Esse sono condannate nella sacra Scrittura come gravi depravazioni e presentate, anzi, come la funesta conseguenza di un rifiuto di Dio.(Rm 1,24-27 .. Cf. anche … 1 Cor 6,10 e 1 Tm 1,10.) Questo giudizio della Scrittura non permette di concludere che tutti coloro, i quali soffrono di questa anomalia, ne siano personalmente responsabili, ma esso attesta che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati e che, in nessun caso, possono ricevere una qualche approvazione.”[356]

La condanna della Bibbia riguardo all’omosessualità è netta e chiara: “ … esiste un’evidente coerenza all’interno delle Scritture stesse sul comportamento omosessuale. Perciò la dottrina della Chiesa su questo punto non è basata solo su frasi isolate, da cui si possono trarre discutibili argomentazioni teologiche, ma piuttosto sul solido fondamento di una costante testimonianza biblica.”[357]

In questa linea s. Agostino affermò: “Dunque si devono detestare e punire dappertutto e sempre i vizi contrari alla natura, per esempio i vizi dei sodomiti, che se pure tutti i popoli della terra li praticassero, la legge divina li coinvolgerebbe in una medesima condanna per il loro misfatto, poiché non ha creato gli uomini per un tale uso di se stessi. È infatti una violazione del vincolo che deve sussistere tra noi e Dio la contaminazione della natura medesima, di cui egli è l’autore, per una passione perversa.”[358].

S. Tommaso affermò:“Ma i vizi che superano il modo dell’umana natura sono ancor più riprovevoli. E tuttavia anche essi vanno ricondotti all’intemperanza secondo un certo eccesso: è questo il caso di quelli che si dilettano nel cibarsi di carne umana, o nell’accoppiamento con bestie, o con uomini” (II-II, q. 142, a. 4).

Nella q. 154 della II-II a. 12 s. Tommaso riporta un testo di s. Agostino che lo stesso Dottore Angelico conferma allorché dice che nei peccati contro natura l’uomo trasgredisce ciò che è determinato secondo natura circa l’attività sessuale perciò tali peccati, in materia sessuale, sono i più gravi.

Nel Catechismo di s. Pio X si afferma quanto segue: “966. Quali sono i peccati che si dicono gridare vendetta nel cospetto di Dio?

I peccati che diconsi gridar vendetta nel cospetto di Dio sono quattro:

omicidio volontario;

peccato impuro contro l’ordine della natura;

oppressione dei poveri;

fraudare la mercede agli operai.

  1. Perché si dice che questi peccati gridano vendetta al cospetto di Dio? Questi peccati diconsi gridare vendetta al cospetto di Dio, perché lo dice lo Spirito Santo e perché la loro iniquità è così grave e manifesta che provoca Dio a punirli con più severi castighi.”

Ovviamente il peccato impuro di cui si parla è l’omosessualità praticata.

Concludendo, come dice la Congregazione per la Dottrina della Fede: “L’insegnamento della Chiesa di oggi è quindi in continuità organica con la visione della S. Scrittura e con la costante Tradizione.”[359]

La Congregazione per la Dottrina della Fede precisa ulteriormente: “È solo nella relazione coniugale che l’uso della facoltà sessuale può essere moralmente retto. Pertanto una persona che si comporta in modo omosessuale agisce immoralmente.”[360]

Quindi la condanna di questi peccati di omosessualità è assoluta e netta , basata sulla Scrittura e la Tradizione. Ma purtroppo anche in questo campo la strategia del “cambio del paradigma”  sta intervenendo appunto per sovvertire  la sana dottrina.

Dio ci doni la sua sapienza.

b) Evidenti “aperture” riguardo all’omosessualità praticata.

Nel suo libro  Ureta afferma nel capitolo 7[361]che nel Sinodo del 2014 relatio post disceptationem fu accolta con proteste perché presentava solo le tesi della minoranza kasperiana e presentava uno significativo principio morale, per cui si potrebbero cogliere elementi positivi anche situazioni oggettivamente gravemente peccaminose, come i rapporti prematrimoniali o le unioni omosessuali : “ Nonostante il comitato di redazione sia stato costretto a redigere un testo di compromesso, nella votazione finale tre paragrafi non hanno raggiunto la maggioranza statutariamente richiesta dei 2/3 per l’approvazione e inclusione nella relazione finale: il paragrafo riguardate la cura pastorale delle persone con tendenze omosessuali e i due paragrafi che trattavano della questione della comunione per i divorziati risposati (riconoscendo in questo modo la divergenza di posizioni fra i Padri sinodali). Malgrado questo rifiuto, e in deroga al regolamento, Papa Francesco ha, significativamente, ordinato che tali passaggi risultassero nel testo finale che sarebbe stato poi inviato alle diocesi e parrocchie al fine di ispirare le proposte della “base” per il Sinodo Ordinario dell’anno successivo [362].”

Sottolineo che : … nella votazione finale tre paragrafi non hanno raggiunto la maggioranza statutariamente richiesta dei 2/3 per l’approvazione e inclusione nella relazione finale: il paragrafo riguardate la cura pastorale delle persone con tendenze omosessuali e i due paragrafi che trattavano della questione della comunione per i divorziati risposati ma in deroga al regolamento, Papa Francesco ha ordinato che tali passaggi risultassero nel testo finale che sarebbe stato poi inviato alle diocesi e parrocchie al fine di ispirare le proposte della “base” per il Sinodo Ordinario dell’anno successivo … Un fatto grandemente significativo, come possiamo capire già ora e come sempre meglio capiremo nel corso di questo libro … purtroppo. Come detto sopra : il controllo ultimo di tutto era nelle mani del Papa!

Commentando questo fatto, il Cardinale Reinhard Marx ha dichiarato: “Fino ad ora, queste due questioni erano state assolutamente non negoziabili. Sebbene non fossero riuscite a ottenere la maggioranza dei due terzi, la maggioranza dei padri sinodali aveva comunque votato a loro favore.”

“Fanno ancora parte del testo”, ha continuato Marx. “Ho chiesto in particolare al Papa di questo, e il Papa ha detto che voleva tutti i punti pubblicati insieme a tutti i risultati delle votazioni. Voleva che tutti nella chiesa vedessero dove ci trovavamo. No, questo Papa ha spalancato le porte e il voto i risultati alla fine del sinodo non lo cambieranno “.[363] Sottolineo: Fino ad ora, queste due questioni erano state assolutamente non negoziabili. Sebbene non fossero riuscite a ottenere la maggioranza dei due terzi, la maggioranza dei padri sinodali aveva comunque votato a loro favore. …  questo Papa ha spalancato le porte …

Qualche mese dopo il Card. Burke ha affermato: “Resisterò al Papa se ci saranno le aperture ai divorziati risposati e ai gay. Non posso fare altro”[364] Per dire cose così gravi, è evidente che il Card. Burke si era accorto che il Papa lavorava nel senso di quelle aperture … purtroppo.

Dicemmo nel primo capitolo che, durante il Sinodo del 2015,  con un’evidente strategia …. “ … e con notevole sorpresa dei Padri sinodali, il testo loro consegnato, con assoluto divieto di diffusione esteso ai 51 auditori e ad altri partecipanti dell’assemblea, è stato distribuito in serata e soltanto in italiano, lingua che la maggioranza dei partecipanti non dominava totalmente (specialmente quelli provenienti da aeree geografiche più ostili a un cambiamento della disciplina della Chiesa, come l’Africa, la Polonia e gli Stati Uniti). Inoltre, il testo non prendeva minimamente in considerazione le 1.355 proposte di emendamento e riproponeva sostanzialmente la posizione dell’Instrumentum laboris, inclusi i paragrafi che avevano sollevato più critiche in aula, ossia quelli riguardanti l’omosessualità e i divorziati risposati. [365] Sottolineo in particolare: “il testo non prendeva minimamente in considerazione le 1.355 proposte di emendamento e riproponeva sostanzialmente la posizione dell’Instrumentum laboris, inclusi i paragrafi che avevano sollevato più critiche in aula, ossia quelli riguardanti l’omosessualità e i divorziati risposati.”   … chiaramente si cercava di far passare con una strategia “furba” un’ “apertura” alla pratica omosessuale.

Il testo è stato praticamente rifiutato dai Padri sinodali!

Quindi si è proceduto a realizzare un altro testo. “Questo nuovo testo ha eliminato riferimenti a coppie omosessuali e sulla Comunione di divorziati risposati ha ripreso: “ come “soluzione di compromesso”, un paragrafo ambiguo della relazione del circolo “Germanicus” – composto, fra gli altri, dal cardinale Walter Kasper, ma anche dal cardinale Gerhard Müller, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.”  [366] Questo secondo testo è stato approvato dai Padri.

Ai due Sinodi ha fatto seguito l’esortazione Amoris Laetitia; nel capitolo che dedicherò specificamente all’ “apertura” riguardo a coloro che praticano l’omosessualità  vedremo bene  come attraverso l’Amoris Laetitia si sia realizzata questa “apertura”, qui mi basta notare quanto scrive significativamente C. Spaemann: “ … i passi decisivi in Amoris Laetitia, in cui l’Ordine Sacro Cattolico è stato minato, non parlano solo dei divorziati risposati civilmente, ma in generale di “situazioni irregolari” (tra gli altri in AL 305). Perché i rapporti omosessuali non dovrebbero esservi inclusi? Perché non anche quelli tra i sacerdoti? Perché non anche quelli dei chierici che hanno l’età del consenso? C’è il sospetto che l’esortazione apostolica Amoris Laetitia sia stata creata nel contesto di un’agenda che mira all’istituzione nella Chiesa della cosiddetta “diversità sessuale.”[367] … in realtà come come vedremo soprattutto nel capitolo in cui parlerò ampiamente di tali “aperture” riguardo alla pratica omosessuale,  è ben più che un sospetto il fatto che attraverso l’Amoris Laetitia si vogliano realizzare tali “aperture” … vedremo che tale Esortazione parla degli omosessuali e che, come spiegano alcuni moralisti su Avvenire (giornale dei Vescovi e quindi … del Papa), quello che tale documento papale dice riguardo ai divorziati risposati può essere applicato, analogamente, a coloro che praticano l’omosessualità … Vedremo che , incredibilmente, appunto dopo l’Amoris Laetitia, su Avvenire, giornale dei Vescovi italiani e quindi strettamente legato al Papa e da lui indirizzato, Luciano Moia ha potuto scrivere :  “«La dottrina parla chiaro», direbbero coloro che usano le norme come pietre da scagliare nella vita delle persone. Già, ma quale norma? In Amoris laetitia – che rimane il più recente documento magisteriale sul tema – dopo aver ricordato l’esigenza della vicinanza pastorale alle persone omosessuali da parte della Chiesa, Francesco non aggiunge alcuna condanna etica, non ricorda il passaggio del Catechismo a proposito del «disordine morale oggettivo», come avevano fatto i precedenti documenti del magistero. Lo stesso per il Documento finale del Sinodo dei giovani. Una semplice dimenticanza? Difficile pensarlo. Forse potrebbe essere risultato prevalente il desiderio di leggere la questione con un’ottica diversa, di aprire il dibattito, di ascoltare il parere della base, nella convinzione che «non tutte le discussioni dottrinali, morali pastorali devono essere risolte con interventi del magistero». (Al, 3).[368]

Si noti bene …. “ … quale norma ?” … quindi la Bibbia, la Tradizione, il Magistero e il Catechismo attuale  che condannano radicalmente e assolutamente gli atti omosessuali sono scomparsi per Moia e per l’Avvenire … Incredibile ma vero e ovviamente gravissimo … e gravemente scandaloso … soprattutto se poi si legge che Papa Francesco: “non aggiunge alcuna condanna etica, non ricorda il passaggio del Catechismo a proposito del «disordine morale oggettivo»” … cioè non ha dato nessuna condanna etica degli atti omosessuali … Queste affermazioni di Moia sono i frutti marci di Amoris laetitia che appunto “apre le porte” anche in tema di atti omosessuali … e sono segni che, insieme ad altri, indicano chiaramente quale è l’indirizzo profondo del Papa su  questo argomento in questi anni …

Oltre alle indicazioni presentate finora, infatti, noi esamineremo qui di seguito, e poi nel capitolo dedicato a questo argomento, certi incontri, certe azioni e certe affermazioni del Papa riguardo alla questione degli atti omosessuali che appaiono infatti estremamente significativi in ordine all’ “apertura” che egli sta attuando su tale questione; il “cambio di paradigma” che Papa Francesco sta portando avanti riguarda anche l’ “apertura” in tema di atti omosessuali.

Il Papa, infatti, si fa problemi a incontrare una donna, un’attivista contraria al matrimonio omosessuale, che pure aveva 4 matrimoni (con uomini) sulle spalle, ma non si fa problemi a incontrare noti omosessuali[369].

E ugualmente il Papa non si fa problemi a far leggere ad una delle sue s. Messe un attivista pro LGBT, con grande scandalo[370].

Il Papa non censura e anzi “promuove” il p. Martin SJ che celebra addirittura s. Messa pre gay-pride e secondo il quale: Papa Francesco ha amici LGBT ed ha nominato molti i, arcivescovi e vescovi che sostengono il mondo LGBT[371]. Secondo gli autori della lettera che ha accusato il Papa di eresia : “P. Martin è un noto sostenitore della legittimazione delle relazioni e degli atti omosessuali. Nel 2017 Papa Francesco lo ha nominato consulente del Segretariato delle Comunicazioni della Santa Sede.”[372]

P. Martin è stato ricevuto dal Papa nell’ottobre 2019 e circa un mese dopo ha affermato che in tale incontro il Papa lo ha incoraggiato a continuare il suo ministero presso i cattolici LGBT.

In un articolo di S. Paciolla intitolato significativamente:  “Una foto che certifica un “cambio di paradigma””[373] e che riguarda proprio l’incontro dell’ottobre 2019 tra il Papa e p. Martin,   il giornalista spiega che: “ … il Card. Robert. Sarah, in un editoriale sul WSJ, ha definito padre Martin “uno dei critici più schietti del messaggio della Chiesa riguardo alla sessualità”. Il Card. Burke, in una intervista a The Wanderer, ha detto che quanto affermato da padre Martin “non è coerente con l’insegnamento della Chiesa” sull’omosessualità. L’Arcivescovo di Philadelphia, mons. Charles Chaput, ultimamente ha scritto che padre Martin “travisa il credo cattolico”. Il vescovo Thomas John Paprocki, della diocesi di Springfield, il 19 settembre scorso ha emesso un comunicato nel quale, tra l’altro, si dice che “I messaggi pubblici di Padre Martin creano confusione tra i fedeli e sconvolgono l’unità della Chiesa, promuovendo il falso senso che il comportamento sessuale immorale è accettabile secondo la legge di Dio.”[374] … Papa Francesco evidentemente lo lascia libero di parlare e non censura le erronee e scandalose affermazioni di p. Martin … e anzi lo incoraggia a continuare la sua opera !

Uno degli ultimi Cardinali creati da Papa Francesco è mons. Mendonça, di lui leggiamo quanto segue : “ noto per essere un fan di suor Maria Teresa Forcades i Vila, “teologa” ultra-femminista sostenitrice dell’aborto e del “matrimonio” omosessuale. Proprio nella prefazione a un libro della Forcades il neo-e sostiene  che “Gesù di Nazareth non ha codificato né ha stabilito delle regole”. Inoltre in un’intervista del 2016 ha esaltato Bergoglio contrapponendolo ai “tradizionalisti”.”[375]

Significative ci paiono in questa linea le parole di questa teologa Forcades : “Papa Francesco io penso che abbia provato a fare un passo in avanti in questo senso con il sinodo della famiglia, non è riuscito a farlo ma non è la stessa atmosfera di quando non c’era Papa Francesco. Per esempio suor Jeannine Gramick, che lavora da tanti anni negli Stati Uniti per l’accettazione non solo dell’essere omosessuale ma anche dell’attività omosessuale, dell’amore omosessuale fisico, ha detto che da quando è arrivato Papa Francesco non ha più avuto la pressione che subiva prima per non fare questo tipo di apostolato”.[376]

Sua Eminenza De Kesel, uno dei Cardinali creati da Papa Francesco, ha affermato: «La condanna degli atti omosessuali non è più sostenibile».[377] Non mi consta che la S. Sede sia intervenuta a correggere le affermazioni di questo Cardinale  …

Inoltre “Nel 2013 p. Timothy Radcliffe ha affermato che gli atti omosessuali possono essere un’espressione del dono di Sé del Cristo. Papa Francesco lo ha nominato consulente del Consiglio Pontificio per la Giustizia e la Pace nel maggio 2015.”[378] A proposito di questo padre domenicano si possono leggere link molto precisi che indicano le sue aperture riguardo all’omosessualità[379] Una significativa frase di p. Radcliffe è questa: “This is not to denigrate committed love of people of the same sex. This too should be cherished and supported, which is why church leaders are slowly coming to support same-sex civil unions. The God of love can be present in every true love. But “gay marriage” is impossible because it attempts to cut loose marriage from its grounding in our biological life. If we do that, we deny our humanity. It would be like trying to make a cheese soufflé without the cheese, or wine without grapes”[380] Tali parole significano essenzialmente quanto segue: va apprezzato e sostenuto anche l’amore tra persone dello stesso sesso , perciò i dirigenti della chiesa stanno lentamente arrivando a sostenere le unioni civili dello stesso sesso. Il Dio dell’amore può essere presente in ogni vero amore. Ma il “matrimonio gay” è impossibile perché cerca di eliminare il matrimonio libero dalla sua fondazione nella nostra vita biologica.

Dice del p. Radcliffe il sito Lifesitenews: il sacerdote e autore inglese Radcliffe, che Papa Francesco ha nominato consulente per il Pontificio Consiglio per la giustizia e la pace nel 2015, è stato maestro dell’Ordine domenicano dal 1992 al 2001 ed è un chiaro sostenitore dell’omosessualità. Nel 2013 ha riflettuto sul fatto che la “sessualità gay” può essere “espressiva del dono di sé di Cristo.[381]

Dopo il p. Radcliffe mi pare importante vedere qualcosa del Card. Cupich:

“Nel Sinodo sulla Famiglia del 2015 il cardinale Cupich ha sostenuto la proposta di permettere alle persone che vivono in relazioni adulterine e agli omosessuali sessualmente attivi di ricevere l’Eucarestia in buona coscienza, in alcune circostanze. Papa Francesco lo ha nominato Arcivescovo di Chicago nel 2014, cardinale nel 2016, e membro della Congregazione dei Vescovi e della Congregazione per l’Educazione Cattolica.”[382]

In questa linea vanno anche le parole del Card. Cupich secondo cui nella sua Diocesi non è previsto che siano negati i Sacramenti a coloro che vivono notoriamente in unione omosessuale [383].

IL PAPA, sottolineo,  significativamente, NON HA CONDANNATO tutti QUESTI ERRORI riguardanti l’omosessualità, COME SUO DOVERE, ma, ANZI, IN VARI CASI, HA SOSTENUTO E PROMOSSO, come visto, QUELLI CHE LI DIFFONDEVANO !

Vanno rilevate con speciale indignazione, in questa linea, le affermazioni di un Cardinale vicino allo stesso Papa che addirittura, con un altro Vescovo, almeno,  vuole aprire le porte alla benedizione delle coppie omosessuali [384]  Il Card. Marx, in particolare : “ … sabato 3 febbraio 2018 intervistato dal canale B5 della radio bavarese pubblica Bayerischer Rundfunk ha dichiarato che Amoris Laetitia ha offerto un criterio generale di carattere pastorale da applicarsi a tante situazioni della vita comune, tra cui le relazioni omosessuali: l’attenzione “alla singola persona, alla sua storia e alle sue relazioni”. Questo criterio può permettere di benedire in alcuni casi anche le coppie omosessuali. Però sta al discernimento del sacerdote comprendere se è opportuno o meno.”[385] Il Cardinale Marx è molto vicino a Papa Francesco, si noti molto bene;  ripeto : molto vicino a Papa Francesco! Quindi le parole del Cardinale hanno uno straordinario “peso”.

Questi gravi errori del Card. Marx etc. sono stati, invece, condannati dal Vescovo Chaput[386], dal Card. Cordes[387] che ha parlato chiaramente di sacrilegio  e dal Card. Müller  che ha significativamente detto: “Se un sacerdote benedice una coppia omosessuale, allora questa è un’atrocità commessa in un luogo sacro, cioè approvare qualche cosa che Dio non approva.”[388]

Dopo tutto questo … visto l’andazzo e il vento favorevole che pareva soffiare in Vaticano per tali benedizioni, altri si sono accodati al Card. Marx  … e destano particolare preoccupazione a questo riguardo le affermazioni che sono state espresse  dai grandi schermi dell’Assemblea di Brisbane, un evento di due giorni organizzato dall’arcidiocesi in preparazione al Concilio Plenario … e desta più grande preoccupazione il fatto che l’Arcivescovo non pare sia intervenuto per condannarle radicalmente.[389]

In questo clima è stata resa pubblica la cerimonia di benedizione di una coppia di lesbiche realizzata da un sacerdote e appunto diffusa con foto attraverso i social network la Diocesi di appartenenza del sacerdote ha confermato la notizia e non ha preso provvedimenti contro il sacerdote[390] … Tuttora non consta che siano stati presi provvedimenti di condanna per tutti i ministri di Dio che mostrano di voler aprire le porte alle benedizioni omosessuali. Anche se nel 2021 , dopo ben 3 anni dall’inizio dello scandalo delle benedizioni alle coppie omosessuali, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha prodotto un documento in cui viene condannata la liceità di tali benedizioni alle coppie omosessuali[391] non consta che siano stati presi provvedimenti né contro coloro che prima di tale documento hanno scandalizzato i fedeli mostrandosi favorevoli alle benedizioni delle coppie omosessuali né contro coloro che si sono opposti a tale documento[392] … aspettiamo fiduciosi che il Vaticano intervenga fino in fondo per cancellare gli errori suddetti e i relativi scandali … ma temo che ciò non avverrà in questo Pontificato. Probabilmente il Papa con il suddetto documento ha voluto solo gettare fumo negli occhi dei fedeli cattolici per far pensare a molti che lui segue la sana dottrina … ma in realtà così non è, e infatti coloro che hanno scandalizzato il mondo con tali benedizioni sono ai loro posti come se niente fosse stato e probabilmente continuano a portare avanti anche loro “il cambio di paradigma”, a sostenere la legittimità di tali benedizioni alle coppie omosessuali e a praticarle perché, evidentemente solo a livello “teorico” il Papa condanna tali benedizioni non nella  realtà concreta dei fatti. Peraltro non mi consta che il Papa stesso abbia rimarcato le affermazioni di quel documento come sarebbe necessario … quindi ho la netta impressione che non sia “suo” e che lo abbia dovuto approvare “obtorto collo” … e che appunto non abbia nessuna intenzione né di farlo valere né di riparare gli scandali che tali benedizioni e le dichiarazioni di sostegno ad esse hanno creato. In questa linea anche il fatto che gli oppositori del documento contro le benedizioni alle coppie omosessuali restino ai loro posti appare significativo e parte della strategia del Papa se si considera che, come visto, i due grandi moralisti dell’Istituto Giovanni Paolo II (Melina e Noriega Bastos) hanno significativamente perso il loro posto … ! Evidentemente per il Papa il vero pericolo non sono gli scandali per le benedizioni omosessuali e l’ideologia omosessualista … il vero pericolo per il Papa è la sana dottrina!!

Rimando, come detto, al capitolo dedicato a questo tema (nel II volume) per una più ampia trattazione dell’argomento ma già ora penso che sia chiaro che il “cambio di paradigma” prevede anche una “apertura” riguardo all’omosessualità praticata … cioè prevede deviazioni  rispetto alla sana dottrina anche riguardo ai peccati contro natura.

Dio intervenga e presto!

11) Evidenti aperture del “cambio di paradigma” alla contraccezione anche in nome di Amoris Laetitia.

Colui che è considerato da alcuni il ghost writer dell’ Amoris Laetitia, mons. V. M. Fernández, stretto collaboratore del Papa e che ora è Arcivescovo di La Plata (Argentina) scrisse un articolo nel 2006 intitolato:“La dimensión trinitaria de la moral II : profundización del aspecto ético a la luz de “Deus caritas est””, Revista Teología, Tomo XLIII, Nº 89, 2006. [393]

Appunto in tale articolo del 2006 che evidentemente deve essere stato seguito su vari punti da chi ha scritto l’Amoris Laetitia, come dimostra un attento confronto dei due testi,  mons. Fernández afferma: “En algunas cuestiones de la moral sexual también es imperioso discernir bajo la luz directa del criterio hermenéutico central, para reconocer cómo una incapacidad para la abstinencia sexual suele implicar un avasallamiento de la libertad del cónyuge, haciendo primar el propio placer por encima de la felicidad del otro. Pero también se da el caso de una abstención sexual que contradiga la jerarquía cristiana de valores coronada por la caridad. No podemos cerrar los ojos, por ejemplo, ante la dificultad que se plantea a una mujer cuando percibe que la estabilidad familiar se pone en riesgo por someter al esposo no practicante a períodos de continencia. En ese caso, un rechazo inflexible a todo uso de preservativos haría primar el cumplimiento de una norma externa por sobre la obligación grave de cuidar la comunión amorosa y la estabilidad conyugal que exige más directamente la caridad.”(pag. 150) Traduco in modo orientativo la parte finale del testo : “Ma c’è anche il caso di un’astensione sessuale che contraddice la gerarchia cristiana di valori coronati dalla carità. Non possiamo chiudere gli occhi, ad esempio, davanti alla difficoltà che una donna ha quando percepisce che la stabilità della famiglia è messa a rischio sottoponendo il marito non praticante a periodi di continenza. In tal caso, un rifiuto inflessibile di qualsiasi uso del preservativo farebbe prevalere il rispetto di una norma esterna sul grave obbligo di prendersi cura della comunione amorevole e della stabilità coniugale che la carità richiede più direttamente.”

L’affermazione di mons. Fernández è evidentemente radicalmente errata  …

La carità , vedemmo più sopra, ci fa osservare i comandamenti e non ci fa commettere peccato e soprattutto non ci fa commettere peccato grave, ma l’uso del preservativo e quindi la contraccezione è un evidente peccato grave, è un atto intrinsecamente malvagio che mai può essere scelto.

S. Giovanni Paolo II affermò a questo riguardo: “Esistono norme morali aventi un loro preciso contenuto immutabile e incondizionato. Su alcune di esse voi state sviluppando una rigorosa riflessione proprio nel corso di questo Congresso: la norma che proibisce la contraccezione o quella che interdice l’uccisione diretta della persona innocente, per esempio. Negare che esistano norme aventi un tale valore può farlo solo chi nega che esista una verità della persona, una natura immutabile dell’uomo, ultimamente fondata su quella Sapienza creatrice che dona la misura a ogni realtà.”[394]

In un importante articolo pubblicato sull’Osservatore Romano leggiamo che:“La tradizione morale cristiana ha sempre distinto fra norme «positive» (che comandano di fare) e norme «negative» (che proibiscono di fare). Inoltre, essa ha costantemente e chiaramente affermato che, tra quelle negative, le norme che proibiscono atti intrinsecamente disordinati non ammettono eccezioni: tali atti, infatti, sono «disordinati» sotto il profilo morale per la loro stessa intima struttura, quindi in se stessi e per se stessi, ossia contraddicono la persona nella sua specifica dignità di persona. Proprio per questa precisa ragione, tali atti non possono essere resi «ordinati» sotto il profilo morale da nessuna intenzione e da nessuna circostanza soggettive, che non valgono a mutare la loro struttura. Tra questi atti si pone anche la contraccezione: in se stessa e per se stessa è sempre un disordine morale, perché oggettivamente e in modo intrinseco (indipendentemente dalle intenzioni, motivazioni e situazioni soggettive) essa contraddice «il linguaggio nativo che esprime la reciproca donazione totale degli sposi» (Esortazione apostolica Familiaris consortio, n. 32).”[395]

Nel Catechismo dellla Chiesa cattolica leggiamo che è intrinsecamente cattiva la contraccezione cioè, come spiega l’ Humanae vitae: “ … ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione.”[396]

Nella Familiaris Consortio leggiamo: “Al linguaggio nativo che esprime la reciproca donazione totale dei coniugi, la contraccezione impone un linguaggio oggettivamente contraddittorio, quello cioè del non donarsi all’altro in totalità: ne deriva non soltanto il positivo rifiuto all’apertura alla vita, ma anche una falsificazione dell’interiore verità dell’amore coniugale, chiamato a donarsi in totalità personale.”[397]

Nella Familiaris Consortio al n. 34 s. Giovanni Paolo II, riferendosi anche alla proibizione riguardo all’uso dei preservativi, contenuta nell’ Humanae Vitae, disse che i coniugi: “ … non possono guardare alla legge solo come ad un puro ideale da raggiungere in futuro, ma debbono considerarla come un comando di Cristo Signore a superare con impegno le difficoltà. «Perciò la cosiddetta “legge della gradualità”, o cammino graduale, non può identificarsi con la “gradualità della legge”, come se ci fossero vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse. …. In questa stessa linea, rientra nella pedagogia della Chiesa che i coniugi anzitutto riconoscano chiaramente la dottrina della «Humanae Vitae» come normativa per l’esercizio della loro sessualità, e sinceramente si impegnino a porre le condizioni necessarie per osservare questa norma.” [398]

Non ci sono vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse, tutti sono chiamati a non commettere peccato grave e quindi a non praticare la contraccezione.

Aggiungo che alcuni anni fa alcune affermazioni di Papa Benedetto XVI sull’uso del preservativo  furono interpretate in senso errato da alcuni i quali ritennero che quel Sommo Pontefice stesse legittimando tale pratica contraccettiva, preciso che Papa Benedetto non ha mai legittimato tale pratica e quelle affermazioni vanno intese in altro senso, come spiega bene un testo della Congregazione per la Dottrina della Fede intitolato: “Nota sulla banalizzazione della sessualità a proposito di alcune letture di “Luce del mondo” del 21.12.2010 [399]

Come vedemmo, in un articolo del 2011 mons. Fernández torna sull’articolo del 2006 che abbiamo esaminato, e riguardo alla questione dell’uso del condom afferma : “En el artículo (pág . 150) pongo el ejemplo de una mujer que, por preservar el amor y la estabilidad familiar, no rechaza el uso del preservativo (cooperación material al pecado del cónyuge). Pretendo decir que, ante un conflicto de deberes, el cuidado del amor y la estabilidad familiar es una exigencia más directa de la caridad porque es un bien mayor por el cual puede ser lícito tolerar un mal comportamiento.  … Es lo que en la moral clásica se expresa como cooperación sólo material y proporcionada en el mal.”[400]

Quindi secondo mons. Fernández la donna che, per preservare l’amore e la stabilità familiare, non rifiuta l’uso del preservativo (cooperazione materiale con il peccato del coniuge)sta solo compiendo una cooperazione materiale e proporzionata al male. Purtroppo anche dicendo questo mons. Fernández commette un grave errore perché per aversi  cooperazione materiale e proporzionata al male l’atto che si pone in essere non deve essere oggettivamente malvagio, più ampiamente questa cooperazione può essere lecita :

“ … quando si danno congiuntamente queste tre condizioni:

l’azione del coniuge cooperante non sia già in se stessa illecita; (Denzinger-Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum, 2795, 3634)

esistano motivi proporzionalmente gravi per cooperare al peccato del coniuge;

si cerchi di aiutare il coniuge (pazientemente, con la preghiera, con la carità, con il dialogo: non necessariamente in quel momento, né in ogni occasione) a desistere da tale condotta.”[401]

Le risposte del s. Uffizio citate[402]  affermano chiaramente che l’atto della donna che accetta passivamente l’uso del preservativo da parte del marito nel rapporto intimo con lei compie un atto intrinsecamente illecito … quindi la cooperazione della donna che accetta l’uso del preservativo nel rapporto intimo è gravemente illecita e non è cooperazione materiale al peccato.

Concludo dicendo che data la vicinanza di mons. Fernández al Papa, e dati gli incarichi che gli sono stati conferiti dal Sommo Pontefice nonostante , per quanto mi consta, non abbia mai ritrattato le affermazioni erronee che abbiamo appena visto … e dato che il Papa mostra di fare eco nell’Amoris Laetitia alle parole di lui …. non è strano che una suora abbia affermato che il Papa le abbia indicato di consigliare il preservativo, il diaframma etc. alle donne che non vogliono rimanere incinta[403]

… e non è strano che con il nuovo “corso” dell’Istituto Giovanni Paolo II e ovviamente con la benedizione di Papa Francesco abbia iniziato ad insegnare in questo Istituto, che era famoso per diffondere la sana dottrina cattolica, il prof. Chiodi …[404], colui che ha affermato in una Conferenza all’Università Gregoriana alla fine del 2017 il “dovere” responsabile dei coniugi di praticare la contraccezione[405] … il che è radicalmente contrario alla sana dottrina.

La conferenza è stata pubblicata in italiano da Magister[406] In essa leggiamo: “ La riflessione svolta ci autorizza a ripensare il senso della norma di “Humanae vitae”, evitando di concentrarci su di essa come su una verità oggettiva che starebbe di fronte alla ragione. L’intento è di riprendere la norma, per pensarla fino in fondo. Non si tratterà affatto di abolirla, ma dimostrarne il senso e la verità: il suo senso antropologico è, nel legame sponsale, il nesso tra sessualità e generazione, che rimanda al senso della sessualità. … Ciò che la pratica dei “metodi naturali di fecondità” attesta è il carattere responsoriale della generazione: anch’essi dicono che generare non è creare. … Se la responsabilità del generare è ciò a cui rimandano questi “metodi”, allora si può comprendere come nelle situazioni in cui essi siano impossibili o impraticabili, occorre trovare altre forme di responsabilità: queste “circostanze”, per responsabilità, richiedono altri metodi per la regolazione delle nascite. In questi casi, l’intervento “tecnico” non nega la responsabilità del rapporto generante … L’insistenza del magistero sui metodi naturali non può dunque essere interpretata come una norma fine a se stessa … La tecnica, in circostanze determinate, può consentire di custodire la qualità responsabile dell’atto sessuale. Essa perciò non può essere rifiutata a priori, quando è in gioco la nascita di un figlio, poiché anch’essa è una forma dell’agire e come tale richiede un discernimento sulla base di criteri morali irriducibili ad un’applicazione sillogistico-deduttiva della norma.”[407]

Il famoso professor J. Seifert ha commentato le affermazioni di mons. Chiodi in questo modo: “«Possiamo solo sperare che papa Francesco, l’Arcivescovo Paglia e la larga maggioranza dei membri della Pontificia Accademia per la Vita chiedano a don Chiodi di correggere questi gravi errori, o di dimettersi immediatamente dall’illustre Accademia, il cui fondatore e padre spirituale Giovanni Paolo II combatté senza ambiguità e continuamente proprio contro quegli errori che don Chiodi ora propone, e li condannò in via definitiva».”[408]… Mons. Chiodi, secondo il prof. Seifert  :“ «propone posizioni etiche e filosofiche che sono profondamente erronee e totalmente distruttive non solo dell’insegnamento morale della Chiesa cattolica, ma anche dell’essenza della moralità, e in realtà di ogni verità e di ogni insegnamento della Chiesa».[409]

“Per Seifert, quando don Chiodi facendo riferimento ad “Amoris Laetitia” afferma che alcune «circostanze proprio per amore di responsabilità, richiedono la contraccezione», «nega in realtà direttamente l’intrinseca erroneità della contraccezione insegnata magisterialmente da Paolo VI e dai suoi predecessori e successori e rende ciò che è buono o cattivo moralmente nella trasmissione della vita umana interamente dipendente dalle situazioni concrete».”[410]

“ La teoria secondo cui c’è «un dovere alla contraccezione» è tale da contenere, secondo Seifert, «oltre all’aperto rigetto dell’insegnamento della Chiesa in Humanae Vitae, errori filosofici generali disastrosi», già respinti con forza da Giovanni Paolo II in Veritatis Splendor.”[411]

Illuminante in questa linea, per capire come il “nuovo paradigma” apra le porte alla contraccezione  è anche un articolo di S. Magister in cui il noto vaticanista fa notare che : ““Humanae vitae” addio. A mezzo secolo di distanza, l’enciclica contro i metodi artificiali di regolazione delle nascite  …  cede ormai il passo a una sua radicale re-interpretazione, a un “cambio di paradigma” indubitabilmente voluto e incoraggiato da Papa Francesco in persona. …  “tutto dipende da come ‘Humanae vitae’ viene interpretata”, non manca di chiosare ogni volta  Papa Francesco:. Perché “la questione non è quella di cambiare la dottrina, ma di andare in profondità e far sì che la pastorale tenga conto delle situazioni e di ciò che per le persone è possibile fare”. … A dare veste autorevole al nuovo paradigma interpretativo di “Humanae vitae”, con un esplicito via libera ai contraccettivi artificiali, è intervenuto un teologo dei più accreditati presso l’attuale papa, Maurizio Chiodi … membro di fresca nomina della Pontifica Accademia per la Vita, già autore nel 2006 di un libro, “Etica della vita”, che sosteneva la liceità della procreazione artificiale.

L’autorevolezza della sua presa di posizione è avvalorata da due fatti concatenati.

Il primo è il contesto in cui Chiodi ha dettato la nuova interpretazione di “Humanae vitae”: una conferenza alla Pontificia Università Gregoriana, il 14 dicembre … Domenica 28 gennaio la conferenza di Chiodi è stata ripubblicata con grande evidenza sul quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana “Avvenire”, nel supplemento mensile “Noi, Famiglia & Vita”, introdotta da una nota col titolo: “Da papa Montini a Francesco, sviluppo nella fedeltà””[412] I due fatti concatenati che danno autorevolezza alla posizione di don Chiodi ai quali Magister fa riferimento sono: il contesto in cui don Chiodi ha dettato la nuova interpretazione di “Humanae vitae” (una conferenza alla famosa Pontificia Università Gregoriana , a Roma,), la pubblicazione dell’intervento di don Chiodi sull’Avvenire  quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana.

S. Magister riporta qualche parte dell’articolo di Avvenire che non trovo su Internet … spero che l’articolo non sia stato nascosto per evitare che la gente sappia come stanno realmente le cose. Scrive dunque Avvenire nell’articolo appena citato :“’Humanae vitae’, testo che è e rimane frutto di una scelta profetica e coraggiosa per il tempo e per la situazione storica in cui Papa Montini la concepì, non senza tormenti e non senza aver chiarito che si trattava di magistero né infallibile né irreformabile. In questa prospettiva la riflessione del teologo va intesa come una proposta che intende rappresentare lo sviluppo di una tradizione. … Don Chiodi ha il coraggio di definire il problema che si pongono da alcuni decenni teologi ed esperti di pastorale. Davvero i metodi naturali vanno intesi come l’unico percorso possibile di pianificazione familiare?”[413]

S. Magister commenta queste parole dell’articolo di Avvenire dicendo: “La nota, come si vede, termina con un punto interrogativo. Che però è del tutto retorico. Le tesi esposte da Chiodi nella sua conferenza, infatti, non sono ipotetiche, ma assertive. Vi sono circostanze – sostiene – che non solo consentono ma “richiedono” altri metodi, non naturali, per la regolazione delle nascite.”[414]

Nota ancora S. Magister : “A beneficio dei lettori, “Avvenire” sintetizza così, a centro pagina, la reinterpretazione di “Humanae vitae” fatta da Chiodi: “Se ci sono situazioni in cui i metodi naturali sono impossibili o impraticabili, occorre trovare altre strade, perché una generazione responsabile non può ignorare le offerte della tecnica”.[415]

Significativo appare in questa linea l’intervento di Mons. Paglia , Presidente della Pontificia Accademia per la Vita per cui: “Le norme vanno sempre interpretate alla luce della tradizione che ne illumina l’esperienza, non come formule astratte da applicare astrattamente. In questo senso, le norme richiedono un processo di valutazione che deve prendere in conto l’insieme concreto delle circostanze e delle relazioni in cui si trova la persona. È sempre stato così: perché le norme di cui parliamo sono per far vivere gli esseri umani, non quelle per far funzionare i robot. … Penso che il tema della generazione della vita umana affrontato da Paolo VI nel 1968 con Humanae vitae sia di importanza capitale. Il suo intento di sottolineare la responsabilità che abbiamo nei confronti della generazione chiede di essere ulteriormente approfondito.”[416] Significativo soprattutto che mons. Paglia e la Pontificia Accademia per la Vita  non siano intervenuti a condannare le affermazioni di mons. Chiodi … ma siano intervenuti a dire quello che abbiamo appena letto …

Un esperto, p. Granados, ha affermato, dopo la conferenza di don Chiodi: “Adesso girano voci che verrà a insegnare il professor Maurizio Chiodi, che apre alla liceità della contraccezione e ammette gli atti omosessuali come “possibili” in certe situazioni. ”[417] Capite ? Gli esperti si sono accorti nettamente dell’errore di mons. Chiodi , ma mentre Granados lo smaschera … mons. Paglia non ne parla direttamente ma afferma cose che paiono andare in quella linea … S. Magister aggiunge che : “E già prima che Chiodi tenesse la sua conferenza alla Gregoriana, anche monsignor Luigi Bettazzi, 94 anni, … aveva detto ad “Avvenire”, il 29 ottobre 2017, che a cinquant’anni dalla “Humanae vitae” è ormai “arrivato il momento di ripensare la questione”, perché “non sono le dottrine a cambiare, ma siamo noi, col trascorrere degli anni, che riusciamo a comprenderne sempre meglio il significato, leggendole alla luce dei segni dei tempi”.” [418]

Infine S. Magister fa notare che : “ … è già all’opera dalla scorsa primavera la commissione di studio istituita in Vaticano per ricostruire la genesi di “Humanae vitae” dal punto di vista storico e documentario. … Ma è fin troppo evidente che la rivisitazione del tormentato percorso di preparazione di quell’enciclica – nel quale già allora le correnti favorevoli alla contraccezione artificiale erano molto più forti e pressanti di quelle contrarie, sposate da Paolo VI – potrà solo giovare al cambio di paradigma che è in atto.”[419] Mi chiedo anche se, dal Vaticano, qualcuno abbia notificato alla suora, cui il Papa aveva detto di consigliare il preservativo e il diaframma alle donne che non vogliono restare incinta[420] che la contraccezione è contraria alla Legge di Dio … e che neanche con il permesso del Papa è possibile fare ciò che Dio condanna … ma temo che nessuno abbia notificato tutto questo a suor Martha … perché mi pare evidente che il “nuovo paradigma” prevede che si vada contro sana dottrina cattolica anche nella questione della contraccezione … ovviamente , come vedete, tutto viene fatto in maniera velata, in modo discreto … ma sappiamo bene che  Papa ha detto di sè: “ Sì, posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo….”[421] …  sono un po’ furbo, so muovermi …

Dio intervenga!

12) Attacco radicale alle basi della dottrina morale cattolica, e quindi al precetto che vieta gli atti impuri, anche attraverso il n. 303 dell’Amoris Laetitia; significative affermazioni di A. Riva e dei Vescovi maltesi in questa linea …

Dopo tutto quello che abbiamo detto sulla sessualità e quindi sulla castità e sull’adulterio possiamo capire meglio l’errore insito in Amoris Laetitia n. 303

Al n. 303 dell’Amoris  Laetitia leggiamo: “  Ma questa coscienza può riconoscere non solo che una situazione non risponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo; può anche riconoscere con sincerità e onestà ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo. ”

Ureta in un suo interessante libro dopo avere citato le parole del prof. Seifert[422] per cui il n. 303 di Amoris laetitia minaccia di distruggere l’intera morale cattolica, afferma:“ In materia di adulterio, il via libera è stato già dato dal vescovo di Como, che in una nota pastorale, riguardo ai divorziati risposati conviventi more uxorio, ha asserito che “i singoli atti coniugali (sic) restano un ‘disordine oggettivo’, ma non sono necessariamente ‘peccato grave’ che impedisce di accogliere in pienezza la vita della grazia” (https://famigliechiesacomo.files.wordpress.com/2018/02/diocesicomo_notapastorale_capviii_al2.pdf.). Il suo testo è stato pubblicato insieme ad un “Approfondimento di Teologia Morale” del moralista don Angelo Riva, il quale afferma tassativamente che tali atti adulterini “non sono peccati, sono atti buoni della vita coniugale”[423]. [424]

Andando a vedere il testo di don Angelo Riva sul sito della Diocesi di Como[425] leggiamo che ai penitenti divorziati risposati si può proporre dopo Amoris Laetitia :

“➢ la via indicata da AL del discernimento personale e pastorale in foro interno (o della coscienza dialogica e formata) con confessione unica e discernimento che rimane aperto per quanto riguarda gli atti sessuali coniugali (considerati legittimi se giustificati soggettivamente “ad acta”)”

Mi pare che questo voglia dire che la persona può, evidentemente, legittimamente proporsi di commettere atti impuri …

Inoltre nello stesso testo dello stesso teologo leggiamo che : “Prospettive in corso di approfondimento, in linea con AL:

➢ la via del discernimento personale e pastorale in foro interno (o della coscienza formata) con confessione unica e discernimento concluso anche per quanto riguarda la vita sessuale coniugale (considerati legittimi in quanto giustificati soggettivamente)

➢ la via del discernimento personale e pastorale in foro interno (o della coscienza formata) con confessione unica e discernimento concluso anche per quanto riguarda la vita sessuale coniugale (atti considerati legittimi in quanto in sé buoni)”

… Mi pare che questo voglia dire che la persona può, evidentemente, legittimamente proporsi di commettere atti impuri in quanto buoni …

Mi pare che questi siano alcuni dei “frutti marci” e velenosi che Amoris Laetitia sta producendo …

Non mi consta che la S. Sede sia intervenuta a condannare questi errori … d’altra parte il testo di Amoris Laetitia porta evidentemente a ritenere che Dio possa non solo permettere ma  volere positivamente che qualcuno pecchi gravemente e che rimanga in tale peccato … ovviamente se Dio volesse questo, tali atti non sarebbero peccato … e diverrebbero buoni …

Le affermazioni del prof. Seifert[426] per cui il n. 303 di Amoris Laetitia minaccia di distruggere l’intera morale cattolica colgono nel segno. Nessuno può dispensare sé stesso o gli altri  dal comando che vieta atti genitali al di fuori del matrimonio, lo vedemmo chiaramente più sopra e la coscienza cristiana illuminata dalla fede e ancora di più dalla grazia e dallo Spirito Santo non può mai affermare che Dio ci chiede di peccare, di commettere adulterio o atti omosessuali etc.!

Occorre aggiungere che, come vedremo, Amoris Laetitia presenta in modo “così” “largo” e deviante le attenuanti, che ciò che la sana dottrina indica come veri peccati gravi (con materia grave, piena avvertenza e deliberato consenso) divengono, grazie alle deviazioni e imprecisioni di Amoris Laetitia, praticamente leciti atti e coloro che li compiono sono considerati degni di ricevere i Sacramenti senza proporsi di non commetterli più.

Va letto in questa linea ciò che vediamo nella lettera dei Vescovi argentini laddove afferma al n. 5 : “Cuando las circunstancias concretas de una pareja lo hagan factible, especialmente cuando ambos sean cristianos con un camino de fe, se puede proponer el empeño de vivir en continencia. Amoris Laetitia no ignora las dificultades de esta opción (cf. nota 329) y deja abierta la posibilidad de acceder al sacramento de la Reconciliación cuando se falle en ese propósito (cf. nota 364, según la enseñanza de san Juan Pablo II al Cardenal W. Baum, del 22/03/1996).”[427]

La continenza tra due persone non sposate, come si vede, è presentata come un qualcosa  che si può proporre …  Praticamente è facoltativo proporre la continenza e facoltativo è vivere la stessa continenza … Se ci sono delle limitazioni o condizionamenti, intese in senso molto largo, la persona può essere considerata in grazia di Dio anche se praticamente è disposta ancora a peccare gravemente e a questa persona si possono dare i Sacramenti della Confessione e della Eucaristia …  in questa linea al n. 6 della lettera dei Vescovi argentini leggiamo: se la possibilità di vita in castità non è fattibile, resta possibile un cammino di discernimento e quindi “ Si se llega a reconocer que, en un caso concreto, hay limitaciones que atenúan la responsabilidad y la culpabilidad (cf. 301-302), particularmente cuando una persona considere que caería en una ulterior falta dañando a los hijos de la nueva unión, Amoris laetitia abre la posibilidad del acceso a los sacramentos de la Reconciliación y la Eucaristía (cf. notas 336 y 351).”[428]

In sintesi: come diceva il Card. Kasper, la “porta è aperta” … La porta è aperta sicché anche chi pecca gravemente e vuole continuare a farlo e in particolare chi vive in adulterio ha ora, con Amoris Laetitia tutte le possibilità per restare in tale situazione, sentirsi praticamente santo e giusto e quindi ricevere anche i Sacramenti …

Infatti il Card. Kasper, senza essere smentito, ha potuto affermare sull’Amoris Laetitia quanto riferito da “La Nuova Bussola Quotidiana”: “«La porta è aperta», ha detto in riferimento alla disciplina dei sacramenti per i divorziati risposati, ma «il Papa non ha detto come passarvi attraverso. Egli però – ha detto Kasper – non ha ripetuto le dichiarazioni negative dei papi precedenti su ciò che non è possibile e non è permesso. Quindi c’è spazio per i singoli vescovi e le singole Conferenze episcopali». … Il cardinale ha fatto anche un esempio concreto che rivela molto della prassi “caso per caso” presente in Amoris Laetitia, a proposito dell’Eucaristia per le persone divorziate risposate. Quando Kasper era vescovo di Rottenburg un pastore gli pose il caso di una madre divorziata risposata che però aveva preparato la figlia alla Santa Comunione «molto meglio» di altri. «Una donna molto attiva nella Chiesa e che era in Caritas», sottolinea. Il prete non vietò a questa madre di accedere all’Eucaristia il giorno della prima comunione della figlia. «Quel prete aveva ragione», spiega Kasper, e «ho detto questo a Papa Francesco che ha confermato il mio atteggiamento».”[429]

Sulla scia dell’ Amoris Laetitia i Vescovi Maltesi hanno potuto affermare: “Nel processo di discernimento, esaminiamo anche la possibilità della continenza coniugale. Nonostante che sia un ideale non facile, ci possono essere coppie che con l’aiuto della grazia pratichino questa virtù senza mettere a rischio altri aspetti della loro vita insieme. D’altronde, ci sono delle situazioni complesse quando la scelta di vivere «come fratello e sorella» risulta umanamente impossibile o reca maggior danno (cfr. Amoris laetitia, nota 329).  Qualora come esito del processo di discernimento, compiuto con «umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa e al suo insegnamento, nella ricerca sincera della volontà di Dio e nel desiderio di giungere ad una risposta più perfetta ad essa» (Amoris laetitia, 300), una persona separata o divorziata che vive una nuova unione arriva — con una coscienza formata e illuminata — a riconoscere e credere di essere in pace con Dio, non le potrà essere impedito di accostarsi ai sacramenti della riconciliazione e dell’eucaristia (cfr. Amoris laetitia, nota 336 e 351).”[430]

La Legge di Dio, quindi, risulta impossibile … o reca maggior danno! E quindi si possono dare i Sacramenti anche a coloro che non sono sposati ma vivono more uxorio e non si propongono di fuggire l’occasione e di non peccare più!

Si! … la porta è aperta sicché anche chi pecca gravemente e vuole continuare a farlo e in particolare chi vive in adulterio ha ora, con Amoris Laetitia, tutte le possibilità per restare in tale situazione, sentirsi praticamente santo e giusto e quindi ricevere anche i Sacramenti … anche perché la Legge di Dio è impossibile o reca maggior danno , come dicono i Vescovi maltesi!

Dio intervenga e riporti tutti i Pastori, Papa compreso, alla sana dottrina riguardo ai comandamenti e ai santi Sacramenti.

13) Precisazioni riguardo a ciò che affermano la nota 364  e il n. 311 nonché i nn. 296s  dell’Amoris Laetitia.

L’ Amoris Laetitia alla nota 364  afferma : “Forse per scrupolo, nascosto dietro un grande desiderio di fedeltà alla verità, alcuni sacerdoti esigono dai penitenti un proposito di pentimento senza ombra alcuna, per cui la misericordia sfuma sotto la ricerca di una giustizia ipoteticamente pura. Per questo vale la pena di ricordare l’insegnamento di san Giovanni Paolo II, il quale affermò che la prevedibilità di una nuova caduta «non pregiudica l’autenticità del proposito» (Lettera al Card. William W. Baum in occasione del corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzeria Apostolica” [22 marzo 1996], 5: Insegnamenti XIX, 1 [1996], 589)”.  Occorre precisare che nell’Amoris Laetitia tale nota è posta all’interno del n. 311 per cui: sebbene si debba curare “l’integralità dell’insegnamento morale della Chiesa” occorre sostenere in particolare i valori più alti del Vangelo, soprattutto il primato della carità come risposta all’amore incondizionato di Dio.

Al n. 296 dell’Amoris Laetitia il Papa ha affermato: “ … «due logiche percorrono tutta la storia della Chiesa: emarginare e reintegrare […]. La strada della Chiesa, dal Concilio di Gerusalemme in poi, è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione […]. La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero […]. …”

Al n. 297 della stessa Esortazione leggiamo “ Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia “immeritata, incondizionata e gratuita”. Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo!”

Mi pare importante precisare subito che, come vedremo meglio, la carità ci fa vivere secondo i comandamenti e quindi secondo verità, nella santa Legge di Dio, sulla via della Croce, la carità aiuta gli altri ugualmente a vivere secondo i comandamenti, sulla via della Croce; inoltre è bene dire subito che la nostra salvezza sta nell’accogliere l’amore di Dio e quindi nella conversione e nel pentimento per i peccati, la nostra salvezza sta nel confessarci veramente bene  con una vera e santa contrizione che include un vero e santo proposito; e soprattutto mi pare importante precisare che senza vera conversione, il peccatore non accoglie l’amore di Dio e si danna! E la dannazione è una terribile realtà che è presentata chiaramente dalla S. Scrittura e dalla sana dottrina.

Dio ci illumini e mi illumini in particolare, qui di seguito, per realizzare delle precisazioni importanti proprio sui numeri di cui abbiamo appena parlato.

a) Precisazioni riguardo al n. 311 dell’Amoris Laetitia: l’Amore di Dio è eterno e infinito ma il peccatore che non lo accoglie con una vera contrizione si danna.

La Chiesa ha 2000 anni e ha fissato molto chiaramente la sua dottrina circa la giustificazione del peccatore, il suo pentimento e circa la conversione, necessari per salvarsi. Parlare della conversione, della contrizione con i suoi vari elementi non significa condizionare l’Amore di Dio, come potrebbe pensare qualcuno sulla base delle affermazioni di Papa Francesco del n. 311 o del n. 297 dell’Amoris Laetitia ; si noti che il Papa parla della necessità di insegnare l’Amore incondizionato di Dio e poi mette in nota che alcuni per scrupolo chiederebbero un proposito senza ombra e per tale giustizia ipoteticamente pura la misericordia sfumerebbe sotto la ricerca di una giustizia ipoteticamente pura … Purtroppo la vaghezza delle espressioni papali non spiegate e precisate nonché il fatto che egli attacca imprecisati confessori che  cercano una giustizia ipoteticamente pura e non attacca invece coloro che al contrario non si curano di verificare bene che il penitente abbia veramente il proposito richiesto per la confessione e quindi espongono il penitente a confessioni invalide e il fatto che il Papa , come visto e come stiamo vedendo e vedremo, su vari punti non segue la sana dottrina, possono creare o creano false idee circa l’Amore di Dio e la necessità della nostra conversione. Ci sembra importante perciò precisare quanto segue.  Dio è Amore ma noi accogliamo tale amore solo attraverso la conversione e la contrizione che da peccatori ci rende giusti. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, presentando la dottrina biblica, parla chiaramente di:  “ … grande misericordia di Dio che vuole salvi tutti gli uomini [Cf 1Tm 2,4 ]”(n.1261).  Dio ci vuole salvi tutti ma noi accogliamo l’offerta di Dio facendo la sua volontà, perciò nel Catechismo troviamo scritto al n. 2826 : “  ….  Gesù ci insegna che si entra nel regno dei cieli non a forza di parole, ma facendo « la volontà del Padre mio che è nei cieli » (Mt 7,21).”

Dio è  Amore ma noi dobbiamo accogliere questo Amore , se non lo accogliamo e non facciamo la sua la sua Volontà, ci danniamo.  Se non accogliamo la parola di Cristo, che chiama i peccatori a conversione, non ci salviamo, il Catechismo afferma al n. 543che per entrare nel Regno di Dio “…  è necessario accogliere la parola di Gesù.” Non c’è altra strada!

Il Concilio Vaticano II afferma: ” La parola del Signore è paragonata … al seme che viene seminato in un campo: quelli che l’ascoltano con fede e appartengono al piccolo gregge di Cristo hanno accolto il regno stesso di Dio; poi il seme per virtù propria germoglia e cresce fino al tempo del raccolto ».(Concilio Vaticano II, Cost. dogm. “Lumen gentium”, 21.11.1964 , 5: AAS 57 (1965) 7.)”

Per accedere al Regno di Dio occorre accogliere la parola di Cristo, occorre fare la volontà di Dio, collaborare con Dio, occorre accogliere la giustificazione; nel Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo al n. 1989 ss.che anzitutto lo Spirito Santo attua in noi  la conversione, che opera la giustificazione.    Mosso da Dio attraverso la grazia, l’uomo si volge verso Dio (conversione) e si allontana dal peccato, accogliendo così il perdono e la giustizia dall’alto, l’uomo quindi diviene giusto secondo Dio. La giustificazione quindi sgancia l’uomo dal peccato e lo riunisce e riconcilia con Dio. Attraverso la giustificazione si stabilisce una collaborazione tra grazia di Dio e libertà dell’uomo; con essa l’uomo è fatto giusto e diviene giusto per mezzo della fede.

Quindi per salvarsi occorre collaborare con Dio, occorre  accogliere la giustizia di Dio  per mezzo della fede in Gesù Cristo: cioè occorre accogliere la giustificazione. Insieme con la giustificazione, vengono infuse nei nostri cuori la fede, la speranza e la carità, e ci è accordata l’obbedienza alla volontà divina. La Chiesa afferma che Dio è Amore e vuole salvare tutti ma afferma anche che ci salviamo accogliendo il dono della salvezza, convertendoci dal peccato,  facendo la volontà di Dio e la Chiesa afferma anche che colui che è in peccato grave e non accoglie il dono dell’amore misericordioso e quindi, il dono della contrizione, si danna (Catechismo della Chiesa Cattolica 1036s)!

b) Precisazione riguardo ai n. 296s di Amoris Laetitia : l’inferno esiste .. e la condanna eterna anche!

Il Papa nell’Amoris Laetitia al n. 296 afferma che “La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno..” e al n. 297 della stessa Esortazione leggiamo: “297. Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia “immeritata, incondizionata e gratuita”. Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo!” Queste affermazioni potrebbero far pensare a qualcuno che il Papa voglia praticamente cancellare la verità circa l’esistenza dell’inferno, verità fissata anche, in certi punti, in modo assolutamente immutabile dalla Chiesa.

S. Tommaso spiega che Dio premia e condanna:” Gli atti umani ricevono da Dio la pena o il premio. Dalle cose già dette risulta chiaramente che gli atti umani devono ricevere da

Dio, o la pena, o il premio. … Viene così confutato l’errore di alcuni i quali dicevano che Dio non punisce. Marcione e Valentino, p. es., affermavano che il Dio buono è distinto dal Dio giusto il quale punisce [cfr. S. Agost., De Haeres., 21, 22].”[431]

Ovviamente tra le pene vi è la pena eterna dell’inferno.

Cristo è Dio uomo, è il Giudice ed è il Capo della Chiesa e condanna i malvagi, e la Chiesa è unita a Lui. Anzitutto, Cristo è Giudice, lo dice chiaramente il Credo.

Il Simbolo degli Apostoli afferma chiaramente che Cristo: “ siede alla destra di Dio Padre onnipotente: di là verrà a giudicare i vivi e i morti.”

Il Simbolo niceno-costantinopolitano afferma: “E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine.”

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 679: “Cristo è Signore della vita eterna. Il pieno diritto di giudicare definitivamente le opere e i cuori degli uomini appartiene a lui in quanto Redentore del mondo. ”

Lo stesso Catechismo aggiunge al n. 682: “Cristo glorioso, venendo alla fine dei tempi a giudicare i vivi e i morti, rivelerà la disposizione segreta dei cuori e renderà a ciascun uomo secondo le sue opere e secondo l’accoglienza o il rifiuto della grazia.”

Il Catechismo Romano afferma: “Per amor di chiarezza i Parroci distingueranno bene le due epoche, nelle quali ciascuno deve comparire innanzi al Signore per rendere ragione di tutti e singoli i pensieri, le opere, le parole, e sentire poi l’immediata sentenza del giudice. La prima viene quando muore ciascun di noi: subito l’anima si presenta al tribunale di Dio, ove si fa giustissimo esame di quanto ha operato, detto, o pensato; e questo si chiama giudizio particolare. La seconda verrà quando tutti gli uomini saranno riuniti insieme in un giorno e in un luogo stabilito innanzi al tribunale del Giudice, affinché tutti e singoli, spettatori e ascoltatori, gli uomini di tutti i secoli sappiano la propria sentenza. Il verdetto non sarà, per gli empi e scellerati, la minore delle pene; mentre i pii e i giusti ne trarranno grande premio e frutto, poiché sarà manifesto come ciascuno si è diportato in questa vita. E questo si chiama il “giudizio universale”.”[432]

In uno dei Prefazi dell’ Avvento leggiamo: “Tu ci hai nascosto il giorno e l’ora, in cui il Cristo tuo Figlio, Signore e giudice della storia, apparirà sulle nubi del cielo rivestito di potenza e splendore”. S. Tommaso afferma: “ … il potere giudiziario è una prerogativa comune a tutta la Trinità: il che è vero. Tuttavia per appropriazione esso viene attribuito al Figlio…”[433]

Il Dottore Angelico cita, poi, le parole di s. Agostino nel “sed contra” dell’articolo succesivo  per cui: “. E Agostino afferma: «Siederà come giudice colui che fu sottoposto a giudizio; condannerà i veri colpevoli colui che falsamente fu dichiarato in colpa».”[434] Tali parole s. Tommaso mostra di accettare pienamente nel corpo dell’articolo, infatti afferma: “Cristo, anche per la sua natura umana, è capo di tutta la Chiesa, e che Dio ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi [Sal 8,8]. Perciò a lui spetta, anche secondo la natura umana, il potere giudiziario.”[435]

Quindi s. Tommaso aggiunge : “ … tutte le cose umane sono ordinate al fine della beatitudine, che è la salvezza eterna, alla quale tutti gli uomini sono ammessi o dalla quale sono respinti in base al giudizio di Cristo, come risulta dal Vangelo. Perciò è evidente che tutte le cose umane ricadono sotto il potere giudiziario di Cristo.” [436]

Cristo giudicherà e condannerà … e la Chiesa, di cui è Capo,  sarà unita a Lui nel condannare eternamente … in questa linea è falso affermare che : “La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno.” La Chiesa è unita a Cristo nel condannare eternamente coloro che lo meritano.

Il Catechismo Romano afferma: “Rivolto poi a quelli che staranno alla sua sinistra, fulminerà contro di essi la sua giustizia con queste parole: Via da me, maledetti, al fuoco eterno, preparato per il diavolo ed i suoi angeli (Mt 25,41). Con le prime, “Via da me”, viene espressa la maggiore delle pene che colpirà gli empi, con l’essere cacciati il più possibile lungi dal cospetto di Dio …  Questa è dai teologi chiamata pena del danno; per la quale gli empi saranno privati per sempre, nell’inferno, della luce della visione divina. L’altra parola: “maledetti “, aumenterà sensibilmente la loro miseria e calamità. Se mentre sono cacciati dalla presenza di Dio fossero stimati degni almeno di qualche benedizione, questo tornerebbe a grande loro sollievo; ma poiché nulla di simile potranno aspettarsi, che allievi la loro disgrazia, la divina giustizia, cacciandoli giustamente, li colpisce con ogni sua maledizione.

Seguono poi le parole: “al fuoco eterno”; è il secondo genere di pena che i teologi chiamano pena del senso, perché si percepisce con i sensi del corpo, come avviene dei flagelli, delle battiture o di altro più grave supplizio, tra i quali non è a dubitare che il tormento del fuoco provochi il più acuto dolore sensibile. Aggiungendo a tanto male la durata perpetua, se ne deduce che la pena dei dannati rappresenta il colmo di tutti i supplizi. …  Tale sentenza giustamente il Signore e Salvatore nostro emanerà contro gli empi, perché questi hanno trascurato tutte le opere di vera pietà: non hanno offerto cibo all’affamato e bevanda all’assetato; non hanno alloggiato l’ospite, vestito l’ignudo, visitato l’infermo e il carcerato.”[437]

Le parole del Vangelo citate in questo passo del Catechismo Romano sono illuminanti e s. Alfonso riprendendole afferma:“All’incontro, Gesù mio, che pena avrà quel peccatore, che morendo in peccato, in comparirvi innanzi vi mirerà sdegnato! L’anima che esce da questa vita in disgrazia di Dio, prima che il giudice la condanni, ella si condannerà da se stessa, e poi udirà intimarsi da Gesu-Cristo la terribil sentenza: “Discede a me, maledicte, in ignem aeternum”(Matt., 25, 41: «Discedite a me, maledicti, in ignem aeternum».) Separati da me ingrato, vanne al fuoco eterno, e non comparirmi più davanti.”[438] Aggiunge il s. Dottore napoletano:“ Che farà, che risponderà il peccatore a Gesu-Cristo giudice? Farà quel che fece colui del Vangelo, che venne senza la veste nuziale, tacque, non sapendo che rispondere. … Ecco finalmente il giudice darà la sentenza. «Discede a me, maledicte, in ignem aeternum».(Matth., 25, 41: «Discedite a me, maledicti, in ignem aeternum».) Oh che tuono terribile sarà questo! «Oh quam terribiliter personabit tonitruum illud!» Il Cartusiano.(Dionysius Carth., De quatuor novissimis, art. XXVI; Opera, XLI, Tornaci 1912 530: «O quam horribiliter, penetrative ac desolatorie personabit tonitruum illud!») Dice S. Anselmo:(S. Anselmus, op. cit., med. 2; PL 158, 722-723: «Dies iudicii venit, dies irae, dies illa… Quid dormitas? Qui non expergiscitur, qui non tremit ad tantum tonitruum, non dormit, sed mortuus est».) «Qui non tremit ad tantum tonitruum, non dormit, sed mortuus est». ”[439]

Cristo è giudice … e giudica e condanna … e la Chiesa è unita a Lui … e l’inferno implica una condanna eterna. Nel Catechismo leggiamo al n. 1034 che sarà Gesù a pronunziare la condanna alla dannazione: “ … egli pronunzierà la condanna: « Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno! » (Mt 25,41).”

Il Catechismo della Chiesa Cattolica ribadisce la sana dottrina sull’inferno  ai numeri 1033 ss.

Anzitutto la causa della nostra dannazione è il nostro peccato e non la “malvagità” di Dio, Dio non è malvagio ma infinitamente buono  e non predestina nessuno alla dannazione (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1033)

Quindi la Chiesa afferma chiaramente l’esistenza dell’inferno (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1035)

La Chiesa attraverso la Liturgia ci fa pregare così: “ Accetta con benevolenza, o Signore, l’offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia: disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge degli eletti”.[440]

Dio ci doni la salvezza eterna, e non permetta che si diffondano errori sulla contrizione e sulla sua necessità per la salvezza eterna. Accogliere l’Amore di Dio significa accogliere lo Spirito Santo e farci guidare da Lui che appunto da peccatori ci rende giusti attraverso la conversione e la contrizione … Dio è Amore ma senza la conversione e la contrizione i nostri peccati gravi restano, secondo l’insegnamento di Dio stesso e della Chiesa, non rimessi … e corriamo verso la dannazione! L’inferno è una realtà . Ricordo che la Madonna a Fatima disse: “ Pregate, pregate molto; e fate sacrifici per i peccatori, perché molte anime vanno all’inferno, perché non c’è chi si sacrifichi e interceda per loro.»”[441] … e questo è quello che anche vari santi Dottori e mistici hanno affermato … attenzione!

c) Il vero proposito di non peccare più, necessario per la remissione dei peccati, e la nota 364 dell’Amoris Laetitia.

Mons. Fernández, probabile ghost writer di Amoris Laetitia, dice “Aunque la cuestión del posible acceso a la comunión de algunos divorciados en nueva unión ha provocado mucho revuelo, el Papa intentó —sin lograrlo— que este paso se diera de una manera discreta. Por eso, después de desarrollar los presupuestos de esta decisión en el cuerpo del documento, la aplicación a la comunión de los divorciados en nueva unión se hizo explícita en notas a pie de página.”[442] Ciò significa che sebbene la questione del possibile accesso alla comunione di alcuni divorziati in una nuova unione abbia suscitato scalpore, il Papa ha provato – senza riuscirci – a compiere questo passo in modo discreto. Pertanto, dopo aver sviluppato i presupposti di questa decisione nel corpo del documento, l’applicazione alla comunione dei divorziati in una nuova unione è stata resa esplicita nelle note a piè di pagina. Questo ci fa capire l’importanza delle note, specie di alcune, in Amoris Laetitia e tra le note veramente importanti occorre inserire proprio la n. 364. L’ Amoris Laetitia alla nota 364  afferma : “Forse per scrupolo, nascosto dietro un grande desiderio di fedeltà alla verità, alcuni sacerdoti esigono dai penitenti un proposito di pentimento senza ombra alcuna, per cui la misericordia sfuma sotto la ricerca di una giustizia ipoteticamente pura. Per questo vale la pena di ricordare l’insegnamento di san Giovanni Paolo II, il quale affermò che la prevedibilità di una nuova caduta «non pregiudica l’autenticità del proposito» (Lettera al Card. William W. Baum in occasione del corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzeria Apostolica [22 marzo 1996], 5: Insegnamenti XIX, 1 [1996], 589)”

Partiamo anzitutto dalla dottrina che abbiamo già presentato circa il proposito necessario per ottenere l’assoluzione.

Vedemmo più sopra che al n. 250 del “Catechismo Tridentino”[443] troviamo scritto :
“Da quanto abbiamo detto è facile dedurre le condizioni necessarie per una vera contrizione, condizioni che devono essere spiegate ai fedeli con la maggiore diligenza, affinché tutti sappiano con quali mezzi possano acquistarla, e abbiano una norma sicura per discernere fino a qual punto siano lontani dalla perfezione di essa. La prima condizione è l’odio e la detestazione di tutti i peccati commessi. Se ne detestassimo soltanto alcuni, la contrizione non sarebbe salutare, ma falsa e simulata, poiché scrive san Giacomo: Chi osserva tutta la legge e in una sola cosa manca, trasgredisce tutta la legge (Gc 2,10). La seconda è che la contrizione comprenda il proposito di confessarci e di fare la penitenza: cose di cui parleremo a suo luogo. La terza è che il penitente faccia il proposito fermo e sincero di riformare la sua vita, come insegna chiaramente il Profeta: Se l’empio farà penitenza di tutti i peccati che ha commessi, custodirà tutti i miei precetti e osserverà il giudizio e la giustizia, vivrà; né mi ricorderò più dei peccati che avrà commesso. E più oltre: Quando l’empio si allontanerà dalla empietà che ha commesso e osserverà il giudizio e la giustizia, darà la vita all’anima sua. E più oltre ancora: Convertitevi e fate penitenza di tutte le vostre iniquità; cosi queste non vi torneranno a rovina. Gettate lungi da voi tutte le prevaricazioni in cui siete caduti, e fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo (Ez 18,21 Ez 18,31). La medesima cosa ha ordinato il Signore stesso nel dire all’adultera: Và e non peccare più (Jn 8,11); e al paralitico risanato nella piscina: Ecco, sei risanato: non peccare più (Jn 5,14). Del resto la natura e la ragione mostrano chiaramente che vi sono due cose assolutamente necessarie, per rendere la contrizione vera e sincera: il pentimento dei peccati commessi, e il proposito di non commetterli più per l’avvenire. Chiunque si vuole riconciliare con un amico che ha offeso, deve insieme deplorare l’ingiuria fatta, e guardarsi bene, per l’avvenire, dall’offendere di nuovo l’amicizia. Queste due cose devono necessariamente essere accompagnate dall’obbedienza, poiché è giusto che l’uomo obbedisca alla legge naturale, divina e umana alle quali è soggetto. Pertanto, se un penitente ha rubato con violenza o con frode qualche cosa al suo prossimo, è obbligato alla restituzione; se ha offeso la sua dignità e la sua vita con le parole o con i fatti, deve soddisfarlo con la prestazione di qualche servizio o di qualche beneficio. E noto a tutti, in proposito, il detto di sant’Agostino: Non è rimesso il peccato, se non si restituisce il maltolto (Epist. CL3,6,20).” (n. 250 del “Catechismo Tridentino” ed. Cantagalli 1992, n. 94  http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm)

Vedemmo più sopra che “Senza una vera conversione, che implica una interiore contrizione e senza un sincero e fermo proposito di cambiamento, i peccati rimangono «non rimessi», come dice Gesù e con lui la Tradizione dell’Antica e della Nuova Alleanza.”[444]

Vedemmo più sopra che nel Catechismo Maggiore di s. Pio X è scritto: “

731. In che consiste il proponimento? Il proponimento consiste in una volontà risoluta di non commettere mai più il peccato e di usare tutti i mezzi necessari per fuggirlo.

  1. Quali condizioni deve avere il proponimento per essere buono? Il proponimento, affinché sia buono, deve avere principalmente tre condizioni: deve essere assoluto, universale ed efficace.
  1. Che cosa vuoi dire: proponimento assoluto? Vuol dire che il proponimento deve essere senza alcuna condizione di tempo, di luogo, o di persona.
  1. Che cosa vuol dire: il proponimento deve essere universale? Il proponimento deve essere universale, vuoi dire che dobbiamo voler fuggire tutti i peccati mortali, tanto quelli già altre volte commessi, quanto altri che potremmo commettere.
  1. Che cosa vuol dire: il proponimento deve essere efficace? Il proponimento deve essere efficace, vuol dire che bisogna avere una volontà risoluta di perdere prima ogni cosa che commettere un nuovo peccato, di fuggire le occasioni pericolose di peccare, di distruggere gli abiti cattivi, e di adempiere gli obblighi contratti in conseguenza dei nostri peccati.
  1. Che s’intende per abito cattivo? Per abito cattivo s’intende la disposizione acquistata a cadere con facilità in quei peccati ai quali ci siamo assuefatti.
  1. Che cosa si deve fare per correggere gli abiti cattivi? Per correggere gli abiti cattivi dobbiamo stare vigilanti sopra di noi, fare molta orazione, frequentare la confessione, avere un buon direttore stabile, e mettere in pratica i consigli e i rimedi che egli ci propone.
  1. Che cosa s’intende per occasioni pericolose di peccare? Per occasioni pericolose di peccare s’intendono tutte quelle circostanze di tempo, di luogo, di persone, o di cose che per propria natura, o per la nostra fragilità ci inducono a commettere il peccato.
  1. Siamo noi gravemente obbligati a schivare tutte le occasioni pericolose? Noi siamo gravemente obbligati a schivare quelle occasioni pericolose che d’ordinario ci inducono a commettere peccato mortale, le quali si chiamano le occasioni prossime del peccato.
  1. Che cosa deve fare chi non può fuggire qualche occasione di peccato? Chi non può fuggire qualche occasione di peccato, lo dica al confessore e stia ai consigli di lui.
  1. Quali considerazioni servono per fare il proponimento? Per fare il proponimento servono le stesse considerazioni, che valgono ad eccitare il dolore; cioè la considerazione dei motivi che abbiamo di temere la giustizia di Do e di amare la sua infinità bontà.”

Laddove , poi questo Catechismo parla del momento dell’assoluzione afferma :“768 D. Compita l’accusa dei peccati che cosa resta a farsi?”

Vedemmo più sopra che S. Alfonso M. de’ Liguori spiega nelle sue opere riguardo al proposito di non peccare : “Tre sono le condizioni del vero proposito per la confessione: dee esser fermo, universale, ed efficace.

E per I. dee esser fermo, in modo il penitente abbia animo risoluto di non peccare in qualunque caso. …

Per II. Il proposito dev’essere universale (parlando de’ peccati mortali), come insegnano tutti con s. Tommaso(III q. 87. a. 1. ad 1.) …  non può ammettersi il proposito particolare, mentre ciascuno ha d’aver la volontà d’evitare tutti i peccati mortali che può commettere … Si è detto de’ peccati mortali, perché in quanto a’ veniali è certo con s. Tommaso (3. p. q. 87. a. 1. ad 1.), che basti il proporre di astenersi da alcuno, senza che si proponga l’astenersi dagli altri(Lib. 6. n. 451. v. II. Requiritur.). …

Per III. dev’esser efficace, cioè che l’uomo proponga, non solo di non commettere peccati, ma anche di prendere i mezzi opportuni per evitarli, specialmente di rimuovere le occasioni prossime. Ma qui dee avvertirsi (checché si dica il p. Concina), che le ricadute non sempre son segni che i propositi prima fatti non sono stati buoni, sicché sempre debbano ripetersi le confessioni fatte come invalide, perché la ricaduta non è sempre segno che non v’è stata volontà: ma spesso è solamente segno della volontà mutata, mentre spesso sogliono gli uomini fermamente proporre e poi tornare a cadere; e perciò dice il rituale romano: In peccata facile recidentibus utilissimum fuerit consulere, ut saepe confiteantur; et si expediat, communicent: non dice, che a coloro che facilmente ricadono, non si dee dar l’assoluzione per lo dubbio che v’è del loro proposito, ma che si dee consigliare più presto, che spesso si confessino, e si comunichino: s’intende sempre che si conosce, esservi la dovuta disposizione, ... ”[445]

Vediamo ora cosa dice precisamente il testo di s. Giovanni Paolo II citato nella nota 364 dell’Amoris Laetitia “ …  La verità, che viene dal Verbo e deve portarci a Lui, spiega perché la confessione sacramentale debba derivare ed essere accompagnata non da un mero impulso psicologico, quasi che il sacramento sia un surrogato di terapie appunto psicologiche, ma dal dolore fondato su motivi soprannaturali, perché il peccato viola la carità verso Dio Sommo Bene, ha causato le sofferenze del Redentore e procura a noi la perdita dei beni eterni. In questa prospettiva appare chiaro come la confessione debba essere umile, integra, accompagnata dal proposito solido e generoso dell’emenda per l’avvenire e finalmente dalla fiducia di conseguire questa medesima emenda.”[446] Come si vede il Papa polacco parla di solido e generoso proposito … che  unito alla Confessione deve portare il penitente a  rinnovare, consolidare, dirigere alla santità la sua vita cristiana, la vita cioè della carità soprannaturale, che si attinge e si esercita nella Chiesa verso Dio, nostro Padre, e verso gli uomini, nostri fratelli. Il Papa polacco parla di dolore fondato su motivi soprannaturali …. e il Catechismo di s. Pio X, come visto, afferma: “

717. Che cosa vuol dire che il dolore deve essere soprannaturale? Vuol dire che deve essere eccitato in noi dalla grazia del Signore e concepito per motivi di fede.

  1. Perché il dolore dev’essere soprannaturale? Il dolore deve essere soprannaturale, perché è soprannaturale il fine a cui si dirige, cioè il perdono di Dio, l’acquisto della grazia santificante ed il diritto alla gloria eterna.
  1. Spiegate meglio la differenza tra il dolore soprannaturale e il naturale? Chi si pente per avere offeso Dio infinitamente buono e degno per se stesso di essere amato, per aver perduto il paradiso e meritato l’inferno, ovvero per la malizia intrinseca del peccato, ha un dolore soprannaturale perché questi sono motivi di fede: chi invece si pentisse solo pel disonore, o castigo che gli viene dagli uomini, o per qualche danno puramente temporale, avrebbe un dolore naturale, perché si pentirebbe solo per motivi umani.”

Il Papa polacco precisa inoltre che “Quanto all’umiltà, è evidente che senza di essa l’accusa dei peccati sarebbe un inutile elenco o, peggio, una proterva rivendicazione del diritto di commetterli: il “Non serviam”, per cui caddero gli angeli ribelli e il primo uomo perdette sé e la sua discendenza. L’umiltà invero si identifica con la detestazione del male: “Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto; perciò sei giusto quando parli, retto nel tuo giudizio” (Sal 51(50), 5-6).”[447] Il peccato fatto va dunque detestato, odiato …. Il Catechismo di s. Pio X afferma: “720. Perché il dolore deve essere sommo?

Il dolore deve essere sommo, perché dobbiamo riguardare e odiare il peccato come sommo di tutti i mali, essendo offesa di Dio sommo Bene.”

Come si vede , il s. Papa Giovanni Paolo II in questa lettera ribadisce la sana dottrina senza alcuna deviazione da essa e proprio nella luce della sana dottrina il Papa polacco afferma: “ È inoltre evidente di per sé che l’accusa dei peccati deve includere il proponimento serio di non commetterne più nel futuro. Se questa disposizione dell’anima mancasse, in realtà non vi sarebbe pentimento: questo, infatti, verte sul male morale come tale, e dunque non prendere posizione contraria rispetto ad un male morale possibile sarebbe non detestare il male, non avere pentimento. Ma come questo deve derivare innanzi tutto dal dolore di avere offeso Dio, così il proposito di non peccare deve fondarsi sulla grazia divina, che il Signore non lascia mai mancare a chi fa ciò che gli è possibile per agire onestamente. ”[448] Le parole del s. Padre Giovanni Paolo II  affermano qualcosa di molto importante nel testo che vi ho appena proposto: la Confessione richiede un proposito serio di non peccare più … sottolineo proposito serio … e il Papa polacco aggiunge che se mancasse un tale serio proposito mancherebbe il pentimento e quindi la confessione sarebbe nulla invalida come vedremo meglio più avanti … e come mostra chiaramente questo testo della Congregazione per la Dottrina della Fede : “In ogni caso l’assoluzione può essere concessa solo se c’è la certezza di una vera contrizione, vale a dire “il dolore interiore e la riprovazione del peccato che è stato commesso, con la risoluzione di non peccare più” (cfr. Concilio di Trento, Dottrina sul sacramento della Penitenza, c.4). In questa linea non si può assolvere validamente un divorziato risposato che non prenda la ferma risoluzione di “non peccare più” e quindi si astenga dagli atti proprio dei coniugi, e facendo in questo senso tutto quello che è in suo potere.” [449] … non è valida l’assoluzione del penitente che non prende la ferma risoluzione di non peccare più .  S. Giovanni Paolo II affermò in altro documento: “Senza una vera conversione, che implica una interiore contrizione e senza un sincero e fermo proposito di cambiamento, i peccati rimangono «non rimessi», come dice Gesù e con lui la Tradizione dell’Antica e della Nuova Alleanza.”[450] … senza un sincero, fermo e serio proposito di non peccare più la confessione è nulla i peccati restano non rimessi! S. Alfonso afferma a questo riguardo “ Per  parte poi del penitente è invalida la Confessione. …   Se non ha il dovuto dolore e proposito; specialmente se non vuol restituire come deve le robe, l’onore, o la fama tolta: o se non vuol togliere l’occasione prossima volontaria.”[451] Lo stesso s. Alfonso nella sua “Theologia moralis” precisa che la confessione è invalida se il penitente non ha l’attrizione[452]. S. Giovanni Paolo II, come visto, nella lettera al card. Baum citata nella nota 364 di Amoris Laetitia[453] sta ribadendo in modo molto preciso la sana dottrina e nella luce di tale dottrina ha affermato che il pentimento verte sul male morale come tale, e dunque non prendere posizione contraria rispetto ad un male morale possibile, sarebbe non detestare il male, non avere pentimento. Chi non si propone seriamente di peccare in futuro non detesta veramente il male, il peccato e quindi non è veramente pentito …. quindi non riceve la remissione dei peccati nel Sacramento … Il testo del Papa polacco afferma anche, come visto, che mentre la detestazione per il peccato deve derivare innanzi tutto dal dolore di avere offeso Dio, il proposito di non peccare deve fondarsi sulla grazia divina, che il Signore non lascia mai mancare a chi fa ciò che gli è possibile per agire onestamente. Il proposito necessario per confessarsi si basa sulla grazia divina, sull’aiuto di Dio …. Dio ci vuole donare di non peccare gravemente, Dio ci vuole santi e al suo aiuto ci appoggiamo per proporci seriamente di non peccare più. Se noi siamo deboli, Dio è onnipotente e vuole renderci santi e vuole liberarci dai peccati , Cristo è morto per salvarci e renderci santi! Dio ci vuole donare la sua vita divina, che è appunto la grazia perché viviamo secondo la sua parola. Non è impossibile vivere secondo la Legge di Dio perché Dio stesso ci aiuta a vivere secondo la legge che Lui ci ha dato!

Continua il Papa polacco: “Conviene peraltro ricordare che altro è l’esistenza del sincero proponimento, altro il giudizio dell’intelligenza circa il futuro: è infatti possibile che, pur nella lealtà del proposito di non più peccare, l’esperienza del passato e la coscienza dell’attuale debolezza destino il timore di nuove cadute; ma ciò non pregiudica l’autenticità del proposito, quando a quel timore sia unita la volontà, suffragata dalla preghiera, di fare ciò che è possibile per evitare la colpa.” ” [454]

Qui il Papa polacco tocca proprio il punto che la nota 364 dell’Amoris Laetitia riporta.  Facciamo notare che il Papa polacco parla di un timore di peccare nuovamente che il penitente può avere; ma tale timore non inficia, spiega s. Giovanni Paolo II, il vero proposito, cioè il proposito serio, sincero, solido di non peccare che, come vedemmo sopra, implica il proposito di fuggire le occasioni prossime di peccato. Sottolineo che il Papa parla di una persona che teme di peccare non di una persona che crede che tornerà a peccare, s. Alfonso trattando questo argomento afferma: “ Qui si fa il dubbio, se vale il proposito di taluno, che non ha in animo di peccare, ma crede certo, che appresso tornerà a cadere. Suarez, Laym., Nav., Sporer ec., dicono che vale, perché il proposito della volontà ben può stare insieme col giudizio dell’intelletto, che prevede la certa ricaduta per la sperimentata fragilità. All’incontro il p. Concina riprova come infermo anche il proposito di colui che teme probabilmente di ricadere. Questa seconda opinione è troppo rigida, e poco ragionevole, perché il timore di tornare a cadere ben può consistere col proposito il più fermo che si dia. Ma neppure mi piace la prima, almeno praticamente parlando; poiché siccome ben dice La-Croix e non è lontana da ciò Busembao, in pratica chi certamente crede che ha da tornare a cadere, dà a conoscere che ‘l suo proposito non è abbastanza fermo; mentre non è possibile, che uno, il quale già sa che Dio da il suo aiuto a chi lo spera, e glielo domanda, e che non permette, che niuno sia tentato più delle sue forze, proponga fermamente di eleggere prima ogni male, che l’offesa di Dio, e che poi creda certamente di tornare a cadere; onde se costui crede ciò, è segno che ‘l suo proposito non è fermo.”[455]

E francamente le affermazioni di s. Alfonso mi appaiono del tutto convincenti … soprattutto se , come detto sopra, consideriamo che il vero proposito di non peccare include il proposito di fuggire le occasioni prossime di peccare. Quindi non è possibile che un uomo, il quale già sa che Dio da il suo aiuto a chi lo spera, e glielo domanda, e sa che Dio non permette che nessuno sia tentato più delle sue forze … non è possibile che tale uomo si  proponga fermamente di eleggere prima ogni male, che l’offesa di Dio, proponga di fuggire le occasioni prossime di peccato e di pregare per vivere secondo Dio e che poi creda certamente di tornare a cadere; onde se costui crede ciò, è segno che ‘l suo proposito non è fermo. La grazia di Dio non è una teoria o acqua, la grazia di Dio è vita divina che viene in noi e ci dona di superare ogni tentazione al peccato, specie se grave. Giustamente Papa s. Giovanni Paolo II mette in evidenza che il  vero proposito si accompagna con la  fiducia e quindi con la speranza teologale: “Fiducia è esercizio, possibile e doveroso, della Speranza soprannaturale, per cui attendiamo dalla divina Bontà, per le Sue promesse e per i meriti di Gesù Cristo Salvatore, la vita eterna e le grazie necessarie per conseguirla. ”[456] Dio ci chiama alla santità e ci vuole donare di vivere i suoi comandamenti e di non peccare, per realizzare un vero proposito di non peccare occorre davvero fidarsi di Lui, sperare in Lui e occorre anche aver stima della vita soprannaturale che  Dio ci dona; la grazia non è acqua, la grazia è vita divina, soprannaturale che ci permette appunto di restare fedeli a Dio e di non cadere in peccato.

Concludendo mi pare importante sottolineare che s. Giovanni Paolo II in questo testo ribadisce la sana dottrina e afferma che per essere assolti occorre un serio proposito di non peccare unito alla fiducia e alla santa speranza, tale proposito, secondo la sana dottrina,  implica il proposito di fuggire le occasioni  prossime di peccato.

Invece Papa Francesco, apre le porte a colossali errori in questo campo: non ha corretto ma piuttosto sostenuto gli errori di  Kasper, Coccopalmerio, Sistach, Elbs etc. ed ha pubblicamente sostenuto le affermazioni dei Vescovi argentini che hanno messo da parte il proposito come elemento essenziale per la Confessione ed hanno aperto le porte all’assoluzione di coloro che non hanno tale proposito di non peccare. Evidentemente scandalosi appaiono, in questa linea, alcuni eventi che appaiono pessimi frutti di Amoris Laetitia, come quello per cui il Cardinale del Portogallo ha detto che le coppie in unioni irregolari se vogliono ricevere i sacramenti devono prima cercare di vivere nella continenza, se ciò si rivela impossibile, dovrebbero passare a un processo di discernimento che potrebbe portarli a ricongiungersi alla vita sacramentale della Chiesa, nella linea di Amoris Laetitia cioè  anche chi non si propone di non peccare più può essere ammesso a ricevere i Sacramenti … (cfr. Patriarcado de Lisboa “Nota para a receção do capítulo VIII da exortação apostólica ‘Amoris Laetitia’” 6.2.2018 , www.patriarcado-lisboa.pt, https://www.patriarcado-lisboa.pt/site/index.php?id=8626) Ovviamente il Papa ha ringraziato il Patriarca con una speciale lettera … [457]

Altro frutto pessimo di Amoris Laetitia quello per cui coniugi, divorziati e risposati, pur consapevoli che il proprio matrimonio religioso sia assolutamente valido, vengono legittimati a ricevere l’Eucaristia con la benedizione del loro Vescovo, Antonio Marto, creato Cardinale da poco dal Papa;[458] non consta che questi divorziati risposati debbano fare il proposito di vivere come fratello, se in coscienza ritengono di poter ricevere i Sacramenti possono riceverli; infatti come spiega la nota emanata da mons. Marto, non spetta al consigliere spirituale prendere la decisione, ma assicurarsi che l’intero processo sia andato come dovrebbe e riconoscere il ruolo della coscienza delle persone; se è così, deve anche confermare, da parte della Chiesa, la decisione presa dalla persona o dalla coppia. In questo modo si concluderà il processo di accompagnamento, discernimento e integrazione. Quindi, con l’aiuto del consigliere spirituale e la sua firma, la persona o la coppia scriverà una testimonianza del viaggio e della decisione, in due copie. Una resta in suo possesso e l’altra viene inviata al vescovo diocesano per sua conoscenza.[459] Quindi queste persone pur vivendo more uxorio e continuando a vivere così, possono ricevere normalmente i Sacramenti se in coscienza ritengono di poterlo fare. … e non mi consta che la santa Sede sia intervenuta … pensate che Confessioni fanno questi divorziati risposati se, come pare, non hanno il vero e serio proposito di non peccare più!! … Dio intervenga!

Come mi pare di aver già detto io stesso ho ascoltato un Arcivescovo, stretto collaboratore del Papa nei due Sinodi, che affermava, in una riunione per soli sacerdoti, che, per dare i Sacramenti ai divorziati risposati, bastava impegnarli ad un periodo di penitenza … non serve più il proposito di non peccare per essere ammessi ai Sacramenti della Confessione e quindi dell’Eucaristia!

D’altra parte se, come dice Amoris Laetitia al n. 303, Dio può volere positivamente che una persona viva praticamente in peccato grave e ci rimanga non è necessario il proposito di non peccare … le indicazioni dei Vescovi tedeschi in questa linea, affermano che se il fedele che vive in situazione di notorio peccato e persevera in esso vuole ricevere i Sacramenti va accontentato …

La nota 364 ovviamente va inserita all’interno di questa azione di Papa Francesco di apertura per la sovversione della dottrina e in particolare per la sovversione della dottrina riguardo alla contrizione e al proposito che è parte di essa.

La nota 364 più precisamente, inserita nel n. 311, attacca, in modo discreto,  la sana dottrina circa la contrizione e il proposito e in particolare attacca i sacerdoti che “esigono un pentimento senza ombra alcuna  per cui la misericordia sfuma sotto la ricerca di una giustizia ipoteticamente pura” … Ovviamente il Papa si guarda bene da ribadire e precisare la sana dottrina sul proposito … Il suo intento è evidentemente quello di scardinare la sana dottrina ed aprire le porte agli errori come quelli di Sistach, Coccopalmerio, Elbs  etc. … quindi il Papa dopo aver attaccato dei non precisati sacerdoti esalta la misericordia e presenta le affermazioni di s. Giovanni Paolo II  pensando di poter trarre da esse sostegno ai suoi errori … Come visto, s. Giovanni Paolo II nel testo citato ripresenta la sana dottrina sulla necessità della contrizione e del proposito e per tale dottrina la giustizia è unita alla misericordia e l’assoluzione per essere valida richiede che il penitente abbia un proposito serio, universale ed efficace che, accompagnato dalla fiducia in Dio e dalla preghiera e fondato nella sua grazia, renda il penitente sufficientemente certo di non ricadere in peccato anche perché tale proposito include il proposito di fuggire le occasioni prossime di peccato …

Evidentemente tutto quello che afferma la sana dottrina e s. Giovanni Paolo II è radicalmente diverso dagli errori cui Papa Francesco apre le porte quindi è assurdo che quest’ultimo voglia citarlo per tirare le affermazioni del Papa polacco a difesa del “cambio di paradigma” perciò se a prima vista potrebbe sembrare che tale citazione conferisca sicurezza dottrinale alle affermazioni di Amoris Laetitia, dopo un attento esame ci si rende conto che la “toppa è peggiore del buco” . La citazione di s. Giovanni Paolo II, analizzata con attenzione nel quadro delle affermazioni di Amoris Laetitia, infatti, non fa altro che smascherare con più chiarezza la sovversione della dottrina che il Papa argentino sta operando. La citazione di s. Giovanni Paolo II  come quelle di s. Tommaso (di cui parliamo altrove) non rimanda solo ad un’affermazione del santo ma alla retta interpretazione di essa nella vera dottrina di questi autori e quindi rimanda alla loro dottrina e alla sana dottrina cattolica, che essi seguivano, e che si pone in netto contrasto con gli errori cui Papa Francesco sta aprendo le porte …

Se quindi ad un lettore poco esperto la citazione di questi autori può sembrare che corrobori le affermazioni di Papa Francesco, ad uno studio più accurato essa si rivela un boomerang che “scalza dalle fondamenta” le affermazioni del Papa attuale e le sue “aperture” mostrandone con forza gli errori … e occorre notare che gli errori riguardo alla contrizione e al proposito del penitente sono particolarmente gravi perché se nel penitente manca il necessario proposito manca la contrizione e quindi l’assoluzione sacramentale a lui impartita è nulla, come vedremo bene più avanti, e i suoi peccati non gli sono rimessi!

Alla nota 364 si rifa un importante documento del card. Vallini laddove afferma che l’ Amoris Laetitia apre all’accesso ai Sacramenti anche per i divorziati risposati che non si propongono di vivere come fratello e sorella; più precisamente a tale nota si rifà tale documento allorché apre le porte, nella Diocesi di Roma, con un errore molto grave, alla Comunione per coloro che ritengono in coscienza che il primo Matrimonio da loro celebrato sia nullo e non possono provare in giudizio tale nullità: “ Ma quando le circostanze concrete di una coppia lo rendono fattibile, vale a dire quando il loro cammino di fede è stato lungo, sincero e progressivo, si proponga di vivere in continenza; se poi questa scelta è difficile da praticare per la stabilità della coppia, Amoris Laetitia non esclude la possibilità di accedere alla Penitenza e all’Eucarestia (A.L. note 329 e 364). Ciò significa una qualche apertura, come nel caso in cui vi è la certezza morale che il primo matrimonio era nullo, ma non ci sono le prove per dimostrarlo in sede giudiziaria; ma non invece nel caso in cui, ad esempio, viene ostentata la propria condizione come se facesse parte dell’ideale cristiano, ecc.”[460] Le affermazioni del testo del Card. Vallini ci fanno capire l’importanza in ordine alla sovversione della sana dottrina della nota 364; essa apre le porte, discretamente, a che i divorziati risposati, che non vogliono vivere come fratello e sorella, e che quindi non si propongono di vivere secondo la Legge di Dio, siano ugualmente ammessi ai Sacramenti … più profondamente possiamo dire che essa sostiene il grande edificio del “cambio di paradigma” che, come detto, apre le porte perché anche quelli che, secondo la sana dottrina, sono in veri peccati gravi (con materia grave, piena avvertenza e delibertao consenso) si sentano giustificati nel loro male, perseverino in esso e ricevano anche i Sacramenti in premio di ciò.  Dio intervenga.

d) La necessaria integrità della Confessione e alcune affermazioni di Papa Francesco su questo argomento.

La lettera di s. Giovanni Paolo al Card. Baum più sopra presentata dice anche qualche altra cosa molto interessante, ascoltate: “La confessione deve poi essere integra, nel senso che deve enunciare “omnia peccata mortalia”, come espressamente, nella sessione XIV, al capitolo V, afferma il Concilio di Trento, che spiega questa necessità non nei limiti di una semplice prescrizione disciplinare della Chiesa, ma come esigenza di diritto divino, perché nella stessa istituzione del sacramento così il Signore ha stabilito …

… purtroppo oggi non pochi fedeli accostandosi al sacramento della penitenza non fanno l’accusa completa dei peccati mortali nel senso ora ricordato del Concilio Tridentino e, talvolta, reagiscono al sacerdote confessore, che doverosamente interroga in ordine alla necessaria completezza, quasi che egli si permettesse una indebita intrusione nel sacrario della coscienza. Mi auguro e prego affinché questi fedeli poco illuminati restino convinti, anche in forza di questo presente insegnamento, che la norma per cui si esige la completezza specifica e numerica, per quanto la memoria onestamente interrogata consente di conoscere, non è un peso imposto ad essi arbitrariamente, ma un mezzo di liberazione e di serenità.” [461]

Il Papa polacco fa importanti affermazioni fondate su affermazioni praticamente dogmatiche fissate dal Concilio di Trento per le quali tutta la Chiesa ha sempre creduto che è stata istituita dal Signore, la confessione integrale dei peccati (cfr. Gc 5, 6; 1 Gv 1, 9; Lc 5, 14 e 17, 14.), e che per tutti quelli che dopo il battesimo hanno peccato essa è necessaria per diritto divino poiché Nostro Signore che stava per ascendere dalla terra in cielo, lasciò i sacerdoti, (cfr. Mt 16, 19; 18, 18; Gv 20, 23)vicari di Lui stesso, come capi e giudici (cfr. Ambrogio, “De Cain et Abel”, II, 4 (CSEL 32/ 1, 391)), ai quali devono deferirsi tutti i peccati mortali, in cui i fedeli di Cristo fossero caduti, perché, in virtù del potere delle chiavi, i sacerdoti stessi pronunzino la sentenza di remissione o di ritenzione di tali peccati. È evidente, infatti, che se i penitenti dichiarassero i loro peccati solo genericamente, e non invece, nella loro specie ed uno per uno, i sacerdoti non potrebbero esercitare questo giudizio senza conoscerne l’oggetto né potrebbero imporre le penitenze con equità; perciò è necessario che i penitenti manifestino nella confessione tutti i peccati mortali di cui hanno consapevolezza dopo un diligente esame di coscienza, anche se tali peccati sono del tutto nascosti e sono stati commessi soltanto contro i due ultimi comandamenti del Decalogo (cfr. Es 20, 17; Dt 5, 21; Mt 5, 28.) [462]

Quindi, quando i fedeli cristiani si impegnano a confessare tutti i peccati che vengono loro in mente, senza dubbio li espongono tutti alla divina misericordia perché li perdoni. Coloro, invece, che fanno diversamente e ne tacciono consapevolmente qualcuno, non espongono alla divina bontà  nulla di ciò che deve essere rimesso attraverso il sacerdote. Nella confessione devono manifestarsi anche quelle circostanze che mutano la specie del peccato: senza di esse, infatti, né il penitente espone integralmente gli stessi peccati, né questi potrebbero venire conosciuti dai giudici e quindi sarebbe impossibile ai giudici percepire esattamente la gravità dei peccati ed imporre per essa ai penitenti la pena dovuta.[463] Affermare che una tale confessione sia impossibile o chiamarla carneficina delle coscienze, come diceva Lutero(“Omelia per la domenica delle Palme” 1524, ed. di Weimar 15, 484-485) è empio. Tutti sanno, infatti, che la Chiesa non richiede altro ai penitenti se non che confessino – dopo che ciascuno si è diligentemente esaminato ed ha esplorato tutti gli angoli più nascosti della sua coscienza – quei peccati, con cui egli si ricorda di aver offeso mortalmente il suo Signore e suo Dio; gli altri peccati, che non non vengono in mente a chi si esamina diligentemente, si ritengono genericamente inclusi nella stessa confessione, per questi noi diciamo con fede assieme al profeta: Dai miei peccati occulti, purificami, Signore (Sal 18, 13.). La difficoltà di questa confessione e la vergogna di dover manifestare i peccati, possono sembrare certamente gravi; ma esse sono alleggerite dai tanti e così grandi vantaggi e consolazioni, che con l’assoluzione vengono certissimamente elargiti a tutti quelli che accedono degnamente a questo sacramento.  La Chiesa, col concilio Lateranense non ha affermato che i fedeli cristiani si confessassero, – cosa che essa sapeva bene essere necessaria ed essere stata istituita dal diritto divino –, ma ha stabilito che l’obbligo della confessione venisse adempiuto almeno una volta all’anno da tutti e singoli quelli che fossero giunti all’età della ragione (cfr. Concilio Lateranense IV, c. 21).[464]

E nei canoni sul Sacramento della penitenza il Concilio di Trento ha affermato :“Se qualcuno dirà che nel sacramento della penitenza non è necessario per diritto divino confessare tutti e singoli i peccati mortali, di cui si abbia memoria dopo debito e diligente esame, anche occulti, anche quelli commessi contro i due ultimi precetti del decalogo ed anche le circostanze che mutano la specie del peccato …  o che quelli che si studiano di confessare tutti i peccati non vogliono lasciar alcun perdono alla divina misericordia; o, finalmente, che non è lecito confessare i peccati veniali, sia anatema.

Se qualcuno dirà che la confessione di tutti i peccati, praticata dalla chiesa cattolica, è impossibile e che si tratta di una tradizione umana che va abolita dalle persone pie, o che ad essa non sono obbligati, una volta all’anno, tutti e singoli i fedeli di Cristo dell’uno e dell’altro sesso, secondo la costituzione del grande concilio Lateranense[465] e perciò bisogna persuadere i fedeli di Cristo percé non si confessino in tempo di quaresima, sia anatema.”[466]

Il Catechismo Romano afferma a questo riguardo. “255. Proprietà della confessione
Nel fare la confessione si devono osservare molte prescrizioni, di cui alcune appartengono alla essenza stessa del sacramento, mentre altre non sono cosi necessarie. …
Innanzi tutto i Parroci dovranno insegnare che la confessione deve essere integra ed assoluta, dovendosi manifestare al sacerdote tutti i peccati mortali. I peccati veniali invece, che non tolgono la grazia di Dio e in cui cadiamo più di frequente, sebbene si possano opportunamente e utilmente confessare, come dimostra la consuetudine dei buoni cristiani, possono però tralasciarsi senza colpa ed espiarsi in molte altre maniere. Ma, ripetiamo, i peccati mortali devono essere tutti e singoli enunciati, anche i più segreti, come quelli che violano solamente i due ultimi comandamenti del Decalogo. … Cosi ha definito il concilio Tridentino (Sess. 14, e. 5 e can. 7) ed ha sempre insegnato la Chiesa Cattolica, come ne fan fede le testimonianze dei santi Padri. Leggiamo, per esempio, in sant’Ambrogio: Nessuno può essere perdonato di una colpa, se non abbia confessato il suo peccato (Del parad. 14,71). … Su questo punto il parere dei santi dottori è unanime.
Nella confessione si deve usare quella somma e diligentissima cura che usiamo nelle contingenze più gravi: dobbiamo mirare con tutte le energie a sanare le ferite dell’anima e a svellere le radici del peccato. Né dobbiamo limitarci a spiegare nella confessione i peccati gravi, ma anche le circostanze di ciascuno, che ne accrescono o diminuiscono notevolmente la malizia. …
E veramente indispensabile che la confessione sia integra e completa. Chi di proposito confessi in parte i peccati e in parte li ometta, non solo non ritrarrà alcun vantaggio dalla confessione, ma si renderà reo di una nuova colpa. Simile difettosa manifestazione di colpe non potrà meritare il nome di confessione sacramentale. In tal caso il penitente dovrà rinnovare la confessione, e in più si è fatto reo di un altro peccato, perché ha violato la santità sacramentale con la simulazione della Confessione. Si badi però che le lacune della confessione, non volute di proposito, ma provenienti da involontaria dimenticanza, o da manchevole esplorazione della propria coscienza, pur sussistendo l’intenzione di confessare tutte le proprie colpe, non impongono che tutta la confessione sia ripetuta. Basterà in un’altra occasione confessare al sacerdote le colpe dimenticate, dopo che esse siano tornate alla memoria. Occorre badare a che l’esame di coscienza non sia troppo sommario e rapido. Se saremo stati cosi negligenti nel)’esaminarci sui peccati commessi, che possa dirsi di noi di non averli in realtà voluti ricordare, saremo tenuti a ripetere la confessione.
La confessione deve essere schietta, semplice, aperta, non artificiosamente concepita, come sogliono fare tanti che sembrano fare più la storia della loro vita, che confessare i peccati. Essa deve mostrarci al Sacerdote quali noi siamo, quali compariamo a noi stessi, dando il certo per certo, il dubbio per dubbio. Simili doti mancheranno alla confessione, se i peccati non vengono nettamente espressi, o in essa vengono mescolati discorsi estranei alla materia.”[467]

Il Catechismo di s. Pio X afferma a questo riguardo: “

744. Quali sono le condizioni che deve avere l’accusa dei peccati o confessione?

Le condizioni principali che deve avere l’accusa dei peccati sono cinque: deve essere umile, intiera, sincera, prudente e breve.

  1. Che vuol dire: l’accusa deve esser umile?

L’accusa deve esser umile, vuol dire che il penitente deve accusarsi dinanzi al suo confessore, senza alterigia di animo o di parole, ma coi sentimenti di un reo, che riconosce la sua colpa e comparisce davanti al giudice.

  1. Che vuol dire: l’accusa dev’essere intiera?

L’accusa dev’essere intiera, vuoi dire che si debbono manifestare con le loro circostanze e nel loro numero tutti i peccati mortali commessi dopo l’ultima confessione ben fatta e dei quali si ha coscienza.

  1. Quali circostanze si devono manifestare, perché l’accusa sia intiera?

Perché l’accusa sia intiera, si devono manifestare le circostanze che mutano la specie del peccato.

  1. Quali sono le circostanze che mutano la specie del peccato?

Le circostanze che mutano la specie del peccato, sono:

quelle per le quali un’azione peccaminosa da veniale diventa mortale;

quelle per le quali un’azione peccaminosa contiene la malizia di due o più peccati mortali.

  1. Datemi l’esempio di una circostanza che faccia diventar mortale un peccato veniale.

Chi per iscusarsi dicesse una bugia dalla quale venisse grave danno al prossimo, dovrebbe manifestare questa circostanza che cambia la bugia da officiosa in gravemente dannosa.

  1. Datemi ora l’esempio di una circostanza per la quale una stessa azione peccaminosa contiene la malizia di due o più peccati.

Chi avesse rubato una cosa sacra dovrebbe accusare questa circostanza che aggiunge al furto la malizia del sacrilegio.

  1. Se taluno non fosse certo di aver commesso un peccato, deve confessarsene?

Se taluno non fosse certo di aver commesso un peccato, non è obbligato a confessarsene; se però volesse accusarlo, dovrà aggiungere che non è certo di averlo commesso.

  1. Chi non ricorda precisamente il numero de’ suoi peccati, che cosa deve fare?

Chi non ricorda precisamente il numero dei suoi peccati, deve accusarne il numero approssimativo.

  1. Chi ha taciuto per pura dimenticanza un peccato mortale, o una circostanza necessaria, ha fatto una buona confessione?

Chi ha taciuto per pura dimenticanza un peccato mortale, o una circostanza necessaria, ha fatto una buona confessione purché abbia usata la debita diligenza per ricordarsene.

  1. Se un peccato mortale dimenticato nella confessione torna poi in mente, siamo obbligati ad accusarcene in un’altra confessione?

Se un peccato mortale dimenticato nella confessione torna poi in mente, siamo obbligati senza dubbio ad accusarlo la prima volta che di nuovo ci confessiamo.”

Affermava s. Antonio parlando della contrizione e della confessione : “Il peccatore quindi, con l’arco della confessione deve avere il corno dell’accusa sincera, il cane della coscienza che rimorde, per non tralasciare nulla del peccato e delle sue circostanze .”[468]

“ Questi due … devono … uccidere il diavolo e la sua superbia e tutto ciò che lo riguarda, cioè il peccato e le circostanze di esso. E cosi potranno liberare l’anima, loro sorella, schiava nella casa del diavolo, legata con la catena delle cattive abitudini.” [469]

Lo stesso santo Dottore Evangelico afferma: “E anche nell’ala della confessione ci sono quattro grandi penne. La prima è umiliarsi con la mente e con il corpo davanti al sacerdote.  … La seconda è l’accusa completa e particolareggiata dei propri peccati … La terza è la precisazione delle circostanze del peccato, che consiste nella risposta a queste domande: Che cosa? Chi? Dove? Per mezzo di chi? Quante volte? Perché? In che modo? Quando? La quarta è l’accettazione rispettosa e pronta della penitenza ordinata dal sacerdote …” [470]

S. Alfonso sulla linea del Concilio di Trento afferma: “Per IV. La  confessione dev’essere intiera, e qui bisogna  distinguere  l’integrità materiale dalla formale. Per sé parlando  la confessione dev’essere  materialmente intiera, poiché il  penitente è obbligato a spiegare così le specie, come il numero de’ peccati mortali. ” [471]

Precisa s. Alfonso: “Abbiamo parlato dell’integrità materiale; ma alle volte nella confessione basta l’integrità formale, cioè che il penitente si confessi secondo moralmente può per allora, restando per altro obbligato a far la confessione materialmente intiera, quando sarà tolto l’impedimento, e vi sarà l’obbligo di confessarsi di nuovo. Sicché scusa dall’integrità materiale l’impotenza così fisica, come morale. Ed in primo luogo per l’impotenza fisica sono scusati per 1. i muti, a’ quali così in tempo di morte, come del precetto pasquale basta lo spiegare un sol peccato per segni, se mai non potessero spiegare gli altri (N. 479.). Se poi i muti sapendo scrivere sieno obbligati a confessarsi con iscrivere i loro peccati, lo negano Castrop., Gaet., Nav., Val. ed altri, dicendo, che un tal modo è soggetto al pericolo della manifestazione. Ma più comunemente e più probabilmente l’affermano Lugo, Bonac., Anacl., Croix, Salmat. ec., con s. Tommaso(In 4. sent. dist. 17. q. 3. a. 4. q. 3. ad 2.); mentre chi è tenuto al fine è tenuto anche a’ mezzi. S’intende però, purché questi mezzi non sieno notabilmente difficili; perloché non è obbligato il muto a scriver la confessione, quando vi fosse straordinario incomodo, o pericolo che si sappiano da altri i suoi peccati (Lib. 2. n. 479. n. 479. v. Quaer.). Per 2. i sordi, che non sanno spiegare come dovrebbero i loro peccati, né possono rispondere alle interrogazioni del confessore: s’intende ciò de’ sordi in tutto, perché i sordastri debbono condursi in qualche luogo rimoto a prender le loro confessioni. Per 3. quei che ignorano la lingua del paese: costoro in tempo del precetto, o d’altra necessità, ben possono ricevere l’assoluzione col palesare solamente per segni il dolore de’ loro peccati; né sono tenuti a confessarsi per interprete, come dicono Suarez, Vasquez, Lugo, ec. Se poi sian tenuti a confessarsi così in tempo di morte; altri l’affermano, ma altri, come Soto, Gaet., Castrop., Salmat., Viva, ec., probabilmente lo negano, se uno fosse che avessero dubbio della loro contrizione; perché allora son tenuti a confessarsi colla sola attrizione che avessero, per ricevere la grazia per mezzo del sagramento, ed anche colla contrizione per ricevere il viatico; ma allora basterà ad essi far intendere al confessore per mezzo dell’interprete un semplice peccato veniale (N. 479. v. 2.). Per 4. i moribondi; ma in ciò bisogna distinguere più cose. Se il moribondo sta in sensi, ma non può parlare, sempreché egli dà segni di penitenza, o dimostra, che vuole l’assoluzione, ben può essere assoluto, e quante volte egli replica i segni; perché allora già v’è la sua confessione in quella dimanda che fa dell’assoluzione, o in quel segno che dà di pentimento, con cui già si confessa peccatore; onde riceve allora direttamente l’assoluzione sopra tutt’i suoi peccati sotto la ragione generica di peccato, benché resta poi obbligato per quando potrà a spiegarli in particolare, per fare intiera la confessione anche materialmente.”[472]

Riguardo all’impotenza morale s. Alfonso afferma: “39. In secondo luogo per ragione dell’impotenza morale è scusato il penitente dall’integrità materiale, e gli basterà la formale in più casi: per 1. S’è scrupoloso, ed è continuamente vessato dal timore delle confessioni passate, come insegnano comunemente Laymann, Illsung, Elbel ed Holzmann. Per 2. S’è infermo, e dopo d’aver detto uno o due peccati venisse meno, o vi fosse pericolo di venir meno. Per 3. Se mentre gli è portato il viatico, vedesse il confessore che le confessioni passate sono state nulle, e l’infermo non potesse allora confessarsi intieramente se non col pericolo di morire senza l’assoluzione, o di scandalo, siccome si è detto al capo antecedente XV. al n. 24. E lo stesso dice probabilmente Roncaglia, quando vi fosse urgente necessità di celebrare o di comunicarsi, e non vi fosse tempo di finir la confessione. Lo stesso corre per un sacerdote che avesse un peccato riservato, ed avendo necessità di celebrare, non vi fosse confessore che avesse la facoltà, come si disse nel capo antecedente n. 27. Per 4. Se il medesimo sacerdote stesse in pericolo di morire prima di dar l’assoluzione. Per 5. Quando v’è grave pericolo d’infezione, perché allora il confessore può assolvere il penitente infetto, dopo aver inteso un solo peccato; Concina, Wigandt, Bonac., Abelly, ed altri. Ma se ‘l confessore volesse ascoltare tutta la confessione, è obbligato l’infermo a farla intiera(Lib. 6. n. 484. et 485.). Per 6. Se sovrasta naufragio o combattimento; perché allora basta a ciascuno dire un sol peccato veniale, e confessarsi peccatore in generale; e può allora il sacerdote assolver tutti in generale, dicendo: Ego vos absolvo etc. Il solo concorso non però de’ penitenti, senza altra causa, non è ragione bastante a dimidiar le confessioni, secondo la proposizione 59. dannata da Innocenzo XI.(N. 486.). Per 7. Se dalla confessione d’alcun peccato prudentemente il penitente potesse temer grave danno spirituale o temporale, proprio o alieno, v. gr. di rivelazione, di scandalo (suo o del confessore), di morte o d’infamia. Ma ciò s’intende, quando v’è necessità di confessarsi per qualche pericolo di morte o per adempire la comunione pasquale, o pure (come dicono Lugo, Enriquez, ecc.) se ‘l penitente stesse in peccato mortale, ed altrimenti dovesse aspettare per due o tre giorni a confessarsi; anzi se anche per un solo giorno, secondo quel che dicono Lugo, Antoine, Viva, ecc. (benché ad altro proposito), come si dirà al n. 40. segu. Per 8. Se non potesse confessarsi il peccato senza rivelare il sigillo sagramentale (N. 487. et 488.).”[473]

d,1) Il Confessore è tenuto a informarsi della coscienza del penitente e in alcuni casi è obbligato a interrogarlo.

S. Alfonso spiega ancora che : “102. Per I. dunque è tenuto il confessore a pienamente informarsi della coscienza del penitente. Il confessore è giudice: l’officio di giudice importa, che siccome il giudice è tenuto prima a sentire le ragioni delle parti, poi ad esaminare i meriti della causa, e finalmente a dar la sentenza: così il confessore per prima deve informarsi della coscienza del penitente, indi dee scorgere la sua disposizione, e per ultimo dare o negare l’assoluzione. E circa il primo obbligo d’informarsi de’ peccati del penitente, benché l’obbligo dell’esame principalmente al penitente s’appartenga, nulladimeno (checché alcuni dd.4 si abbian detto) non dee dubitarsi, che il confessore, scorgendo, non esser a sufficienza esaminato il penitente, è obbligato egli ad interrogarlo, prima de’ peccati che ha potuto commettere, e poi delle loro specie e numero, come si prova dal testo in c. Omnis utriusque sexus, de poenit. etc., e dal rituale romano5. E non importa che vi sia concorso di penitenti, mentre sta dannata da Innoc. XI. la prop. 59. che dicea: Licet sacramentaliter absolvere dimidiate tantum confessos, ratione magni concursus poenitentium”[474]

Il Confessore è  quindi obbligato a istruire il penitente quando vede che questi non sa le cose necessarie della fede o della salute: “Per III. Il confessore è obbligato ad istruire il penitente, quando vede, o prudentemente giudica, che quegli non sa le cose necessarie della fede o della salute. Basterà per altro, che per allora prima d’assolverlo l’istruisca circa i misteri principali, secondo si disse al capo IV. num. 3., perché in quanto alle altre cose di necessità di precetto, basta che ‘l penitente prometta di farsele insegnare da altri almeno in sostanza; ed i confessori che hanno molta carità, non ricusano di loro insegnarle essi stessi. Deve parimente il confessore istruire il penitente circa l’obbligo di restituire le robe, la fama, o l’onore, di toglier l’occasione prossima, di riparare lo scandalo dato, di far la correzione, o la limosina quando si dee ec. Di più s’avverta, che se ‘l penitente viene indisposto, è tenuto il confessore (com’insegnano Laym., Suar., Busemb., Sporer ec.) a far quanto può per disporlo all’assoluzione( Lib. 6. n. 608. v. Hic adverto.).” [475]

Infine il confessore è obbligato ad ammonire i penitenti: “Per IV. Il confessore è obbligato ad ammonire il penitente. Ma per fare le dovute ammonizioni non solo deve il confessore informarsi delle specie e del numero de’ peccati, ma anche della loro origine e cagioni, per applicarvi i rimedi opportuni. Alcuni confessori dimandano solamente la specie e ‘l numero de’ peccati, e niente più; se vedono il penitente disposto, l’assolvono; se no, senza dirgli niente, subito lo licenziano, dicendogli: va, che non ti posso assolvere. Non fanno così i buoni confessori: questi primieramente cominciano ad indagare l’origine e la gravezza del male: domandano la consuetudine e le occasioni che ha avuto il penitente di peccare: in qual luogo: in qual tempo: con quali persone: con qual congiuntura; poiché così poi meglio possono far la correzione, disporre il penitente all’assoluzione, ed applicargli i rimedi.

Fatte le suddette dimande, e così ben informatosi il confessore dell’origine e della gravezza del male, proceda a far la dovuta correzione o ammonizione. Sebben egli come padre dee con carità sentire i penitenti, nulladimeno è obbligato come medico ad ammonirli e correggerli quanto bisogna: specialmente coloro che si confessano di rado, e sono aggravati di molti peccati mortali. E ciò è tenuto a farlo anche con persone di conto, magistrati, principi, sacerdoti, parrochi e prelati, allorché questi si confessassero di qualche grave mancanza con poco sentimento. Dicea il pontefice Benedetto XIV. nella bolla, Apostolica, §. 22., che le ammonizioni del confessore sono più efficaci che le prediche dal pulpito; e con ragione, mentre il predicatore non sa le circostanze particolari, come le conosce il confessore; onde questi assai meglio può far la correzione, ed applicare i rimedi al male. E così ben anche è obbligato il confessore ad ammonire chi sta nell’ignoranza colpevole di qualche suo obbligo, o sia di legge naturale o positiva. Che se il penitente l’ignorasse senza colpa, allora quando l’ignoranza è circa le cose necessarie alla salute, o pur ella nuoce al ben comune, in ogni conto il confessore deve ammonirlo della verità, ancorché non ne sperasse frutto.”[476]

Papa Benedetto XIV ebbe a dire a questo riguardo che  “ Se il Confessore sa che dal penitente si commettono alcuni peccati dei quali questi non si accusa …  il Confessore che ha l’obbligo di preservare l’integrità della Confessione deve con buona maniera richiamare alla sua memoria ciò che tralascia, correggerlo, ammonirlo, inducendolo ad una vera Penitenza.”[477] Il Confessore è obbligato a  esaminare diligentemente la coscienza del peccatore “ …  non soltanto in quelle cose che il penitente tace “o per negligenza o per vergogna”, ma anche in quelle che tace per ignoranza: “ …  dato che si può temere che il penitente ignori per crassa ignoranza che secondo Guglielmo non è una scusante; oppure perché non capisce che quella azione è peccato; infatti, secondo Isidoro, l’ignorante pecca ogni giorno, e non lo sa”.[478]

Benedetto XIV continua quindi il discorso affermando che “ Infatti, non trattandosi ora di qualche jus positivo, da cui sia derivato un disordine noto al Confessore e sconosciuto al penitente, tanto che se fosse notificato a questi ne potrebbe conseguire qualche grave inconveniente; ma trattandosi ora di ignoranza vincibile, di azioni che ognuno dovrebbe sapere essere peccaminose; di cose che se trascurate dal Confessore danno motivo al penitente di continuare nel suo iniquo costume, ed agli altri o di scandalizzarsi o di considerare tali cose come indifferenti (dato che esse sono praticate con molta disinvoltura da coloro che frequentano i Sacramenti della Chiesa), i Teologi sono concordi nell’affermare che il Confessore è obbligato ad interrogare e ad ammonire il penitente, incurante del dispiacere che, ammonendolo, gli darà, e sperando che se forse in quel momento l’ammonizione non sarà del tutto giovevole, lo sarà in futuro con l’aiuto di Dio.”[479]. La stessa dottrina è affermata da s. Alfonso M. de Liguori  [480]

Quindi il sacerdote deve interrogare il penitente, quando occorre, circa i suoi peccati, ciò è fondamentale per svolgere la sua funzione di giudice.

Come visto, anche s. Giovanni Paolo II ribadisce questa grande verità allorché afferma:  “Purtroppo oggi non pochi fedeli accostandosi al sacramento della penitenza non fanno l’accusa completa dei peccati mortali nel senso ora ricordato del Concilio Tridentino e, talvolta, reagiscono al sacerdote confessore, che doverosamente interroga in ordine alla necessaria completezza, quasi che egli si permettesse una indebita intrusione nel sacrario della coscienza. Mi auguro e prego affinché questi fedeli poco illuminati restino convinti, anche in forza di questo presente insegnamento, che la norma per cui si esige la completezza specifica e numerica, per quanto la memoria onestamente interrogata consente di conoscere, non è un peso imposto ad essi arbitrariamente, ma un mezzo di liberazione e di serenità.”[481] Le interrogazioni del sacerdote servono, come è evidente per assicurare ciò che il Concilio di Trento, dall’alto delle sue fondamentali affermazioni, richiede. E a questo riguardo va sottolineato che come dice il Concilio di Trento: quando i fedeli cristiani si impegnano a confessare tutti i peccati che vengono loro in mente, senza dubbio li espongono tutti alla divina misericordia perché li perdoni, coloro, invece, che fanno diversamente e ne tacciono consapevolmente qualcuno, non espongono alla divina bontà  nulla di ciò che deve essere rimesso attraverso il sacerdote; il che significa che, come dice s. Alfonso: “ Per parte poi del penitente è invalida la confessione. .. Se lascia per malizia, o per colpevole trascuraggine, di confessare alcun peccato grave.”[482] Chi tralascia di confessare  per malizia o per colpevole trascuratezza qualche peccato grave, rende invalida la confessione!

Il Catechismo di s. Pio X afferma: “

755. Chi per vergogna, o per qualche altro motivo tace colpevolmente nella confessione qualche peccato mortale, che cosa commette? Colui che per vergogna o per qualche altro motivo tace colpevolmente qualche peccato mortale in confessione, profana il sacramento e perciò si fa reo di un gravissimo sacrilegio.

  1. Chi ha taciuto colpevolmente qualche peccato mortale nella confessione, come deve provvedere alla propria coscienza? Chi ha taciuto colpevolmente qualche peccato mortale nella confessione, deve esporre al confessore il peccato taciuto, dire in quante confessioni l’abbia taciuto e rifare tutte le confessioni dall’ultima ben fatta.
  1. Che cosa deve considerare chi fosse tentato a tacere qualche peccato in confessione? Chi fosse tentato a tacere un peccato grave in confessione deve considerare: che non ha avuto rossore di peccare alla presenza di Dio, che tutto vede; che è meglio manifestare i propri peccati al confessore in segreto, che vivere inquieto nel peccato, fare una morte infelice ed essere perciò svergognato nel dì del giudizio universale in faccia a tutto il mondo; che il confessore è obbligato al sigillo sacramentale sotto gravissimo peccato e con la minaccia di severissime pene temporali ed eterne.”

d,2) Qualche affermazione “significativa” di Papa Francesco riguardo all’integrità della Confessione e riguardo alle domande del Confessore.

Vediamo ora qualche affermazione di Papa Francesco sulla necessaria integrità della Confessione e sulle domande che il Confessore, come visto, deve rivolgere al penitente. Ascoltate questo video  intitolato: Papa Francesco: “Prete in confessione non scavi l’anima ma porti il perdono di Dio”  [483]

Ascoltate questo discorso a dei confessori “È il momento in cui ci si affida alla misericordia di Dio, e si ha piena fiducia di essere da Lui compresi, perdonati e sostenuti. Diamo grande spazio a questo desiderio di Dio e del suo perdono; facciamolo emergere come vera espressione della grazia dello Spirito che provoca alla conversione del cuore. E qui mi raccomando di capire non solo il linguaggio della parola, ma anche quello dei gesti. Se qualcuno viene da te e sente che deve togliersi qualcosa, ma forse non riesce a dirlo, ma tu capisci… e sta bene, lo dice così, col gesto di venire. Prima condizione. Seconda, è pentito. Se qualcuno viene da te è perché vorrebbe non cadere in queste situazioni, ma non osa dirlo, ha paura di dirlo e poi non poterlo fare. Ma se non lo può fare, ad impossibilia nemo tenetur. E il Signore capisce queste cose, il linguaggio dei gesti. Le braccia aperte, per capire cosa c’è dentro quel cuore che non può venire detto o detto così… un po’ è la vergogna… mi capite. Voi ricevete tutti con il linguaggio con cui possono parlare.

…  Tante volte la vergogna ti fa muto … Alcuni mesi fa parlavo con un saggio cardinale della Curia Romana sulle domande che alcuni preti fanno nella confessione e lui mi ha detto: “Quando una persona incomincia e io vedo che vuol buttar fuori qualcosa, e me ne accorgo a capisco, le dico: Ho capito! Stia tranquilla!”. E avanti. Questo è un padre. ”[484]

Ascoltate quanto dice il Papa nel libro intervista realizzato con lui da un certo Wolton: “Conosco un cardinale che è un buon esempio. Mi ha confidato, parlando di queste cose, che appena qualcuno va da lui per parlargli di quei peccati sotto la cintura, egli dice subito: ‘Ho capito, passiamo ad altro’. Lo ferma, come per dirgli: ‘Ho capito, ma vediamo se hai qualcosa di più importante. Preghi? Cerchi il Signore? Leggi il Vangelo?’ Gli fa capire che ci sono degli sbagli molto più importanti di quello. Sì, è un peccato, ma… Gli dice: ‘Ho capito’: E passa ad altro. All’opposto vi sono certi che quando ricevono la confessione di un peccato del genere domandano: ‘Come l’hai fatto, e quando l’hai fatto, e per quanto tempo?’… E si fanno un ‘film’ nella loro testa. Ma questi hanno bisogno di uno psichiatra”[485]

Capisco che ci possano essere dei casi limite di confessori che fanno domande indiscrete ma  domandiamoci: questi insegnamenti di Papa Francesco, servono a insegnare e a ribadire alle persone la sana dottrina cattolica per cui occorre confessare integralmente tutti i peccati mortali, come insegna il Concilio di Trento e per cui il confessore deve fare in certi casi le domande per capire bene il tipo di peccati in cui è precipitato il penitente?  … A me sembra di no. E se penso agli errori cui sta “aprendo” le porte questo Papa riguardo alla contrizione e ai frutti pessimi che l’Amoris Laetitia sta diffondendo, devo temere che anche le dichiarazioni che abbiamo visto in questo paragrafo porteranno frutti pessimi e aumenteranno il numero di Confessioni invalide perché , come ha spiegato benissimo il Catechismo di s. Pio X nella linea del Concilio di Trento : “ Chi per vergogna, o per qualche altro motivo tace colpevolmente nella confessione qualche peccato mortale, che cosa commette?

Colui che per vergogna o per qualche altro motivo tace colpevolmente qualche peccato mortale in confessione, profana il sacramento e perciò si fa reo di un gravissimo sacrilegio.”(Catechismo di s. Pio X n. 755)

Dio intervenga!

14) L’ assoluzione sacramentale data al penitente che manca di contrizione è invalida.

Eccoci arrivati ad un argomento molto importante che esamineremo nelle prossime pagine, quello della nullità delle assoluzioni sacramentali date al penitente che manca della contrizione. Il Signore onnipotente e infinitamente sapiente ci doni di partecipare sommamente alla sapienza e alla carità divine e ci riempia di profonda umiltà e di perfetta e santa obbedienza. S. Giovanni Paolo II e i santi Dottori preghino per noi e ci ottengano piena sottomissione alla santa Verità.

a) Basi bibliche e insegnamento patristico.

Come vedemmo più sopra“Nell’Antico e nel Nuovo Testamento, sia il peccato sia la conversione dell’uomo non s’intendono in modo puramente individualistico. …  D’altro canto, già i profeti del VII e VI secolo a.C. scoprono la responsabilità personale d’ogni uomo. …  E più in particolare la grazia della conversione domanda dall’uomo una triplice risposta. In primo luogo è necessario un cambiamento reale del cuore, uno spirito e un sentimento nuovi” con un radicale orientamento verso Dio e una totale rinuncia al peccato. “In secondo luogo, vediamo già Geremia aspettarsi dal peccatore una confessione pubblica della propria colpa e la promessa di emendamento « dinanzi al Signore » (Ger 36, 5-7).” Gesù chiede, in questa linea, una fede generosa(cf. Mc 1, 15, Mc. 10,52), una confessione piena di pentimento con la richiesta di perdono (Lc 18, 10-14;) “ Infine la penitenza deve esprimersi in un mutamento radicale della vita nel suo insieme e in tutti i suoi settori. Tal esigenza comporta innanzitutto la pratica della giustizia e la disposizione a perdonare al prossimo (cf. Mt 18, 21s. e 23-35; Lc 17, 4).”[486]

La grazia della conversione implica dunque:

1)un cambiamento reale del cuore, uno spirito e un sentimento nuovi con un radicale orientamento verso Dio e una totale rinuncia al peccato;

2)una confessione pubblica della propria colpa e la promessa di emendamento, che con Cristo diventa fede generosa, confessione di pentimento e richiesta di perdono

3)un radicale cambiamento di vita secondo la Parola di Dio.

Spiega la Commissione Teologica Internazionale riguardo in particolare alla conversione nel N. T. : “Gesù sa che la salvezza recata dal regno di Dio che viene (Lc 10, 23 s) è già presente nella propria esistenza. Per lui, quindi, il centro dell’esigenza di conversione sta nell’accoglienza credente e filiale della salvezza già promessa (Mc 10, 15), nell’adesione piena di fede alla sua Persona (Lc 12, 8 s.), nell’ascolto della sua parola e nella fedele osservanza di essa (Lc 10, 38-42; 11, 27 s.), in altre parole nella sua sequela (cf. Mt 8, 19 s.; 21 s.). … l’obbligo di camminare al seguito di Gesù crocifisso, fondato nel nostro battesimo (cf. Rm 6, 3 ss.), conferisce alla penitenza la sua forma fondamentale.” [487] Il centro dell’esigenza di conversione nel N. T. sta dunque nell’accoglienza credente e filiale della salvezza già promessa, nell’adesione piena di fede alla Persona di Cristo , nell’ascolto della sua parola e nella fedele osservanza di essa , in altre parole nella sua sequela sulla via della croce partecipando alla sua stessa vita, nella grazia, come spiega la Commissione teologica nel testo che segue : “La redenzione dal peccato, in altri termini il perdono dei peccati, si compie dunque attraverso l’admirabile commercium. « Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio » (2 Cor 5, 21; cf. Rm 8, 3 s.; Gal 3, 13; 1 Pt 2, 24)  …  La penitenza cristiana è una partecipazione alla vita, alla sofferenza e alla morte di Gesù Cristo. E ciò si attua per fidem et caritatem et per fidei sacramenta (S. Thomas Aq., Summa Theol. III, 49, 3.6.). La penitenza cristiana trova il proprio fondamento nel battesimo, sacramento della conversione per la remissione dei peccati (At 2, 38) e sacramento della fede; essa deve determinare l’intera vita del cristiano (cf. Rm 6, 3 ss.). “[488]

Gesù è molto chiaro nell’affermare che la salvezza si realizza facendo la volontà del Padre suo che è nei cieli (cfr. Mt 7,21), solo attuando tale volontà si entra nel regno dei cieli , perciò tutti sono chiamati a vivere nella volontà di Dio, nei santi comandamenti divini, fuori da ciò c’è il peccato e quindi la dannazione eterna.

Chi ha peccato gravemente deve obbligatoriamente convertirsi per entrare nel Regno dei Cieli … e per  chi non vuole convertirsi sono ben chiare le parole del Vangelo di s. Matteo: “Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro” (Mt. 12,31).

Nel Catechismo leggiamo al n. 1034: “Gesù parla ripetutamente della « geenna », del « fuoco inestinguibile »,(Cf Mt 5,22.29; 13,42.50; Mc 9,43-48.)  che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l’anima che il corpo.(Cf Mt 10,28.)”

Il profeta Ezechiele affermò, sotto ispirazione: “Figlio dell’uomo, di’ ai figli del tuo popolo: La giustizia del giusto non lo salva se pecca, e il malvagio non cade per la sua malvagità se si converte dalla sua malvagità, come il giusto non potrà vivere per la sua giustizia se pecca. 13 Se io dico al giusto: «Vivrai», ed egli, confidando sulla sua giustizia commette il male, nessuna delle sue azioni buone sarà più ricordata e morirà nel male che egli ha commesso. 14 Se dico al malvagio: «Morirai», ed egli si converte dal suo peccato e compie ciò che è retto e giusto, 15 rende il pegno, restituisce ciò che ha rubato, osserva le leggi della vita, senza commettere il male, egli vivrà e non morirà; 16 nessuno dei peccati commessi sarà più ricordato: egli ha praticato ciò che è retto e giusto e certamente vivrà.”(Ezechiele 33, 12ss) Per noi questo significa in particolare che chi ha peccato gravemente deve obbligatoriamente convertirsi per entrare nel Regno dei Cieli e per avere la vita eterna.

Morire in peccato mortale senza  senza accogliere l’amore misericordioso di Dio attraverso il nostro pentimento, significa la nostra auto-esclusione dalla comunione con Dio per sempre per una nostra libera scelta. Lo stato di definitiva e volontaria separazione nostra dalla comunione con Dio e con i beati viene designato con vari termini: dannazione eterna, inferno, Geenna, punizione eterna, morte eterna etc. (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1033)

Lo Spirito Santo convince l’uomo del suo peccato e della necessità della conversione: “E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. 9 Riguardo al peccato, perché non credono in me; 10 riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; 11 riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato.”(Gv. 16,8-9)

Questo Spirito, infatti, è lo Spirito di Verità: “Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me.”(Gv. 15,26)  … è lo Spirito che guida alla Verità completa: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”(Gv. 16,13)  … è lo Spirito di Cristo che ha chiamato tutti alla conversione: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è ormai vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15)  .. è lo Spirito di Cristo che ha detto  “… se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”(Luca 13, 5)

Per essere salvati dobbiamo lasciarci guidare dallo Spirito Santo: “Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. 15 E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». 16 Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. 17 E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.”(Rm. 8,14ss) La nostra salvezza è nell’accoglienza, necessaria, di Cristo e della filiazione divina che Egli ci offre: “A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, 13 i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.”(Gv. 1, 12-13) Ma questo implica, per il peccatore, la necessità della conversione, del “rinnegamento di noi stessi” per lasciare guidare dallo Spirito Santo e per seguire Cristo sulla via dei comandamenti che è via della Croce; senza questo “rinnegamento” e questa conversione, la grazia cioè la vita divina non vive in noi, Gesù lo dice anche quando afferma: “ Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.”(Luca 9,23) e ancora: “Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.”(Luca 14,27) Guidati dallo Spirito e accogliendo la divina grazia siamo salvati: “Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; 9 né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene.”(Ef. 2,8-9)

Per la grazia siamo salvati … ma la grazia va accolta appunto con la conversione e il rinnegamento di sé … senza conversione dal peccato grave  non accogliamo la grazia e non siamo salvati …

In questa luce dobbiamo vedere anche il potere di rimettere i peccati esercitato da Cristo.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica lo  afferma in vario modo al n. 1446 e al n. 1442 parlando del Sacramento della Confessione; al n. 1442 in particolare parla degli Apostoli come coloro cui  Egli ha affidato  l’esercizio del potere divino di rimettere i peccati (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1442)

Questo “incarico di legare e di sciogliere, che è stato dato a Pietro, risulta essere stato pure concesso al collegio degli Apostoli, unito col suo capo (cf Mt 18,18; 28,16-20) ».[489]

Dopo la sua Risurrezione, Gesù disse ai suoi apostoli: “ Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20,22-23); Egli, con ciò, diede loro il suo potere divino di perdonare i peccati (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 976). Ma questo potere di remissione dei peccati implica la conversione dell’uomo che riceve la remissione e infatti, come visto, Gesù chiama alla conversione, chiama al cambiamento di vita, come si nota chiaramente nell’episodio dell’adultera perdonata (cfr. Gv. 8); il figliol prodigo riabbraccia il padre dopo essere ritornato sui suoi passi e aver riconosciuto il suo peccato (cfr. Luca 15); la salvezza raggiunge i peccatori che rompono con il loro il passato peccaminoso, si veda in particolare il caso di Zaccheo (cfr. Luca 19); S. Pietro risponde a coloro che gli chiedevano cosa dovevano fare: “: “Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano perdonati i vostri peccati” (At 3,19)… Dio ci salva con la nostra collaborazione, ordinariamente.

Spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica al n.1447 che sebbene la forma cocreta abbia subito variazioni la struttura fondamentale di tale sacramento è rimasta sempre la stessa: “Essa comporta due elementi ugualmente essenziali: da una parte, gli atti dell’uomo che si converte sotto l’azione dello Spirito Santo: cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione; dall’altra parte, l’azione di Dio attraverso l’intervento della Chiesa.”(Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1448) … la contrizione è stata sempre essenziale per il Sacramento della Confessione!  Senza contrizione e quindi senza conversione non si ha il perdono dei peccati gravi. Il Concilio di Trento dirà significativamente appunto che l’ atto di contrizione è stato sempre necessario per impetrare la remissione dei peccati.[490]

Riguardo alla Penitenza nella Chiesa antica, in particolare, il prof. Roncari afferma: “Sintetizzando al massimo e sorvolando differenze, anche notevoli, fra le varie grandi chiese (Roma, Antiochia, Alessandria..), possiamo riassumere in tre momenti la celebrazione della penitenza e del perdono: la richiesta di perdono fatta al vescovo e l’ingresso nello stato dei Penitenti; un tempo di penitenza che può durare da pochi mesi a molti anni, o addirittura per tutta vita; la riconciliazione attraverso l’imposizione delle mani da parte del vescovo. Lo stato penitenziale era molto duro e impegnativo e molti iniziarono a rimandarlo fino all’età avanzata. Va anche notato che nella esperienza di peccato si sottolinea in particolare la ferita che questo produce nel corpo della Chiesa e la necessità di sanarla con medicine anche forti e amare.”[491]

In un famoso testo di storia della Chiesa leggiamo:“La Chiesa  antica, quale “comunità di santi” esigeva dai suoi membri un alto tenore di vita morale.  Il sigillo battesimale … doveva essere conservato “sacro e inviolabile”(II Clem. 6,9;8,6)”[492]

Secondo p. Adnès: “ Les écrits des Pères dits apostoliques (DS, t. 1, col. 790-96), qui sont les plus anciens après ceux, canoniques, du Nouveau Testament, ne montrent sans doute pas encore l’existence d’une institution pénitentielle aussi organisée que celle qu’on rencontrera plus tard. … De la part des pécheurs par contre, s’ils veulent être sauvés, le repentir-conversion du fond du coeur (2a clementis  éd. H. Hemmer, 2e éd., Paris, 1926, VIII,. 1-3, p. 146), qui exige la rupture avec le péché et l’obéissance à la volonté divine (IX, 7-11, p. 150), constitue une grâce due au sang répandu par le Christ pour notre salut (Clément de Rome, Clément de Rome, Épître aux Corinthiens SC 167, 1971  7, 4, p. 110), et représente un enseignement fondamental de la tradition scripturaire (7, 5 à 8, 5, p. 110-14) ; puis l’exomologèse ou confession des péchés, qui paraît revêtir la forme d’un rite extérieur (51, 3, p. 182 ; 52, 1, p. 184), qu’il faut accomplir pendant que nous en avons encore le temps, « car après être sortis du monde, nous ne pouvons plus là-bas faire l’exomologèse ni la pénitence » (2a clementis VIII, 3, p. 146) ; et enfin les oeuvres satisfactoires par lesquelles on cherche à apaiser Dieu : prière, jeûne, aumône (XVI, 4, p. 162).”[493] Questo per noi significa essenzialmente che nei primi tempi del cristianesimo non si vede un’istituzione penitenziale così ben precisata come si vedrà dopo ma comunque coloro che volevano essere salvati dovevano pentirsi dal profondo del cuore per i loro peccati il che implicava la rottura con il peccato e l’obbedienza alla volontà divina.  La lettera di s. Clemente e la  cosiddetta “ Seconda lettera” di Clemente sono estremamente chiare a riguardo. Come dirà il Concilio di Trento :  l’atto di contrizione è stato sempre necessario per impetrare la remissione dei peccati (cfr.  Heinrich Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 1676).

S. Ignazio di Antiochia, nella lettera ai Filadelfi (96 d.C., circa) dice: “Dio perdona tutti i penitenti se si convertono all’unione con Lui e alla comunione con il vescovo”

Origene afferma in “Contra Celsum” 3,50 che i cristiani piangono come morti coloro che si sono resi colpevoli di dissolutezze o di altro peccato perchè sono morti per Dio. Ma se danno prova sufficiente di una sincera trasformazione del loro cuore sono riammessi in un’epoca ulteriore come se fossero resuscitati da morte (cfr. J. Quasten “Patrologia” ed.  Marietti, 2009, Ristampa, v. I p. 355) Questa trasformazione implica ovviamente la vera conversione e quindi la contrizione.  Pierre Adnès precisa: “Qu’il y ait une « seconde pénitence » par laquelle on obtient le pardon des fautes commises après le baptême, c’est ce qu’explique Clément d’Alexandrie (qui enseigne au Didascalée de cette ville entre 180-200). Mais ce pardon diffère de la rémission des péchés conférée par le baptême parce qu’il réclame une purification douloureuse et une lente guérison, grâce à ces remèdes que sont la prière, le jeûne et les oeuvres de charité. C’est l’exomologèse qui, de même que pour Irénée, semble se référer à une pratique déterminée, s’accomplissant dans un contexte ecclésial et embrassant les divers actes pénitentiels (Stromates II, 12, 55, 6 ; 13, 56, 1-2 ; 13, 58, 1 ; 13, 59, 3, SC 38, 1954, p. 79-82). Aucun péché, même des plus graves, n’est exclu (Quis dives salvetur 42, 1-15, éd. O. Stählin, 958 GCS 17, 1909, p. 187-91 : histoire du jeune brigand converti par l’apôtre Jean).”[494] La seconda penitenza dopo il Battesimo è dolorosa, implica la preghiera, il digiuno e le opere di carità … oltre, ovviamente, alla vera conversione e all’abbandono delle opere peccaminose, come visto più sopra.

Tertulliano, nel suo importante trattato De paenitentia, parla, a questo riguardo, di una seconda penitenza concessa una sola volta dopo il Battesimo e per ottenere la quale il peccatore, oltre a non continuare a infrangere la Legge di Dio, deve confessare la sua colpa al Signore e deve compiere varie pratiche penitenziali; questa penitenza che era un’istituzione ecclesiastica, si concludeva con un’assoluzione ufficiale, realizzata dai Pastori, che reintegrava pienamente il peccatore nella Chiesa (cfr. J. Quasten “Patrologia” ed.  Marietti, 2009, Ristampa, v. I p. 541). Va notato che anzitutto con Erma nel suo “Pastore” tale penitenza era concessa una sola volta dopo il Battesimo mentre, secondo Bihlmeyer-Techle, per altri Padri come Ireneo e Clemente Alessandrino tale penitenza è indicata senza restrizioni come secondo mezzo di salvezza dopo il Battesimo e lo stesso Tertulliano ammette comunque la penitenza sul letto di morte [495] Secondo P. Adnès l’unicità della seconda Penitenza , sicché non ci può essere Penitenza ecclesiale per chi pecca gravemente dopo di essa, è la caratteristica della più antica Penitenza[496]

Quindi l’unica Penitenza possibile dopo il Battesimo era una caratteristica della più antica disciplina penitenziale ecclesiale e fu fatta conoscere da Erma con il suo Pastore e fu affermata chiaramente da Origene, Clemente Alessandrino, Tertulliano; s. Ambrogio e s. Agostino ugualmente l’ affermano in modo netto, dando ad essa delle giustificazioni; non è chiaro se al fedele, che viveva in penitenza dopo la sua ulteriore caduta, in pericolo di morte  potesse essere offerta questa seconda Penitenza. [497] Questa penitenza post-battesimale permetteva al peccatore di recuperare lo stato di grazia e consisteva essenzialmente nella conversione e nella soddisfazione, il suo passo finale era la riconciliazione ecclesiastica conferita dal Vescovo al quale spettava anche il potere di irrogare la scomunica (cfr. J. Quasten “Patrologia” ed.  Marietti, 2009, v. I p. 568)

Secondo s. Cipriano nessuno è escluso da questa seconda penitenza e non vi sono peccati irremissibili , tale penitenza comporta tre atti: la confessione, la soddisfazione proporzionata al peccato e la riconciliazione che segue tale soddisfazione (cfr. J. Quasten “Patrologia” ed.  Marietti, 2009, Ristampa, v. I p. 568)  Ovviamente il penitente doveva cambiare vita, cioè convertirsi per ottenere tale riconciliazione.

La Didascalia Siriaca degli Apostoli è molto chiara nell’affermare che coloro che si pentono possono essere ammessi nella Chiesa ma coloro che non si pentono vengono recisi e separati dai fedeli (cfr. J. Quasten “Patrologia” ed.  Marietti, 2009, Ristampa, v. I p. 409).

La disciplina penitenziale si precisa e si rafforza nel secolo quarto e per noi è di particolare interesse esaminare il rito della riammissione del penitente nelle rifessioni di P. Adnès, come si vede, nel rito da una parte c’ è l’azione della Chiesa attraverso il Vescovo e gli altri ministri sacri e dall’altra c’è il penitente che, prostrato a terra, dopo il percorso penitenziale,  con il radicale impegno di non cadere più nel peccato grave,  accoglie le parole del Vescovo che lo esorta a guardarsi dal peccato e quindi ascolta le preghiere fatte dal Vescovo e dal diacono prima che il Vescovo imponga sul penitente stesso le mani sancendo così il pieno ritorno del penitente nella vita della Chiesa[498]. Va notato che alcune conseguenze di tale seconda Penitenza graveranno sul penitente per tutta la sua vita: non solo non può essere ammesso agli ordini sacri (cfr. Statuta Ecclesiae antiqua, Canone 84, CCL 148, 179), ma  non può contrarre il matrimonio o fruire del matrimonio già contratto, è condannato a una vita quasi monastica nel mondo. Questa disciplina post-penitenziale, che l’Oriente non sembra conoscere, è attestata per l’Occidente da alcuni testi del IV e del V secolo [499]

S. Basilio Magno , autore delle tre importanti lettere canoniche ad Anfilochio d’ Iconio in cui ci presenta minuziose ordinanze sulla disciplina penitenziale, (cfr. J. Quasten “Patrologia” ed. Marietti, 2009, Ristampa, v. II p. 226) in una di esse spiega chiaramente che chi ha peccato contaminandosi con la sua sorella non deve essere ammesso ad entrare nella casa di preghiera prima di avere rinunciato alla sua condotta iniqua. Quando avrà preso coscienza di questo spaventoso peccato anzitutto pianga per tre anni in piedi alla porta della casa di preghiera chiedendo preghiere a coloro che entrano in essa; poi sia ammesso per tre anni solo ad udire  le Scritture  e l’istruzione e quindi sia messo fuori dalla casa di preghiera; dopo, se ha chiesto con lacrime e si è gettato davanti al Signore con contrizione di cuore , gli sia concesso di assistere in ginocchio per altri tre anni ; il decimo anno , se ha mostrato degni frutti di penitenza, sia ammesso solo alla preghiera, e in essa deve rimanere in piedi  e il dodicesimo anno  può fare la Comunione  (cfr. J. Quasten “Patrologia” ed.  Marietti, 2009, Ristampa, v. II p. 236).

Teodoro di Mopsuestia ci parla molto chiaramente del Sacramento della Penitenza e della necessità di riceverlo per prepararsi degnamente alla Comunione, se abbiamo commesso peccati gravi: egli parla della necessità della penitenza e quindi del rimedio della contrizione che Dio ci ha dato per la remissione dei peccati (cfr. J. Quasten “Patrologia” ed.  Marietti, 2009, Ristampa, v. II p. 426) Dopo la penitenza il peccatore deve ristabilirsi nella stessa confidenza che aveva prima, perché si è emendato e con la penitenza ha ottenuto la remissione delle colpe (cfr. J. Quasten “Patrologia” ed.  Marietti, 2009, Ristampa, v. II p. 426).

Come dirà il Concilio di Trento : la vera contrizione è stata sempre necessaria per impetrare la remissione dei peccati .[500]

S. Ambrogio afferma nel suo scritto sulla Penitenza:“ Alcuni chiedono di essere ammessi alla penitenza solo perché vogliono che si restituisca loro subito la comunione. Costoro cercano non tanto di sciogliere se stessi, quanto di legare il sacerdote. Infatti non sgravano la propria coscienza, e aggravano quella del sacerdote, il quale ha avuto quest’ordine: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle ai porci» (Matt., 7, 6. …), cioè: la partecipazione alla sacra comunione non dev’essere permessa alle impurità immonde.” (S. Ambrogio. “La penitenza” in Opere (Classici della religione) (Italian Edition) (posizioni nel Kindle 1279-12983). UTET. Edizione del Kindle 2013, libro II, 9,87) Capiamo da queste parole che la penitenza deve condurre ad una vera conversione di vita, altrimenti serve solo a condannare più gravemente il penitente e chi dà a lui i Sacramenti.

Continua s. Ambrogio:“Perciò dice giustamente il Signore: «Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Matt., 16, 24). Coloro che sono morti con Cristo e sono stati sepolti con lui (cfr. Rom., 6, 4-8; Coloss., 2, 20), non devono più tornare a disporre di questo mondo, come se ancora fossero vivi. Sta scritto: «Non prendete, non toccate, tutte cose destinate a scomparire nel loro stesso uso» (Coloss., 2, 21), proprio perché lo stesso uso di questa vita corrompe la nostra innocenza. Perciò è ottima cosa la penitenza!”[501] La penitenza implica una radicale trasformazione nell’uomo, implica una vera conversione … e la vera contrizione.

La contrizione e quindi la vera conversione è sempre stata necessaria per una vera remissione dei peccati; è Dio che perdona attraverso la Chiesa e Dio non si accontenta di conversioni solo apparenti, vuole il cambiamento del cuore e della vita (cfr. Ez. 23; Gl 2,12-13; Is 1,16-17; Mt 6,1-6.16-18) altrimenti non c’è perdono.

La necessità della vera conversione e della contrizione per la salvezza emerge anche da questo testo di s. Agostino: “ Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore contrito e umiliato Dio non lo disprezza (Sal 50, 19). Ecco dunque che hai che cosa offrire. Non girare lo sguardo in cerca del gregge, non preparare navigli per recarti in lontane regioni onde apportarne aromi. Cerca dentro al tuo cuore cosa ci può essere di gradito a Dio. È il cuore che si deve spezzare. Temi forse che, spezzato, abbia a perire? Ma nello stesso salmo trovi: Crea in me, o Dio, un cuore puro (Sal 50, 12.) . Affinché dunque possa esser creato un cuore puro, bisogna che venga spezzato quello impuro.”[502]

In questa linea intendiamo che ci rende santi la contrizione, come spiega lo stesso Dottore di Ippona  : “Ci rende santi la confessione e un modo di vivere prudente e umile: pregare con fede, avere il cuore contrito, lacrime sincere sgorganti dall’intimo del cuore, affinché ci vengano rimessi i peccati, che non possiamo evitare nella vita. Riconoscerli è la nostra salvezza, secondo l’espressione dell’apostolo Giovanni: Se riconosciamo i nostri peccati egli è fedele e giusto perché ci perdoni i peccati e ci purifichi da ogni colpa.”[503]

Il peccato va riparato con la penitenza e la contrizione, dice ulteriormente s. Agostino:

“ E cosa offrì al Signore per propiziarselo? Egli disse: Se tu avessi voluto un sacrificio io te lo avrei offerto; ma tu non ti diletti di sacrifici. Il sacrificio gradito a Dio è lo spirito contrito; Dio infatti non disprezza un cuore affranto e umiliato . Davide dunque non solo fece la sua offerta con animo devoto ma, con tali parole, indicò anche che cosa bisogna offrire. Non basta infatti cambiare in meglio il comportamento e non peccare più; occorre anche, per quello che si è commesso, una riparazione a Dio; il dolore della penitenza, il gemito dell’umiltà, l’offerta del cuore contrito e delle elemosine. Sono infatti beati i misericordiosi perché di essi Dio avrà misericordia.”[504]

Per riparare il peccato occorre la contrizione.

Ma la contrizione e la penitenza implicano il passaggio ad una vita nuova, santa, come spiega lo stesso santo Dottore di Ippona: “Vedo qui presente una moltitudine di penitenti, che formano una fila lunghissima nel momento dell’imposizione delle mani. Pregate, o penitenti! e i penitenti si recano a pregare. Ecco, mi metto ad esaminare questi penitenti e mi accorgo che seguitano a viver male. E come ci si può pentire

d’una cosa se la si continua a fare? Se si è pentiti, si cessi di farla!” [505]

Per la remissione del peccato grave la Chiesa richiede da sempre il cambiamento di vita, la contrizione, cioè la vera conversione. Il Concilio di Trento dirà che la vera contrizione è stata sempre necessaria per impetrare la remissione dei peccati .[506]

La contrizione è una costante della vera penitenza e quindi è necessaria per la remissione dei peccati attraverso il Sacramento della Penitenza.

b) L’ insegnamento degli autori medievali fino al XIII sec. e le affermazioni del Conc. Lateranense II.

Anche la cosiddetta penitenza “tariffata” introdotta dai monaci del nord Europa e poi diffusa in tutta Europa implica la conversione della persona e quindi la vera contrizione; essa, spiega p. Adnès, è una forma piuttosto semplice di penitenza, che include una confessione fatta segretamente al sacerdote, con un’accusa dettagliata dei peccati, della loro frequenza e delle loro circostanze. Il sacerdote impone una soddisfazione da fare privatamente. Finché non è completata la soddisfazione, il penitente deve astenersi dalla comunione. Quindi il penitente  ritorna dal sacerdote per ricevere la riconciliazione o l’assoluzione, che viene amministrata al di fuori della presenza del popolo, e quindi, in un certo senso, privatamente.

In alcuni casi il sacerdote dà l’assoluzione immediatamente dopo la confessione, ad esempio se il penitente vive troppo lontano per tornare facilmente. Questo tipo di penitenza, che deriva nella sua forma esterna dalla confessione appartenente all’ ambiente monastico, ha di caratteristico  l’esistenza di tipi di “tariffe” che determinano per ogni specie di peccati la soddisfazione che deve essere prescritta dal confessore. Da qui il nome di penitenza “tariffata” spesso applicata a questa penitenza. A differenza della penitenza canonica, la penitenza tariffata è aperta a tutti i peccati, non solo gravi, quotidiani e veniali. Può anche essere ripetuta quando necessario, anche in caso di recidiva. I chierici sono ammessi a tale penitenza senza la loro deposizione. Infine, non conosce né interdetti né conseguenze simili agli interdetti. [507]

Essendo reiterabile la penitenza privata, colui che è colpevole di gravi colpe è naturalmente obbligato ora a ricevere dalla Chiesa la penitenza non solo una volta nella sua vita, come avveniva precedentemente, ma ogni volta che ha peccato gravemente.  Alcuni vescovi sono giunti a rendere l’uso della confessione regolare un dovere per tutti e in questa linea si capisce il decreto del IV Concilio Lateranense del 1215, che rende la confessione almeno una volta all’anno un precetto per tutti i fedeli [508]

Come precisa É. Amann, la Penitenza “tariffata” non è sostanzialmente diversa dall’altra disciplina della Penitenza che esaminammo sopra, in entrambe possiamo vedere i medesimi elementi costitutivi, tra i quali dobbiamo sottolineare la contrizione  “Paenitenda non admittere, admissa deflere” , riprovare il peccato e piangere i peccati compiuti, in queste due massime il libro penitenziale di s. Colombano indica il pentimento, evidentemente necessario per l’assoluzione. I predicatori che nella linea di s. Colombano diffondevano tale Penitenza “tariffata” non hanno lasciato molti documenti circa il loro insegnamento ma di certo esso dovette grandemente incidere nei cuori per muoverli alla contrizione e in particolare per portarli ad accettare le dure penitenze fissate nelle tariffe[509]

Nel frattempo, era diventato normale (probabilmente intorno all’anno 1000) dare l’assoluzione immediatamente dopo l’accusa di peccati e senza aspettare il compimento della soddisfazione a causa della difficoltà di far tornare i fedeli e il pericolo di lasciarli senza la riconciliazione sacramentale. Era inoltre iniziata una reazione contro la severità e l’automatismo delle tariffe penitenziali. Al confessore stesso apparteneva di scegliere in ogni caso la penitenza che imponeva e che rimaneva a sua discrezione; per fare ciò doveva attingere più alla misericordia e alle possibilità del penitente che a un testo legale.  .[510]

Restava comunque sempre necessaria la contrizione … e infatti di lì a poco avremo Pietro Lombardo che indicherà la contrizione tra gli atti principali del penitente.

Dalla seconda metà dell’XI secolo viene classificata la Penitenza tra i sacramenti della Chiesa. Alcuni, tuttavia, tenderanno fino alla fine del XII secolo a considerare sacramentale solo la penitenza pubblica solenne e irripetibile, di cui il vescovo è il ministro e l’imposizione della mano con la preghiera è il rito. Ma più tardi, non ci sarà più differenza sacramentale tra penitenza pubblica e privata[511]. La penitenza appare così negli elenchi settennali dei sacramenti, che compaiono a metà del XII secolo. Il famoso Pietro Lombardo parla di sacramento della Penitenza nelle sue Sentenze, è  il primo a notare esplicitamente che la penitenza non è solo un sacramento ma anche una virtù, perché ha due aspetti fondamentali, interno ed esterno, che sono entrambi causa di giustificazione e di salvezza (IV, 14, 1, 2, 2) Contrizione, confessione e soddisfazione sono gli atti principali del penitente, la cui tripla modalità corrisponde rispettivamente al sentimento del cuore, all’espressione orale e all’azione operativa (1, 1, 336). Queste tre fasi successive, che si integrano a vicenda, saranno chiamate “parti” soggettive della Penitenza[512] un termine che si troverà anche nel Concilio di Trento[513]

Riprendendo quanto già dicemmo all’inizio di questo capitolo mi sembra importante notare che Graziano, in una distinzione della “Concordia discordantium canonum” in cui si chiede se basti la sola contrizione con la soddisfazione segreta o occorra la confessione della bocca per dare soddisfazione a Dio per il peccato commesso, cioè per riparare il peccato commesso, scrive riportando un passo di s. Agostino:  “C. LXIII. Item Augustinus in sermone de poenitentia, al. lib. de poenitentiae medicina . Non sufficit mores in melius commutare, et a praeteritis malis recedere, nisi etiam de his, quae facta sunt, satisfiat Deo per poenitentiae dolorem per humilitatis gemitum, per contriti cordis sacrificium, cooperantibus eleemosynis et ieiuniis. ”[514]

Il testo preciso di s. Agostino è questo: “Quid autem obtulit Domino unde illum propitiaret sibi? Quoniam si voluisses, inquit, sacrificium, dedissem utique; holocaustis non delectaberis. Sacrificium Deo spiritus contribulatus; cor contritum et humiliatum Deus non spernit. Non solum ergo devote obtulit, sed etiam ista dicendo quid offerri oporteret ostendit. Non enim sufficit mores in melius commutare, et a factis malis recedere; nisi etiam de his quae facta sunt, satisfiat Deo per paenitentiae dolorem, per humilitatis gemitum, per contriti cordis sacrificium, cooperantibus eleemosynis. Beati enim misericordes, quoniam ipsorum miserebitur Deus.[515]

Che significa precisamente: “ E cosa offrì al Signore per propiziarselo? Egli disse: Se tu avessi voluto un sacrificio io te lo avrei offerto; ma tu non ti diletti di sacrifici. Il sacrificio gradito a Dio è lo spirito contrito; Dio infatti non disprezza un cuore affranto e umiliato . Davide dunque non solo fece la sua offerta con animo devoto ma, con tali parole, indicò anche che cosa bisogna offrire. Non basta infatti cambiare in meglio il comportamento e non peccare più; occorre anche, per quello che si è commesso, una riparazione a Dio; il dolore della penitenza, il gemito dell’umiltà, l’offerta del cuore contrito e delle elemosine. Sono infatti beati i misericordiosi perché di essi Dio avrà misericordia.” (traduzione tratta dal sito Augustinus che pubblica online le opere dell’editrice Città Nuova http://www.augustinus.it/italiano/discorsi/index2.htm)

Per riparare il peccato occorre la contrizione.

Graziano riporta poi in latino nella stessa distinzione della  “Concordia discordantium canonum”,  una illuminante frase di s. Giovanni Crisostomo a questo riguardo: “C. XL. Item Ioannes Os aureum in hom. de poenitentia, quae incipit: « Provida mente » . “Perfecta poenitentia cogit peccatorem omnia libenter sufferre. Et infra: § 1. In corde eius contritio, in ore confessio, in opere tota humilitas: haec est fructifera poenitentia”.[516]

Che significa essenzialmente che la penitenza perfetta spinge l’uomo a soffrire tutto e che nel cuore suo sono la contrizione, nella sua bocca la confessione, nella sua opera tutta umiltà, questa è la penitenza fruttifera. Una frase illuminante che si ritrova anche nel Catechismo Romano nella parte relativa al Sacramento della Penitenza e che fa capire come la vera penitenza contiene la contrizione .  Riportando un altro testo che egli riteneva di s. Giovanni Crisostomo , Graziano scrive: “Item Ioannes Chrysostomus [ id est auctor Operis imperfecti in Matthaeum, homil. 40]. Quis aliquando vidit clericum cito poenitentiam agentem? *Sed* et si deprehensus humiliaverit se, non ideo dolet, quia peccavit, sed confunditur, quia perdidit gloriam suam. …  Gratian. His *auctoritatibus asseritur, neminem sine poenitentia et confessione propriae vocis a peccatis posse mundari. (1554C) Unde praemissae auctoritates, quibus videbatur probari, sola contritione cordis veniam praestari, aliter interpretandae sunt, quam ab eis exponantur.”[517] La contrizione è necessaria per la salvezza.   Non ci addentriamo nella questione che sta esaminando Graziano in questa distinzione  che verte sulla necessità della confessione insieme alla contrizione per la salvezza dell’anima, vedremo più avanti quello che la dottrina cattolica attuale afferma a riguardo. Qui ci interessa segnalare come ai tempi di Graziano era chiara, sulla base della Bibbia e quindi dalle affermazioni dei Padri della Chiesa che l’avevano meditata e interpretata, la fondamentale importanza della contrizione,  per la remissione dei peccati.

Interessante a questo riguardo è una citazione che Graziano fa  di un’affermazione di s. Ambrogio: “  Quod de interiori poenitentia, non exteriori dictum accipitur. De exteriori vero poenitentia Ambrosius ait super epistolam ad Romanos: Gratia Dei in baptismate non quaerit gemitum vel planctum, non opus aliquod, sed solum contritionem cordis, et omnia gratis condonat.[518] Le parole di s. Ambrogio significano che la grazia di Dio nel Battesimo non cerca il gemito o il pianto né qualche opera ma solo la contrizione del cuore e tutto condona gratis. La contrizione è necessaria per la salvezza.

Nella stessa distinzione e nella stessa opera di Graziano  leggiamo : “ C. XXX. … Voluntas remuneratur, non opus. Voluntas autem in cordis contritione est, opus vero in oris confessione. Gratian. Luce clarius constat cordis contritione, non oris confessione peccata dimitti.[519]

La volontà è premiata, non l’opera. La volontà è nella contrizione del cuore l’opera nella confessione della bocca. La contrizione è necessaria per la salvezza.

Ancora Graziano scrive su questo argomento  “C. XXXIII. Scindite corda vestra, et non vestimenta. Gratian. Ostendens in contritione cordis, quae in eiusdem scissione intelligitur, non in confessione oris, quae pars est exterioris satisfactionis, quam scissuram vestium nominavit, a parte totum intelligens, peccata dimitti.[520] Che vuole dire essenzialmente, per il nostro scopo, che nella contrizione del cuore i peccati sono perdonati . La contrizione è necessaria per la salvezza.

Ulteriormente, sulla contrizione Graziano scrive“C. XXXVI. Qui natus est ex Deo, non peccat. Gratian. Ergo nec est filius diaboli.  Solo enim peccato diaboli filii sumus. Ergo de eius regno translati sumus in regnum caritatis filii Dei, et sumus erepti de potestate tenebrarum, et facti filii lucis. Quum ergo ante confessionem, ut probatum est, sumus resuscitati per gratiam, et filii lucis facti, evidentissime apparet, quod sola cordis contritione sine confessione oris, peccatum remittitur.[521]

Per il nostro scopo questo significa ancora che  per la contrizione il peccato è rimesso.

La fondamentale importanza della contrizione è ribadita da un ulteriore affermazione di Graziano che potete leggere qui di seguito:

“III. Pars. (1558B) § 9. Econtra ea, quae in assertione huius sententiae dicta sunt, partim veritate nituntur, partim pondere carent. Sine contritione etenim cordis nullum peccatum posse dimitti, occulta vero peccata secreta satisfactione, publica quoque manifesta poenitentia expiari debere, firmissima constat ratione subnixum.”[522] Senza la contrizione nessun peccato può essere perdonato.

La contrizione è necessaria per la salvezza.

Il beato Isacco della Stella affermò: “Due sono le cose che sono riservate a Dio solo: l’onore della confessione e il potere della remissione. A lui noi dobbiamo fare la nostra confessione; da lui dobbiamo aspettarci la remissione. A Dio solo infatti spetta rimettere i peccati e perciò a lui ci si deve confessare. Ma l’Onnipotente, avendo preso in sposa una debole … Lo sposo pertanto è una cosa sola con il Padre e uno con la sposa …Perciò nulla può rimettere la Chiesa senza Cristo e Cristo non vuol rimettere nulla senza la Chiesa. Nulla può rimettere la Chiesa se non a chi è pentito, cioè a colui che Cristo ha toccato con la sua grazia; Cristo nulla vuol ritenere per perdonato a chi disprezza la Chiesa.”[523]

S. Raimondo da Pennaforte disse in questa linea: “In vera et perfecta poenitentia tria sunt necessaria: cordis contritio, oris confessio, operis satisfactio”(Summa, de poenit. 1 . 3, § 7)

La vera penitenza implica necessariamente la contrizione del cuore!

Possiamo dire che dal 13 ° secolo la penitenza è diventata quella che noi oggi conosciamo, amministriamo o riceviamo. Da allora non è praticamente  cambiata fino ad oggi.[524] … oggi come ieri e come l’altro ieri la contrizione è un elemento fondamentale della Confessione, elemento necessario per impetrare la remissione dei peccati.  Il Concilio di Trento dirà che l’ atto di contrizione è stato sempre necessario per impetrare la remissione dei peccati .[525]

Come disse la Commissione Teologica Internazionale: “La struttura essenziale del sacramento della penitenza è già attestata nella Chiesa primitiva, sin dall’età apostolica e postapostolica. Un’importanza particolare, benché non esclusiva, viene annessa all’espressione « ritenere e rimettere » di Mt 16, 19 e 18, 18, come pure alla sua variante in Gv 20, 23 (cf. supra B, III, 4). L’essenziale di questo sacramento consiste quindi nel fatto che la riconciliazione del peccatore con Dio si compie nella riconciliazione con la Chiesa. Di conseguenza, il segno del sacramento della penitenza consiste in un duplice passo: da un lato, vi sono gli atti umani di conversione (conversio) mediante il pentimento che l’amore suscita (contritio), di confessione esteriore (confessio) e di riparazione (satisfactio); è la dimensione antropologica. D’altro canto, la comunità ecclesiale, sotto la guida del vescovo e dei sacerdoti, offre in nome di Gesù il perdono dei peccati, stabilisce le forme necessarie di soddisfazione, prega per il peccatore e fa penitenza in solidarietà con lui, per garantirgli infine la piena comunione ecclesiale e il perdono dei suoi peccati; è la dimensione ecclesiale.”[526] La contrizione è una costante fondamentale della vera penitenza.

La mancanza di vera contrizione rende falsa la Penitenza, come  il Concilio Lateranense II affermò: “Can. 22. ‘Sane quia inter cetera unum est, quod sanctam maxime perturbat Ecclesiam, falsa videlicet paenitentia, confratres nostros et presbyteros admonemus, ne falsis paenitentiis laicorum animas decipi et in infernum pertrahi patiantur. Falsam autem paenitentiam esse constat, cum spretis pluribus, de uno solo paenitentia agitur: aut cum sic agitur de uno, ut non discedatur ab alio. Unde scriptum est: ‘Qui totam legem observaverit, offendat autem in uno, factus est omnium reus (Jac 2,10): scilicet quantum ad vitam aeternam. Sicut enim, si peccatis esset omnibus involutus, ita, si in uno tantum maneat, aeternae vitae ianuam non intrabit. Falsa etiam fit paenitentia cum paenitens ab officio vel curiali vel negotiali non recedit, quod sine peccato agi nulla ratione praevalet; aut si odium in corde gestetur, aut si offenso cuilibet non satisfiat, aut si offendenti offensus non indulgeat aut si arma quis contra iustitiam gerat.’ [527] Che significa in particolare, per noi : tra le altre cose una in particolare perturba la Chiesa: la falsa penitenza; i ministri di Dio non permettano che le anime dei laici siano ingannate e spinte all’inferno dai falsi penitenti. La falsa penitenza si compie quando si fa penitenza di un solo peccato e non degli altri o quando ci si allontana solo da qualche peccato e non da tutti. Per questo nella Bibbia leggiamo che: chi osserva tutta la Legge tranne un solo comando, è reo per aver infranto tutta la Legge. Chi, sciolto da tutti i peccati, rimane legato ad un solo peccato non entrerà per la porta della vita eterna.  Di falsi penitenti aveva già parlato Gregorio VII nel V Concilio Romano e nel VII Concilio Romano (P. L. 148 col. 801 . 815s), soprattutto nelle affermazioni del VII Concilio Romano (PL 148 col. 815s) Il santo Papa affermava in tali testi chiaramente che come il falso Battesimo non purifica l’anima, così la falsa Penitenza non distrugge il peccato commesso; perciò chi ha commesso un peccato grave deve affidarsi a buoni e prudenti sacerdoti e deve convertirsi sicché, lasciate le cattive azioni, permanga nelle buone azioni. Se il peccatore si converte ha la vita altrimenti rimane nella morte spirituale. Il s. Pontefice invitava quindi i penitenti a non andare da Pastori che guidano più alla distruzione dell’anima che alla salvezza ma a quelli che guidano alla salvezza nella Verità, il Vangelo dice chiaramente che un cieco non può guidare un altro cieco …

S. Antonio di Padova, che nacque nel 1195, quindi dopo il Concilio Lateranense II, e che visse al tempo del Concilio Lateranense IV, scrisse significativamente riguardo alla contrizione : “Nel sangue della contrizione tutte le cose vengono purificate, tutto viene perdonato, purché ci sia il proposito di confessarsi. Infatti senza il sangue della contrizione non c’è remissione di peccato.”[528]

c) L’insegnamento di s. Tommaso, di Leone X e dei Concili Ecumenici di Firenze e Trento.

S. Tommaso afferma la necessità della contrizione per la remissione dei peccati : “ … quia ad dimissionem peccati requiritur quod homo totaliter affectum peccati dimittat, per quem quamdam continuitatem et soliditatem in sensu suo habebat; ideo actus ille quo peccatum remittitur, contritio dicitur per similitudinem …” ( Super Sent., lib. 4 d. 17 q. 2 a. 1 qc. 1 co.) Che sigifica, in particolare, per noi: l’ atto per cui il peccato viene rimesso è la contrizione. S. Tommaso spiega ancora … “contritio, quae hoc significat, importat aliquam rectitudinem voluntatis; et propter hoc est actus virtutis illius cujus est peccatum praeteritum detestari et destruere, scilicet poenitentiae, ut patet ex his quae in 14 dist., qu. 1, art. 1, quaestiunc. 3, dicta sunt.” (Super Sent., lib. 4 d. 17 q. 2 a. 1 qc. 2 co.) La contrizione importa una certa rettitudine della volontà ed è atto di quella virtù che detesta e distrugge il peccato, cioè della penitenza. Dice ulteriormente s. Tommaso “ … caritas amissa non recuperatur nisi per contritionem de  peccatis praecedentibus, quae est motus poenitentiae virtutis.” (Super Sent., lib. 4 d. 14 q. 1 a. 2 qc. 2 co.)… per la remissione dei peccati occorre la contrizione, la carità non si recupera se non attraverso il movimento della virtù della penitenza che è la contrizione per i peccati commessi.

Soprattutto intendiamo la necessità assoluta della contrizione per la remissione dei peccati allorché s. Tommaso afferma che come l’offesa di Dio ha una certa infinità, così un solo atto di contrizione ha una certa infinità tanto per la virtù della grazia che dà alle opere un valore infinito, tanto per il merito di Cristo che opera in tutti i Sacramenti e in tutti i meriti    “Ad primum ergo dicendum, quod sicut offensa habuit infinitatem, ita etiam et unus contritionis actus habet quamdam infinitatem, tum ex virtute gratiae quae dat operibus infinitum valorem, ut scilicet per ea homo infinitum bonum mereatur; tum ex merito Christi, quod operatur in omnibus sacramentis, et in omnibus meritis.” (Super Sent., lib. 4 d. 14 q. 1 a. 4 qc. 1 ad 1)

La contrizione, precisa ulteriormente il Dottore Angelico, è causa di remissione dei peccati  sia come parte del Sacramento della penitenza sia come atto di virtù :“… contritio potest dupliciter considerari; vel inquantum est pars sacramenti, vel inquantum est actus virtutis; et utroque modo est causa remissionis peccati”.(Super Sent., lib. 4 d. 17 q. 2 a. 5 qc. 1 co.)

Dice ancora s. Tommaso:

“Ad tertiam quaestionem dicendum, quod etiam in minori caritate potest homo resurgere: quia quantulumcumque de peccato doleat, et ad gratiam se praeparet, dummodo ad terminum contritionis perveniat, qua plus displicet ei a Deo recessisse quam aliquod temporale placuit, gratiam habebit, etiam si non tantum praeparet se quantum prius, dum fuit innocens, praeparavit. ”(Super Sent., lib. 3 d. 31 q. 1 a. 4 qc. 3 co.)

La resurrezione spirituale dell’uomo si compie con la contrizione per la quale all’uomo dispiace di più essersi allontanato da Dio con il peccato di quanto non gli piaccia qualsiasi bene temporale ; e solo attraverso il percorso che ha la contrizione come termine, l’uomo ricupera la carità e quindi la grazia, come dice s. Tommaso anche nel testo che segue : “ Deinde ut in pluribus sequitur motus poenitentiae, et deinde motus caritatis et aliarum virtutum per ordinem. Quandoque etiam motus amoris motum poenitentiae praecedit, ut dictum est; sed ille amor non est caritatis, quia caritas amissa non recuperatur nisi per contritionem de peccatis praecedentibus, quae est motus poenitentiae virtutis.” (Super Sent., lib. 4 d. 14 q. 1 a. 2 qc. 2 co.)

Senza la virtù della penitenza e quindi senza il percorso che conduce alla contrizione, spiega s. Tommaso, il peccato mortale non può essere rimesso :“Respondeo dicendum quod impossibile est peccatum actuale mortale sine poenitentia remitti, loquendo de poenitentia quae est virtus. …  Offensa autem peccati mortalis procedit ex hoc quod voluntas hominis est aversa a Deo per conversionem ad aliquod bonum commutabile. Unde requiritur ad remissionem divinae offensae quod voluntas hominis sic immutetur quod convertatur ad Deum, cum detestatione praedictae conversionis et proposito emendae. Quod pertinet ad rationem poenitentiae secundum quod est virtus. Et ideo impossibile est quod peccatum alicui remittatur sine poenitentia secundum quod est virtus. Sacramentum autem poenitentiae, sicut supra dictum est, perficitur per officium sacerdotis ligantis et solventis. ” (IIIª q. 86 a. 2 co.)

Senza penitenza , e quindi senza contrizione, che attiene alla penitenza come virtù, non ci può essere remissione di peccato grave. Se non c’è contrizione, quindi, non c’è assoluzione sacramentale valida! Dio non ci rimette il peccato se non ci convertiamo!
Notate che s. Tommaso anche se non nomina, nel testo che sta qui sopra, la contrizione, ne parla implicitamente giacché dice che per la remissione dell’offesa di Dio si richiede che la volontà dell’uomo venga mutata così da convertirsi a Dio, con la detestazione inclusa nella predetta conversione e facendo il proposito di emendarsi; ma tutto ciò è parte della contrizione, come visto. Alla donna adultera (Luca 7) e alla peccatrice (Gv. 8), continua s. Tommaso nello stesso articolo appena visto, Gesù rimise i peccati senza assoluzione sacramentale ma non senza la loro penitenza e contrizione.

Commentando il Vangelo di Giovanni (Gv. 8) s. Tommaso precisa che Cristo assolse l’adultera dal peccato senza imporle nessuna pena perché egli assolvendo esteriormente giustificava interiormente ed Egli poté trasformarla interiormente perché lei attraverso una conveniente contrizione  per i peccati divenisse immune da ogni pena.  “Absolvit autem eam a culpa, non imponendo ei aliquam poenam: quia cum absolvendo exterius iustificaret interius, bene potuit eam adeo immutare interius per sufficientem contritionem de peccatis, ut ab omni poena immunis efficeretur.” (“Super Evangelium S. Ioannis lectura”., cap. 8 l. 1.)

In altro testo s. Tommaso precisa  che attraverso la contrizione si compie la conversione e riordinazione della mente : “Primum igitur quod in poenitentia requiritur, est ordinatio mentis: ut scilicet mens convertatur ad Deum, et avertatur a peccato, dolens de commisso, et proponens non committendum: quod est de ratione contritionis”.(“Summa Contra Gentiles”, lib. 4 cap. 72 n. 4.)  La contrizione , quindi, attua una ordinazione e conversione della mente a Dio  con l’aversione dal peccato , il dolore per il peccato commesso e il proposito di non peccare più. Come spiega ancora il s. Dottore: attraverso la contrizione si compie, per la  grazia, un ordinamento o ri-ordinamento della mente e così per la contrizione viene tolta l’offesa di Dio e l’uomo è liberato dal reato della pena eterna: “Haec vero mentis reordinatio sine gratia esse non potest: nam mens nostra debite ad Deum converti non potest sine caritate, caritas autem sine gratia haberi non potest, ut patet ex hisquae in tertio dicta sunt. Sic igitur per contritionem et offensa Dei tollitur et a reatu poenae aeternae liberatur, qui cum gratia et caritate esse non potest: non enim aeterna poena est nisi per separationem a Deo, cui gratia et caritate homo coniungitur. Haec igitur mentis reordinatio, quae in contritione consistit, ex interiori procedit, idest a libero arbitrio, cum adiutorio divinae gratiae.” (“Summa Contra Gentiles”, lib. 4 cap. 72 n. 5.)
S. Tommaso precisa che sulla base dei segni di contrizione che vede nel penitente il sacerdote può assolvere il peccatore, se tali segni mancano il penitente non va assolto: “ Constat enim quod dominus Lazarum suscitatum discipulis solvendum mandavit; ergo discipuli absolvunt. Per hoc ergo non ostenditur quod sacerdos dicere non debeat: ego te absolvo, sed quod eum non debeat absolvere in quo signa contritionis non videt, per quam homo vivificatur interius a Deo culpa remissa.” (“De forma absolutionis”, cap. 2 co.). Per  s. Tommaso  segni di contrizione  sono il dolore per i peccati commessi e il proposito di non peccare, se mancano questi segni l’assoluzione non si deve dare: “Ex quo etiam patet quod non est periculosum sacerdotibus dicere: ego te absolvo,illis in quibus signa contritionis vident, quae sunt dolor de praeteritis et propositum de cetero non peccandi; alias absolvere non debet.” (“De forma absolutionis”, cap. 3 co.).

La mancanza di contrizione , come si vede chiaramente da quanto detto, implica quindi per s. Tommaso la non remissione dei peccati del penitente; in questa linea possiamo affermare che, secondo la dottrina di s. Tommaso, il sacerdote non deve assolvere il penitente in cui non scorge segni di contrizione perché, mancando la contrizione, tale confessione è nulla e i peccati restano non rimessi, infatti per s. Tommaso la contrizione è parte della materia del Sacramento della Penitenza perciò se essa manca non c’è Sacramento.

Più precisamente Dottore Angelico afferma:“ Essendo quindi la santificazione dell’uomo in potere di Dio santificatore, non compete all’uomo assumere a suo arbitrio le realtà che lo santifichino, ma esse devono venire determinate per istituzione divina. E così nei sacramenti della nuova legge, che sono fatti per santificare gli uomini, secondo le parole di 1 Cor 6 [11]: Siete stati lavati, siete stati santificati, è necessario fare uso di quegli elementi che sono stati determinati per istituzione divina.”[529] Perché si abbia il Sacramento è necessario fare uso delle cose che sono state stabilite da Dio per tale Sacramento. Secondo il santo Aquinate:“ … nei sacramenti le parole fanno da forma e le realtà sensibili da materia.”[530]

Spiega il s. Dottore che : “in quei sacramenti che hanno un effetto corrispondente agli atti umani, gli stessi atti sensibili umani fungono da materia: e ciò avviene nella penitenza e nel matrimonio.”[531]

Più avanti, nella stessa opera, s. Tommaso ribadisce che nel sacramento della penitenza, evidentemente per divina istituzione,  gli atti umani sono la materia(III, q. 90 a.1)

Ulteriormente dice il s. Dottore: “Sic igitur requiritur ex parte poenitentis, primo quidem, voluntas recompensandi, quod fit per contritionem; secundo, quod se subiiciat arbitrio sacerdotis loco Dei, quod fit in confessione; tertio, quod recompenset secundum arbitrium ministri Dei, quod fit in satisfactione. Et ideo contritio, confessio et satisfactio ponuntur partes poenitentiae. ”(IIIª q. 90 a. 2 co.) Si richiede da parte del penitente: la volontà di ricompensare e ciò si compie con la contrizione;    la sottomissione al sacerdote che sta al posto di Dio e ciò si compie con la confessione; la riparazione secondo le indicazioni del ministro di Dio, il che si compie con la soddisfazione. Contrizione, confessione e soddisfazione sono perciò parti della penitenza.

Precisa il s. Dottore che: “…  ci sono due tipi di parti, come spiega Aristotele: le parti essenziali e le parti quantitative. Le parti essenziali in natura sono la forma e la materia, mentre in logica sono il genere e la differenza. E in questo senso qualsiasi sacramento si divide nelle sue parti essenziali che sono la materia e la forma: per cui sopra abbiamo detto che i sacramenti sono costituiti «di cose e di parole». – Ma poiché la quantità è connessa con la materia, le parti quantitative sono parti della materia. Ed è da questo lato che al sacramento della penitenza, come si è precisato sopra, sono assegnate in modo speciale delle parti in rapporto agli atti del penitente, i quali formano la materia di questo sacramento.”[532]. La contrizione è parte della materia del Sacramento della Penitenza, senza di essa non si può avere tale Sacramento, in questo senso la contrizione è veramente causa della remissione dei peccati, come spiega s. Tommaso: “… contritio potest dupliciter considerari; vel inquantum est pars sacramenti, vel inquantum est actus virtutis; et utroque modo est causa remissionis peccati”.(Super Sent., lib. 4 d. 17 q. 2 a. 5 qc. 1 co.) La contrizione può considerarsi come parte del Sacramento e in quanto atto di virtù e in entrambi i casi è causa di remissione del peccato, senza di essa, in particolare, non si attua il Sacramento della Penitenza.

Va aggiunta una necessaria precisazione riguardo alla dottrina di s. Tommaso: in alcune opere egli afferma che la contrizione è quasi materia del Sacramento della Confessione . In  Super Sent., lib. 4 d. 16 q. 1 a. 1 qc. 4 co. s. Tommaso afferma: “ … et ideo praedicta  tria non sunt partes poenitentiae virtutis, sed poenitentiae sacramenti: quia ipsi actus sunt quasi materia sacramenti, et penes divisionem materiae partes rei sumuntur quandoque.” In De articulis Fidei, pars 2 co. s. Tommaso afferma:” Quartum sacramentum est poenitentia, cuius quasi materia sunt actus poenitentis, qui dicuntur tres poenitentiae partes. Quarum prima est cordis contritio, ad quam pertinet quod homo doleat de peccato commisso, et proponat se de cetero non peccaturum.” (“De articulis Fidei”, pars 2 co.)

Ora va notato che il fatto di affermare che la contrizione sia quasi materia della Confessione non significa negare che sia elemento essenziale della stessa o negare che sia materia del Sacramento, semplicemente vuole dire che è una materia particolare, diversa da quella di altri Sacramenti, infatti scrive s. Tommaso: “ … in poenitentia non est pro materia aliqua exterior res, sicut in Baptismo aqua; sed ipse actus humanus loco materiae in hoc sacramento se habet, qui per quamdam recompensationem offensam culpae praecedentis tollit.”(Super Sent., lib. 4 d. 16 q. 1 a. 1 qc. 1 co.)

Lo stesso s. Dottore afferma:“…sed materiale in sacramento potest esse compositum, sicut patet in confirmatione et Eucharistia; et sic etiam ex parte actus nostri, qui est quasi materialis in poenitentia, partes ei assignantur.”(Super Sent., lib. 4 d. 16 q. 1 a. 1 qc. 1 ad 1)

La contrizione è dunque veramente elemento essenziale del Sacramento della Penitenza, è vera sua materia ma è una materia particolare e quindi viene chiamata a volte dal s. Dottrore quasi materia. Questa precisazione è di notevole importanza perché vedremo tra poco che importanti Concili hanno ripreso proprio l’affermazione tomista per cui la contrizione è quasi materia del Sacramento della penitenza.

Faccio notare che anche s. Tommaso, come vedremo meglio più avanti,  conosceva le circostanze attenuanti, basta leggere i suoi testi per capirlo, e, come si vede, ribadisce con chiarezza e assolutezza l’importanza della contrizione per la remissione del peccato.

Quindi la contrizione è parte della materia del Sacramento della Penitenza, senza di essa non si può avere tale Sacramento … e l’assoluzione data è evidentemente nulla.

Sorga Dio che è Luce  e siano disperse le tenebre dell’errore.

Il Concilio di Firenze, qualche secolo dopo s. Tommaso e circa un secolo prima di quello di Trento, affermò: “Quartum sacramentum est paenitentia, cuius quasi materia sunt actus paenitentis, qui in tres distinguuntur partes. Quarum prima est cordis contritio; ad quam pertinet, ud doleat de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero. Secunda est oris confessio; ad quam pertinet, ut peccator omnia peccata, quorum memoriam habet, suo sacerdoti confiteatur integraliter. Tertia est satisfactio pro peccatis secundum arbitrium sacerdotis”[533]

Il quarto sacramento è la penitenza, di cui quasi materia sono gli atti del penitente, distinti in tre parti: la prima delle quali è la contrizione del cuore, che consiste nel dolore del peccato commesso, col proposito di non peccare in avvenire; la seconda è la confessione orale, nella quale il peccatore confessa integralmente al suo sacerdote tutti i peccati di cui si ricorda; terzo, la soddisfazione dei peccati, ad arbitrio del sacerdote.

Il testo conciliare riprende in modo molto evidente, sintetizzandola, la seguente affermazione di s. Tommaso d’ Aquino: “Quartum sacramentum est poenitentia, cuius quasi materia sunt actus poenitentis, qui dicuntur tres poenitentiae partes. Quarum prima est cordis contritio, ad quam pertinet quod homo doleat de peccato commisso, et proponat se de cetero non peccaturum. Secunda pars est oris confessio, ad quam pertinet ut peccator omnia peccata, quorum memoriam habet, suo sacerdoti confiteatur integraliter, non dividens ea diversis sacerdotibus. Tertia pars est satisfactio pro peccatis secundum arbitrium sacerdotis, quae quidem praecipue fit per ieiunium et orationem et eleemosynam.”(“De articulis Fidei”, pars 2)

Come vedemmo più sopra per s. Tommaso la contrizione è vera materia, cioè elemento essenziale, del Sacramento della Confessione ma non è un qualcosa di materiale perché è in realtà un atto e per questo è indicato da s. Tommaso in alcuni casi come quasi-materia.

Dio ci illumini sempre più.

Dopo il Concilio di Firenze ha particolare importanza per noi  la condanna di qualche affermazione di Lutero fissata nella “Exsurge Domine” Leone X : “11. Nullo modo confidas absolvi propter tuam contritionem, sed propter verbum Christi: ‘Quodcumque solveris’ etc. (Mt 16,19). Hinc, inquam, confide, si sacerdotis obtinueris absolutionem, et crede fortiter te absolutum, et absolutus vere eris, quidquid sit de contritione. 12.Si per impossibile confessus non esset contritus, aut sacerdos non serio, sed ioco absolveret, si tamen credat se absolutum, verissime est absolutus.”[534]

Non credere di essere assolto per la tua contrizione ma credi che lo sei per la parola di Cristo: “Tutto ciò che scioglierete …”(Mt. 16,19) Confida in questo: nell’assoluzione del sacerdote ; e credi fortemente che sei assolto e veramente sarai assolto indipendentemente dalla Confessione. Se credi che sei assolto, anche se ti sei confessato senza contrizione o il sacerdote ti ha assolto per gioco, sei veramente assolto.

Se credi di essere assolto e hai ottenuto l’assoluzione del sacerdote, anche se il sacerdote stesse giocando, anche se non hai la contrizione, sei assolto, dice essenzialmente Lutero; per i nostri interessi è bene sottolineare che queste affermazioni sono condannate dalla Santa Sede perché, come stiamo vedendo, senza contrizione l’assoluzione è nulla. La contrizione è elemento necessario  per una valida assoluzione.  D’altra parte l’assoluzione data per gioco non ha valore perché occorre da parte del confessore l’intenzione di amministrare il Sacramento , come dice s. Tommaso: “si minister sacramenti non intendit sacramentum conficere, non perficitur sacramentum. ”(“De articulis Fidei”, pars 2 co.)

Il Concilio di Trento, ha affermato riguardo alla contrizione che: “Sono quasi materia di questo sacramento gli atti dello stesso penitente e cioè: la contrizione, la confessione, la soddisfazione. E poiché questi si richiedono, nel penitente, per l’integrità del sacramento e per la piena e perfetta remissione dei peccati, per questo sono considerati parti della penitenza.” [535]

Il Concilio di Trento ha poi precisato che questo atto di contrizione è stato sempre necessario per impetrare la remissione dei peccati e nell’uomo caduto in peccato dopo il Battesimo esso prepara alla remissione dei peccati se accompagnato dalla fiducia nella divina Misericordia e dal voto di  adempiere tutto quello che è richiesto per ricevere nel modo dovuto questo Sacramento della Penitenza.[536]

Inoltre lo stesso Concilio ha dichiarato: “… che questa contrizione include non solo la cessazione del peccato e il proposito e l’inizio di una nuova vita, ma anche l’odio della vecchia vita, conforme all’espressione: Allontanate da voi tutte le vostre iniquità, con cui avete prevaricato e costruitevi un cuore nuovo ed un’anima nuova (Ez. 18,31)”. [537]

Quindi la contrizione include non solo la cessazione del peccato e il proposito di vivere secondo la Legge di Dio ma anche l’odio della vita vecchia.

Il fatto che il Concilio parli di quasi materia riguardo alla contrizione non significa che la contrizione non sia materia, e quindi elemento essenziale perché si abbia una valida assoluzione, significa invece che, secondo le affermazioni già viste in s. Tommaso, essendo la contrizione una realtà diversa dalle cose sensibili, che sono materia di altri Sacramenti, si parla a suo riguardo di quasi materia, il testo conciliare afferma infatti che la vera contrizione è stata sempre necessaria per impetrare la remissione dei peccati [538]. La vera contrizione è stata sempre necessaria per impetrare la remissione dei peccati e perciò è sempre stata un elemento essenziale di tale Sacramento. Il Catechismo Romano chiarirà ulteriormente, come vedremo, quello che ho appena spiegato.

P. Adnès precisa: “ Le concile n’entendait certainement pas trancher le débat, et il était loisible aux scotistes de ne voir dans la « quasi matière » qu’une figure métaphorique de style pour désigner les conditions sine qua non du sacrement, ce qui a du reste pour conséquence de minimiser l’idée d’une sacramentalisation de la conversion chrétienne par le sacrement. Parmi les actes du pénitent, la première place revient à la contrition, que rien ne peut remplacer, et qui est définie d’une manière générique comme « une douleur de l’âme et une détestation du péché commis avec la résolution de ne plus pécher à l’avenir » (ch. 4 ; n. 1676).” [539] Questo per noi significa essenzialmente che senza contrizione non c’è il Sacramento della Confessione, nulla può rimpiazzare la contrizione del penitente.

Dio ci illumini sempre più.

d) Insegnamento del Catechismo Romano, di alcuni Papi di quel periodo e di s. Alfonso M. de’ Liguori.

Il Catechismo Romano spiega al n. 244 : “ Materia della Penitenza. Ma poiché il popolo deve conoscere meglio di ogni altra cosa, la materia di questo sacramento, si dovrà insegnare che esso differisce dagli altri sopratutto perché, mentre la materia degli altri è qualche cosa di naturale, o di artificiale, della Penitenza sono quasi materia gli atti del penitente: cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione, com’è stato dichiarato dal concilio di Trento (Sess. 14, Della Penit. e. 3 e can. 4). Codesti atti vengono detti parti della Penitenza, in quanto si esigono per divina istituzione, nel penitente, per ottenere l’integrità del sacramento e una piena e perfetta remissione dei peccati. Son detti: quasi materia non perché non abbiano ragione di vera materia, ma perché non sono di quel genere di materia che esteriormente si adopera, come l’acqua nel Battesimo e il crisma nella Confermazione. Né, a intender bene, hanno affermato cosa diversa coloro, che hanno detto essere i peccati la materia propria di questo sacramento: perché, come diciamo che le legna sono materia del fuoco, perché dal fuoco sono consumate, cosi a buon diritto possiamo dire che i peccati sono materia della Penitenza, perché dalla Penitenza vengono cancellati.” (“Catechismo Tridentino”, ed Cantagalli 1992, n. 244)

Senza contrizione, che è vera materia del Sacramento della Penitenza,  non c’è Sacramento e non c’è remissione dei peccati. La Croce sacra sia la nostra luce.

Come spiegava chiaramente il p. Galtier nel suo testo “De paenitentia”(Romae: Apud Aedes Pont. Universitatis Gregorianae, 1956) alla p. 360  anche Suarez e Lugo affermavano molto nettamente la necessità della contrizione per la validità dell’assoluzione.

Anche alcune condanne emanate dai Pontefici di questo periodo, nella linea delle affermazioni del Concilio di Trento, riaffermano la necessità della vera contrizione; Innocenzo XI  condannò le seguenti affermazioni “Paenitenti habenti consuetudinem peccandi contra legem Dei, naturae, aut Ecclesiae etsi emendationis spes nulla apparent, nec est neganda nec differenda absolutio, dummodo ore proferat, se dolere et proponere emendationem .”   “ Potest aliquando absolvi qui in proxima occasione peccandi versatur* quam potest et non vult omittere, quin imo directe et ex proposito quaerit, aut ei se inherit”[540] Per noi questo significa in particolare che non può essere assolto chi non ha una  vera contrizione e quindi un vero proposito di non peccare più e di fuggire le occasioni prossime di peccato e più precisamente: non può essere assolto chi si trova in occasione prossima di peccato e non la vuole fuggire e che anzi la cerca direttamente o ad essa si espone; non può essere assolto o deve essere differita l’assoluzione a chi ha l’abitudine di peccare e non vi sia speranza di emenda, sebbene il penitente affermi di provare dolore e di prefiggersi una correzione.

In questa linea va anche la condanna emessa da Alessandro VII contro la seguente affermazione:

“Non est obligandus concubinarius ad eiciendam concubinam, si haec nimis utilis esset ad oblectamentum concubinarii, vulgo regalo, dum, déficiente illa, nimis aegre ageret vitam, et aliae epulae taedio magno concubinarium afficerent, et alia famula nimis difficile inveniretur”.[541]

Per noi questo significa più generalmente che non può essere assolto chi non ha una vera contrizione e quindi non ha un vero proposito di non peccare più e di fuggire le occasioni prossime di peccato e più precisamente : non può essere assolto chi non vuole allontanare la sua concubina (cioè una persona con cui vive “more uxorio” senza essere unito con lei in matrimonio) perché altrimenti la sua vita diverrebbe troppo dura.

S. Alfonso nella sua “Theologia moralis” afferma chiaramente che la confessione ha per materia prossima gli atti del penitente tra i quali vi è la contrizione; l’assoluzione è invalida se il penitente non ha la contrizione imperfetta cioè l’attrizione [542].

In un altro testo s. Alfonso ribadisce che la mancanza del dovuto proposito è causa di invalidità del Sacramento e precisa che la mancanza del proposito di fuggire le occasioni prossime di peccato volontarie rende invalida la Confessione perché tale mancanza determina mancanza di proposito efficace di non peccare e quindi mancanza di vera contrizione:“ Per parte poi del penitente è invalida la Confessione. …  Se non ha il dovuto dolore e proposito; specialmente se non vuol restituire come deve le robe, l’onore, o la fama tolta: o se non vuol togliere l’occasione prossima volontaria.” [543]

S. Alfonso dice inoltre, in questa linea: “ 2. Del resto è certamente nell’occasione prossima 1. quegli che ritiene in casa propria qualche donna con cui spesse volte è stato solito peccare. 2. Quegli che frequentemente nel giuoco è caduto in bestemmie, o frodi. 3. Quegli che in qualche osteria o casa è stato solito cadere in ubbriachezze, o risse, o atti, o parole, o pensieri osceni. Or tutti questi tali non possono esser assoluti, se non dopo che han tolta l’occasione, o almeno se non prometton di toglierla, secondo la distinzione che si farà nel numero seguente. E così parimente non può assolversi alcuno, che andando a qualche casa, benché una volta l’anno, sempre ivi ha peccato: poiché a costui l’andare colà già è occasione prossima. Neppure possono esser assoluti quelli che sebbene nell’occasione non peccano, tuttavia sono di scandalo grave agli altri (Lib. 6. n. 452. v. Ex. praemissis.). Aggiungon alcuni dd.(Ibid.), e non senza ragione, doversi anche negare l’assoluzione a chi non lascia l’occasione esterna, quando v’è congiunto un abito vizioso, o pure una gran tentazione, o sia una veemente passione, ancorché sino allora non vi abbia peccato; poiché facilmente appresso vi può cadere, se non si allontana dall’occasione. Onde dicono, che se mai una serva fosse molto tentata dal padrone, ed ella si conoscesse facile a poter cadere, è tenuta a partirsi da quella casa, se liberamente può farlo, altrimenti è temerità lo stimarsi sicura.”[544].

Nell’ “Istruzione al popolo” s. Alfonso afferma: “Il dolore de’ peccati è così necessario per lo perdono, che senza questo neppure Iddio (almeno secondo la provvidenza ordinaria) può perdonarci. Nisi poenitentiam habueritis, omnes similiter peribitis(Luc. 13. 3.). Può darsi il caso che taluno si salvi morendo senza farsi l’esame e senza confessarsi dei peccati, come quando egli avesse un atto di vera contrizione, e non avesse tempo, o sacerdote a cui confessarsi; ma senza dolore è impossibile che si salvi.” [545]

Nella stessa opera s. Alfonso aggiunge: “26. Dolore e proposito vanno necessariamente insieme. Animi dolor ac detestatio de peccato commisso; cum proposito non peccandi de cetero (Trid. sess. 14. c. 4.). Non vi può essere in un’anima vero dolore de’ peccati, se non vi è ancora un vero proposito di non offendere più Dio. Ora per esser vero il proposito, ha da avere tre condizioni, dee esser fermo, universale ed efficace.”[546]

Spiega ancora s. Alfonso: “ La penitenza si prende come virtù, e come sagramento; come virtù si definisce: Virtus tendens in destructionem peccati, quatenus est offensa Dei, medio dolore et satisfactione. Come sagramento: Est sacramentum consistens in actibus poenitentis, et in absolutione sacerdotis. La penitenza come virtù è stata sempre necessaria alla salute necessitate medii, ma come sagramento nella nuova legge anch’è necessaria necessitate medii a’ caduti in peccato mortale dopo il battesimo, almeno in voto, o sia desiderio, se non può prendersi realmente. La materia rimota del sagramento della penitenza, secondo s. Tommaso(3. p. q. 84. a 1. ad 1. et 2.), e la comune sentenza, sono i peccati commessi dopo la sentenza; ma i peccati mortali sono materia necessaria: i veniali ed i mortali già confessati sono materia sufficiente, poiché questi bastano per ricevere l’assoluzione, ma non siamo tenuti a confessarli. La materia prossima poi, secondo lo stesso san Tommaso ( 3. p. q. 84. a 1. ad 1. et 2.), sono gli atti del penitente, chiamati dal trid. quasi materia, perché non sono materia fisica, com’è quella degli altri sagramenti; e questi atti sono (come ha dichiarato il concilio) la contrizione, la confessione, e la soddisfazione. La soddisfazione non però non è parte essenziale, come sono le due prime, ma solamente integrale, poiché senza quella in qualche caso ben può esser valido il sagramento.”[547]

Nella linea di quanto detto, s. Alfonso precisa: “Come di sopra abbiam veduto, e come ha dichiarato il trident.(Sess. 14. cap. 3), tre sono le parti necessarie della penitenza, la contrizione, la confessione, e la soddisfazione.”[548]

Nella sua opera contro i pretesi riformati s. Alfonso precisa ulteriormente le sue affermazioni: “  Si disse di più che gli atti del penitente, cioè la contrizione, confessione e soddisfazione sono quasi materia di questo sacramento e si ricercano per istituzione divina, per l’integrità del sacramento e per la piena rimessione de’ peccati, e perciò si dicono parti della penitenza. … Con ciò il Concilio (si disse in fine) condanna la sentenza di chi dice esser le parti della penitenza la fede ed i terrori incussi alla coscienza … Lutero incolpa i cattolici, dicendo insegnarsi da essi che per questo sacramento basta il dolore de’ peccati, senza che vi sia la fede; ma erra, perché la chiesa cattolica ben insegna che vi bisogna la fede che Iddio in questo sacramento perdona i peccati per li meriti di Gesù C., purché siamo disposti colla contrizione, la quale non può aversi senza la fede, ma non quella fede che stabilisce Lutero; ed è eresia il dire che al peccatore per ricevere il perdono basti fermamente credere di essergli rimessi i peccati. …  Quando all’incontro noi diciamo esser necessaria la fede per la remissione dei peccati, intendiamo parlare della fede cattolica, la quale insegna che Dio perdona i peccati per li meriti di G. Cristo, come dicesi nel tridentino, sess. 6, cap. 6, ma non giù della fede eretica, cioè che la fede (o sia fiducia) e credenza certa del perdono è quella che giustifica e perciò è parte della penitenza. …27  Oppongono che la contrizione non può esser parte del sacramento, perché ella interna e non è sensibile. Si risponde che non è sensibile in sé, ma si fa sensibile per la confessione o per la domanda dell’assoluzione o per alcun altro segno esterno. Né importa che talvolta si prenda il sacramento senza la confessione de’ peccati, come avviene ne’ destituti da’ sensi; perché in essi basta la confessione fatta allora o prima per cenni o segni, la quale in tali casi è vera confessione. Replicano che neppure la confessione può esser parte del sacramento, perché ella è segno del peccato commesso, ma non già della grazia o sia della remissione del peccato. Si risponde che la confessione divisa dall’assoluzione non è già segno della grazia, ma ben lo è unita coll’assoluzione o sia forma del sacramento: ego te absolvo etc.; siccome l’acqua nel battesimo né pur è segno della grazia, ma ben lo è unita colla forma: ego te baptizo etc. Nei sacramenti dunque, acciocché la materia sia segno della grazia, basta che sia tale unita colla forma. 28. Oppongono di più che Giuda adempì le tre parti della penitenza colla contrizione, confessione e soddisfazione, e con tutto ciò non gli fu rimesso il peccato. Si risponde che Giuda non ebbe alcuna delle tre parti: non ebbe né la contrizione né la confessione, perché queste, per esser vere parti della penitenza, doveano esser unite colla confidenza del perdono ne’ meriti di Gesù Cristo; ma questa confidenza egli non l’ebbe: né pure pose la parte della soddisfazione, perché quel darsi volontariamente la morte non fu atto di soddisfazione ma di disperazione.

30 Ma circa le parti della penitenza non solo abbiamo a contendere cogli eretici, ma anche co’ nostri cattolici. Dice Scoto (In 4. sent. dist. 14. q. 4.) , che la sola assoluzione costituisce l’essenza del sacramento della penitenza; ed in ciò è seguitato da Ukamo, Almaino, Giovanni Maggiore e da altri: questi nonperò, quantunque neghino che la contrizione e confessione sieno parti essenziali della penitenza, nulladimanco non negano esser parti necessarie; non già come essenziali, ma come condizionali, senza le quali sarebbero nullo il sacramento. Ed all’opposizione che potrebbe loro farsi, che in tal modo mancherebbe il segno sensibile, rispondono che questo segno sensibile si ha nel suono delle parole dell’assoluzione. Ma contra questa opinione di Scoto la sentenza contraria è comune con s. Tomaso (3. p. q. 90. a. 2. et 3.) e sembra ella indubitabile, secondo le parole del concilio fiorentino e poi del tridentino. … 31 ..giustamente dice il Bellarmino al cap. 15 che Scoto e gli altri han parlato così perché han parlato prima del concilio fiorentino e tridentino, da’ quali sono state queste cose più accuratamente spiegate, e soggiunge: Quod si hoc tempore superessent, sine dubio ecclesiae definitioni ac sententiae acquiescerent. Chiama pertanto il Bellarmino verissima la sentenza che gli atti del penitente sono come la materia di questo sacramento, e l’assoluzione del sacerdote è la forma; ed attesta essere stata ella di s. Tomaso, di Riccardo, Durando e di altri quasi comunemente (In 4. sent. Dist. 14.)  32 … Dice il Bellarmino che l’assoluzione è bensì azione del sacerdote, ma la penitenza non è azione del sacerdote, bensì del penitente; e dall’una e dall’altra si compone il sacramento, come insegna san Tomaso, secondo appresso vedremo. 33. Ma perché il concilio chiamò i tre atti del penitente quasi materia, e non li chiamò materia? Risponde il Bellarmino che il tridentino li chiamò quasi materia; non quod non sint vere materia qualem sacramenta requirunt, sed quod non sint res aliqua solida ac tractabilis, qualis in aliis sacramentis cernitur. E dello stesso risponde il catechismo romano: Sed quia eius generis materiae non sunt quae extrinsecus adhibentur, ut aqua in baptismo et chrismatio in confirmatione. Giacché dice che per la materia del sacramento altro non si richiede che un segno sensibile che poi colle parole della forma si dichiari; e di tal sorta appunto sono gli atti del penitente. Del resto di niun sacramento può dirsi che la materia è propria materia, fisicamente parlando. … 39. Del resto, checché si dicano i novatori, il concilio nel capo 4 dichiarò che la contrizione è il dolore e detestazione del peccato commesso, col proposito di più non peccare. Dicesi che la contrizione è stata necessaria in ogni tempo per ottenere il perdono e ch’ella prepara l’uomo alla remissione de’ peccati, se si congiunge colla fiducia della divina misericordia e col desiderio di adempire tutto l’altro che si richiede a prender questo sacramento. Quindi si dichiara che la contrizione non è già una mera cessazion da’ peccati, col principiar nuova vita, ma è ben anche un odio della vita passata. Dicesi di più che la contrizione quantunque talvolta, essendo ella perfetta per ragion della carità, riconcilii l’uomo con Dio prima del sacramento, nondimeno la riconciliazione sempre si ascrive alla contrizione per ragion del voto o sia desiderio del sacramento, che in quello almeno implicitamente sempre è racchiuso. Si dice di più che la contrizione imperfetta, chiamata attrizione, la quale comunemente si concepisce o per la bruttezza del peccato o per lo timore dell’inferno e delle pene, sempre che esclude la volontà di peccare e vi è la speranza del perdono, ella è dono di Dio, col quale il penitente si fa strada alla giustizia. E benché quest’attrizione senza il sacramento non vale a giustificare, nondimeno dispone ad impetrar la grazia nel sacramento. Onde falsamente alcuni calunniano gli scrittori cattolici come insegnassero che il sacramento della penitenza conferisce la grazia a’ penitenti senza alcun buon moto; il che non mai è stato insegnato o inteso dalla chiesa. Dicesi finalmente esser falso che la contrizione sia estorta e forzata, non già libera e volontaria.”[549]

La contrizione è stata necessaria in ogni tempo ed è materia del Sacramento della Penitenza, mancando la contrizione l’assoluzione è invalida.

Sorga Dio che è Luce  e siano disperse le tenebre dell’errore.

e) Insegnamenti del Catechismo di s. Pio X, del Rituale Romano, della Sacra Congregatio de Propaganda Fide e di alcuni importanti moralisti.

Nella linea di quanto detto finora, e in particolare nella linea di quanto affermato dai Dottori, dai papi e dai Concili, nell’ Enchiridion Morale di Bucceroni leggiamo alcune importanti affermazioni diffuse dalla Sacra Congregatio de Propaganda Fide (indicata qui spesso con S. C. d. P. F.).  Anzitutto è bene notare che  mentre alla Confessione tutti debbano essere accolti, debbano essere assolti solo coloro che sono disposti. ([550]

Ancora, nella stessa opera leggiamo, come affermato dalla Sacra Congregatio De Propaganda Fide: “Multi profecto dantur casus, in quibus denegatio et dilatio absolutionis medicamen est opportunum, et subinde necessarium. “Videat”, inquit S. Carolus Borromaeus in Instructionibus poenitentiae, “confessarius ne quidem absolvat. qui vel odium inimicitiamve deponere nolit. vel restituere pro facultate recuset alienam, vel a statu peccati mortalis paratus non sit discedere, occasionemve similis peccati vitare.” Hinc Sedes Apostolica adversus mollem et praeposteram nonnullorum canonistarum in concedenda absolutione facilitatem, miro zelo semper insurrexit, ut ex propositionibus ab Alexandro VII.. Innocentio XI. aliisqne Romanis Pontificibus iure meritoque damnatis, cuique legenti exploratum est. Valde autem prolixum foret casus hninsmodi enumerare. Sed videri possunt apud S. Carolum Borromaeum in Instructione confessariorum, et a sanctis istis regulis, totius Ecclesiae consensu firmatis, non sinant confessores se abduci falsa misericórdia erga poenitentes.”[551] Che per noi significa in particolare: in vari casi è necessario negare l’assoluzione perché manca la vera contrizione e il penitente non è disposto ad allontanarsi dal peccato e a fuggire le occasioni prossime di peccato etc. La Santa Sede è sempre insorta contro coloro che presentavano una molle facilità nel concedere l’assoluzione e che  diffondevano una falsa misericordia verso i penitenti. Una falsa misericordia che illude i penitenti è, evidentemente, quella di coloro che assolvono coloro che non hanno la vera contrizione! Come stiamo vedendo, infatti, la contrizione è necessaria per una valida assoluzione sacramentale.

Inoltre, secondo la Sacra Congregatio de Propaganda Fide,  il Confessore deve diligentemente investigare : “ … num qui ad poenitentiae sacramentum accedunt, eo animi dolore commissa crimina execrentur, qui a Conc. Tr. S. 14. cap. 5., de Contritione, ad sacramenti integritatem requiritur; num vitae novae inchoationem ac praeteritate odium non voce dumtaxat ac labiis, sed intimo cordis affectu polliceantur; num, in testimonium bonae huius ac firmae voluntatis, cessasse iam se aliquamdiu a peccatis doceant; num eas occasiones, quae vel per se, vel ex propria malitia aut pravitate, ad peccatum inducunt,si in eorum potestate fuerit, plane dimiserint; num remedia alias ipsis proposita adhibuerint, quorum praesidio peccatum in necessariis atque involuntariis occasionibus devitent; num consuetudinem peccandi abiecerint; num si alias beneficium absolutionis obtinuerint, iterum in eadem crimina ex propria malitia relapsi, in eodem fuerint coeno volutati; num rerum, famae atque honoris in quo proximum

laeserint, parati ac prompti sint sarcire damnum aut iniuriam, si vires aut occasio suppetant. Haec, pluraque alia, quae a laudatis S. Caroli instructionibus petere missionarii possunt, diligenter ab ipsis expendenda sunt, priusquam beneficium absolutionis impendant.”[552] Che per noi essenzialmente significa:  i Confessori prima di assolvere devono vedere se nelle anime dei penitenti c’è la vera contrizione che si richiede per l’integrità del Sacramento, quindi devono vedere se in costoro c’è il vero odio dei peccati, se c’ è realmente, e non solo a parole,  vero odio per la vita di peccato e se c’è l’inizio reale della nuova vita in Cristo etc. In questa linea vengono raccomandate le istruzioni date su questo punto da s. Carlo Borromeo.

Ulteriormente la stessa Sacra Congregatio ha affermato: “Huic tuorum confessariorum consuetudini opponitur etiam ipsum rituale romanum, iu quo (tit. de Sacramento poenit.) legitur: Videat autem diligenter sacerdos quando et quibus conferenda vel deneganda sit absolutio. Quod praescriptum non fuisset, si poenitentibus omnibus, etiam recidivis et in habituali peccandi consuetudine existentibus, indiscriminatim absolutio esset impertienda. Doceantur igitur confessarii tui de hac triplici poenitentium specie, iuxta mox laudatum rituale romanum, et absolutionem denegent iis qui vel nulla vel fictae tantum poenitentiae indicia praebent; illis vero différant quorum poenitentia incerta et suspecta merito habetur. Ita docent cordatiores theologi, ita docent Instructiones confessariis propositae a S. Carolo Borromaeo et a S. Francisco Salesio, qui regulas a S. Carolo traditas in synodalibus Constitutionibus adoptavit, uti videre est in earum titulo 9. art. 5. n. 3., ac meminisse debent mox praefati confessarii vicariatus tui, ex magna absolvendi facilitate, magnam peccandi facilitatem oriri necessário debere.”[553] Questo significa, in particolare, per noi: l’assoluzione va negata a coloro che diano segni di nessuna penitenza o di finta penitenza; l’assoluzione va differita a coloro la cui penitenza appare incerta o sospetta. Occorre seguire la sana dottrina nell’amministrare l’assoluzione sacramentale perché chi vuole “allargare” la via  stretta della salvezza e perciò usare grande facilità nell’assolvere provoca in realtà grossi danni e in particolare determina necessariamente nei penitenti grande facilità a peccare.

Il Catechismo Maggiore di s. Pio X afferma al n. 689 “ Delle parti del sacramento della Penitenza qual’ è la più necessaria?

Delle parti del sacramento della Penitenza la più necessaria è la contrizione, perché senza di essa non si può mai ottenere il perdono dei peccati, e con essa sola, quando sia perfetta, si può ottenere il perdono, purché sia congiunta col desiderio, almeno implicito, di confessarsi.” (http://www.maranatha.it/catpiox/01page.htm)

Ovviamente questo significa anche che l’assoluzione data senza che il penitente sia contrito è invalida … e appunto i peccati restano non rimessi.

Faccio notare che anche s. Pio X, come vedremo meglio più avanti,  conosceva le circostanze attenuanti,  ma, come si vede, ribadisce con chiarezza e assolutezza, che senza contrizione l’assoluzione è nulla. Sorga Dio che è Luce  e siano disperse le tenebre dell’errore.

Il Rituale Romano afferma : “Cum ad illud constituendum tria concurrant, materia, forma, et minister : illius quidem remota materia sunt peccata, proxima vero sunt actus poenitentis, nempe contritio, confessio, et satisfactio ; forma vero, illa absolutionis verba : Ego te absolvo, etc.”[554] Il testo in italiano è il seguente: “Questo Sacramento consta di tre elementi: la materia, la forma, il ministro. Materia remota sono i peccati del penitente, materia prossima i suoi atti di contrizione, confessione, soddisfazione della pena. La forma è costituita dalle parole Ego te absólvo, etc.”[555].  Questo Sacramento consta di tre elementi: la materia, la forma, il ministro. Materia remota sono i peccati del penitente, materia prossima i suoi atti di contrizione, confessione, soddisfazione della pena. La forma è costituita dalle parole: Io ti assolvo, etc.

Inoltre lo stesso Rituale precisa. “Il sacerdote dovrà considerare attentamente quando e a chi l’assoluzione sia da impartire, o da negare, o da differire; non avvenga che egli assolva chi è incapace di tale beneficio, come sarebbe: chi non dà nessun segno di dolore; chi non vuole deporre un odio o una inimicizia; o chi, potendolo, non vuole restituire l’altrui; chi non vuole lasciare un’occasione prossima di peccato, o altrimenti abbandonare una via di peccato ed emendare la sua vita in meglio; chi ha dato scandalo in pubblico, salvo che dia una pubblica soddisfazione e rimuova lo scandalo; chi è incorso in peccati riservati ai Superiori.”[556] Da notare: quello che afferma questo testo significa che è incapace dell’assoluzione chi non ha la vera contrizione.

Nel “Diccionario de Teologia Moral” diretto dal Card. Roberti leggiamo: “Son elementos constitutivos del sacramento la sentencia absolutoria del sacerdote (forma) y los tres actos

del penitente : la contricion, la voluntad de satisfacer y la acusacion de los pecados (materia

proxima); la contricion y la voluntad de satisfacer forman parte del sacramento, manifestadas de modo sensible.”[557]

Sono elementi costitutivi del Sacramento l’assoluzione del sacerdote e i tre atti del penitente, tra cui è la contrizione, tale atti sono necessari per la validità del Sacramento, infatti nello stesso testo leggiamo ancora: “ Para la validez del sacramento de la p. son necesarios por parte del penitente : la confesion, la contricion con el proposito y la voluntad de satisfacer.”[558] Per la validità della Confessione occorre la contrizione. Se manca la contrizione l’assoluzione è invalida!

Nel testo di P. Palazzini: “Dictionarium Morale et Canonicum” Roma, 1962, al T. I, p. 878 si ribadisce quanto appena detto sulla necessità della contrizione perfetta o imperfetta(attrizione) per una valida assoluzione, e lo stesso si trova in Prummer : “Confessio toties est invalida, quoties pars essentialis sacramenti poenitentiae deficit, quod praecipue sequentibus modis accidere potest:

a) Ex parte confessarii …

b) Ex parte poenitentis, qui non habuit sufficientem contritionem, vel qui noluit debitam satisfactionem impositam implere, praecipue autem qui in confessione sacrilege omisit peccatum grave eiusve circumstantiam specificam.” (“Manuale Theologiae Moralis” Herder 1961 III, p.277). In Aertnys Damen leggiamo che la confessione è invalida per parte del penitente : “ … ex defectu doloris et firmi propositi” (“Theologia Moralis ..” Marietti, 1957, vol. II p. 300) : la Confessione è dunque invalida se manca il dolore e il fermo proposito di non peccare e, quindi, di fuggire le occasioni prossime di peccato. Essendo infatti la contrizione e quindi il dolore e il proposito, come detto sopra, quasi materia o materia prossima del Sacramento della Riconciliazione e parte essenziale di tale Sacramento, mancando tale contrizione la Confessione è nulla.

Chi è incapace della contrizione è evidentemente  incapace a ricevere questo Sacramento, come spiega Prummer: “S. Raymundus de Pennaforte pulchre dicit: “In vera et perfecta poenitentia tria sunt necessaria: cordis contritio, oris confessio, operis satisfactio”(Summa, de poenit. 1 . 3, § 7), de quibus seorsim dicemus. Subiectum autem capax sacramenti poenitentiae est omnis homo baptizatus, qui hos tres actus vel saltem contritionem elicere potest.”[559]. Soggetto capace del Sacramento della Penitenza è ogni uomo battezzato che può realizzare la confessione, la contrizione e la soddisfazione o almeno la contrizione. Senza contrizione l’assoluzione sacramentale è invalida.

Il famoso p. Cappello SJ disse praticamente lo stesso nel suo “Tractatus canonico-moralis de Sacramentis” ed. Marietti 1953 pp. 16 e 88.

Lo stesso affermò Konings in : “Theologia Moralis”, Benziger Fratres, 1888 p. 96.

Lo stesso diceva Wouters in: “Manuale Theologiae Moralis”, Carolus Beyaert, 1933, pp. 30 e 216

Il domenicano H. B. Merkelbach affermò: “Ut homo sit capax valide recipiendi hoc sacramentum, non

sufficit ut sit viator, atque fuerit baptizatus et peccator, sed insuper intentio requiritur recipiendi sacramentum ac proinde usus rationis. Porro intentio non sufficit habitualis et implicita, sed etiam requiritur actualis vel virtualis momento quo poenitens partem ponit signi sacramentalis, i. e. contritionem elicit et accusationem facit, quae cum sint actiones humanae, sine usu rationis et debita intentione fieri non possunt (n. 93). Usus ergo rationis requiritur in poenitente momento quo format intentionem, contritionem elicit, accusationem facit.”[560] Perché l’uomo sia capace di ricevere validamente questo Sacramento occorre l’intenzione di ricevere il Sacramento e l’uso di ragione. L’intenzione deve essere attuale o virtuale nel momento in cui il penitente pone la parte del segno sacramentale cioè attua la contrizione e si accusa, queste azioni essendo umane non posso essere attuate senza l’uso della ragione e senza l’intenzione. L’uso della ragione è richiesto al penitente nel momento in cui forma l’intenzione, produce la contrizione e si accusa.

Casali nella sua “Somma” afferma: “Che la contrizione è necessaria per la remissione dei peccati è di fede: «Se alcuno negherà che è richiesta la contrizione per l’integra e perfetta remissione dei peccati, sia scomunicato» (D. B. 914).” [561]

Ludwig Ott. nel “Compendio di teologia dogmatica” afferma: “Come emerge anche dalla natura della giustificazione, la contrizione è la prima e più necessaria parte del sacramento della penitenza e fu in ogni tempo necessaria per la remissione dei peccati (D. 897 [DS. 1676]). Dopo l’istituzione del sacramento della penitenza essa deve comprendere in se stessa anche la volontà della confessione e della soddisfazione. Essendo una parte essenziale del segno sacramentale, quando si riceve il sacramento, la contrizione dev’essere espressamente eccitata (contritio formalis).”[562] Prosegue lo stesso autore dicendo: “L’assoluzione in unione con gli atti del penitente produce la remissione dei peccati. De fide.”(“Compendio di teologia dogmatica” Marietti Herder , Casale, 1969, pag. 721)

Lo stesso autore nella stessa opera afferma anche: “Il sacramento della penitenza può essere ricevuto da ogni battezzato che dopo il battesimo sia incorso in peccati gravi o leggeri. De fide. Per riceverlo validamente sono richiesti, secondo la sentenza comune, i tre atti della contrizione, della confessione e della soddisfazione, che formano la materia del sacramento.”(“Compendio di teologia dogmatica” Marietti Herder , Casale, 1969, pag. 728)

La Croce sacra sia la nostra luce.

f) Insegnamento recente dei Papi e delle Congregazioni vaticane.

Nella  “Dominum et Vivificantem” di s. Giovanni Paolo II troviamo scritto al n. 42 :“Senza una vera conversione, che implica una interiore contrizione e senza un sincero e fermo proposito di cambiamento, i peccati rimangono «non rimessi», come dice Gesù e con lui la Tradizione dell’Antica e della Nuova Alleanza. …” e al nn. 46 della stessa enciclica possiamo leggere: “  Perché la bestemmia contro lo Spirito Santo è imperdonabile? Come intendere questa bestemmia? Risponde san Tommaso d’Aquino …   la «bestemmia» non consiste propriamente nell’offendere con le parole lo Spirito Santo; consiste, invece, nel rifiuto di accettare la salvezza che Dio offre all’uomo mediante lo Spirito Santo, operante in virtù del sacrificio della Croce. … E la bestemmia contro lo Spirito Santo consiste proprio nel rifiuto radicale di accettare questa remissione, di cui egli è l’intimo dispensatore e che presuppone la reale conversione, da lui operata nella coscienza. …  Ora la bestemmia contro lo Spirito Santo è il peccato commesso dall’uomo, che rivendica un suo presunto «diritto» di perseverare nel male – in qualsiasi peccato – e rifiuta così la redenzione. L’uomo resta chiuso nel peccato, rendendo da parte sua impossibile la sua conversione e, dunque, anche la remissione dei peccati, che ritiene non essenziale o non importante per la sua vita. ”[563]

Come è chiaro dal testo appena visto : la bestemmia contro lo Spirito Santo è il peccato commesso dall’uomo, che rivendica un suo presunto «diritto» di perseverare nel male – in qualsiasi peccato – e rifiuta così la redenzione; tale bestemmia non consiste propriamente nell’offendere con le parole lo Spirito Santo; consiste, invece, nel rifiuto di accettare la salvezza che Dio offre all’uomo mediante lo Spirito Santo, operante in virtù del sacrificio della Croce.  Capiamo molto bene che tale bestemmia contro lo Spirito Santo:  implica un rifiuto di convertirsi, un rifiuto di accogliere il dono della contrizione che, come visto, è necessaria per la nostra liberazione dal peccato grave, un rifiuto, quindi, di accogliere da Dio: il dono del santo dolore per i nostri peccati, il dono dell’odio per i peccati, il dono del proposito di non peccare più e il dono di fuggire le occasioni prossime di peccato ….   Per un divorziato risposato la bestemmia contro lo Spirito Santo può implicare il rifiuto di convertirsi dai peccati e in particolare dai peccati di scandalo e di adulterio …. quindi può implicare: la mancanza di proposito di non peccare più, la mancanza di proposito di non commettere più adulterio, la mancanza di proposito di non fuggire le occasioni prossime di peccato … etc.   E la bestemmia contro lo Spirito Santo è irremissibile in quanto chiude l’uomo alla contrizione, alla conversione e quindi alla Redenzione!

Dio ci liberi da un tale peccato e tenga sempre aperto il cuore alla contrizione e allo Spirito Santo che la suscita in noi. Lo Spirito Santo è infatti Colui che convince l’uomo del peccato e lo conduce alla vera conversione e quindi alla contrizione.

Continua s. Giovanni Paolo II al n. 48 dell’enciclica Dominum et Vivificantem: “ Nel suo discorso di addio Gesù ha unito questi tre àmbiti del «convincere» come componenti della missione del Paraclito: il peccato, la giustizia e il giudizio. … . Coloro che si lasciano «convincere quanto al peccato» dallo Spirito Santo, si lasciano anche convincere quanto «alla giustizia e al giudizio». …  In questo modo, coloro che «convinti del peccato» si convertono sotto l’azione del consolatore, vengono, in un certo senso, condotti fuori dall’orbita del «giudizio»: di quel «giudizio», col quale «il principe di questo mondo è stato giudicato». La conversione, nella profondità del suo mistero divino-umano, significa la rottura di ogni vincolo col quale il peccato lega l’uomo nell’insieme del mistero dell’iniquità. Coloro che si convertono, dunque, vengono condotti dallo Spirito Santo fuori dall’orbita del «giudizio», e introdotti in quella giustizia, che è in Cristo Gesù, e vi è perché la riceve dal Padre, come un riflesso della santità trinitaria. …  In questa giustizia lo Spirito Santo, Spirito del Padre e del Figlio, che «convince il mondo quanto al peccato», si rivela e si rende presente nell’uomo come Spirito di vita eterna.”[564].

Lo Spirito di verità dunque convince l’uomo, che Lo accoglie, e lo conduce alla conversione, alla contrizione e quindi all’odio e al dolore per il peccato commesso e al proposito di non peccare più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Ma occorre che l’uomo si lasci “convincere” di peccato dallo Spirito Santo … e i sacri Pastori devono ovviamente aiutare il fedele a lasciarsi convincere e quindi devono aiutarlo a fare un ero atto di contrizione.

Dio ci illumini e ci liberi da ogni peccato, specie dal peccato contro lo Spirito Santo. Dio ci apra al dono della contrizione e della radicale conversione, Dio ci doni di aiutare gli altri a convertirsi e a giungere alla vera conversione e quindi al vero proposito di mai più peccare, perché sia bene chiaro: senza un sincero e fermo proposito di cambiamento, i peccati rimangono «non rimessi»!!

La Chiesa Cattolica, che proclama che la Trinità è amore e che vuole la salvezza di tutti,  afferma chiaramente che il passaggio dallo stato di peccatori a quello di giusti implica la conversione e la contrizione. La misericordia di Dio è infinita, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso la contrizione, rifiuta il perdono dei propri peccati e quindi  la salvezza che Dio gli offre; tale rifiuto può portare alla impenitenza finale e alla dannazione eterna, come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica  al n.1864. La misericordia di Dio è infinita ma deve essere accolta attraverso il pentimento e la contrizione; senza tale accoglienza non c’è perdono dei peccati e c’è la dannazione!

Il Concilio di Trento, come vedemmo, ha precisato che questo atto di contrizione è stato sempre necessario per impetrare la remissione dei peccati e nell’uomo caduto in peccato dopo il Battesimo esso prepara alla remissione dei peccati se accompagnato dalla fiducia nella divina Misericordia e dal voto di  adempiere tutto quello che è richiesto per ricevere nel modo dovuto questo Sacramento della Penitenza.[565]

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, come vedemmo, afferma  al numero 1033 che morire in peccato grave determina la dannazione eterna dell’anima, cioè significa l’inferno eterno! Dio ci illumini e ci porti, un giorno, in Cielo.

Nella Reconciliatio et Paenitentia, al n. 31, s. Giovanni Paolo II ha ribadito ulteriormente quanto stiamo affermando circa l’assoluta necessità della contrizione : “Ma l’atto essenziale della penitenza, da parte del penitente, è la contrizione, ossia un chiaro e deciso ripudio del peccato commesso insieme col proposito di non tornare a commetterlo, per l’amore che si porta a Dio e che rinasce col pentimento. Così intesa, la contrizione è, dunque, il principio e l’anima della conversione, di quella «metanoia» evangelica che riporta l’uomo a Dio come il figlio prodigo che ritorna al padre, e che ha nel sacramento della penitenza il suo segno visibile, perfezionativo della stessa attrizione. Perciò, «da questa contrizione del cuore dipende la verità della Penitenza» (Rito della Penitenza, 6c).”[566]

Dio ci illumini!

Sottolineo: l’atto essenziale della penitenza, da parte del penitente, è la contrizione, ossia un chiaro e deciso ripudio del peccato commesso insieme col proposito di non tornare a commetterlo, per l’amore che si porta a Dio e che rinasce col pentimento. La Penitenza non è vera se manca la contrizione … e i peccati restano non rimessi.

Il Codice di Diritto Canonico afferma: “Can. 962 – §1. Affinché un fedele usufruisca validamente della assoluzione sacramentale impartita simultaneamente a più persone, si richiede che non solo sia ben disposto, ma insieme faccia il proposito di confessare a tempo debito i singoli peccati gravi, che al momento non può confessare.”

Anche nel caso di assoluzione impartita a più penitenti è necessario, per la ricezione valida della stessa, che il penitente sia ben disposto cioè abbia la contrizione come si capisce bene da ciò che dice s. Giovanni Paolo II  qui di seguito: “ È chiaro che non possono ricevere validamente l’assoluzione i penitenti che vivono in stato abituale di peccato grave e non intendono cambiare la loro situazione.”[567]

La contrizione con le sue parti, tra cui il proposito di non peccare, è necessaria per una valida assoluzione, lo abbiamo visto molto chiaramente finora.

Ancora s. Giovanni Paolo II ha affermato: “Sappiamo che Gesù Cristo ha riconfermato pienamente i comandamenti divini del monte Sinai. Ha incaricato gli uomini di osservarli. Ha indicato che l’osservanza dei comandamenti è la condizione fondamentale della riconciliazione con Dio, la condizione fondamentale del raggiungimento della salvezza eterna.”[568] Il che significa anche che la contrizione con le sue parti, tra cui il proposito che porta a vivere secondo i comandamenti e quindi a non peccare, è necessaria per una valida assoluzione e quindi per la remissione dei peccati gravi e per la salvezza eterna.

La Croce sacra sia la nostra luce.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica pubblicato da s. Giovanni Paolo II afferma nella linea finora vista, riguardo al sacramento della Penitenza, al n. 1448, che la contrizione è elemento essenziale del Sacramento della Penitenza. Mancando la contrizione del pentente non vi è il Sacramento e l’eventuale assoluzione è nulla. Nel Rito della Penitenza[569] ai nn. 5-6 leggiamo :“6. Il discepolo di Cristo che, mosso dallo Spirito Santo, dopo il peccato si accosta al sacramento della Penitenza, deve anzitutto convertirsi di tutto cuore a Dio. Questa intima conversione del cuore, che comprende la contrizione per il peccato e il proposito di una vita nuova, il peccatore la esprime mediante la confessione fatta alla Chiesa, la debita soddisfazione, e l’emendamento di vita. E Dio accorda la remissione dei peccati per mezzo della Chiesa, che agisce attraverso il ministero dei sacerdoti. a) Contrizione . Tra gli atti del penitente, occupa il primo posto la contrizione, che è «il dolore e la detestazione del peccato commesso, con il proposito di non più peccare». E infatti «al regno di Cristo noi possiamo giungere soltanto con la “metànoia”, cioè con quel cambiamento intimo e radicale, per effetto del quale l’uomo comincia a pensare, a giudicare e a riordinare la sua vita, mosso dalla santità e dalla bontà di Dio, come si è manifestata ed è stata a noi data in pienezza nel Figlio suo (cfr. Eb 1, 2; Col 1, 19 e passim; Ef 1, 23 e passim)”. Si noti bene: il penitente deve anzitutto convertirsi di tutto cuore a Dio. Questa intima conversione del cuore,  comprende la contrizione del peccato e il proposito di una vita nuova. Dipende da questa contrizione del cuore la verità della Penitenza, se essa manca l’assoluzione è invalida e la Penitenza è falsa.

Se manca il vero proposito, manca la contrizione, non c’è vero pentimento, dice infatti s. Giovanni Paolo II :“ È inoltre evidente di per sé che l’accusa dei peccati deve includere il proponimento serio di non commetterne più nel futuro. Se questa disposizione dell’anima mancasse, in realtà non vi sarebbe pentimento: questo, infatti, verte sul male morale come tale, e dunque non prendere posizione contraria rispetto ad un male morale possibile sarebbe non detestare il male, non avere pentimento. Ma come questo deve derivare innanzi tutto dal dolore di avere offeso Dio, così il proposito di non peccare deve fondarsi sulla grazia divina, che il Signore non lascia mai mancare a chi fa ciò che gli è possibile per agire onestamente.” [570] Se manca il proposito  serio di non commettere più peccati nel futuro, manca il pentimento, manca la contrizione e l’assoluzione è invalida.

La Croce sacra sia la nostra luce.

La necessità assoluta della contrizione in ordine alla salvezza è stata ribadita, nella linea della dottrina tradizionale, dalla Congregazione per il Culto e i Sacramenti  nell’istruzione: “Redemptionis Sacramentum” al n. 81: “ La consuetudine della Chiesa afferma, inoltre, la necessità che ognuno esamini molto a fondo se stesso, (Cf. 1 Cor 11, 28.) affinché chi sia conscio di essere in peccato grave non celebri la Messa né comunichi al Corpo del Signore senza avere premesso la confessione sacramentale, a meno che non vi sia una ragione grave e manchi l’opportunità di confessarsi; nel qual caso si ricordi che è tenuto a porre un atto di contrizione perfetta, che include il proposito di confessarsi quanto prima.[571][572]

Chi è conscio di essere in peccato grave non deve celebrare la Messa né comunicare al Corpo del Signore senza avere premesso la confessione sacramentale, che include la contrizione, a meno che non vi sia una ragione grave e manchi l’opportunità di confessarsi; nel qual caso si ricordi che è tenuto a porre un atto di contrizione perfetta ….

Questo atto di contrizione è stato sempre necessario per impetrare la remissione dei peccati e nell’uomo caduto in peccato dopo il Battesimo.[573]

In un recente documento della Congregazione per il Culto divino intitolato “Per riscoprire il «Rito della Penitenza»” apparso su Notitiae nel 2015  e che potete trovare a questo indirizzo [574]  possiamo leggere quanto segue: “In assenza della conversione/metanoia, vengono meno per il penitente i frutti del sacramento, poiché: «dipende da questa contrizione del cuore la verità della penitenza» (RP 6).” … senza la conversione e quindi senza la contrizione i frutti del Sacramento vengono meno … l’assoluzione è nulla ! … e il penitente rimane nel suo peccato! La conversione del penitente, come spiega nel passo seguente il documento appena citato della Congregazione per il Culto Divino e i Sacramenti, è elemento di tale straordinaria importanza che non solo è il principale tra gli atti del penitente ma è elemento unificante tutti gli atti del penitente stesso costitutivi del Sacramento : “La conversione del cuore non è solo l’elemento principale, è anche quello che unifica tra loro tutti gli atti del penitente costitutivi del sacramento, dato che ogni singolo elemento è definito in ordine alla conversione del cuore: «Questa intima conversione del cuore, che comprende la contrizione del peccato e il proposito di una vita nuova, il peccatore la esprime mediante la confessione fatta alla Chiesa, la debita soddisfazione, e l’emendamento della vita» (RP 6)”[575]

Mancando la contrizione manca un fondamentale atto costitutivo del Sacramento e quindi il Sacramento non c’è! … e l’assoluzione eventualmente data è nulla.

La Congregazione per la Dottrina della Fede scrisse pochi anni fa: “In ogni caso l’assoluzione può essere concessa solo se c’è la certezza di una vera contrizione, vale a dire “il dolore interiore e la riprovazione del peccato che è stato commesso, con la risoluzione di non peccare più” (cfr. Concilio di Trento, Dottrina sul sacramento della Penitenza, c.4). In questa linea non si può assolvere validamente un divorziato risposato che non prenda la ferma risoluzione di “non peccare più” e quindi si astenga dagli atti proprio dei coniugi, e facendo in questo senso tutto quello che è in suo potere.” [576] Senza contrizione non ci può essere valida assoluzione del penitente. …. quindi, non può essere validamente assolto, in particolare, un divorziato risposato che non prenda la ferma risoluzione di “non peccare più” e di astenersi dagli atti proprio dei coniugi!

Faccio notare che anche alla Congregazione per la Dottrina della Fede, come vedremo meglio più avanti,  era nota, pochi anni fa, la dottrina  sulle circostanze attenuanti,  ma, come si vede, ribadisce con chiarezza e assolutezza, che senza contrizione l’assoluzione è nulla.

Sorga Dio che è Luce e ci illumini sempre meglio.

Il Codice di Diritto Canonico afferma significativamente: “Can. 980 – Se il confessore non ha dubbi sulle disposizioni del penitente e questi chieda l’assoluzione, essa non sia negata né differita.” Il che significa che se mancano le disposizioni fondamentali nel penitente come la contrizione, il penitente  va aiutato a disporsi ma se non si dispone e quindi non accoglie il dono della contrizione non può essere assolto …

La Trinità faccia risplendere questa verità nella sua Chiesa e liberi i Pastori e i fedeli da ogni illusione di salvarsi senza meriti e senza conversione.

La Commissione Teologica Internazionale affermò, significativamente, nella linea che stiamo presentando, riguardo all’ essenza della penitenza : “La penitenza è dunque insieme un dono della grazia e un atto libero e moralmente responsabile dell’uomo (actus humanus), un atto con cui il soggetto umano riconosce la responsabilità delle sue cattive azioni e, nello stesso tempo, con una decisione personale, muta la propria vita imprimendole un indirizzo nuovo che l’orienta verso Dio.”[577]

Nello stesso testo la Commissione Teologica Internazionale affermò inoltre: “L’essenziale di questo sacramento consiste quindi nel fatto che la riconciliazione del peccatore con Dio si compie nella riconciliazione con la Chiesa. Di conseguenza, il segno del sacramento della penitenza consiste in un duplice passo: da un lato, vi sono gli atti umani di conversione (conversio) mediante il pentimento che l’amore suscita (contritio), di confessione esteriore (confessio) e di riparazione (satisfactio); è la dimensione antropologica. D’altro canto, la comunità ecclesiale, sotto la guida del vescovo e dei sacerdoti, offre in nome di Gesù il perdono dei peccati, stabilisce le forme necessarie di soddisfazione, prega per il peccatore e fa penitenza in solidarietà con lui, per garantirgli infine la piena comunione ecclesiale e il perdono dei suoi peccati; è la dimensione ecclesiale.”[578]

Il segno del sacramento della penitenza consiste in un duplice passo e in questo duplice passo è inclusa la contrizione sicché mancando essa non vi è Sacramento, come stiamo vedendo.

S. Giovanni Paolo II affermò chiaramente : “La celebrazione del sacramento della Penitenza ha avuto nel corso dei secoli uno sviluppo che ha conosciuto diverse forme espressive, sempre, però, conservando la medesima struttura fondamentale che comprende necessariamente, oltre all’intervento del ministro — soltanto un Vescovo o un presbitero, che giudica e assolve, cura e guarisce nel nome di Cristo — gli atti del penitente: la contrizione, la confessione e la soddisfazione.”[579]

La contrizione rientra tra gli atti necessari del penitente, essa è indispensabile per la remissione dei peccati attraverso il Sacramento della penitenza. Sorga Dio che è Luce  e siano disperse le tenebre dell’errore.

g) Considerazioni finali sull’invalidità dell’assoluzione data in mancanza di contrizione del penitente.

La dottrina, come visto, è chiarissima: SE MANCA LA CONTRIZIONE NEL PENITENTE (CON I SUOI VARI ELEMENTI: DOLORE, PROPOSITO, DETESTAZIONE)  L’ASSOLUZIONE È NULLA E I SUOI PECCATI RESTANO!

Ma proprio partendo dall’ultimo testo citato , cioè la Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio “Misericordia Dei” del 7.4.2002  scritta da s. Giovanni Paolo II [580] qualcuno potrebbe dire: anche la confessione e la soddisfazione sono elementi essenziali della Confessione, eppure non pare che essi ci siano in certe assoluzioni date ai moribondi o in certe assoluzioni generali o collettive date in situazioni di estrema necessità? Rispondo con le parole di s. Alfonso il quale parlando della materia del Sacramento della penitenza afferma: “La materia prossima poi …  sono gli atti del penitente, chiamati dal trid. quasi materia, perché non sono materia fisica, com’è quella degli altri sagramenti; e questi atti sono (come ha dichiarato il concilio) la contrizione, la confessione, e la soddisfazione. La soddisfazione non però non è parte essenziale, come sono le due prime, ma solamente integrale, poiché senza quella in qualche caso ben può esser valido il sagramento.”[581] La soddisfazione non è parte essenziale del Sacramento quindi senza di essa  in qualche caso ben può esser valido il Sacramento. Mentre parte essenziale del Sacramento è la confessione e la contrizione.

Spiega ancora s. Alfonso che la confessione deve essere intera ma: “ … alle volte nella confessione basta l’integrità formale, cioè che il penitente si confessi secondo moralmente può per allora, restando per altro obbligato a far la confessione materialmente intiera, quando sarà tolto l’impedimento, e vi sarà l’obbligo di confessarsi di nuovo. Sicché scusa dall’integrità materiale l’impotenza così fisica, come morale.”[582] In questa linea i moribondi e altri fedeli come i muti  possono essere assolti in certi casi anche se non possono parlare, si può assolvere in alcuni casi anche il moribondo destituito di sensi come spiega s. Alfonso [583]

Nei casi limite qui sopra menzionati l’assoluzione non determina la remissione dei peccati se la persona non è contrita per i peccati … e quindi se non si propone di non peccare più … Spiega infatti s. Giovanni Paolo II: “ 7. Quanto alle disposizioni personali dei penitenti viene ribadito che:

a)«Affinché un fedele usufruisca validamente dell’assoluzione sacramentale impartita simultaneamente a più persone, si richiede che non solo sia ben disposto, ma insieme faccia il proposito di confessare a tempo debito i singoli peccati gravi, che al momento non può confessare».(Can. 962, § 1)

b) Per quanto è possibile, anche nel caso di imminente pericolo di morte, venga premessa ai fedeli «l’esortazione che ciascuno provveda a porre l’atto di contrizione».(Can. 962, § 2.)

c)È chiaro che non possono ricevere validamente l’assoluzione i penitenti che vivono in stato abituale di peccato grave e non intendono cambiare la loro situazione.” [584]

Non possono ricevere validamente l’assoluzione “generale” o “collettiva” i penitenti che non sono che non sono ben disposti, che non intendono cambiare la loro situazione di peccato grave cioè non possono ricevere validamente l’assoluzione coloro che non sono contriti dei loro peccati.

S. Alfonso nelle sue opere spiega, in questa linea, che, in tutti i casi, quindi anche nel caso di assoluzione a moribondo destituito di sensi, è sempre necessaria la contrizione perché si abbia la remissione del peccato grave: “Il dolore de’ peccati è così necessario per lo perdono, che senza questo neppure Iddio (almeno secondo la provvidenza ordinaria) può perdonarci. … Può darsi il caso che taluno si salvi morendo senza farsi l’esame e senza confessarsi dei peccati, come quando egli avesse un atto di vera contrizione, e non avesse tempo, o sacerdote a cui confessarsi; ma senza dolore è impossibile che si salvi.”[585] e lo stesso insegnamento emerge anche da altri suoi scritti come abbiamo visto più sopra.

L’assoluzione collettiva o l’assoluzione data in casi di estrema necessità richiedono sempre da parte del penitente la contrizione. Occorre sottolineare che tali particolarissime confessioni e assoluzioni appena esaminate sono giustificate dalla situazione di estrema necessità dei penitenti. Al di fuori di tali casi: “La confessione individuale e integra e l’assoluzione costituiscono l’unico modo ordinario con cui il fedele, consapevole di peccato grave, è riconciliato con Dio e con la Chiesa; solamente una impossibilità fisica o morale scusa da una tale confessione, nel qual caso la riconciliazione si può ottenere anche in altri modi.”(Can. 960) [586]

Va sottolineato inoltre che la ricezione valida di tali assoluzioni in casi di estrema necessità implica l’impegno a fare una precisa e ordinaria Confessione appena sarà possibile, come visto più sopra, s. Giovanni Paolo II infatti afferma che per poter ricevere l’assoluzione collettiva  il penitente : “ faccia il proposito di confessare a tempo debito i singoli peccati gravi, che al momento non può confessare”[587]

Il penitente moribondo dopo una confessione non materialmente intera, nel caso che migliori e magari guarisca, spiega s. Alfonso: “  .. resta poi obbligato per quando potrà a spiegarli in particolare, per fare intiera la confessione anche materialmente (Lib. 6. n. 480.)”. [588]

Sappiamo bene che Dio è infinitamente misericordioso ma anche infinitamente giusto e la nostra salvezza implica la nostra giustificazione cioè il reale passaggio dalla situazione di reale peccato alla situazione di reale giustificazione per la quale diventiamo veramente giusti davanti a Dio! La contrizione è necessaria per la validità del Sacramento anche nei casi estremi.

La via che conduce al Cielo è via stretta che implica vera santità e quindi vera giustizia dinanzi a Dio … E Dio, sottolineo, richiede assolutamente, per la valida remissione dei peccati che il penitente passi, attraverso la contrizione, dalla via del peccato alla via dei comandamenti … Il Concilio Vaticano II afferma: « I Vescovi, quali successori degli Apostoli, ricevono dal Signore […] la missione di insegnare a tutte le genti e di predicare il Vangelo ad ogni creatura, affinché tutti gli uomini, per mezzo della fede, del Battesimo e dell’osservanza dei comandamenti, ottengano la salvezza ».[589] La Veritatis Splendor afferma in questa linea , significativamente: “La Chiesa propone l’esempio di numerosi santi e sante, che hanno testimoniato e difeso la verità morale fino al martirio o hanno preferito la morte ad un solo peccato mortale. Elevandoli all’onore degli altari, la Chiesa ha canonizzato la loro testimonianza e dichiarato vero il loro giudizio, secondo cui l’amore di Dio implica obbligatoriamente il rispetto dei suoi comandamenti, anche nelle circostanze più gravi, e il rifiuto di tradirli, anche con l’intenzione di salvare la propria vita.” (VS, n. 91)

La remissione dei peccati implica che il penitente, sotto l’ azione dello Spirito Santo, faccia il proposito serio di vivere secondo i comandamenti nella carità e quindi di non peccare.

COME È ASSURDO E INVALIDO DARE L’ASSOLUZIONE A CHI NON SI PROPONE, sotto la guida dello Spirito Santo,  DI NON UCCIDERE O DI NON SPERGIURARE O DI NON COMPIERE ATTI DI PEDOFILIA o di omosessualità, COSI’ È ASSURDO E INVALIDO  DARE L’ASSOLUZIONE A CHI NON SI PROPONE DI NON COMMETTERE ADULTERIO!

A questo riguardo è importante ricordare anche che, come  il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 2072: “ Poiché enunciano i doveri fondamentali dell’uomo verso Dio e verso il prossimo, i dieci comandamenti rivelano, nel loro contenuto essenziale, obbligazioni gravi. Sono sostanzialmente immutabili e obbligano sempre e dappertutto. Nessuno potrebbe dispensare da essi. I dieci comandamenti sono incisi da Dio nel cuore dell’essere umano.”

Il fatto che la legge di Dio sia indispensabile, come insegna anche s. Tommaso (cfr. Iª-IIae q. 100 a. 8 co.) implica che nessuno possa dispensare altri o sé stesso dal compimento della Legge. Come stiamo vedendo in questo libro: nessuno può dispensare sé stesso o gli altri dall’attuazione dei divini comandamenti e questo vale in particolare riguardo a ciò che di oggettivamente grave essi condannano; cioè nessuno può dispensare sé o gli altri dall’osservanza dei comandamenti permettendo a sé o ad altri di compiere atti oggettivamente gravi (come adulterio, omicidio, pedofilia, cioè abusi sessuali sui minori, stupro etc.) condannati dai divini comandamenti, e questo vale anche per il confessore e per il penitente …

Chi capisce che deve confessarsi e si va a confessare deve capire anche che deve vivere secondo i comandamenti con la forza che viene dalla preghiera e con l’aiuto che Dio vuole certamente donargli … Dio ci ha dato la sua legge per osservarla … Lo Spirito Santo che ci spinge a confessarci ci spinge ad osservare la Legge … inutile cercare altre strade di salvezza perché non ce ne sono.

Senza proposito di non peccare più e quindi senza contrizione non ci può essere assoluzione sacramentale valida  e remissione dei peccati.

In questa linea mi pare illuminante e importante quello che dissero i Vescovi del Kazakistan nell’ “Appello alla preghiera perché il Papa confermi l’insegnamento (e la prassi) costante della Chiesa sulla indissolubilità del matrimonio” : il ministro della Confessione non può dispensare il penitente, in particolare il divorziato risposato, dall’attuazione del sesto comandamento e dalla indissolubilità del matrimonio e quindi assolverlo sacramentalmente e ammetterlo all’Eucaristia; una presunta convinzione, in coscienza, da parte del penitente, della invalidità del proprio matrimonio nel foro interno non può produrre conseguenze riguardanti la disciplina sacramentale in foro esterno, sicché, pur rimanendo in essere un valido Matrimonio sacramentale, tale penitente possa vivere more uxorio con chi non è suo legittimo coniuge e possa ricevere i Sacramenti nonostante la sua intenzione di continuare a violare in futuro il Sesto Comandamento e il vincolo matrimoniale sacramentale che è ancora in essere. Dice il testo appena citato :“Una prassi che permette alle persone civilmente divorziate, cosiddette “risposate”, di ricevere i sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, nonostante la loro intenzione di continuare a violare in futuro il Sesto Comandamento e il loro vincolo matrimoniale sacramentale ” è evidentemente “contraria alla verità Divina ed estranea al perenne senso della Chiesa cattolica e alla provata consuetudine ricevuta, fedelmente custodita dai tempi degli Apostoli e ultimamente confermata in modo sicuro da san Giovanni Paolo II (cfr. Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 84) e da Papa Benedetto XVI (cfr. Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis, 29)”; tale prassi è contraria alla prassi perenne della Chiesa ed è una controtestimonianza , inoltre è diffusiva della “piaga del divorzio”; chi vuole davvero aiutare le persone che si trovano in uno stato oggettivo di peccato grave deve annunciare loro con carità la piena verità circa la volontà di Dio su di loro, deve quindi aiutarle a pentirsi con tutto il cuore dell’atto peccaminoso di convivere more uxorio con una persona che non è il proprio legittimo coniuge, come emerge chiaramente anche dalle affermazioni di s. Giovanni Paolo II (Esortazione Apostolica Reconciliatio et Paenitentia, 33). Costituisce un pericolo per la fede e per la salvezza delle anime l’ammissione dei divorziati cosiddetti “risposati” ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, senza un loro vero proposito di vivere come fratello e sorella e cioè senza che sia loro richiesto il compimento dell’obbligo di vivere in continenza. Tale pratica pastorale di ammissione non è mai l’espressione della “via caritatis” della Chiesa e quindi della sua misericordia verso le anime peccatrici.[590]

Sorga Dio che è Luce  e siano disperse le tenebre dell’errore.

Mons. Livi affermava, criticando le aperture di Amoris Laetitia  “Il pentimento non risulta esserci quando il fedele non dichiara al confessore di voler uscire dal proprio stato di “divorziato-risposato” troncando il rapporto con il (o la) convivente e adoperandosi per tornare con il legittimo consorte, oppure quando non si propone di riparare ai danni arrecati al coniuge legittimo, alla eventuale prole, al convivente che ha indotto in peccato e all’intera comunità cristiana a cui ha recato scandalo. Mancando queste condizioni – le quali, dal punto di vista teologico, costituiscono la “materia” del sacramento della Penitenza – il confessore è tenuto a negare, per il momento, l’assoluzione, che non sarebbe un atto di misericordia ma un inganno (perché l’assoluzione sarebbe illecita, e soprattutto invalida)”[591]

Come visto, Meiattini criticando l’Amoris Laetitia, precisa che : “ … in assenza di questo pentimento-proposito, l’assoluzione non è valida e il peccato rimane (dottrina comune!).”[592]

15) Precisazioni sul n.5 della lettera dei Vescovi argentini approvata dal Papa Francesco: il sacerdote deve correggere chi si trova in situazione di peccato.

Al n. 5  della lettera dei Vescovi argentini si afferma: «Quando le circostanze concrete di una coppia lo rendono fattibile, in particolare quando entrambi sono cristiani con un cammino di fede, si può proporre l’impegno di vivere la continenza sessuale».

Scrive d. Meiattini: “Il nostro corsivo evidenzia che il requisito della continenza …  diventa una semplice proposta e per giunta facoltativa. Infatti, non è considerata neanche una proposta che il confessore deve fare loro. Al massimo la «si può proporre», quando le circostanze lo

rendono fattibile. … In altre parole, non solo è facoltativa la continenza, ridotta da esigenza a proposta, ma è facoltativo anche per il sacerdote presentarla come tale. Stando al tenore verbale, il confessore potrebbe anche non proporre la continenza, per un qualche motivo non specificato, passando direttamente all’assoluzione senza altro chiedere o «proporre».  … La domanda che sorge è se il penitente debba almeno essere messo al corrente che egli quel proposito dovrebbe tentare di configurarlo, per esprimere se non altro un inizio di pentimento. Altrimenti, in assenza di questo pentimento-proposito, l’assoluzione non è valida e il peccato rimane (dottrina comune!).”[593]

Sorga Dio che è Luce  e siano disperse le tenebre dell’errore.

Visto che ci troviamo in ambito di pastorale e visto che il Pastore deve aiutare i fedeli a vivere secondo il Vangelo sembra piuttosto strano affermare che il pastore può proporre alla coppia di vivere in castità, in realtà il Pastore deve dire con chiarezza e con carità alla coppia quale è la volontà di Dio nei loro confronti e cioè deve illuminarli con chiarezza sulla loro situazione di peccato e questo è per il loro vero bene, ma certo questo va fatto con carità. Vivere fuori dei comandamenti non è cosa buona per la persona stessa. Chi pecca fa del male a sé e agli altri. Chi non si lascia guidare dallo Spirito Santo non gusterà i frutti dello Spirito ….

Ricordiamo le parole illuminanti di s. Gregorio Magno: “ «Figlio dell’uomo, ti ho posto per sentinella alla casa d’Israele» (Ez 3, 16). è da notare che quando il Signore manda uno a predicare, lo chiama col nome di sentinella.”[594] Qui si parla ovviamente di Pastori e si dice che sono chiamati sentinelle. Ora se andiamo a leggere tutto il testo biblico (Ez 3, 16-21) di cui il s. Dottore cita una parte, notiamo che la sentinella deve avvertire … infatti in tale testo leggiamo: “Al termine di quei sette giorni mi fu rivolta questa parola del Signore: «Figlio dell’uomo, ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia. Se io dico al malvagio: «Tu morirai!», e tu non lo avverti e non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta perversa e viva, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te. Ma se tu avverti il malvagio ed egli non si converte dalla sua malvagità e dalla sua perversa condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato. Così, se il giusto si allontana dalla sua giustizia e commette il male, io porrò un inciampo davanti a lui ed egli morirà. Se tu non l’avrai avvertito, morirà per il suo peccato e le opere giuste da lui compiute non saranno più ricordate, ma della morte di lui domanderò conto a te. Se tu invece avrai avvertito il giusto di non peccare ed egli non peccherà, egli vivrà, perché è stato avvertito e tu ti sarai salvato».

La sentinella deve avvertire, il Pastore deve avvertire il peccatore altrimenti il peccato di quest’ultimo ricade sul Pastore, il Vangelo insegna a correggere chi sbaglia, e il Pastore appunto deve correggere chi sbaglia, s. Alfonso afferma: “Le opere poi in cui dee impiegarsi il sacerdote zelante sono le seguenti. Per 1º dee attendere a correggere i peccatori. I sacerdoti che vedono le offese di Dio e non parlano sono chiamati da Isaia cani muti: Canes muti, non valentes latrare (Is. 56. 10) . Ma a questi cani muti saranno imputati tutti i peccati che poteano impedire e non hanno impediti: Nolite tacere, ne populi peccata vobis imputentur (Albinus epist. 18.). Taluni sacerdoti lasciano di riprendere i peccatori, dicendo che non vogliono inquietarsi: ma dice s. Gregorio che costoro, per questa pace che desiderano, perderanno miseramente la pace con Dio: Dum pacem desiderant, pravos mores nequaquam redarguunt; et, consentiendo perversis, ab auctoris se pace disiungunt (Past. n. 3. admon. 23.). Gran cosa! scrive s. Bernardo. Cade un asinello e ben si trovano molti che si muovono a sollevarlo; cade un’anima e non si trova chi l’aiuti ad alzarsi: Cadit asinus, et est qui adiuvat; cadit homo, et non est qui sublevet. Quandoché, dice s. Gregorio, il sacerdote specialmente è costituito da Dio ad insegnar la buona via a chi erra: Eligitur viam errantibus demonstrare. Onde soggiunge s. Leone: Sacerdos qui alium ab errore non revocat, seipsum errare demonstrat. Scrive s. Gregorio che noi diamo la morte a tante anime quante ne vediamo andare a morire e lasciamo di ripararvi: Nos qui sacerdotes vocamur, quotidie occidimus quos ad mortem ire tepide videmus.”[595]

La carità, che ha portato Cristo ha dare la vita per illuminarci e salvarci, porta i Pastori, che  hanno veramente tale virtù, a fare come ha fatto Cristo. Precisiamo a questo riguardo che il sacerdote, da parte sua, deve correggere il divorziato risposato che si manifesta tale nella Confessione. Non vale in questo caso la regola secondo cui l’ammonizione non va fatta se non si spera frutto. L’adulterio e l’omosessualità praticata sono in evidente e grave opposizione ai 10 comandamenti; quindi il Confessore deve ammonire il penitente adultero o che pratica l’omosessualità , perché la pratica omosessuale è una grave violazione dei 10 comandamenti, l’adulterio, e in particolare la convivenza adulterina, è una grave violazione dei 10 comandamenti ed un fatto scandaloso, che quindi danneggia la comunità, e per questo motivo non si può lasciare senza ammonizione il penitente adultero o che compie atti omosessuali[596] Più precisamente  Papa Benedetto XIV ebbe a dire a questo riguardo che  “ Se il Confessore sa che dal penitente si commettono alcuni peccati dei quali questi non si accusa …  il Confessore che ha l’obbligo di preservare l’integrità della Confessione deve con buona maniera richiamare alla sua memoria ciò che tralascia, correggerlo, ammonirlo, inducendolo ad una vera Penitenza.”[597] Quindi il Pontefice ricorda che  San Bernardino da Siena si domanda nelle sue opere (tomo 2, ser. 27, art. 2, cap. 3, p. 167)  se il Confessore sia obbligato a  esaminare diligentemente la coscienza del peccatore; il grande santo senese risponde di sì, e “ … dice che ciò si deve fare non soltanto in quelle cose che il penitente tace “o per negligenza o per vergogna”, ma anche in quelle che tace per ignoranza: “ …  dato che si può temere che il penitente ignori per crassa ignoranza che secondo Guglielmo non è una scusante; oppure perché non capisce che quella azione è peccato; infatti, secondo Isidoro, l’ignorante pecca ogni giorno, e non lo sa”.[598]

Benedetto XIV continua quindi il discorso affermando che “ Infatti, non trattandosi ora di qualche jus positivo, da cui sia derivato un disordine noto al Confessore e sconosciuto al penitente, tanto che se fosse notificato a questi ne potrebbe conseguire qualche grave inconveniente; ma trattandosi ora di ignoranza vincibile, di azioni che ognuno dovrebbe sapere essere peccaminose; di cose che se trascurate dal Confessore danno motivo al penitente di continuare nel suo iniquo costume, ed agli altri o di scandalizzarsi o di considerare tali cose come indifferenti (dato che esse sono praticate con molta disinvoltura da coloro che frequentano i Sacramenti della Chiesa), i Teologi sono concordi nell’affermare che il Confessore è obbligato ad interrogare e ad ammonire il penitente, incurante del dispiacere che, ammonendolo, gli darà, e sperando che se forse in quel momento l’ammonizione non sarà del tutto giovevole, lo sarà in futuro con l’aiuto di Dio.”[599]. La stessa dottrina è affermata da s. Alfonso M. de Liguori nella Theologia Moralis[600]  e appunto in questo passo riporta il testo di Benedetto XIV appena indicato. S. Alfonso afferma, in particolare, che il Confessore deve fare l’ammonizione se l’ignoranza è colpevole, cioè vincibile[601].

S. Alfonso accetta pienamente, d’altra parte , quello che dice s. Tommaso per cui:“ … tutti sono tenuti a conoscere comunemente le cose di fede, e i precetti generali del diritto: ciascuno poi è tenuto a conoscere i doveri del proprio ufficio. … Ora, è evidente che fa un peccato di omissione chiunque trascura il possesso, o il compimento delle cose che è tenuto ad avere o a compiere. Perciò l’ignoranza di ciò che si è tenuti a conoscere è peccato, a causa della negligenza. Ma non si può attribuire a negligenza l’ignoranza di quanto non si può conoscere. Ecco perché quest’ultima ignoranza si denomina invincibile: per l’impossibilità di vincerla col nostro impegno. E non essendo volontaria, per l’impossibilità in cui siamo di allontanarla, codesta ignoranza non è peccato. Da ciò si conclude che l’ignoranza invincibile non è mai peccato; e che l’ignoranza vincibile è peccato, solo se si tratta di cose che uno è tenuto a sapere.”[602] La mancata conoscenza delle cose di fede, dei precetti generali del diritto e dei doveri del proprio ufficio è colpevole. S. Alfonso M. de Liguori spiega , riprendendo il testo di s. Tommaso(I-II q. 76 a. 2) che non si dà ignoranza invincibile(incolpevole) dei primi principi della legge morale naturale e neppure delle conclusioni immediate di essi, come sono i 10 comandamenti. [603] Quindi il Confessore deve ammonire il penitente che va in modo evidente contro i 10 comandamenti.

In un altro testo s. Alfonso, citando ancora Benedetto XIV spiega che il confessore è obbligato ad esaminare bene la coscienza dei penitenti, ad istruirli e quindi ad ammonire i penitenti [604]

Il cattolico è tenuto a conoscere e osservare i 10 comandamenti per la sua salvezza eterna, e quindi occorre che il sacerdote ammonisca il penitente che compie atti contrari ad essi (tra questi atti vi sono, ovviamente, quelli di adulterio e di omosessualità) appunto al fine di indirizzarlo sulla vera via che conduce al Cielo. L’adulterio e l’omosessualità causano inoltre normalmente scandalo e quindi ancora di più occorre ammonire il fedele che li compie.

Dio ci illumini sempre meglio.

Dice s. Giovanni Paolo II “La Chiesa ha sempre insegnato che non si devono mai scegliere comportamenti proibiti dai comandamenti morali, espressi in forma negativa nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Come si è visto, Gesù stesso ribadisce l’inderogabilità di queste proibizioni: « Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti…: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso » (Mt 19,17-18).” (VS, n. 52 ,) Qualcuno può essere sorpreso per il fatto che qui sia associato l’adulterio all’omicidio e può pensare che sia assurda tale associazione ma faccio notare che entrambe sono peccati gravi e che entrambi sono ordinariamente scandalosi, l’adulterio distrugge famiglie, coniugi e figli. Il peccato grave poi misteriosamente ma realmente uccide Cristo, dice il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 598,  e questi di cui stiamo parlando sono peccati gravissimi …. quindi come è assurdo non dire con forza, in confessione, ad un assassino di convertirsi e non proporgli chiaramente di farlo, come è assurdo non dire con forza ad un menzognero, che con le sue menzogne sta causando gravi danni a qualcuno, che deve convertirsi, così è assurdo non dire chiaramente e con forza ad un adultero di convertirsi e non proporgli chiaramente di farlo! E ovviamente se il penitente non ha vero pentimento per il peccato fatto e non ha il proposito di non più peccare, non si può dare a lui l’assoluzione.

16) Precisazioni sulla nota 329 dell’Amoris Laetitia e sugli errori cui apre le porte.

Ricordo anzitutto che, come vedemmo, mons. Fernández, probabile ghost writer di Amoris Laetitia, ha affermato “Aunque la cuestión del posible acceso a la comunión de algunos divorciados en nueva unión ha provocado mucho revuelo, el Papa intentó —sin lograrlo— que este paso se diera de una manera discreta. Por eso, después de desarrollar los presupuestos de esta decisión en el cuerpo del documento, la aplicación a la comunión de los divorciados en nueva unión se hizo explícita en notas a pie de página.”[605] Ciò significa che sebbene la questione del possibile accesso alla comunione di alcuni divorziati in una nuova unione abbia suscitato scalpore, il Papa ha provato – senza riuscirci – a compiere questo passo in modo discreto. Pertanto, dopo aver sviluppato i presupposti di questa decisione nel corpo del documento, l’applicazione alla comunione dei divorziati in una nuova unione è stata resa esplicita nelle note a piè di pagina. Questo ci fa capire l’importanza delle note, specie di alcune, in Amoris Laetitia e vedremo che tra queste note importanti dobbiamo inserire appunto la nota n. 329.

Al n. 298 dell’Amoris Laetitia leggiamo : “ La Chiesa riconosce situazioni in cui «l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione ».”(Amoris Laetitia 298) Il testo della nota 329 si inserisce a questo punto e in essa leggiamo : “Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 84: AAS 74 (1982), 186. In queste situazioni, molti, conoscendo e accettando la possibilità di convivere “come fratello e sorella” che la Chiesa offre loro, rilevano che,se mancano alcune espressioni di intimità, «non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli»[607]”

Dopo tutto quello che abbiamo detto nelle pagine precedenti sull’adulterio e che ribadiremo e amplieremo, nelle prossime pagine vedremo chiaramente che le affermazioni della nota n. 329 dell’Amoris Laetitia sono un colossale errore.

La Congregazione per la Dottrina della Fede nella  “Persona humana” (29.12.1975) afferma: “Ora, secondo la tradizione cristiana e la dottrina della chiesa, e come riconosce anche la retta ragione, l’ordine morale della sessualità comporta per la vita umana valori così alti, che ogni violazione diretta di quest’ordine è oggettivamente grave.[608][609]  . Nell’enciclica Veritatis Splendor leggiamo: “ I precetti negativi della legge naturale sono universalmente validi: essi obbligano tutti e ciascuno, sempre e in ogni circostanza. Si tratta infatti di proibizioni che vietano una determinata azione semper et pro semper, senza eccezioni … .La Chiesa ha sempre insegnato che non si devono mai scegliere comportamenti proibiti dai comandamenti morali, espressi in forma negativa nell’Antico e nel Nuovo Testamento. .”(VS, n. 52)  Gesù sottolinea l’inderogabilità di tali comandi negativi : « Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti…: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso » (Mt 19,17-18)  S. Paolo afferma : «Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il Regno di Dio» (1 Cor 6,9-10). Ancora nella Veritatis Splendor leggiamo “ Insegnando l’esistenza di atti intrinsecamente cattivi, la Chiesa accoglie la dottrina della Sacra Scrittura.  Se gli atti sono intrinsecamente cattivi, un’intenzione buona o circostanze particolari possono attenuarne la malizia, ma non possono sopprimerla: sono atti «irrimediabilmente» cattivi, per se stessi e in se stessi non sono ordinabili a Dio e al bene della persona ….” (VS, n. 80s)

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 2348: “ Ogni battezzato è chiamato alla castità. … Al momento del Battesimo il cristiano si è impegnato a vivere la sua affettività nella castità.”

Il Concilio Vaticano II afferma: « Gli atti coi quali i coniugi si uniscono in casta intimità, sono onorevoli e degni, e, compiuti in modo veramente umano, favoriscono la mutua donazione che essi significano, ed arricchiscono vicendevolmente in gioiosa gratitudine gli sposi stessi ».[610]

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n.2363: “ Mediante l’unione degli sposi si realizza il duplice fine del matrimonio: il bene degli stessi sposi e la trasmissione della vita. ”

Pio XII in una serie di catechesi sulla fedeltà coniugale tenute nel 1942 affermò, tra l’altro che tale fedeltà: “… giudica infedele e spergiuro non solo chi attenta col divorzio, per altro indarno e senza effetto, alla indissolubilità del matrimonio, ma altresì chi, pur senza distruggere materialmente il focolare da lui fondato, pur continuando la comunanza del vivere coniugale, si permette di allacciare e mantenere parallelamente un altro criminoso legame; infedele e spergiuro chi, pur senza stringere alcuna illecita relazione durevole, dispone, anche una sola volta, per l’altrui piacere o per la propria egoistica e peccaminosa soddisfazione, di un corpo — per usare la espressione di S. Paolo (1Cor. 7, 4) — sul quale ha solo diritto lo sposo o la sposa legittima.”[611]

Lo stesso Pio XII afferma , sempre in tale ciclo di catechesi : “Sempre però contro ogni ingannevole fascino si erge e grandeggia la vera fedeltà, la quale, come dicemmo nell’ultimo Nostro discorso, ha per oggetto e fondamento il dono mutuo non solo del corpo dei due sposi, ma altresì del loro spirito e del loro cuore. Non è forse vero che la minima infrazione a questa fedeltà squisita e cordiale facilmente conduce, presto o tardi, ai grandi fallimenti della vita e della felicità coniugale? ”[612] Se oltraggi come sguardi e familiarità audaci sono oltraggi alla sana fedeltà , cosa pensare di coloro che , come i divorziati risposati, convivono more uxorio, senza essere marito e moglie ? La loro convivenza prolungata mai potrà dirsi fedeltà visto che è un oltraggio gravissimo al Matrimonio!

Aggiunge Pio XII, in un testo illuminante anche circa i terribili danni dell’adulterio :“ Oh come sanguina il cuore al pensare che questi fanciulli, crescendo, finiranno col comprendere la loro sventura…! Quale orribile tentazione di finirla con la vita oppur di rifarsi una vita diversa e un diverso focolare!”[613]

La Congregazione per la Dottrina della Fede, condannando alcune espressioni di suor M. A. Farley, affermò che alcune sue affermazioni sono in contraddizione con sull’indissolubilità del matrimonio e aggiunse:“ L’amore coniugale esige dagli sposi, per sua stessa natura, una fedeltà inviolabile. … Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l’indissolubile unità. … Dal sacramento del Matrimonio gli sposi sono abilitati a rappresentare tale fedeltà e a darne testimonianza. ..”  [614]

Ancora la Congregazione per la Dottrina della Fede , nello stesso documento appena visto, ha affermato, riguardo ai divorziati risposati: “La riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata se non a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, e si sono impegnati a vivere in una completa continenza»  [615][616] L’adulterio viola la fedeltà a Cristo cui i coniugi si sono impegnati.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 2364 che l’ unione realizzata da Dio attraverso la celebrazione del matrimonio impone agli sposi : “ l’obbligo di conservarne l’unità e l’indissolubilità. (Cf CIC canone 1056.)” Lo stesso Catechismo afferma al n. 2365 “La fedeltà esprime la costanza nel mantenere la parola data. Dio è fedele. Il sacramento del Matrimonio fa entrare l’uomo e la donna nella fedeltà di Cristo alla sua Chiesa. ”

S. Giovanni Paolo II affermò: “Il perfetto amore coniugale deve essere contrassegnato da quella fedeltà e da quella donazione all’unico Sposo (ed anche dalla fedeltà e dalla donazione dello Sposo all’unica Sposa), su cui sono fondati la professione religiosa ed il celibato sacerdotale.” [617]Quello che abbiamo appena detto e quello che dicemmo più sopra ci fa capire che la nota 329 contiene un grossolano errore: non possono essere applicate ad una coppia che non è unita da Dio le affermazioni che riguardano la vita intima di una coppia unita da Dio. Si parla di fedeltà tra coniugi, che è vera tra loro e con Dio, quando si afferma nella Gaudium et Spes: “Il Concilio sa che spesso i coniugi, che vogliono condurre armoniosamente la loro vita coniugale, sono ostacolati da alcune condizioni della vita di oggi, e possono trovare circostanze nelle quali non si può aumentare, almeno per un certo tempo, il numero dei figli; non senza difficoltà allora si può conservare la pratica di un amore fedele e la piena comunità di vita. Là dove, infatti, è interrotta l’intimità della vita coniugale, non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli: allora corrono pericolo anche l’educazione dei figli e il coraggio di accettarne altri.”[618] I rapporti intimi tra coniugi sono benedetti da Dio, quando sono fatti secondo la Legge di Dio, e aiutano ad essere fedeli alla scelta fatta in Dio e davanti a Dio.  Al di fuori del Sacramento del matrimonio i rapporti intimi sono gravemente peccaminosi, come visto, e, per chi era già sposato, sono rapporti adulterini, quindi sono rapporti che implicano infedeltà a Dio, a sé stessi e al prossimo …. servono ad essere fedeli al diavolo e a camminare sulla via della dannazione e non su quella della vita eterna …. NON POSSONO ESSERE ACCOMUNATI GLI ATTI ADULTERINI DI UNA COPPIA DI DIVORZIATI RISPOSATI CON GLI ATTI SANTI DI UNA COPPIA DI CONIUGI UNITI LEGITTIMAMENTE IN MATRIMONIO DAVANTI A DIO … NON PUO’ ESSERE ACCOMUNATA LA FEDELTA’ CHE TALI RAPPORTI INTIMI PRODUCONO IN UNA COPPIA SANTA  CON L’INFEDELTÀ A DIO A SÉ E AL PROSSIMO CHE TALI RAPPORTI INTIMI  DETERMINANO IN UNA COPPIA DI PERSONE NON SPOSATE.

Sottolineo che l’adulterio è atto intrinsecamente e gravemente malvagio che nessuna circostanza può rendere lecito; non è lecito commettere adulterio per tenere unita un’ unione tra divorziati risposati (cfr. VS, n. 80s).  ……

E non si dica che l’ Amoris Laetitia presenta certe affermazioni come le parole di altri giacché dice: “ molti, conoscendo e accettando la possibilità di convivere “come fratello e sorella” che la Chiesa offre loro, rilevano che,se mancano alcune espressioni di intimità, «non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli»[619]. Appare evidente che tali affermazioni sono riportate in Amoris Laetitia e non sono condannate  da essa … esse evidentemente aprono porte che non dovrebbero mai essere aperte e si collegano in modo chiaro con le affermazioni della lettera dei Vescovi argentini e con le affermazioni del Papa riportate da mons. Forte per cui «Se parliamo esplicitamente di comunione ai divorziati risposati – ha riportato Mons. Forte riferendo una battuta di Papa Francesco – questi non sai che casino che ci combinano. Allora non ne parliamo in modo diretto, fa in modo che ci siano le premesse, poi le conclusioni le trarrò io».[620] … si collegano in certo modo con le affermazioni del Card. Vallini e del Card. Müller etc. …. E conducono alla sovversione della morale cattolica e quindi all’ASSURDA CONCESSIONE DEI SACRAMENTI A CHI NON VUOLE PROPORSI DI VIVERE SECONDO I COMANDAMENTI !

La nota n. 329 dell’Amoris Laetitia ispira, infatti, questo testo di applicazione dell’Amoris Laetitia realizzato dai Vescovi dell’Emilia Romagna: “9. Il discernimento sui rapporti coniugali

La possibilità di vivere da “fratello e sorella” per potere accedere alla confessione e alla comunione eucaristica è contemplata dall’AL alla nota 329. Questo insegnamento, che la Chiesa da sempre ha indicato e che è stato confermato nel magistero da “Familiaris Consortio” 84, deve essere presentato con prudenza, nel contesto di un cammino educativo finalizzato al riconoscimento della vocazione del corpo e del valore della castità nei diversi stati di vita. Questa scelta non è considerata l’unica possibile, in quanto la nuova unione e quindi anche il bene dei figli potrebbero essere messi a rischio in mancanza degli atti coniugali. È delicata materia di quel discernimento in “foro interno” di cui AL tratta al n. 300.” [621] Come insinua la nota e come precisano i Vescovi emiliani, la nuova unione e il bene dei figli potrebbero essere messi a rischio in mancanza di atti coniugali … la scelta della vita come “fratello e sorella” non è più l’unica possibile per una coppia di persone non sposate, che vogliano vivere secondo Cristo, quindi vengono aperte le porte perché coloro che vivono in adulterio e non vogliono proporsi di evitare assolutamente tale peccato ricevano ugualmente i Sacramenti!

La Nuova Bussola Quotidiana, con un articolo firmato da L. Bertocchi afferma a questo riguardo: “Questo passo ha una certa coerenza con la famigerata nota 329 di Amoris laetitia, anche se i vescovi dell’Emilia-Romagna lo esplicitano in modo ancor più evidente. Si possono compiere, in certi casi, atti coniugali che tali non sono e accedere ai sacramenti. La nota 329, in effetti, cita fuori contesto la Gaudium et spes del Vaticano II. Fuori contesto perché in modo chiaro la costituzione pastorale del Concilio al numero 51 si riferisce agli sposi e non a coloro che sposi non sono: «Là dove – si legge in Gaudium et spes – è interrotta l’intimità della vita coniugale, non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli: allora corrono pericolo anche l’educazione dei figli e il coraggio di accettarne altri». Secondo la nota 329 di Amoris Laetitia, invece, sembra che gli atti coniugali tra divorziati risposati civilmente (e quindi non c’è nessuna intimità coniugale interrotta perché non c’è nessun matrimonio sacramentale) potrebbero, in certi casi, rappresentare una sorta di bene possibile.”… Sembra che queste linee guida emiliano romagnole siano state fortemente volute soprattutto da tre vescovi – Zuppi di Bologna; Castellucci di Modena e Perego di Ferrara – che hanno dovuto superare le resistenze di altri confratelli. ”[622]

Mons. Livi, come vedemmo, scrisse un interessante articolo proprio sugli errori di questo testo dei Vescovi emiliani, in tale articolo egli affermava che la «voluta ambiguità» dell’Amoris Laetitia indica il desiderio di papa Francesco di introdurre con “discrezione” e surrettiziamente una riforma che sul piano della dottrina è ingiustificabile. La conseguenza di tale azione papale e della sua ambiguità è che  i vescovi cattolici hanno applicato in tanti modi diversi Amoris Laetitia. I vescovi dell’Emilia Romagna, hanno deciso di ritenere che sia “in stato di grazia” e quindi libero di ricevere la comunione eucaristica un divorziato risposato che non si propone di rinunciare agli atti sessuali con il nuovo partner in quanto essi sarebbero necessari per mantenere il legame affettivo della coppia e l’unione all’interno della nuova famiglia.

Si tratta evidentemente di un’indicazione operativa che contraddice frontalmente quanto aveva insegnato san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e quanto la “provata prassi” accettata dalla S. Sede indicava. I vescovi emiliani riconoscono che si tratta di una rottura con la tradizione dogmatico-morale, ma si giustificano dicendo che è proprio questo ciò che suggerisce il capitolo VIII della Amoris Laetitia, infatti affermano: «La possibilità di vivere da “fratello e sorella” per potere accedere alla confessione e alla comunione eucaristica è contemplata dall’Amoris laetitia alla nota 329. Questo insegnamento, che la Chiesa da sempre ha indicato e che è stato confermato nel magistero da Familiaris Consortio 84, deve essere presentata con prudenza, nel contesto di un cammino educativo finalizzato al riconoscimento della vocazione del corpo e del valore della castità nei diversi stati di vita. Questa scelta non è considerata l’unica possibile, in quanto la nuova unione e quindi anche il bene dei figli potrebbero essere messi a rischio in mancanza degli atti coniugali. È delicata materia di quel discernimento in “foro interno” di cui AL tratta al n. 300».

Quindi questi vescovi rendono esplicito ciò che Papa Francesco si limitava a lasciar intendere [623]

Ovviamente il Papa non ha condannato queste affermazioni dei Vescovi emiliani e romagnoli e anzi, l’Arcivescovo di Bologna è stato creato Cardinale nel Concistoro del 2019… insieme al “sacerdote-poeta portoghese  José Tolentino Mendonça, “… già vicerettore dell’Università Cattolica di Lisbona, poi promosso da Francesco archivista e bibliotecario vaticano dopo che l’anno scorso, su incarico dello stesso Bergoglio, predicò gli esercizi spirituali al papa e alla curia romana.

“Mendonça è noto per essere un fan di suor Maria Teresa Forcades i Vila, “teologa” ultra-femminista sostenitrice dell’aborto e del “matrimonio” omosessuale. Proprio nella prefazione a un libro della Forcades il neo-cardinale sostiene  che “Gesù di Nazareth non ha codificato né ha stabilito delle regole”.” [624]

Alla nota 329 si rifa il documento del Card. Vallini che apre le porte, con un errore molto grave , nella Diocesi di Roma, alla Comunione per coloro che ritengono in coscienza che il primo Matrimonio da loro celebrato sia nullo e non possono provare in giudizio tale nullità: “ Ma quando le circostanze concrete di una coppia lo rendono fattibile, vale a dire quando il loro cammino di fede è stato lungo, sincero e progressivo, si proponga di vivere in continenza; se poi questa scelta è difficile da praticare per la stabilità della coppia, Amoris laetitia non esclude la possibilità di accedere alla Penitenza e all’Eucarestia (A.L. note 329 e 364). Ciò significa una qualche apertura, come nel caso in cui vi è la certezza morale che il primo matrimonio era nullo, ma non ci sono le prove per dimostrarlo in sede giudiziaria; ma non invece nel caso in cui, ad esempio, viene ostentata la propria condizione come se facesse parte dell’ideale cristiano, ecc.”[625] Le affermazioni del testo del Card. Vallini ci fanno capire l’importanza in ordine alla sovversione della sana dottrina della nota 329; essa apre le porte, discretamente a che i divorziati risposati, che non vogliono vivere come fratello e sorella, e che quindi non si propongono di vivere secondo la Legge di Dio, siano ugualmente ammessi ai Sacramenti.  Questa nota sostiene efficacemente le affermazioni di Mons. Elbs (  La Fede Quotidiana “Un vescovo austriaco: “La comunione ai divorziati risposati è una pratica irreversibile”, La Fede Quotidiana 11-1-2017 http://www.lafedequotidiana.it/un-vescovo-austriaco-la-comunione-ai-divorziati-risposati-pratica-irreversibile /) e altre affermazioni o prassi errate in questa linea che stiamo vedendo e che vedremo … AFFERMAZIONI E PRASSI CHE EVIDENTEMENTE INCLUDONO ANCHE LA SOMMINISTRAZIONE DEI SACRAMENTI A CHI VUOLE VIVERE IN ADULTERIO.

Non c’è da meravigliarsi di questo infatti il Papa Francesco ha detto al super abortista Biden, presidente degli Stati Uniti, che è un buon cattolico e può fare la Comunione! Dopo un famoso colloquio con il Papa lo stesso Biden ha infatti affermato: “Con il Papa abbiamo parlato del fatto che è contento che sono un buon cattolico e che continuo a ricevere la comunione” ( Niccolò Magnani”Comunione a Biden, ok Papa: ira vescovi Usa/ “Francesco, l’aborto è sacrilegio!”” 1.11.2021, www.ilsussidiario.net, https://www.ilsussidiario.net/news/comunione-a-biden-ok-papa-ira-vescovi-usa-francesco-laborto-e-sacrilegio/2244042/) La Santa Sede non ha smentito le parole di parole di Papa Francesco … dunque SE UN SUPER ABORTISTA PUO’ FARE COMODAMENTE LA COMUNIONE QUANTO PIU’ UN ADULTERO … E MAGARI UN OMOSESSUALE ATTIVO … OVVIAMENTE SENZA PROPORSI DI CAMBIARE VITA … chiaramente tutto ciò è scandaloso al massimo livello e radicalmente contrario alla sana dottrina, come vedremo meglio più avanti, nel secondo volume! Intanto dobbiamo notare che parole come queste dette al Presidente Biden indicano anche che chi si confessa con volontà di continuare di compiere un reale peccato grave (Biden non ha dato nessuna indicazione pubblica di conversione riguardo al suo appoggio all’aborto) può essere assolto e quindi ricevere l’Eucaristia.

La sovversione della sana dottrina procede …

Sorga Dio che è Luce  e siano disperse le tenebre dell’errore.

Interceda per noi la gloriosa Madre di Dio, che annienta le dottrine eretiche, schiaccia la potenza dell’errore e smaschera l’insidia degli idoli[626], e che già sin dai tempi antichi e stata invocata dal popolo cristiano “in «difesa» della fede ”.[627]

17) Precisazioni conclusive del III capitolo: il Papa sta tradendo e non sviluppando la sana dottrina!

Dio ci illumini sempre meglio.

Riprendendo quello che vedemmo più sopra allorché trattammo della differenza tra sviluppo della dottrina e cambiamento di essa, dobbiamo ricordare che il Magistero, come detto, è chiamato a interpretare la Tradizione e la Scrittura e che il Magistero non è superiore alla Tradizione o alla Scrittura ma le serve quindi il Magistero deve interpretare e non distruggere o deformare il deposito della fede.

Vedemmo quello che affermò s. Vincenzo di Lerins ha affermato (cfr.  Sancti Vincentii Lirinensis “Commonitorium” PL 50, 640s.649).

Come un bambino si sviluppa rimanendo sempre la stessa persona, il vero progresso avviene mediante lo sviluppo interno, devono rimanere “sempre uguali il genere della dottrina, la dottrina stessa, il suo significato e il suo contenuto.”; anche il dogma della religione cristiana progredisce ma deve restare sempre assolutamente intatto e inalterato e, per un vero sviluppo, non devono esserci contraddizioni tra la dottrina che precede e quella che segue. (Cfr. «Primo Commonitorio» di Vincenzo di Lérins, Cap. 23; PL 50, 667-668; Ufficio delle Letture del venerdì della XXVII settimana del tempo ordinario in Conferenza Episcopale Italiana “Liturgia della Ore secondo il Rito Romano” ed. LEV 1993 (ristampa) vol. IV p. 323s https://www.maranatha.it/Ore/ord/LetVen/27VENpage.htm)

Nella Costituzione Dogmatica “Dei Filius” leggiamo che : “ …  deve essere approvato in perpetuo quel significato dei sacri dogmi che la Santa Madre Chiesa ha dichiarato, né mai si deve recedere da quel significato con il pretesto o con le apparenze di una più completa intelligenza. Crescano dunque e gagliardamente progrediscano, lungo il corso delle età e dei secoli, l’intelligenza e la sapienza, sia dei secoli, sia degli uomini, come di tutta la Chiesa, ma nel proprio settore soltanto, cioè nel medesimo dogma, nel medesimo significato, nella medesima affermazione [Vinc. Lir. Common., n. 28].”(Pio IX, Costituzione Dogmatica “Dei Filius”24.4.1870, www.vatican.va , https://w2.vatican.va/content/pius-ix/it/documents/constitutio-dogmatica-dei-filius-24-aprilis-1870.html) La regola fissata dal Concilio Vaticano I vale anche per il Papa: “deve essere approvato in perpetuo quel significato dei sacri dogmi che la Santa Madre Chiesa ha dichiarato, né mai si deve recedere da quel significato con il pretesto o con le apparenze di una più completa intelligenza.” … anzi il Papa dovrebbe dare esempio di attuazione di questa regola … la Bolla “Ineffabilis Deus” di Pio IX ribadisce tale regola (Testo tratto da www.totustuus.it,  http://www.totustuustools.net/magistero/p9ineffa.htm) e con essa la  Dichiarazione “Mysterium Ecclesiae” circa la dottrina cattolica sulla Chiesa per difenderla da alcuni errori d’oggi pubblicata nel 1973 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (Cfr. , www.vatican.va ,  http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19730705_mysterium-ecclesiae_it.html)

Nella linea di queste affermazioni ricordiamo che il modernismo con i suoi errori è stato condannato dalla Chiesa anche per: “ … l’eretica invenzione dell’evoluzione dei dogmi, che passano da un significato all’altro, diverso da quello che prima ritenne la Chiesa” . ( Pio X, Motu proprio “Sacrorum antistitum”, giuramento antimodernista, Heinrich Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 3541)

Lo sviluppo della dottrina implica che la fede rimanga sostanzialmente la stessa e che la dottrina vada intesa “nello stesso senso e sempre nello stesso contenuto” … altrimenti non si ha sviluppo ma deformazione e tradimento della dottrina …

Sottolineo che, come vedemmo più sopra, per verificare che l’ interpretazione dei dogmi e lo sviluppo della dottrina si compia rettamente e non sia una deformazione o una distruzione della verità diffusa da Cristo,  san  J. H. Newman, famoso teologo inglese, ha offerto sette principi (Commissione Teologica Internazionale “L’interpretazione dei dogmi.” 1990  , www.vatican.va ,  http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_1989_interpretazione-dogmi_it.html)

Dice s. Tommaso d’Aquino: “Dicendum quod hoc pro firmo est tenendum, unam esse fidem antiquorum et modernorum: alias non esset una Ecclesia.”(De veritate, q. 14, a. 12c). … si deve mantenere con fermezza che una è la fede degli antichi e dei moderni altrimenti la Chiesa non sarebbe una. La Chiesa per essere sempre una deve professare una sola fede; l’unità della Chiesa implica l’unità della fede.

Alcuni errori da me evidenziati in questo capitolo nelle affermazioni del Papa, in ambito morale, non appaiono uno sviluppo della sana dottrina ma un cambiamento della stessa, infatti esse non si presentano nel senso della continuità dei principi, non si sviluppano come conseguenza logica e non realizzano un influsso preservatore del passato, sono semplicemente un tradimento della sana dottrina … tradiscono dottrine fondamentali, specie in ambito morale, alcune delle quali già fissate in modo anche dogmatico, dottrine chiaramente collegate alla S. Scrittura e ribadite dalla Tradizione … si pensi in particolare alla necessità di una vera contrizione, e quindi di un vero proposito di non peccare e di fuggire le occasioni prossime di peccato, per una valida assoluzione sacramentale.  Anche certe affermazioni bergogliane, che abbiamo visto, sull’opera del Confessore all’interno del Sacramento della riconciliazione, non paiono nella linea dell’evoluzione della sana dottrina.
La “dispensa” ( che vedremo meglio nei prossimi capitoli) che, praticamente, viene accordata dall’attuazione dei comandi divini permettendo, praticamente, al penitente di continuare a peccare in modo grave e di ricevere i Sacramenti, senza vera contrizione, come detto, appare in assoluto contrasto con affermazioni fondamentali della nostra fede. Questa “dispensa” si collega, come vedremo meglio, all’ azione con cui Papa Francesco sta praticamente cancellando la dottrina sull’assoluta obbligatorietà dei precetti negativi del Decalogo.    Questa “dispensa” emerge, come visto, anche attraverso la dottrina dell’ Amoris Laetitia circa la “gradualità della legge” e la ” legge della gradualità” .  Assolutamente contrarie alle dottrine fondamentali della nostra fede sono le aperture che sta attuando il Papa circa l’ adulterio , la contraccezione e l’ omosessualità praticata.

Tale tradimento della sana dottrina, si noti bene, non è una evoluzione ma un cambiamento, infatti è stato definito dagli stessi collaboratori di Bergoglio: “cambio di paradigma”, cioè appunto una radicale sovversione della sana dottrina. Nonostante il Papa e alcuni suoi collaboratori cerchino di far passare tale pervertimento dottrinale come evoluzione e come pura dottrina tomista, abbiamo visto che in molti punti fondamentali le affermazioni di Bergoglio sono in evidente contrasto rispetto alle vere affermazioni di s. Tommaso e alla sua dottrina , sono contrarie alla dottrina che la Tradizione ci offre e appunto sono significamente definite dagli stessi Prelati vicini al Papa come “cambio di paradigma”.

Con tale “cambio di paradigma” viene messa da parte in modo furbo, la sana dottrina e si aprono le porte evidentemente a confessioni invalide, peccati gravi, sacrilegi etc. ! Estremamente significative in questa linea le parole che  Papa Francesco ha rivolto al super abortista Biden, presidente degli Stati Uniti e per le quali Biden è un buon cattolico e può fare la Comunione! Dopo un famoso colloquio con il Papa lo stesso Biden ha infatti affermato: “Con il Papa abbiamo parlato del fatto che è contento che sono un buon cattolico e che continuo a ricevere la comunione”(Niccolò Magnani”Comunione a Biden, ok Papa: ira vescovi Usa/ “Francesco, l’aborto è sacrilegio!”” 1.11.2021, www.ilsussidiario.net, https://www.ilsussidiario.net/news/comunione-a-biden-ok-papa-ira-vescovi-usa-francesco-laborto-e-sacrilegio/2244042/) La Santa Sede non ha smentito le parole di parole di Papa Francesco … dunque  SE UN SUPER ABORTISTA PUO’ FARE COMODAMENTE LA COMUNIONE E QUINDI LA CONFESSIONE OVVIAMENTE SENZA PROPORSI DI CAMBIARE VITA … QUANTO PIU’ UN ADULTERO … E MAGARI UN OMOSESSUALE ATTIVO …

Questo tradimento della sana dottrina non è consentito al Papa  … ce lo fanno capire anche le tante affermazioni di Prelati e teologi che in questi anni, dopo Amoris Laetitia, hanno fortemente ribadito la dottrina tradizionale e in qualche caso hanno addirittura affermato che il Papa attuale sta aprendo le porte a dottrine e prassi eterodosse; nel nostro percorso, in questo volume, abbiamo visto e vedremo varie di queste pubbliche affermazioni di Cardinali, Vescovi e teologi.

Il Papa non è al di sopra della Parola di Dio e della Tradizione ma al servizio di esse (Congregazione per la dottrina della Fede “Il primato del successore di s. Pietro nel mistero della Chiesa” 31.10.1998  n. 7 , www.vatican.va ,   http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19981031_primato-successore-pietro_it.html) Il Papa non deve decidere secondo il proprio arbitrio, ma secondo la volontà del Signore, che parla all’uomo attraverso la S. Scrittura vissuta ed interpretata dalla Tradizione; il ministero del Papa ha i limiti che procedono dalla legge di Dio e dall’inviolabile costituzione divina della

Note

[1]Commissione Teologica Internazionale “La Riconciliazione e la Penitenza” 1982 , www.vatican.va , B, I, 1 http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_1982_riconciliazione-penitenza_it.html

[2]Commissione Teologica Internazionale “La Riconciliazione e la Penitenza” 1982, B, I , 2 , www.vatican.va , http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_1982_riconciliazione-penitenza_it.html

[3]Commissione Teologica Internazionale “La Riconciliazione e la Penitenza” 1982, B, I, 3 , www.vatican.va , http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_1982_riconciliazione-penitenza_it.html

[4]S. Giovanni Paolo II, “Reconciliatio et Paenitentia” 2.12.1984, n. 23 , www.vatican.va , http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_exhortations/documents/hf_jp-ii_exh_02121984_reconciliatio-et-paenitentia.html

[5]Commissione Teologica Internazionale “La Riconciliazione e la Penitenza” 1982,  B, II, 1,  , www.vatican.va , http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_1982_riconciliazione-penitenza_it.html

[6]Commissione Teologica Internazionale “La Riconciliazione e la Penitenza” 1982, B, II, 2s , www.vatican.va , http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_1982_riconciliazione-penitenza_it.html

[7]S. Agostino “Sermo XIX” , www.augustinus.it , https://www.augustinus.it/latino/discorsi/discorso_023_testo.htm

[8]G. Bertram “συντρίβω” in “Grande Lessico del Nuovo Testamento”, Paideia , Brescia 1981  vol. XIII , 329 ss.

[9]G. Bertram “συντρίβω” in “Grande Lessico del Nuovo Testamento”, Paideia , Brescia 1981  vol. XIII , 330

[10]G. Bertram “συντρίβω” in “Grande Lessico del Nuovo Testamento”, Paideia , Brescia 1981  vol. XIII , 330s.

[11]G. Bertram “συντρίβω” in “Grande Lessico del Nuovo Testamento”, Paideia , Brescia 1981  vol. XIII , 327 ss.

[12]G. Bertram “συντρίβω” in “Grande Lessico del Nuovo Testamento”  Paideia , Brescia 1981  vol. XIII , 334

[13]Cfr.  G. Bertram “συντρίβω” in “Grande Lessico del Nuovo Testamento”  Paideia , Brescia 1981  vol. XIII , 334s)

[14]Cfr.  G. Bertram “συντρίβω” in “Grande Lessico del Nuovo Testamento”  Paideia , Brescia 1981  vol. XIII , 335

[15]Cfr.  G. Bertram “συντρίβω” in “Grande Lessico del Nuovo Testamento”  Paideia , Brescia 1981  vol. XIII , 335

[16]Cfr.  G. Bertram “συντρίβω” in “Grande Lessico del Nuovo Testamento”  Paideia , Brescia 1981  vol. XIII , 328s

[17]“Enarratio in Psalmos”, Sal. 97, 6  www.augustinus.it, http://www.augustinus.it/latino/esposizioni_salmi/esposizione_salmo_118_testo.htm

[18]www.academic-bible.com ; https://www.academic-bible.com/en/online-bibles/septuagint-lxx/read-the-bible-text/bibel/text/lesen/stelle/24/270001/279999/ch/78c781793a71d465781fca70bde0f5ba/

[19]S. Agostino “De Civitate Dei”, l. X  n. 5 www.augustinus.it, https://www.augustinus.it/latino/cdd/cdd_10_libro.htm

[20]“Sermo XIX” n. 3, www.augustinus.it https://www.augustinus.it/latino/discorsi/index2.htm

[21]“Discorso 19”, n. 3 traduzione tratta dal sito www.augustinus.it  che pubblica online le opere dell’editrice Città Nuova https://www.augustinus.it/italiano/discorsi/discorso_023_testo.htm

[22]De Civitate Dei, l. X  n. 5 www.augustinus.it https://www.augustinus.it/latino/cdd/cdd_10_libro.htm

[23]“Discorso 181”  6.8 traduzione tratta dal sito www.augustinus.it  che pubblica online le opere dell’editrice Città Nuova,  https://www.augustinus.it/italiano/discorsi/discorso_234_testo.htm

[24]Gratiani, “Concordia discordantium canonum” , c. 33, d. 1, PL 187, 1544 D, 1545 A  https://books.google.it/books?id=JsMGxm8mJeEC&redir_esc=y;  https://geschichte.digitale-sammlungen.de//decretum-gratiani/online/angebot ; http://gratian.org/

[25]“Discorso 351”   5,12 traduzione tratta dal sito www.augustinus.it  che pubblica online le opere dell’editrice Città Nuova https://www.augustinus.it/italiano/discorsi/discorso_513_testo.htm

[26]Gratiani, “Concordia discordantium canonum”, c. 33, d. 1 PL 187 1532C  https://books.google.it/books?id=JsMGxm8mJeEC&redir_esc=y;  https://geschichte.digitale-sammlungen.de//decretum-gratiani/online/angebot ; http://gratian.org/

[27]Gratiani, “Concordia discordantium canonum” , c. 33, d. 1, PL 187, 1554C e 1555A  https://books.google.it/books?id=JsMGxm8mJeEC&redir_esc=y;  https://geschichte.digitale-sammlungen.de//decretum-gratiani/online/angebot  ; http://gratian.org/

[28]Gratiani, “Concordia discordantium canonum” , c. 33, d. 1, PL 187, 1557C  https://books.google.it/books?id=JsMGxm8mJeEC&redir_esc=y;  https://geschichte.digitale-sammlungen.de//decretum-gratiani/online/angebot ; http://gratian.org/

[29]Gratiani, “Concordia discordantium canonum” , c. 33, d. 1, PL 187, 1528B  https://books.google.it/books?id=JsMGxm8mJeEC&redir_esc=y;  https://geschichte.digitale-sammlungen.de//decretum-gratiani/online/angebot  ; http://gratian.org/

[30]Gratiani, “Concordia discordantium canonum” , c. 33, d. 1, PL 187, 1529B  https://books.google.it/books?id=JsMGxm8mJeEC&redir_esc=y;  https://geschichte.digitale-sammlungen.de//decretum-gratiani/online/angebot  ; http://gratian.org/

[31]Gratiani, “Concordia discordantium canonum” , c. 33, d. 1, PL 187, 1531B e C  https://books.google.it/books?id=JsMGxm8mJeEC&redir_esc=y;  https://geschichte.digitale-sammlungen.de//decretum-gratiani/online/angebot ; http://gratian.org/

[32]Gratiani, “Concordia discordantium canonum” , c. 33, d. 1, PL 187,1558C https://books.google.it/books?id=JsMGxm8mJeEC&redir_esc=y;  https://geschichte.digitale-sammlungen.de//decretum-gratiani/online/angebot  ; http://gratian.org/

[33]Cfr. I-II q. 109 a. 6, “Somma Teologica” , traduzione tratta dall’ edizione online, Edizioni Studio Domenicano,  https://www.edizionistudiodomenicano.it/Docs/Sfogliabili/La_Somma_Teologica_Seconda_Parte/index.html#1157/z

[34]S. Tommaso “Somma contro i Gentili”, ed UTET, 2013, ebook, libro III c. 149)

[35]Cfr. I-II q. 109 a. 6  “Somma Teologica” , traduzione tratta dall’ edizione online, Edizioni Studio Domenicano,  https://www.edizionistudiodomenicano.it/Docs/Sfogliabili/La_Somma_Teologica_Seconda_Parte/index.html#1157/z)

[36]Cfr. I-II q. 109 a. 6 , “Somma Teologica” , traduzione tratta dall’ edizione online, Edizioni Studio Domenicano, ESD https://www.edizionistudiodomenicano.it/Docs/Sfogliabili/La_Somma_Teologica_Seconda_Parte/index.html#1157/z

[37]S. Antonio di Padova “I sermoni” ed. Messaggero di Padova, Padova, 2002 p. 887

[38]S. Antonio di Padova “I sermoni” ed. Messaggero di Padova, Padova, 2002 p. 887

[39]S. Antonio di Padova “I sermoni” ed. Messaggero di Padova, Padova, 2002 p. 80s

[40]S. Antonio di Padova “I sermoni” ed. Messaggero di Padova, Padova, 2002 p. 80s

[41]S. Antonio di Padova “I sermoni” ed. Messaggero di Padova, Padova, 2002 p. 80s

[42]S. Antonio di Padova “I sermoni” ed. Messaggero di Padova, Padova, 2002 p. 80s

[43]S. Antonio di Padova “I sermoni” ed. Messaggero di Padova, Padova, 2002 p. 80s

[44]S. Antonio di Padova “I sermoni” ed. Messaggero di Padova, Padova, 2002 p. 30s

[45]S. Antonio di Padova “I sermoni” ed. Messaggero di Padova, Padova, 2002 p. 43

[46]S. Antonio di Padova “I sermoni” ed. Messaggero di Padova, Padova, 2002 p. 71

[47]Cfr. Heinrich Denzinger“Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 1673

[48]Heinrich Denzinger“Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 1676

[49]Cfr. Heinrich Denzinger“Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 1676)

[50]Cfr.Heinrich Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 1676

[51]Cfr. Heinrich Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n.1677

[52]Cfr. Heinrich Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 1678

[53]Cfr. Heinrich Denzinger

“Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n.1704

[54]cf. Heinrich  Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003 n.1676 .1456

[55]Heinrich Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n.1705

[56]Cfr. Heinrich Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 1676

[57]Cfr. Heinrich Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 1323

[58]Cfr. “Catechismo Tridentino”, ed Cantagalli 1992,  http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm

[59]Cfr. “Catechismo Tridentino”, ed Cantagalli 1992,  http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm)

[60]Cfr. “Catechismo Tridentino”, ed Cantagalli 1992,  http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm

[61]Heinrich Denzinger, “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 374

[62]Heinrich Denzinger, “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 375ss

[63]Aa. Vv.. Decisioni dei Concili Ecumenici (Classici della religione) (Italian Edition) (posizioni nel Kindle 8564-8565). UTET. Edizione del Kindle 2013; cfr. Heinrich Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 1553

[64]Mia traduzione, cfr. Aa. Vv.. Decisioni dei Concili Ecumenici (Classici della religione) (Italian Edition) UTET. Edizione del Kindle Marzo 2013(posizioni nel Kindle 8361-8369); cfr. Heinrich Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 1525

[65]Heinrich Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n.  2157

[66]S. Giovanni Paolo II, Lettera  Enciclica “Dominum et Vivificantem”, 18.5.1986, n. 42 , www.vatican.va , https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_18051986_dominum-et-vivificantem.pdf

[67]S. Giovanni Paolo II, Esortazione postsinodale “Reconciliatio et paenitentia” 2.12.1984  , www.vatican.va , http://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_exhortations/documents/hf_jp-ii_exh_02121984_reconciliatio-et-paenitentia.html

[68]L. Bertocchi “Comunione ai divorziati? Ma prima serve la confessione” La Nuova Bussola Quotidiana, 14.11.2014 https://www.lanuovabq.it/it/comunione-ai-divorziati-ma-prima-serve-la-confessione

[69]Conferenza Episcopale Italiana (a cura di) “Rito della Penitenza” ed. LEV 1993 n. 5s, testo consultabile anche a questo sito http://www.liturgia.maranatha.it/Penitenza/p1/2page.htm

[70]Giovanni Paolo II “Discorso a gruppi di pellegrini diocesani” del 3.3.1984, www.vatican.va , http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1984/march/documents/hf_jp-ii_spe_19840303_pellegrini-diocesani.html

[71], www.vatican.va http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccdds/documents/rc_con_ccdds_notitiae-2015-quaderno-penitenza_it.html

[72]Congregazione per il Culto Divino  “Per riscoprire il «Rito della Penitenza»” in Notitiae 2015/2, www.vatican.va , http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccdds/documents/rc_con_ccdds_notitiae-2015-quaderno-penitenza_it.html

[73]Congregazione per il Culto e i Sacramenti, Istruzione “Redemptionis Sacramentum” 23.4.2004 , www.vatican.va , https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccdds/documents/rc_con_ccdds_doc_20040423_redemptionis-sacramentum_it.html

[74]Giovanni Paolo II, “Reconciliatio et Paenitentia” 2.12.1984 n. 27, www.vatican.va , http://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_exhortations/documents/hf_jp-ii_exh_02121984_reconciliatio-et-paenitentia.html

[75]Giovanni Paolo II, Lett. Enc. “Ecclesia de Eucharistia” n. 37 , www.vatican.va , http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_20030417_eccl-de-euch.html

[76]Cfr.  Heinrich Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n.1678

[77]Mons. V. M. Fernández: “El capítulo VIII de Amoris Laetitia: lo que queda después de la tormenta.” in Medellin, vol. XLIII / No. 168 / Mayo – Agosto (2017) / pp. 459)

[78]Fernández, Víctor Manuel, “El sentido del carácter sacramental y la necesidad de la confirmación”, Revista Teología • Tomo XLII • N° 86 • Año 2005, p.42

[79]“Lettera al Card. William W. Baum in occasione del corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzeria Apostolica” [22 marzo 1996], 5: Insegnamenti XIX, 1 [1996], 589  , www.vatican.va , https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/letters/1996/documents/hf_jp-ii_let_19960322_penitenzieria.html

[80]S. Alfonso Maria de Liguori, “L’amore delle anime”, in “Opere Ascetiche” Vol. V, CSSR, Roma 1934 p. 56s.  c. VI , www.intratext.com, http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/__PZ.HTM

[81]Heinrich Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 1676)

[82]Cfr. Heinrich Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 1676)

[83]Cfr. Heinrich Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 1678)

[84]Heinrich Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 717

[85]“Omelia” del 16.3.1980, www.vatican.va , https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1980/documents/hf_jp-ii_hom_19800316_visita-parrocchia.html

[86]“Lettera al Card. William W. Baum in occasione del corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica” [22 marzo 1996] , www.vatican.va , https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/letters/1996/documents/hf_jp-ii_let_19960322_penitenzieria.html

[87]Cfr. Giovanni Paolo II “Discorso ai Membri della Penitenzieria, ai Padri Penitenzieri, e ai partecipanti al corso sul “Foro interno””  del 18.3.1995  www.vatican.va , http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1995/march/documents/hf_jp-ii_spe_19950318_penitenzieria.html

[88]Giovanni Paolo II “Omelia” del 16.12.1982 , www.vatican.va , http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1982/documents/hf_jp-ii_hom_19821216_universitari.html

[89]Giovanni Paolo II “Discorso a gruppi di pellegrini diocesani” del 3.3.1984, a gruppi di pellegrini diocesani , www.vatican.va , http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1984/march/documents/hf_jp-ii_spe_19840303_pellegrini-diocesani.html

[90]Giovanni Paolo II, “Omelia”, 29.9.1979  , www.vatican.va , http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1979/documents/hf_jp-ii_hom_19790929_irlanda-dublino.html

[91]“Omelia” del 29.3.2007  , www.vatican.va , http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2007/documents/hf_ben-xvi_hom_20070329_penance-youth.html

[92]S. Antonio di Padova “I sermoni” ed. Messaggero di Padova, Padova, 2002 p. 969

[93]S. Antonio di Padova “I sermoni” ed. Messaggero di Padova, Padova, 2002 p. 373

[94]S. Antonio di Padova “I sermoni” ed. Messaggero di Padova, Padova, 2002 p. 94

[95]S. Antonio di Padova “I sermoni” ed. Messaggero di Padova, Padova, 2002 p. 119s

[96]S. Antonio di Padova “I sermoni” ed. Messaggero di Padova, Padova, 2002 p. 199

[97]S. Antonio di Padova “I sermoni” ed. Messaggero di Padova, Padova, 2002 p. 785

[98]S. Antonio  “Sermone”  XXI domenica dopo Pentecoste, www.santantonio.org,   https://www.santantonio.org/it/sermoni/sermoni-domenicali/domenica-xxi-dopo-pentecoste?highlight=la%20febbre%20%C3%A8&strict=1

[99]Cfr. Heinrich Denzinger

“Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 2061

[100]Cfr. Heinrich Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, nn.  2161, 2162, 2163

[101]Catechismo Maggiore di Pio X   http://www.maranatha.it/catpiox/01page.htm

[102]S. Alfonso M. de’ Liguori  “Istruzione al popolo sovra i Precetti del Decalogo per bene osservarli e sovra i sagramenti per ben riceverli per uso de’ parrochi e missionari e di tutti gli ecclesiastici che s’impiegano ad insegnare la dottrina cristiana”  www.intratext.com p. 960 ,  http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PVT.HTM#TW

[103]S. Alfonso Maria de Liguori, “Istruzione e pratica pei confessori”,  in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. IX,Torino 1880, pag. 373s Capo XVI, Punto II. Della contrizione, e del proposito, www.intratext.com, http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PXS.HTM

[104]S. Alfonso Maria de Liguori, “Istruzione al popolo”, in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. VIII, Torino 1880, pp. 962-964 , www.intratext.com, http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PVM.HTM

[105]Prolusione di S. Em. Rev.ma Sig. Card. Velasio DE PAOLIS, Presidente emerito della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede sul tema: «I divorziati risposati e i Sacramenti dell’Eucaristia e della Penitenza. », 27 marzo 2014, n. 5.2  www.familiam.org,  http://www.familiam.org/pcpf/allegati/8558/Prolusione_De_Paolis.pdf , consultazione del 24.5.2021; vedi anche in “Ius Communionis” 2, 2014, pp. 203-248

[106]Prolusione di S. Em. Rev.ma Sig. Card. Velasio DE PAOLIS, Presidente emerito della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede sul tema: «I divorziati risposati e i Sacramenti dell’Eucaristia e della Penitenza. », 27 marzo 2014,   www.familiam.org,  http://www.familiam.org/pcpf/allegati/8558/Prolusione_De_Paolis.pdf , consultazione del 24.5.2021; vedi anche in “Ius Communionis” 2, 2014, pp. 203-248

[107]“Catechismo Tridentino”, ed Cantagalli 1992, n. 299 https://www.maranatha.it/catrident/25page.htm

[108]Papa Francesco, “Carta del santo Padre Francisco a los obispos de la region pastoral de Buenos Aires en respuesta al documento “Criterios basicos para la aplicacion del capitulo VIII  de la Amoris Laetitia” , www.vatican.va ,  http://w2.vatican.va/content/francesco/es/letters/2016/documents/papa-francesco_20160905_regione-pastorale-buenos-aires.html

[109]L. Bertocchi “Comunione ai divorziati? Ma prima serve la confessione” La Nuova Bussola Quotidiana, 14.11.2014  https://www.lanuovabq.it/it/comunione-ai-divorziati-ma-prima-serve-la-confessione

[110]Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1650; cf. Giovanni Paolo  II, Esortazione Apostolica Familiaris consortio, n. 84: AAS 74 (1982), 184-186; Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera Annus Internationalis Familiae circa la recezione della comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati (14 settembre 1994): AAS 86 (1994), 974-979.

[111]Notificazione sul libro: “ Just love. A framework for christian sexual ethics”, di SR. Margaret A. Farley, R.S.M. 30 marzo 2012 , www.vatican.va ,  http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20120330_nota-farley_it.html#_ftn6

[112]Giovanni Paolo PP. II, “Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi”, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082)” (Giovanni Paolo II, “Familiaris Consortio” 22.11.1992 , www.vatican.va , http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_exhortations/documents/hf_jp-ii_exh_19811122_familiaris-consortio.html

[113]Congregazione per la Dottrina della Fede “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte dei divorziati risposati” 14.9.1994, n.  4 , www.vatican.va ,  http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_14091994_rec-holy-comm-by-divorced_it.html

[114]Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis , n. 29 , www.vatican.va , http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/apost_exhortations/documents/hf_ben-xvi_exh_20070222_sacramentum-caritatis.html

[115]Tullio Rotondo “Un grave errore commesso dal Card. Schönborn nella presentazione della Amoris Laetitia”, Apologetica Cattolica.net 31.10.2017 http://apologetica-cattolica.net/component/k2/item/469-un-grave-errore-del-card-schonborn-nella-presentazione-della-amoris-laetitia

[116]Un estratto di questo testo si trova sul sito del Vaticano a questo indirizzo  , www.vatican.va , http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19980101_ratzinger-comm-divorced_it.html#_ftn1

[117]F. Coccopalmerio, Il capitolo ottavo della esortazione post-sinodale Amoris laetitia, Città del Vaticano 2017, p. 21

[118]Giulio Meiattini, “Amoris laetitia. I sacramenti ridotti a morale”, Ed. La Fontana di Siloe,  2018, p. 48s.

[119]Cfr.  Heinrich Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n.1678

[120]SIR “Amoris Laetitia: don Costa (Lev), libro card. Coccopalmerio “non è la risposta del Vaticano ai dubbi”,14 febbraio 2017, www.agensir.it,   https://agensir.it/quotidiano/2017/2/14/amoris-laetitia-don-costa-lev-libro-card-coccopalmerio-non-e-la-risposta-del-vaticano-ai-dubbi/

[121]Maurizio Gronchi ,“Pentimento e desiderio del bene. Un commento del cardinale Coccopalmerio all’ottavo capitolo di «Amoris laetitia»”, Osservatore Romano del 14 febbraio 2017 http://www.osservatoreromano.va/it/news/pentimento-e-desiderio-del-bene

[122]Luciano Moia: “Scritto del cardinale Coccopalmerio. «Amoris Laetitia, dottrina rispettata»”, Avvenire, 14-2-2017,  https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/amoris-laetitia-dottrina-rispettata-coccopalmerio

[123]Papa Francesco “Papa Francesco – Ai vescovi di Buenos Aires: la vostra interpretazione di Amoris Laetitia è eccellente ed è l’unica possibile” Come Gesù 9.9.2016  https://mauroleonardi.it/2016/09/09/il-papa-avvalla-come-lunica-possibile-linterpretazione-che-i-vescovi-argentini-danno-di-amoris-laetitia/

[124]Cfr. Heinrich Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 1673

[125]s. Giovanni Paolo II, Lettera  Enciclica “Dominum et Vivificantem”, 18.5.1986,, n. 42 , www.vatican.va , https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_18051986_dominum-et-vivificantem.pdf

[126]VS, n. 67 cfr. ibidem  n. 52.102,   ;  S. Tommaso in Super Sent., lib. 3 d. 25 q. 2 a. 1 qc. 2 ad 3; II-II q. 33 a. 2

[127]La Civiltà Cattolica, “Un incontro privato del Papa con alcuni gesuiti colombiani” anno 2017, quaderno 4015,volume IV pag. 3 – 10,   7 ottobre 2017 https://it.aleteia.org/2017/09/29/amoris-laetitia-papa-francesco-risponde-dubia-morale-tomista/2/

[128]Papa Francesco, “Carta del santo Padre Francisco a los obispos de la region pastoral de Buenos Aires en respuesta al documento “Criterios basicos para la aplicacion del capitulo VIII  de la Amoris Laetitia” , www.vatican.va , http://w2.vatican.va/content/francesco/es/letters/2016/documents/papa-francesco_20160905_regione-pastorale-buenos-aires.html ; AAS , 2016, n. 10, p. 1074 n. 6

[129]Cfr. Heinrich Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 2061

[130]Cfr. Heinrich Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 2161, 2162, 2163

[131]“Omelia” 24 gennaio 1982 , www.vatican.va , http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1982/documents/hf_jp-ii_hom_19820124_visita-parrocchia.html

[132]Congregazione per la Dottrina della Fede, “Persona Humana”, 29.12.1975 www.vatican.va , http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19751229_persona-humana_it.html

[133]Pio XII, “Discorso ai partecipanti al I Congresso internazionale di alta moda promosso dalla “Unione Latina Alta Moda”” del 8.11.1957 , www.vatican.va , http://w2.vatican.va/content/pius-xii/it/speeches/1957/documents/hf_p-xii_spe_19571108_alta-moda.html

[134]S. Alfonso Maria de Liguori, “Istruzione e pratica pei confessori”,  in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. IX,Torino 1880, pag. 373  Capo XVI, Punto II. Della contrizione, e del proposito , www.intratext.com, http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PXS.HTM

[135]S. Alfonso Maria de Liguori, “Istruzione e pratica pei confessori”, in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti,Torino 1880 , Vol. IX, Capo ultimo, p. 612-615 , www.intratext.com, http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/__PYE.HTM

[136]S. Alfonso Maria de Liguori, “Istruzione e pratica pei confessori”, in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti,Torino 1880 , Vol. IX, Capo ultimo, p. 615 , www.intratext.com, http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PYE.HTM

[137]S. Alfonso Maria de Liguori, “Istruzione e pratica pei confessori” in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. IX, Torino 1880,  c. XVI p. III  n. 43, pag. 383 , www.intratext.com, http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PXT.HTM

[138]S. Alfonso Maria de Liguori, Istruzione e pratica pei confessori, in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti,Torino 1880 , Vol. IX, Capo ultimo, p. 612-615 , www.intratext.com, http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/__PYE.HTM

[139]S. Alfonso Maria de Liguori, “Istruzione e pratica pei confessori”, in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti,Torino 1880 , Vol. IX, Capo ultimo, p. 612-615 , www.intratext.com, http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/__PYE.HTM

[140]S. Alfonso Maria de Liguori, “Istruzione e pratica pei confessori”, in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti,Torino 1880 , Vol. IX, Capo ultimo, p. 615 www.intratext.com, http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/__PYE.HTM

[141]S. Alfonso M. de’ Liguori, “Sermoni compendiati” ,“Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. III, Torino 1880,  p. 436ss.,   sermone XXII , www.intratext.com, http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/__P31P.HTM

[142]Cfr. Ennio Antonelli – Rocco Buttiglione, “Terapia dell’amore ferito in “Amoris Laetitia ”, Edizione Ares, 2017 pag. 50s; si veda anche la relazione di mons. Girotti sull’ Amoris Laetitia tenuta nella Diocesi di Bologna https://www.academia.edu/39060524/Amoris_Laetitia_Gianfranco_Girotti

[143]Cfr.  Heinrich Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n. 1676

[144]Aa. Vv.. Decisioni dei Concili Ecumenici (Classici della religione) (Italian Edition) (posizioni nel Kindle 9200-9202). UTET. Edizione del Kindle.

[145]S. Antonio di Padova “I sermoni” ed. Messaggero di Padova, Padova, 2002 p. 887

[146]S. Alphonsi Mariae de Ligorio: “Theologia moralis” Typis Polyglottis Vaticanis MCCCCIX, Editio photomechanica. Sumptibus CssR, Romae, 1953  t. III p. 419 n. 425 e pag. 511, n. 501

[147]“Rituale Romanum” , Editio Nona 1952  https://www.maranatha.it/rituale/21page.htm

[148]S. Giovanni Paolo II ““Dominum et Vivificantem”, 18.5.1986,” n. 42  , www.vatican.va , http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_18051986_dominum-et-vivificantem.html

[149]Giovanni Paolo II, “Reconciliatio et Paenitentia” 2.12.1984 n. 31, www.vatican.va , http://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_exhortations/documents/hf_jp-ii_exh_02121984_reconciliatio-et-paenitentia.html

[150]Giovanni Paolo II, LETTERA APOSTOLICA “MISERICORDIA DEI”, 2.5.2020 , www.vatican.va , http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/motu_proprio/documents/hf_jp-ii_motu-proprio_20020502_misericordia-dei.html

[151]“Lettera al Card. William W. Baum in occasione del corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica” , 22 marzo 1996 , www.vatican.va , https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/letters/1996/documents/hf_jp-ii_let_19960322_penitenzieria.html)

[152]A. Livi “Dottrina morale e prassi pastorale  nella “Amoris laetitia”, Disputationes Theologicae, 6.5.2016 http://disputationes-theologicae.blogspot.com/2016/05/amoris-laetitia-mons-livi-parla-ai.html

[153]Concilio Ecumenico Vaticano II, “Sacrosanctum Concilium”, 4.12.1963 n. 59, www.vatican.va,   https://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19631204_sacrosanctum-concilium_it.html

[154]Benedetto XVI, “Sacramentum Caritatis”  , www.vatican.va , http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/apost_exhortations/documents/hf_ben-xvi_exh_20070222_sacramentum-caritatis.html

[155]Congregazione per la Dottrina della Fede “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte dei divorziati risposati”, 14.9.1994,  n. 4 , www.vatican.va ,  http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_14091994_rec-holy-comm-by-divorced_it.html

[156]“Littera circa partecipationem” in J. Ochoa “Leges Ecclesiae post Codicem iuris canonici editae”, Ediurcla, vol, VI, 1987, vol. VI, n. 4657, p. 7605

[157]Cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, “Lettera riguardante l’indissolubilità del matrimonio”, 11.4.1973,  , www.vatican.va , http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19730411_indissolubilitate-matrimonii_it.html

[158]“Appello alla preghiera perché il Papa confermi l’insegnamento (e la prassi) costante della Chiesa sulla indissolubilità del matrimonio” Chiesa e post concilio 18-1-2017 http://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2017/01/appello-alla-preghiera-perche-il-papa.html

[159]“Supplica Filiale”  https://www.supplicafiliale.org/full ; https://lucediverit.wordpress.com/2020/04/07/dichiarazione-di-fedelta-allinsegnamento-immutabile-della-chiesa-sul-matrimonio-e-alla-sua-ininterrotta-disciplina/  ; “Declaratio finale del convegno “Chiesa cattolica, dove vai?””, Roma, 7 aprile 2018 https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2018/04/percio-noi-testimoniamo-e-confessiamo.html ;

“La Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità” (1 Tim 3, 15) Dichiarazione sulle verità riguardanti alcuni degli errori più comuni nella vita della Chiesa nel nostro tempo” Chiesa e post concilio 10.6.2019 http://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2019/06/la-chiesa-del-dio-vivente-colonna-e.html

[160] “Catechesi” del 29.10.1986 , www.vatican.va , http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1986/documents/hf_jp-ii_aud_19861029.html

[161]Congregazione per la Dottrina della Fede “Risposta riguardante l’obbligo  di premettere la confessione sacramentale prima della sacra comunione  quando c’è la coscienza del peccato grave”, 11.7.1968, www.vatican.va ,  http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19680711_responsum_it.html

[162]Commissione Teologica Internazionale “Problemi attuali di escatologia”,1990 www.vatican.va , http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_1990_problemi-attuali-escatologia_it.html

[163]Pio XII “Discorso “Una ben intima gioia”” del 10 marzo 1948 , www.vatican.va , http://w2.vatican.va/content/pius-xii/it/speeches/1948/documents/hf_pxii_spe_19480310_intima-gioia.html

[164]“Discorso ai membri della Sacra Penitenzieria Apostolica e ai Penitenzieri delle Basiliche Patriarcali di Roma” 30 gennaio 1981: AAS 73 (1981), 203. Cfr Conc. Ecum. Tridentino, Sess. XIII, Decretum de ss. Eucharistia, cap. 7 et can. 11: DS 1647, 1661.

[165]S. Giovanni Paolo II “Ecclesia de Eucharistia” 17.4.2003 nn. 36-37, www.vatican.va , http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_20030417_eccl-de-euch.html

[166]LETTERA APOSTOLICA

IN FORMA DI MOTU PROPRIO “MISERICORDIA DEI” 2.5.2002 , www.vatican.va , http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/motu_proprio/documents/hf_jp-ii_motu-proprio_20020502_misericordia-dei.html

[167]A. Bellon “Secondo il Magistero della Chiesa il peccato mortale si identifica col peccato grave; ecco perché” 21.5.2018 Amici Domenicani  https://www.amicidomenicani.it/secondo-il-magistero-della-chiesa-il-peccato-mortale-si-identifica-col-peccato-grave-ecco-perche/

[168]Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale “Gaudium et spes” 7.12.1965, 16, www.vatican.va , http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651207_gaudium-et-spes_it.html

[169]S. Alfonso M. de’ Liguori “Istruzione e pratica del confessore” “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. IX, Torino 1880, pag. 67 , www.intratext.com, http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PWP.HTM#-70V

[170]Concilio Vaticano II, Cost. dogm. “Lumen gentium”, 21.11.1964 , 24: AAS 57 (1965) www.vatican.va,  http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_it.html

[171]Cfr. H. B. Merkelbach “Summa Theologiae Moralis”, Desclée de Brouwer , Brugis – Belgica , 1962, III, p. 572; A. Noto “Admonitio in confessione” in  “Dictionarium Morale et Canonicum” v. I p. 104s

[172]Benedictus XIV, Apostolica Constitutio 26.6.1749, n.19 , www.vatican.va , http://www.vatican.va/content/benedictus-xiv/it/documents/enciclica–i-apostolica-constitutio–i—26-giugno-1749–richiam.html

[173]Benedictus XIV, Apostolica Constitutio 26.6.1749, n.19, www.vatican.va , http://www.vatican.va/content/benedictus-xiv/it/documents/enciclica–i-apostolica-constitutio–i—26-giugno-1749–richiam.html

[174]Benedictus XIV, Apostolica Constitutio 26.6.1749, n.20, www.vatican.va , http://www.vatican.va/content/benedictus-xiv/it/documents/enciclica–i-apostolica-constitutio–i—26-giugno-1749–richiam.html

[175]S. Alphonsi Mariae de Ligorio: “Theologia moralis” Typis Polyglottis Vaticanis MCCCCIX, Editio photomechanica. Sumptibus CssR, Romae, 1953 t. III  p. 640 n. 615

[176]S. Alphonsi Mariae de Ligorio: “Theologia moralis” Typis Polyglottis Vaticanis MCCCCIX, Editio photomechanica. Sumptibus CssR, Romae, 1953,  t. I p. 146 n.168 ;  t. III  p. 633ss, n. 610

[177]S. Alphonsi Mariae de Ligorio: “Theologia moralis” Typis Polyglottis Vaticanis MCCCCIX, Editio photomechanica. Sumptibus CssR, Romae, 1953 t. I p. 147

[178]S. Alfonso Maria de Liguori, “Istruzione e pratica pei confessori”, in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. IX, Torino 1880, p. 413 , www.intratext.com, http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PXW.HTM#-8OE

[179]Tornielli A. ““La correctio? Metodo scorretto: non discutono, condannanoˮ La Stampa, 3.10.2017

https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2017/10/03/news/la-span-class-corsivo-id-u57618634544ybk-correctio-span-metodo-scorretto-non-discutono-condannano-1.34395817 (consultato il 25.5.2021)

[180]T. Rotondo “Risposta al prof. Buttiglione riguardo alla “Correctio Filialis”” Apologetica Cattolica.net 7.11.2017 http://apologetica-cattolica.net/component/k2/item/471-risposta-al-prof-buttiglione-riguardo-alla-correctio-filialis

[181]T. Rotondo “ Confutazione di alcune affermazioni del card. Vallini e del card. Müller riguardo ai divorziati risposati.”Apologetica Cattolica.net 17.2.2018 http://apologetica-cattolica.net/teologia/teologia-morale/item/492-confutazione-di-alcune-affermazioni-del-card-vallini-e-del-card-muller-riguardo-ai-divorziati-risposati

[182]La Fede Quotidiana   “Un vescovo austriaco: “La comunione ai divorziati risposati è una pratica irreversibile”, La Fede Quotidiana 11-1-2017  http://www.lafedequotidiana.it/un-vescovo-austriaco-la-comunione-ai-divorziati-risposati-pratica-irreversibile/

[183]M. Tosatti, “Confusionis Laetitia, cerimonie di gruppo per concedere la comunione ai divorziati risposati”, La Bussola Quotidiana 16-06-2017  http://www.lanuovabq.it/it/confusionis-laetitia-cerimonie-di-gruppoper-concedere-la-comunione-ai-divorziati-risposati

[184]S. Magister “Francesco e Antonio, una coppia in ottima Compagnia” , www.chiesa.espressonline.it, 12.4.2016   http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351273.html

[185]L. Moia “Nessuna resa dei conti al Pontificio istituto Giovanni Paolo II” in Avvenire  venerdì 2 agosto 2019 https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/amoris-laetitia-scelta-matura

[186]L. Melina, “Livio Melina: “Le sfide di ‘Amoris Laetitia’ per un teologo della morale” , in Settimo Cielo, di Sandro Magister, 28.6.2017 http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/06/28/livio-melina-le-sfide-di-amoris-laetitia-per-un-teologo-della-morale/ ; cfr. articolo di Mons. Melina dal titolo: “Divorziati risposati” in Penitenzieria Apostolica:“Peccato Misericordia Riconciliazione. Dizionario Teologico-Pastorale.” LEV, 2016, pp. 152ss.

[187]“Nel mezzo delle controversie dell’Istituto GPII, il Papa Emerito Benedetto XVI incontra Melina” 5.8.2019 www.sabinopaciolla.com  https://www.sabinopaciolla.com/nel-mezzo-delle-controversie-dellistituto-gpii-il-papa-emerito-benedetto-xvi-incontra-melina/

[188]Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 33: AAS 74 (1982), 121.

[189]Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 44: AAS 105 (2013), 1038-1039.

[190]Charles Jude Scicluna e Mario Grech “Criteri applicativi di “Amoris laetitia”, www.chiesa.espressonline.it, 14.1.2017,   http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351437.html

[191]Heinrich  Denzinger “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003 n.1536  e 1568

[192]Cfr. Concilio di Trento, Sessione VI, can. 18; cfr. Heinrich Denzinger

“Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” a cura di P. Hünermann, Edizioni Dehoniane Bologna, 2003, n.1568

[193]“ Discorso ai Membri della Penitenzieria, ai Padri Penitenzieri, e ai partecipanti al corso sul “Foro interno ” del 18.3.1995 , ai Membri della Penitenzieria,, www.vatican.va , http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1995/march/documents/hf_jp-ii_spe_19950318_penitenzieria.html

[194]Concilio Vaticano II, Cost. dogm. “Lumen gentium”, 21.11.1964 , 24: AAS 57 (1965), www.vatican.va,  http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_it.html

[195]“Omelia” del 10.3.1985, www.vatican.va ,  http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1985/documents/hf_jp-ii_hom_19850310_nostra-signora-bonaria.html

[196]Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica “Evangelium Vitae”, 25.3.1995, n. 52, www.vatican.va , http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_25031995_evangelium-vitae.html

[197]S. Giovanni Paolo II , “Udienza”, 13.10.1999, www.vatican.va , http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1999/documents/hf_jp-ii_aud_13101999.html

[198]Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Del gran mezzo della preghiera, parte 1, c. 1, ed. G. Cacciatore (Roma 1962) p. 32 , www.intratext.com, http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PH4.HTM

[199]Cfr. Commissione Teologica Internazionale “La Riconciliazione e la Penitenza” 1982, B, I, 3 , www.vatican.va , http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_1982_riconciliazione-penitenza_it.html

[200]Cfr. Commissione Teologica Internazionale “La Riconciliazione e la Penitenza” 1982,  B, II, 1,  , www.vatican.va , http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_1982_riconciliazione-penitenza_it.html

[201]“Omelia” del 10.3.1985, www.vatican.va ,  http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1985/documents/hf_jp-ii_hom_19850310_nostra-signora-bonaria.html

[202]Commissione Teologica Internazionale “La Riconciliazione e la Penitenza” B, IV, a, I, www.vatican.va , http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_1982_riconciliazione-penitenza_it.html

[203]Commissione Teologica Internazionale “La Riconciliazione e la Penitenza”, 1982, A, I, 1, www.vatican.va , http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_1982_riconciliazione-penitenza_it.html

[204]“Catechismo Tridentino”, ed Cantagalli 1992, n. 299 https://www.maranatha.it/catrident/25page.htm

[205]P. Adnès, “Pénitence (repentir et sacrement)”. Dictionnaire de Spiritualité, ed. Beauchesne, 1932-1995, Tome 12 – Colonne 956

[206]Cfr. S. Ambrogio. “La penitenza” in Opere (Classici della religione) (Italian Edition) (posizioni nel Kindle 1279-12983). UTET. Edizione del Kindle 2013, libro II, 9,87; 10,97

[207]S.Agostino d’ Ippona, “Discorso 232”, 8: P. Bellini – F. Cruciani – V. Tarulli

(ed.), (Opere di Sant’Agostino, XXXII/2), Città Nuova Editrice, Roma 1984, pp.

569-571  https://www.augustinus.it/italiano/discorsi/index2.htm

[208]Cfr. É. Amann “La pénitence privee” Dictionnaire de Theologie Catholique, Paris 1933, XII, p.860

[209]fr. P. Adnès,